CAMPANE 1, 2, 3


Chiuro

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Chiuresi): 2427 Maschi: 1183, Femmine: 1244
Numero di abitazioni: 1189 Superficie boschiva in ha: 870
Animali da allevamento: 13598 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 349, m. 3248 (Cima Vicima)
Superficie del territorio in kmq: 51,71 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Chiuro m. 390, Martori m. 575, Castionetto di Chiuro m. 590, Valle 648, Maffina m. 662
Nome

Borgo fiero ed antico, Chiuro mostra ancora oggi con orgoglio il suo volto segnato da tradizione e vivacità al viaggiatore che, senza troppa fretta, vaghi per i paesi del versante retico mediovaltellinese da Sondrio a Tirano. È posto allo sbocco della Val Fontana, sul grande conoide della Fiorenza, e di questa nascosta quanto ampia valle possiede la quasi totalità. Borgo antico, antichissimo: il ritrovamento di due massi incisi sulle balze di Castionetto e di due altre pietre incise attesta la presenza di insediamenti umani in età preistoriche. L’antichità è segnalata anche dal nome: ciür, come suona in dialetto, o Clure, nella forma più antica attestata (in loco Clure, sec. X), deriverebbero dalla radice Clur, di origine ligure o reto-etrusca, la stessa che ha dato origine a Glarus e Glorenza in Alto Adige.
Solo con la spedizione di Druso (16-15 a.C.), in età augustea, i Romani penetrarono in Valtellina, estendendovi il proprio imperium. Chiuro, per la sua posizione sulla strada di valle (il cui primo tracciato è, peraltro probabilmente di epoca pre-romana), fu interessata da qualche insediamento romano, come attestano di alcune monete romane. Nella vicina Ponte è stata, poi, ritrovato un cippo granitico con dedica di una moglie Pupa e dei figli alla memoria del marito Gaio Caninio Sisso.
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta (cfr. bibliografia), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana. Chiuro venne inglobata, in data imprecisata, nella pieve di S. Pietro in Tresivio, dove si trovava già, in età alto-medievale, una fortificazione e dove risiedeva, per tre mesi l’anno, il vescovo di Como.
L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); solo nell'VIII secolo, con il re Liutprando, il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino e quindi divenne effettivo in tutta la valle. La presenza longobarda si concretizzò nell’istituzione del sistema della “curtis”, cellula tendenzialmente autosufficiente, costituita da una parte centrale, direttamente controllata dal signore (dominus) e da terreni circostanti coltivati (mansi), che dovevano conferire parte dei prodotti nella corte. La presenza militare fu rappresentata da contingenti di arimanni (uomini liberi e guerrieri) chiamati a presidiare le frontiere del regno. Con i successori di Liutprando, Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Valtellina e Valchiavenna risultano donate alla chiesa di Como: inizia così (se non risale già all’epoca romana) quel forte legame fra Valtellina e Como che ancora oggi permane nell’ambito religioso (Valtellina e Valchiavenna appartengono alla Diocesi di Como).
Il dominio longobardo fu però durò solo pochi decenni: i Longobardi furono sconfitti, nel 774, Carlo Magno, e Valchiavenna e Valtellina, rimasti parte del Regno d’Italia, furono sottoposte alla nuova dominazione franca. È, probabilmente, questa l’origine del toponimo “Borgo Francone”, che designa una via di Chiuro. Nel 775 la Valtellina, o buona parte di essa, fu donata alla celebre e potente abbazia di St. Denis a Parigi, e ad essa rimase infeudata fino al secolo X. Nel medesimo secolo, e precisamente nel 918, compare per la prima volta il nome del paese, nell’espressione “in Clure”, assieme a quello di Ponte, in un atto di vendita. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Il successivo secolo XII fu di fondamentale importanza per la storia di Chiuro, in quanto giunsero da Como, dopo la sua distruzione (1127) conseguenza di una lunga guerra con Milano, alcune famiglie illustri, che segnarono la storia del paese, prima fra tutte quella dei Quadrio, destinata a diventare punto di riferimento fondamentale per tutti i ghibellini di Valtellina e a fare di Chiuro un paese sempre fedelmente schierato con questa fazione. La loro presenza spiega quel moto di sviluppo e progressiva emancipazione dal comune dalla pieve di Tresivio. Questo processo iniziò nel Duecento, quando Chiuro ebbe un sacerdote che reggeva le due chiese di S. Giacomo e S. Andrea e divenne probabilmente comune autonomo con un podestà nominato da Como, che comprendeva vari abitati, sul versante retico e su quello orobico, tra cui Castionetto, Castello dell’Acqua, Cigalina, Gera, e Bensale. Queste tre ultime località, però, furono progressivamente abbandonate, rispettivamente prima del 1627, nel 1630 – quando le ultime nove famiglie rimaste morirono di peste – e prima della fine del Settecento, perché il loro territorio fu ripetutamente interessato da eventi alluvionali.
Ogni quadra del comune di Chiuro, tramite una propria adunanza, il consiglio di quadra appunto, eleggeva un proprio consigliere nel consiglio di comunità, decideva le modalità di riscossione delle tasse, nominava propri sindaci.
Articolata era la struttura del comune, gestito dal consiglio di comunità, composto da cinque consiglieri, uno per ciascuna delle quadre, e presieduto dal decano. Il consiglio di comunità amministrava, infatti, i beni comunali, imponeva le taglie e le tasse, decideva le spese ed i lavori per il bene comune; nominava gli agenti di comunità, vale a dire il notaio, o cancelliere, i campari, con il compito della custodia dei campi, i due stimatori, che dovevano tenere aggiornato l’estimo, il ser­vitore, o messo comunale e i poco amati esattori, che riscuotevano le taglie. Il decano era nominato dal consiglio di comunità ed era quasi sempre scelto nella quadra dei Nobili; dal 1537, però, le Magnifiche Tre Leghe Grigie, di cui diremo, im­posero un secondo decano, che rimaneva in carica cinque anni. Il decano rap­presentava la comunità nei consigli di terziere, incamerava le entrate e i canoni di affitto ed al termine del mandato presentava la rendicontazione al consiglio di comunità.
Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. I nuovi signori riorganizzarono amministrativamente la valle con l’atto degli Statuti di Como, di quel medesimo anno, nel quale figura il “commume loci de Clurio”. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio."
Nel 1370 molti comuni valtellinesi, di parte guelfa, capeggiati da Tebaldo De’ Capitanei, si sollevarono contro i nuovi signori; Chiuro, però, comune ghibellino, rimase fermo nella fedeltà ai Visconti. Una pacificazione generale chiuse il conflitto tre anni dopo. Durante il periodo visconteo raggiunse il suo massimo sviluppo la località Gera, nel comune di Chiuro, come centro commerciale e artigianale; vi abitarono numerose famiglie nobili e vi risiedette, sia pure non continuativamente, a partire dalla metà del XIV secolo, il vicario del governatore di Valle; circa un secolo dopo fu sede anche del capitano e commissario ducale Raffaele Mandello. Fino al 1460 circa a Gera presero dimora i commissari ducali e si tennero i consigli di valle, poi ristabiliti in Tresivio. A partire dal XVI secolo, la località, però, andò incontro ad un progressivo declino, dovuto ai dissesti legati alle rovinose piene dei torrenti Fontana e Bensale.


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Nel Quattrocento si concluse il processo che portò Chiuro alla piena autonomia, con il distacco dalla pieve di Tresivio e con l’atto arbitrale del commissario ducale Melchiorre Guazardi (1444) che suddivideva gli alpeggi di Val Fontana, prima goduti promiscuamente, fra le comunità di Chiuro e di Ponte, sancendo la loro definitiva separazione. In questo secolo il comune era suddiviso in quadre: quella dei Vicini e quella dei Nobili in Chiuro, la quadra di Castione, le quadre dei Pontignani e degli Scalvini in Castello dell’Acqua, rispettivamente ad ovest ed a est della Val Grande, rappresentate da consiglieri nelle riunioni comunali che si tenevano nella piazza della chiesa.
Il Quattrocento è anche il secolo che vede l’affermazione di uno dei più famosi protagonisti della storia di Chiuro, il condottiero Stefano Quadrio, nato probabilmente nel 1336 e morto nel 1438. Così ne tratteggia, efficacemente, la figura Armida Bombardieri Della Ferrera, nel suo profilo storico di Chiuro nell’omonimo volume edito dalla Biblioteca Comunale (cfr. Bibliografia): “Guerriero abile, uomo forte e privo di scrupoli nel raggiungere i propri obiettivi, calcolava ogni sua azione con fredda e determinata razionalità. Attraverso la sua opera di condottiero, di uomo politico ed imprenditore deve essere vista la storia chiurasca della prima metà del XV secolo… Fu ritenuto il capo più ragguardevole e capitano generale delle milizie ghibelline valtellinesi, fedelissimo ai duchi di Milano che lo apprezzarono tanto da conferirgli importanti cariche, come quella di governatore di Piacenza…” L’episodio più noto della sua vita fu il decisivo intervento nella battaglia di Delebio, del 18-19 novembre 1432, che vedeva contrapposte le milizie ducali comandate da Nicolò Piccinini a quelle veneziane del provveditore Giorgio Corner. Venezia intendeva, infatti, impossessarsi della valle, nodo fondamentale nelle comunicazioni fra bacino padano e territori germanici, e le su truppe stavano per avere la meglio, quand’ecco che Stefano Quadrio piombò alle loro spalle, con truppe ghibelline raccolte a Chiuro ed in altri comuni, capovolgendo le sorti della battaglia ed operando una vera e propria strage dei nemici. I Visconti, riconoscenti, fecero erigere, così almeno vuole la tradizione, e gli donarono il palazzo fortificato che ancora oggi si vede nel centro di Chiuro. Fu vera gloria? E soprattutto, lo fu per la valle? Difficile dirlo. Un dominio della serenissima in Valtellina l’avrebbe saldata al versante sud-orobico. Impossibile dire se per i Valtellinesi sarebbe stata miglior sorte rispetto a quella che la legò al versante retico; per un aspetto, almeno, possiamo però rispondere affermativamente: sarebbe stata risparmiata alla valle la tragica vergogna della caccia alle streghe (e della caccia al riformato).
Quindici anni dopo si estinsero i Visconti; terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, nel 1487 le milizie grigione invasero il bormiese, fra il febbraio ed il marzo, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. La prospera Gera, in particolare, dovette subire un incendio e la quasi totale distruzione, e da questo colpo non si riebbe, tanto che agli inizi del Seicento vi abitavano solo 9 famiglie. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.  Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi.
Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
Sulla sorte di Chiuro nel nuovo ordinamento, cediamo di nuovo la parola ad Armida Bombardieri: “I Grigioni, al momento del loro insediamento in Valle, cercarono di rendersi amiche le famigliepiù importanti, i maggiorenti, e tra questi i Quadrio che primeggiavano nella nostra zona. A loro fu conferito l'incarico della riscossione dei fitti delle terre appartenenti al vescovo di Como, nel Terziere di Mezzo. Non ci furono nel nostro paese gravi attriti con i dominanti e Chiuro continuò a godere di un discreto benessere economico, anche se esposto alle scorribande delle truppe di passaggio, alle furie del Fontana, alle epidemie che infierirono lungo tutto il secolo. Il paese in questo periodo conobbe una notevole attività edilizia anche di un certo livello artistico, come testimoniano la monumentale porta di ingresso al Sagrato, o «Cimitero della giesa di S. lacobo», datata 1522, lo stupendo coro della chiesa che risale al 1527…”
Il riferimento alla porta di ingresso al sagrato fa venire in mente il rapido schizzo che del paese traccia Renzo Sertori Salis, nel volumetto "Valtellina fra mito e storia" (Sondrio, 1969):


Chiuro

"Da Ponte a Chiuro il tratto è breve e del resto al borgo chiurasco (o chiurese) occorre scendere per risalire lungo la panoramica a Teglio. E a Chiuro, che con Ponte racchiude le memorie più antiche dei Quadrio di Valtellina, è appunto nella piazza Stefano Quadrio che un antico portale (forse avanzo di una loggia?) con una «Pietà» attribuita al Valorsa attira l'attenzione ed «intriga», per dirla con uno sfacciato francesismo, il visitatore «colto». Non tanto per la data della trabeazione in pietra verde di Tresivio (1522) che dà il suo crisma al tardo gotico veneziano del monumento e nemmeno per l'indicazione scolpitavi dall'autore (Jo. Galini de Corteno fecit hoc opus: così tutti gli artefici avessero avuto ed avessero a firmare le loro opere!), quanto per le due immagini scolpite alle estremità della trabeazione stessa.
Siamo dunque nel 1522: da un decennio le valli dell'Adda e del Mera si adagiano nel dominio grigione, eppure il monumento chiurasco è veneziano non soltanto nello stile, ma nel ricordo, chè Corteno nella Valcamonica, onde era originario l'artefice, apparteneva con il Bresciano e la Bergamasca alla Serenissima. A sinistra è un ritratto di un uomo barbuto visto di profilo, che è stato ritenuto, massime per il copricapo, del doge Antonio Grimani felicemente regnante in quel tempo, mentre per l'altro tondo adestra — pure di profilo — tutte le ipotesi sono valide, fra cui più probabile quella che si tratti di un rappresentante dei Quadrio, forse del ramo De Maria Pontaschelli che nel '500 s'erano trasferiti da Ponte in Chiuro (Gianoli)
."
In quel periodo non mancavano i motivi di tensione e le liti tra le squadre della sponda orobica e quelle della sponda retica, sia per l’utilizzo dei beni comunali, sia per questioni amministrative, cui pose provvisoriamente termine un accordo, sottoscritto nel 1536, per consolidare l’unità comunale, con pena pecuniaria per chi non avesse rispettato i patti. I soldi, si sa, sono, alla fin fine, nella maggior parte dei casi la sostanza delle questioni e delle controversie. Gli stessi grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Clurij" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1438 lire (per avere un'idea comparativa, Montagna fece registrare un valore di 1512 lire, Ponte di 2702, Tresivio di 386 lire); un “Hospitium communis” è valutato 90 lire; boschi e terre comuni sono valutati 90 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 7241 pertiche e sono valutati 3655 lire; campi e selve, estesi 8214 pertiche, sono valutati 4857 lire; 1749 pertiche di vigneti sono stimate 3208 lire; gli alpeggi, che caricano 430 mucche, vengono valutati 86 lire; 4 fucine ed una segheria sono valutate 42 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 13670 lire (sempre a titolo comparativo, per Ponte è 13924, per Tresivio 4259 e per Montagna 13400).
Non fu, in generale, il cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). Anche nel suo congedarsi il Cinquecento non mostra un volto amichevole: l’alluvione del 1597 distrugge molte case nella contrada di Gera, e danneggia la chiesa di S. Marta. C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Ecco il suo resoconto su Chiuro:
“A mezzo miglio oltre Ponte, risalendo la Valtellina e ripiegando verso la pianura, sorge un altro illustre borgo, chiamato Chiuro, il cui centro conta circa centoquaranta famiglie: questa comunità ne ha però sotto di sè molto di più e sono tutti cattolici, all'infuori di una donna di nome Lucrezia, svizzera di un paese dell'Engadina, oriunda però di Chiuro e sposata al N. Andrea Visconti; costei è però sulla via della conversione. Vi è anche un certo capomastro Lorenzo Malgera sospetti, di eresia perché fu per lungo tempo nel Palatinato; contro di lui tuttavia non s'è accertato nulla. Nel borgo vi è una bellissima ed artistica chiesa dedicata a San Giacomo maggiore Apostolo, fornita di molti paramenti tessuti in oro, di seterie, di calici e altri vasi d'argento e d'oro: anche questa comunità accampa diritti di indipendenza dall'arcipretura di Tresivio, sia perché ha sotto di sè diverse altre chiese con cura d'anime e diverse cappellanie di patronato di alcune famiglie di Chiuro, sia perché vi è un'antica consuetudine di cui fa fede la benedizione del fonte battesimale che si tiene nella predetta parrocchiale senza intervento dell'Arciprete: aggiungono poi di avere ottenuto al riguardo un privilegio apostolico che però non hanno mostrato. E' parroco di questa chiesa parrocchiale il rev. Gaspare Quadrio nativo del luogo, col quale collaborano i sottosegnati: Rev. Maffeo del Tamo nativo del luogo. Rev. Consalvo Quadrio del luogo. Rev. Giovan Andrea Moschietti di Ponte. Chierico Paolo de Bossi di Gera. Nello stesso borgo esiste un'altra antica chiesa dedicata a Sant'Andrea Apostolo: anticamente era la parrocchiale, ma, per la sua vetustà e rovinosa condizione, la cura venne trasferita alla suddetta chiesa; ora si sta restaurandola e possiede alcune rendite. Vi è poi un'altra chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo sul cui patronato vantano pretese il Nob. Gio. Battista ed i suoi fratelli, figli del fu Nob. Nicola Quadrio: il suo beneficio è però goduto dal sac. Andrea Moschietti che ne ebbe investitura dal Rev.mo Vescovo Volpi di felice memoria.
A un tiro di sasso vi è la frazione di Gera
aggregata al borgo di Chiuro: vi sorge una chiesa dedicata a Santa Marta unita alla parrocchiale di Chiuro, Nella campagna di Chiuro, poco distante dalla parrocchiale, vi è la chiesa di S. Antonio che è dotata di beni e ne gode il beneficio il sac. Maffeo del Tanto di Chiuro. Non lontano dalla detta chiesa di S. Antonio, ve ne è un'altra dedicata a Santa Maria della Verità: è dotata di beni, ma non consacrata: vi è un cappellano che sta agli ordini dei patroni Nob. Vincenzo e Francesco Quadrio, zio e nipote, ambedue di Chiuro. Risalendo il monte verso Teglio vi è un paese, poco lontano dalla strada, chiamato Castione con sessanta famiglie tutte cattoliche: dista un miglio abbondante da Chiuro e vi sorge una chiesa dedicata a San Gregorio Papa, che, pur essendo consacrata, non è però dotata di beni. Fuori dal predetto paese, salendo verso Teglio in linea retta, sorge una bella e ampia chiesa dedicata a San Bartolomeo Apostolo: si dice che in altri tempi fosse prevostura o abbazia e poi parrocchiale di quel paese: attualmente è soggetta a Chiuro; vi si conserva però la SS. Eucaristia, per la necessità di quel paese, con grande onore sull'altare maggiore in una pisside d'argento dorato dentro un artistico tabernacolo di legno con decorazioni d'oro e vi arde la lampada giorno e notte. Data la distanza dalla parrocchiale, vi si seppelliscono anche i morti; ne ha cura il parroco di Chiuro. Accanto alla chiesa, vi è una casa per il sagrestano, che funge anche da custode Oltre l'Adda, sulla montagna, a due miglia da Chiuro, vi è un paese di centotrenta famiglie tutte cattoliche chiamato Castello dell'Acqua: vi è la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo il cui rettore riconosce però come parroco quello di Chiuro e conte parrocchiale la chiesa di quel borgo; è tenuto a presenziare ai sacri Uffici nelle feste dei Santi Giacomo e Andrea Apostoli e a fare l'offerta di cinque libbre di cera decorata; il curato di Chiuro a sua volta ha l'obbligo, nella festa di San Michele, di cantare Messa nella predetta chiesa di Castello dell'Acqua. Il curato di Castello dell'Acqua è il sac. Gregorio Ofiadrio di Ponte.”
La comunità di Chiuro, dunque, stando a questa relazione, nel 1589 contava 140 fuochi, mentre 60 costituivano Castione e 13 Castello dell’Acqua: a livello di congettura possiamo parlare, rispettivamente, di 700, 300 e 65 anime. Gli abitanti complessivi del comune, nel 1624, erano 1000.
Scarne sono, invece, le notizie che su Chiuro ci vengono offerte dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “E' questo un antico borgo dove primeggiano i nobili Quadrio, i Brandani ed i Visconti. Durante la lunga guerra che si combattè fra Milano e Como, durata sette anni, ossia dal 1120 al 1127, Alderano Quadrio. con poderoso stuolo di Valtellinesi, venne in soccorso di Como contro i Milanesi. Ma quando, nel corso della guerra, i Comaschi mossero contro Porlezza, volendo catturare il naviglio nemico, caddero in un agguato; e fra gli altri perì il prode Alderano. In questa guerra anche un altro dei Quadrio, insieme con tre compagni d'arme, coi quali passava da Sorico, fu ucciso da quelli di Menaggio, alleati di Milano.”

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.
Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fra queste vi furono i protestanti Federigo Valentin di Cernetz, Giovanni Meneghini di Poschiavo e Cristoforo Fauschio di Jenins, trucidati nella piana di Chiuro da truppe di Ponte al comando di Prospero Quadrio e Giulio Pozzaglio. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.” Ecco di nuovo Armida Bombardieri: “Il Donco annota che in dieci anni, dal 1620 al 1630, in Chiuro furono commessi sette omicidi, avvennero numerosissime risse «con spargimento di sangue», ci furono «non pochi figli spuri. I costumi del popolo erano barbari, corrotti, depravati». II nostro storico fa ricadere la causa di questa situazione sulla «fierezza» della legge con cui i dominanti avevano governato la Valtellina. «Aggiungi il passaggio continuo di soldati senza freno, senza disciplina che dovunque passavano lasciavano il segno».
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
Scrive Armida Bombardieri: “Chiuro fu particolarmente colpito dalla peste per la sua posizione. Il primo caso verificatosi nel nostro paese, come si desume dal registro mortuario della parrocchia, avvenne il 15 aprile del 1630. Un certo Giov. Battista Monale di Albosaggia, di anni 30, che dimorava  da molto tempo presso il signor Giov. Battista Crottina di Gera, morì dopo una breve e misteriosa malattia. Si sospettò subito che si trattasse di peste bubbonica e il poveretto fu sepolto in tutta segretezza in un campo vicino. Il giorno seguente venne a mancare lo stesso Crottina e non fu più possibile mantenere il segreto. Si trattava proprio di peste ed infatti nel volgere di quindici giorni morirono ben undici persone. Era curato in quell'epoca il sac. Nicolò Peverelli, appartenente ad una nobile famiglia chiavennasca, uno dei più illustri prevosti di Chiuro. In quel terribile frangente il Peverelli non lasciò mancare la sua assistenza ai colpiti, tanto che egli stesso fu vittima del contagio e morì il primo maggio. Per sua espressa volontà, contrariamente all'uso che voleva i sacerdoti sepolti nel presbiterio, egli fu inumato sul sagrato, di fronte al portone della chiesa parrocchiale, perché morto di peste. Lungo il mese di maggio perirono altre 97 persone quasi tutte abitanti in Gera, dove rimasero soltanto le case deserte e abbandonate, a custodia del sepolcro in cui furono ammucchiate e coperte di terra quasi tutte le vittime della peste. Tre sacerdoti, un diacono e un chierico furono, come il Peverelli, sepolti sul sagrato e quattro membri della famiglia Quadrio De Maurizi ebbero la loro tomba nell'atrio della chiesa di san Michele. Alcuni furono sepolti negli orti e nei campi vicini alle case.
Il morbo continuò ad infierire crudelmente e nel successivo mese di giugno raggiunse la sua massima virulenza mietendo ben 289 vittime. Più volte, lungo il mese, si registrarono anche venti decessi in un solo giorno. Nel mese di luglio il numero dei morti scese a 56 per diminuire ancora nei mesi seguenti. Il contagio andava pian piano scemando e i decessi furono circa dieci al mese fino al luglio del 1631. Ci fu poi una recrudescenza nel periodo fra agosto e settembre quando si registrarono ancora una trentina di morti… Questo flagello fu certamente il più grave fra quelli che Chiuro ebbe a subire nel corso dei secoli: ben 600 furono i morti su una popolazione di 850 anime. … Secondo le annotazioni del Donco, pare che a Chiuro non ci fossero in quella circostanza adeguate misure di assistenza; nei documenti dell'e­poca non vi è infatti cenno di ricoveri o di lazzaretti. Solo il conforto religioso era assicurato da zelanti sacerdoti fra i quali Gìov. Battista Quadrio che, pur rinunciando al beneficio e al titolo di parroco, svolse tutte le incombenze legate all’ufficio della parrocchia con  dedizione e coraggio.”

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Ma il suo ricordo nelle genti di Valtellina è legato al peso, che molto gravò anche su Chiuro, dell’alloggiamento delle sue truppe, vero e proprio salasso per comunità già stremate economicamente e prostrate moralmente dal flagello della peste. Chi poteva, si rifugiava nei paesini arroccati sui versanti retico ed orobico; Arigna (Fontaniva), in particolare, nella valle omonima, ospitò buona parte degli abitanti di Chiuro. Scrive Armida Bombardieri:  “Chiuro non aveva più risorse. Mancava di tutto, perciò nel 1636, quando scoppiò di nuovo, la peste ebbe facile esca e mieté non poche vittime. Nel maggio del 1637, dopo che i Francesi dovettero sgomberare la Valle, vi rientrarono le truppe dei Grigioni ed anche questa volta Chiuro dovette alloggiare a proprie spese settanta soldati per circadue mesi.
Lo sgombero dei Francesi fu determinato dalla svolta del 1637, un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Interessante è anche la descrizione del paese offerta da don Giovanni Tuana, grosottino e parroco di Mazzo, nel “De rebus Vallistellinae” (“Delle cose di Valtellina”), scritta probabilmente intorno alla metà degli anni trenta del Seicento ed edita, a cura di Tarcisio Salice, per la Società Storica Valtellinese, nel 1998: “Chiuro, altre volte terra popolata, adesso molto sminuita d'habitatori per le pesti passate. È situato apena un miglio lontano da Ponte verso mezzo giorno in luogo alquanto pendente et chlivoso, fruttifero però d'ogni cosa se l'aria fosse di continuo buona, perché nelle grandi caldi è puoco sana. Il territorio è tutto avignato et produce buon vino, anzi ha nome d'un vignale solo, chiamato la Chiurasca, se bene sono vini de Pontaschi et del Buffetto.
Li prati di questo loco sono ampij assai, ma paludosi in parte, et questo giace vicino ad Adda. Li monti delli Chiuraschi confinano con li monti di Poschiavo. Teglio et Ponte, da qualiancora nasce quel fiume, quale per la Val Fontana cadendo bagna parte del territorio di Ponte et per il territorio di Chiuro, puoco lontano dalla terra, tra sassi labosi si scarica in Adda. Da questo si cava un rivo quale, condotto per canali, serve alli bisogni de molini, per ferraccio et usi della campagna et di casa. Del resto la terra è senza fontane.
È divisa questa communità in quattro parti, cioè la terra, Castione, Gerra et Castello dall' Acqua di là d' Adda. La chiesa parochiale di Chiuro è di S. Giacomo maggiore, assai vecchia ma ben ornata, con campanile di grande spesa, novo; vi sono altri oratorij, cioè uno di S. Michele. vicino al fiume nel fine della terra et è della famiglia de Quadrij: un altro di S. Giovanni Battista et di S. Antonio nella via regia; un altro fatto con bellissima architettura pure nella via regia verso sera dedicato alla Madonna et a S. Carlo, dove vi sono ancora vestigij d'un picciola chiesa. La contrata di Gerra è tutta dishabitata, sia per l'aria cattiva, sia per l'ingiurie della peste et guerra, et le case giacciono quasi tutte per terra: v'è però un oratorio di S. Marta; et puoco lontano da Gerra si vede una chiesa tra li prati altre volte dedicata a S. Andrea, ma sia per il sito humido per le paludi, sia per la lontananza dalla terra è abbandonata affatto.


Chiuro

Castione è nella collina d'oriente dove si va a Teglio, tutto fertile di vino, grano, frutti, diviso in alcune contrate verso settentrione. Ha la chiesa di S. Bartolomeo apostolo molto frequentata nel giorno di detto santo. Questa è parochiale fatta da Lazaro Carafino, avendo all'hora cento fameglie, ma adesso essendo quasi estinte, ricevono di novo li sacramenti dal curato di Chiuro. Sopra Castione, alle radici del monte maggiore, si veggono in un dosso li vestigij d'una grossa torre, inditìo d'una rocca fortissima. Tutte le fameglie di questa communità, eccentuando quelli di là d'Adda, saranno puoco più di cento.”
La seconda metà del secolo ed il successivo Settecento furono caratterizzati dall’incremento del flusso migratorio. Significative le note di sintesi che del fenomeno dà Giustino Renato Orsini, nella sua Storia di Morbegno (Sondrio, 1959): “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte 11 loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi.”
Mazzali e Spini, nella loro Storia della Valtellina, scrivono, al proposito: “La corrente migratoria maggiore fu costituita, nel Cinquecento…., da artigiani… Ma a partire dal primo Seicento si aggiunsero muratori, braccianti e perfino gruppi di soldati mercenari.”  Anche Chiuro fu interessata da questo moto: nell’opera di Tony Corti “I valtellinesi nella Roma del Seicento” (Provincia di Sondrio e Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 2000), è documentata la presenza nella Roma del Seicento di alcuni chiuraschi: Giovanni dal Dos, di Pietro, del comune di Ciur; Stefano Braga, di Mafeo, da Ciur di Voltelina, vacaro; Pietro del Dos, da Ciur di Voltolina, vacaro; Giovan Pietro Bolini, de Bolin, da Ciur de Voltelina, vacaro; Giovan Pietro Folini, di Folin, da Ciur di Voltelina, vacaro; Giovan Antonio Folini, di Folin, da Ciur de Voltolina, vacaro.
Come se non ce ne fossero già abbastanza, alle ombre del Seicento si aggiunse la più infamante, la feroce caccia alle streghe che, iniziata già nei secoli precedenti, ebbe però in quel secolo gli episodi più numerosi ed atroci. Quattro furono le sventurate chiurasche finite sotto processo: Giovanna Masciadrina, di Castione, giustiziata e bruciata nel 1672, Margherita Raperga detta la Tedesca, di Chiuro, giustiziata nel 1673, Andreina Misciola, di Chiuro, giustiziata nel 1678 e Caterina Sarotta, di Castione, la più fortunata, perché se la cavò con il bando.
Uno scritto anonimo di G. (che, secondo Armida Bombardieri, che ne ha curato la pubblicazione, si deve alla penna di Luigi Gandola) così riferisce del caso della sventurata Masciadrina: “Di questa donna buccina vasi nel suo villaggio infinite e ridicole storielle, vale a dire che era stata veduta ad andare in striozzo e a far il berlotto (ballo osceno) nella Val Fontana convertita mercè sua in un vero pandemonio e dov'essa ballava e trescava coi demoni a' quali si era venduta in corpo ed anima; si raccontava di ogni sorta di malefizi da lei operati mediante toccamenti, empiastri, ampolline, capelli ecc., insomma poco su poco giù le stesse matte incolpazioni fatte alla Pantovina di Ponte e che per amore di brevità non vogliamo qui ridire. Era la Masciadrina donna sui 50 anni mingherlina, dall'occhio irrequieto e dallo scilinguagnolo abbastanza rotto; discorreva volontieri di folletti e di demonii come pur fanno tuttodì certe femminette credule e superstiziose dei nostri paeselli specialmente alpestri. Un triste giorno mentre la Masciadrina stavasene in un suo campicello tutta intenta alle rustiche fatiche, quattro bargelli dall'orrido ceffo, muniti di analogo mandato del Governatore Otto di Monte, te la adunghiano in malo modo e strappandola violentemente a suoi campi, alla sua casa, a' suoi figli se la trascinano a Sondrio al Palazzo di Giustizia ove la rinchiudono in un lurido e tetro stanzotto.
Non è a dire le grida e le proteste d'innocenza della disgraziata, le lagrime e la crudele ambascia dei figli che già orbi del padre si vedevano ora in cotal guisa privati anche della madre e ne presentivano la tristissima sorte che l'aspettava.
Il processo contro la catturata fu tosto incominciato e quindi condotto ed ultimato con tale un'alacrità che sarebbe stata invero degna di una causa migliore. Durante la sua istruttoria la supposta fattucchiera era stata più d'una volta sottoposta agli strazi della tortura con orribili dislogamenti d'ossa, avvegnaché fosse legge indubitabile che ogni accusato di stregoneria dovesse immancabilmente essere posto alla tortura e così avveniva che si riesciva molte volte a strappare come volevasi, ad un'innocente una confessione di colpa!
Non ci è dato poter asserire se fra gli spasimi della tortura la Masciadrina persistesse a dirsi innocente e pura delle appostele accuse, oppure se ne affermasse colpevole, impo­tente a reggere più oltre all'atroce tormento; diremo soltanto che a' suoi figli, Giovanni e Martino, che talvolta e quasi di sotterfugio ottenevano di poterla confortare di loro presenza, raccomandava avessero cara la memoria della povera loro madre e proclamassero in faccia a tutti la di lei innocenza.
Si avvicinava intanto l'ora estrema per la sciagurata donna; già le era stata letta la sentenza per la quale essa, la terribile maliarda e indemoniata, doveva morire abbruciata in una piazza di Sondrio. Ricevuti i conforti religiosi da un pio sacerdote, fra la feroce esultanza e le imprecazioni di una stupida folla di curiosi nel 10 dicembre 1672 la Masciadrina con vera fermezza d'animo saliva il rogo per lei preparato ed acceso; pochi istanti dopo il sacrificio era compiuto; l'onor di Dio ed il bene del prossimo eran salvi, e della odiata strega di Castione altro non rimaneva che un pugno di mobili ceneri che venivano anche quelle disperse dal vento. I superstiti figli all'estremo dolore di vedersi sì barbaramente levata dal mondo la povera loro madre si vedevano aggiunto anche la condanna nelle spese pel di lei processo in L. 627 e nelle quali non erano state dimenticate le L. 72 dovute per sua competenza al tortore ossivero al bargello tormentatore dell'autrice de' loro giorni!». Un testo che merita di essere riportato integralmente.


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A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Lo storico Francesco Saverio Quadrio, a metà del settecento, nelle “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina”, (libro I,  Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), ci offre le seguenti notizie del paese:
Chiuro (Care). Chiuro, non ostante che ab antico fosse Luogo assai ragguardevole, il tempo a ogni modo, e le Guerre ridotto l'avevano presso che al niente: e in iscambio cresciuta era Ghiera, (Glera) Terra indi non molto discosta, che fino a Nivola si stendeva, la quale non era che una Contrada di essa Ghiera così nominata dalla nobil Famiglia, Nivola, ch'ivi abitava, come da più Documenti si trae da me non sol veduti, ma letti. In Ghiera però facevano lor Residenza i Vicarii de' Governatori della Valle ai Tempi de' Duchi. Ma l'inondazioni, e le rovine da' Fiumi portate, e l'aria stessa indi fatta mal sana, e di poi l'incendio, a cui da' Grigioni fu posta, avendola al niente ridotta, senz'altro lasciarvi, che le rovine della Chiesa Maggiore, a S. Andrea intitolata, ha servito co' danni suoi all'accrescimento di Chiuro. Quivi aveva un Castello con Torre, che tuttavia in gran parte rimane, fabbricatovi da Stefano Quadrio, che fatto sua abitazione l'aveva, per villeggiarvi. A Chiuro però sono ora aggregati i Luoghi Castiglione detto di sopra, dove una gran Torre altresì ha, dallo stesso Stefano edificata; il Castello dell' Aqua, così detto da' Signori dell'Acqua, che ivi avevano una forte Rocca, e n'eran padroni: un de' quali, che fu Giocomo, trovo, che fu Podestà di Cremona nel 1300, sebbene in oggi non altro che una rovinosa Torre n'appare; gli Scalvini, i Ponziarj, e una Parte della Valle Malgina. Quivi fiorirono intanto i Bruga, i Corbella, i Dordi, i Gatti, i Giudici, i Quadrii, i Rusca, i Visconti ec. E in Gera vi fiorirono già i Belvisi, ond'ebbe la Valle di Belviso il suo nome, i Nivola ec.”
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popo­lazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci... Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Chiuro, compreso nel cantone II di Ponte, era comune di III classe, con 2.367 abitanti. Nel 1807 il comune di Chiuro, con 2.048 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Chiuro (683), Castione (411) e Castello dell’Acqua (954).


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Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda.
Ecco, di nuovo, Armida Bombardieri: “Il dominio austriaco durò quasi mezzo secolo. Si distinse per una ordinata amministrazione, l'esecuzione di importanti opere pubbliche queste primeggiano le arginature di fiumi e torrenti che spesso minacciavano gli abitati e la realizzazione di un'ampia e moderna rete stradale. La strada che attraversava tutta la Valle fu opera grandiosa realizzata in tempi brevi; congiungeva Lombardo-Veneto con i domini asburgìci posti al di là delle Alpi, attraverso lo Stelvio. Anchese scaturiva daun disegno politico militare fu di grande vantaggio per la Valtellina. Si dice a Chiuro che questa strada, secondo il primitivo disegno dell'ingegner Carlo Donegani, avrebbe dovuto attraversare il paese, ma per un'inqualificabile egoistica influenza» di qualche pezzo grosso, la si fece invece passare nella campagna sottostante a circa 500 metri dall'abitato, con grave danno economico del paese. Attraversò invece lafrazione delle Casacce che di conseguenza ebbe un notevole incremento. Di fronte alle grandi opere pubbliche eseguite in quegli anni, si devono però mettere in rilievo la forte pressione fiscale che gravò sulla nostra esausta popolazione nella stessa misura che sulle zone ricche del Lombardo Veneto e la rigidissima vigilanza della polizia.”


Val Fontana

Il periodo asburgico fu anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. “Alla fine di agosto del 1834 lanostra Valle soffrì una delle più tremende alluvioni che la storia ricordi. Poco mancò che Sondrio venisse travolta dalla furia del Mallero. Era il 27 agosto e dopo alcuniviolenti temporaliche si susseguirono in poche ore. anche il Fontanauscì dal suo letto. atterrò e seppellì gli argini,distrusse il ponte fatto ad arco, allagòtutta lacampagna: una quantità ingente di materiale riempìl'antico alveo tanto che il torrente dovette aprirsi un nuovo letto più a est del primo.” (Armida Bombardieri, cit.).
Ci si misero, poi, anche le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mietendo vittime anche a Chiuro. Si aggiunse, infine, per soprammercato, l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese, e quindi colpì duramente anche Chiuro e la pregiata zona di produzione della Fracia. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia. Nel biennio 1848-49, che vede l’insurrezione antiasburgica a Milano ed in Lombardia e lo scoppio della prima guerra d’Indipendenza, si distinse una seconda figura di spicco della storia di Chiuro, quella del patriota Maurizio Quadrio. “M. Quadrio prese viva parte agli avvenimenti politici e militari dell'epoca. Venne nominato dal Governo Provvisorio di Lombardia Commissariodi guerra nella Valtellina e Valcamonica per organizzare la preparazione militare dei Comuni e la difesa dello Stelvio e del Tonale, che fu strenua, ma vana. Egli dirà dei volontari valtellinesi: «Non posso descrivere con quanto entusiasmo e quanto amore, questa piccola e povera contrada di montagna assunse e compì la sua parte nell'opera di emancipazione nazionale. Questa pagina di storia è ancora poco conosciuta e quando verrà il giorno in cui senza che l'Austria se ne faccia un titolo di vendetta, contro i generosi patrioti valtellinesi, si possa dire la verità la dirò in onore dellaValtellina». II 13 agosto 1848 gli Austriaci rientrarono in Sondrio e M. Quadrio prese la via dell'esilio: non rivedrà mai più Chiuro, il suo “caro nido” che ebbe sempre nel cuore…” (Armida Bombardieri, cit.)


Val Saiento

Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Chiuro aveva da pochi anni vissuto due momenti importanti: nel 1857 era stata visitata dall’arciduca d’Austria Massimiliano, che fu vivamente impressionato dalle condizioni di miseria in cui vivevano i contadini; nel 1858 aveva subito la perdita di Castello dell’Acqua, divenuto comune autonomo. Chiuro contava allora 1527 abitanti, che aumentarono nel ventennio successivo, passando a 1679 nel 1871 ed a 1733 nel 1881.
Eccezionalmente nutrita è la lista di cittadini di Chiuro che hanno partecipato alle guerre risorgimentali: Ambrosini Francesco di Cristoforo (1860-66), Balgera Lorenzo fu Francesco (1866-1870), Bongiani Giulio fu Giuseppe (1859-60-61), Boraschi Antonio fu Francesco (1848-1860), Boraschi Vincenzo fu Francesco (1860-61), Bombardieri Battista fu Giovanni (1860), Bombardieri Pietro fu Giov. Maria (1848), Baruta Giacomo fu Giacomo (1860-61), Baruta Pietro (1866), Battaglia Giuseppe (1860-1866), Bettomeo Giovanni (1848), Bettomeo Lorenzo (1849),  Bettomeo Michele (1849), Bottacco Giuseppe fu Domenico (1866), Bottacco Martino fu Giuseppe (1866), Bresesti Giovanni Battista fu Pietro (1866), Briotti Bernardo fu Matteo (1866), Bruga Giuseppe fu Andrea (1866), Chiesa Andrea (1866), Cerletti Pietro (1866), Chiesa Giovanni Battista (1866), Corbellini Ambrogio (1848), Cornelli Francesco (1866), Dell'Acqua Antonio fu Giacinto (1848), Dell’Acqua Giacinto fu Giancinto (1859), Dell’Acqua Giuseppe fu Giacinto (1866), Del Dosso Francesco fu Simone (1848), Della Valle Giacomo (1860), Folini Agostino (1860), Folini Andrea di Francesco (1870), Folini Antonio fu Simone (1848), Folini Domenico (1848), Folini Francesco di Francesco (1866), Folini Giovanni detto Pedrinasc (1848), Folini Giovanni Battista di Giacomo (1860), Folini Pietro (1860), Folini Pietro Maria fu Pietro (1848), Faccinelli Domenico fu Giovanni Antonio (1848-1859), Faccinelli Giuseppe fu Giuseppe Antonio (1866), Fancolo Antonio fu Giuseppe (1848), Fancolo Giuseppe fu Giuseppe (1860), Fancolo Giacomo (1860-66), Federici Gregorio fu Lorenzo (1848), Federici Maurizio fu Lorenzo (1859), Federici Giovanni fu Lorenzo (1860), Franceschini Antonio fu Stefano (1866), Gandola Luigi fu Giacomo (1866), Gerosa Antonio fu Alessandro (1848), Ghielli Andrea fu Andrea (1859), Giacomini Giovanni di Giuseppe (1866), Giovanazzi Antonio fu Giuseppe (1860-61), Giovanazzi Luigi fu Giuseppe (1859), Lia Pietro (1860-61), Maffina Michele (1866), Maffina Silvestro (1866-70), Maffina Simone fu Battista (1859), Melè Pietro fu Andrea (1848), Menatti D.r G. Cesare fu Giacomo (1848), Menaglio Andrea fu Antonio (1848), Menaglio Giovanni fu Antonio (1859-60), Piccinini Antonio fu Lorenzo (1866), Pedrotti Giuseppe (1866), Pusterla Giovanni fu Antonio (1866), Parolini Pietro (1866), Poltini Andrea (1866), Quadrio Alessandro fu Gaspare (1848), Quadrio nob. Alessandro fu Giuseppe (1866), Quadrio nob. Agostino di Agostino (1859), Quadrio Pietro Andrea fu Pasquale (1866), Quadrio Roggia Nicola fu D.r Luigi (1849-1859), Rainoldi Carlo fu Giovanni (1848), Reganzani Domenico fu Gervaso (1859), Rossetti Pietro fu Pietro (1848-49), Solari Giovanni fu Antonio (1849-1859), Solari Giuseppe fu Antonio (1859), Solari Tomaso fu Antonio (1859-1866), Tavelli Michele (1860), Tavelli Pietro di Giuseppe (1859-60), Venosta Pietro (1866), Venosta Santino fu Santino (1860-61-1866); Werth Francesco di Antonio (1866), Zambelli Francesco fu Bortolo (1848-1859-60-1866).
Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita a cura del CAI nel 1884: “Chiuro (400 m. (1733 ab.), grossa borgata trovasi a piè del monte allo sbocco della Val Fontana. Vi si tiene alla fine di novembre una fiera di bestiame assai frequentata. Nell'atrio della casa comunale possono vedersi i notevoli affreschi di Cipriano Valorsa colla firma sua: Coprianus Grosiensis pingebat. Lo stesso Valorsa dipinse pure il porticato dei disciplini e l'ingresso al segreto parrocchiale. Lo stesso Valorsa dipinse pure il portichetto dei disciplini e l’ingresso al sagrato parrocchiale. A oriente di Chiuro dove ora e l'alveo del torrente Fontana sorgeva il borgo di Gera, l'antichissimo Cere noto ai Romani (Quadrio), dove al tempo del dominio dei Visconti risiedeva il Vicario del Capitano della Valle.
In mezzo a Chiaro si veggono ancora le alte mura di un vasto quadrato, podierosi avanzi del Castello che Filippo Maria Visconti aveva univi a proprie spesse fatto erigere a Stefano Quadrio. Maurizio Quadrio, (1780-1876), il dotto e appassionato pubblicista e infaticabile agitatore, benché nato a Chiavenna, era di famiglia di Chiuro. Dalla chiesa di S. Carlo la strada nazionale discende fra campi e prati fino al torrente Fontana, ove il piano si fa qualche po' paludoso. Poi la valle si restringe in un'angusta gola. Da un lato il monte, sui cui fianchi appaiono i ricchi vigneti della Fracia e alle cui falde sorge il vecchio villaggio di Nigola, si protende a mezzogiorno; dall'altra l'Adda è respinta dal terreno d'alluvione trascinato in basso dal torrente Malgina. In questa gola, tra l'Adda e il monte, sta una lunga fila di case che formano il villaggio di S. Giacomo, frazione del Comune di Teglio."
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi nel territorio comunale di Chiuro (i dati si riferiscono rispettivamente al numero di vacche sostenute, al reddito in lire per ciascun capo, alla proprietà dell’alpe, alla qualità del formaggio prodotto ed al numero medio di giorni di durata dell’alpeggio):

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Nell’ultima parte del secolo Chiuro subì una leggera flessione demografica, che portò gli abitanti a 1692 nel 1901. Alla vigilia della grande guerra gli abitanti erano risaliti a 1731. 
Molti furono i cittadini di Chiuro caduti nella prima guerra mondiale: il tenente Maffina Luigi, il caporal maggiore Mingardi Antonio, i caporali Angelici Cesare e Flematti Oreste ed i soldati Pusterla Luigi, Duico Giacomo, Pusterla Antonio, Marchioni Giovanni, Battaglia Melchiorre, Mingardi Michele, Bombardieri Edoardo, Previsdomini Attilio, Veda Giacomo, Della Valle Giuseppe, Cenini Eliseo, Balgera Emilio, Cabassi Angelo, Mingardi Agostino, Balzarolo Giacomo, Chiesa Giuseppe, Mingardi Pietro, Nera Enrico e Della Valle Giuseppe.
Ecco lo spaccato che di Chiuro offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Da S. Carlo a Chiuro. — Una rotabile da S. Carlo conduce in meno di km. 1 all'antico borgo di Chiuro (m. 400 - ab. 1799 - staz. ferr. - P. T., telef. - Alb. S. Carlo - asilo inf. - mecc. - benzina - med. cond. - farm. - latt. soc. - osterie - coop. di cons. agric. altre per la luce elettrica - una fam. coop. agric. nella fraz. di Castione - una mutua incendi con Ponte - picc. ind. per la prod. di scodelle, trinchetti, zoccoli, botti, secchi - telai a mano - mosaici in veltro). A Chiuro un robusto fabbricato del- 00 ricorda il castello eretto da Filippo Maria Visconti per farne dono a Stefano Quadrio, il vincitore dei Veneziani a Delebio. Nell' atrio della casa comunale, nella casa parrocchiale, colle date del 1563 e del 1591, nel portichetto dei Disciplini e nell'ingresso al sagrato, si ammirano dipinti di C. Valorsa. Nella parrocchiale gli affreschi della volta sembrano di P. Ligari. Vi sono pure un'ancona barocca, uno splendido coro con buoni intagli del 1527, alcune tele di pregio, fra le quali una M. che sembra del Valorsa, abbondanti stucchi di valore del 700; una bella tela col Crocefisso, la Madonna, S. Giovanni e la Maddalena, un bel sacrario di marmo per gli oli santi; due croci d'argento, dei turibuli e un tappeto di pregio. Nell'altare a d. vi è una buona tela che si crede di P. Ligari. Nel presbiterio vi sono due reliquari del 600: l'altar maggiore ha un magnifico ciborio del 600. Fra gli arredi vi sono due pianete di velluto cesellato, una rossa e l'altra verde. Nella piazza Stefano Quadrio vi è un portale colla data del 1522 e le parole: Jo. GALINI DE CORTENO FECIT HOC Deus. Nella lunetta una Pietà del Valorsa. Chiuro possiede una bella cancellata di ferro, e un bracciale, pure di ferro, di squisito lavoro. Nella vicina Gera, già Cere, risiedeva ai tempi dei Visconti il vicario del Capitano di Valle. Da Chiuro una rotabile sale alle frazioni di Castione (prod. di gerli e canestri), e di Jeteoli ed ora continua sino a Teglio.”
Nel periodo fra le due guerre la popolazione aumentò, per poi tornare a diminuire: si passò dai 1771 abitanti del 1921 ai 1886 del 1931, tornando a 1811 nel 1936.
Nella seconda guerra mondiale caddero, fra i cittadini di Chiuro, il sergente Borinelli Luigi, l’aviere scelto Bombardieri Aldo, i soldati Bombardieri Erminio, Della Valle Antonio e Fancoli Egidio ed il partigiano Gabrieli Dannunzio. Furono dichiarati dispersi il caporal maggiore Marchesi Severino, l’aviere scelto Bombardieri Florindo, il pilota Sondalini Ettore ed i soldati Bruga Pierino, Folini Beniamino, Mingardi Martino, Pusterla Bernardo, Rainoldi Amedeo, Rainoldi Natale, Della Patrona Emilio, Mingardi Agostino e Paruscio Pietro.
Anche nel secondo dopoguerra l’andamento demografico non è univoco; dapprima una flessione, dai 1819 abitanti nel 1951 ai 1793 nel 1961, poi una crescita costante, che portò gli abitanti a 2101 nel 1971, 2410 nel 1981, 2427 nel 1991, 2495 nel 2001 e 2514 nel 2006.
Il motivo di questa crescita è anche la presenza di un vivace settore imprenditoriale ed artigianale, di cui parla Giorgio Squarcia nel già citato volume su Chiuro (cfr. Bibliografia): “Fino a pochi anni fa la piana era un solo tappeto erboso, coltivato con cura, rotto soltanto dal Valfontana che per sfociare nell'Adda, attraversa i prati con un solco prima sinuoso e poi rettilineo nel corso finale. Il cambiamento ebbe origine agli inizi degli anni ottanta, quando quella zona fu destinata ad area comprensoriale per insediamenti industriali e artigiani. La scelta degli amministratori, oltre a produrre una indubbia razionalizzazione dello spazio e della produzione agricola in rapporto alle attuali esigenze di mercato, deriva da una fondamentale ragione. Non potevano affatto dimenticare l'esistenza di una tradizione imprenditoriale che, se da una parte trae le proprie origini da quell'economia a base prevalentemente agricola che ha caratterizzato i secoli scorsi, dall'altra, attraverso una continua evoluzione ed un progressivo adattamento alle nuove leggi di mercato, ha prodotto una classe di piccoli artigiani e commercianti, sempre più vitale e dinamica, degna della massima attenzione, soprattutto da parte della pubblica amministrazione.”

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Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)

BIBLIOGRAFIA

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Giacomoni, Giorgio, "Alla scoperta del borgo storico di Chiuro", in Rassegna Economica della Provincia di Sondrio del settembre 1968

Scuola Elementare di Chiuro, Storie e leggende dei nostri paese”, classe IVB guidata dall’insegnante Armida Bombardieri, ciclostilato, 1974

Carugo, Maria Aurora, "Cenni storici su Chiuro (dalle origini alla dominazione grigione)", Ed Banca Piccolo credito Valtellinese, Sondrio 1982.

Della Ferrera, Tarcisio, " Una volta…", Edizione Pro Loco Comune di Chiuro, 1982

Cederna, Antonio, "Monti e passi di Val Fontana (Valtellina): escursioni e itinerari", in "Bollettino CAI" n. 52 del 1885

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Della Ferrera Tarcisio, Bombardieri Armida, "Vocabolario dialettale di Chiuro e di Castionetto", nel Giornalino di Chiuro, n. 35-1986 e ss.

Carugo, Maria Aurora, "Alluvioni storiche e chiese scomparse nel territorio di Chiuro" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1987)

Della Ferrera, Tarcisio, " Il pastore errante della Val Fontana", in Rassegna Economica della Provincia di Sondrio, n.4 - ott.-dic.1988

A.A.V.V., "Chiuro", Ed. Biblioteca Comunale di Chiuro, Chiuro, 1989, con contributi di Armida Bombardieri Della Ferrera, Tarcisio Della Ferrera, Flavio Boscacci, Paride Dioli, Tullio Tuia, Guglielmo Scaramellini, Luisa Porta, Luigi Anghileri, Luigi De Bernardi, Giorgio Squarcia, Franco Monteforte, Maria Aurora Cargo, Fulvio Balgera  ed Antonio Costa

Della Ferrera, Tarcisio, "Le antiche abitazioni rurali", in "Rassegna Economica della Provincia di Sondrio", luglio-settembre 1989

Armelloni, Renato, “Alpi Retiche”, Milano, 1997, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

Canetta, Eliana e Nemo, “Il versante retico - Dalla cima di Granda al monte Combolo”, CDA Vivalda, 2004

Della Ferrera Tarcisio, Della Ferrera Leonardo (a cura di), con profilo del dialetto di Bracchi Remoi, "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)

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