CARTA DEL PERCORSO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Stelvio-Cima delle Tre Lingue-Giogo di Santa Maria-Stelvio
3 h
380
E
SINTESI. Saliamo al passo dello Stelvio percorrendo per intero la strada statale 38 del Passo dello Stelvio, che, oltre Bormio, comincia a risalire la Valle del Braulio, fino ai 2757 metri del passo più alto d’Europa. Qui parcheggiamo ed iniziamo il cammino di questa lunga traversata salendo dal passo dello Stelvio alla cima delle Tre Lingue (m. 2843) in un quarto d’ora circa di cammino sulla comoda pista sale verso nord al rifugio Garibaldi, che la presidia. Proseguiamo seguendo la direzione di un cartello che dà il passo Umbrail o giogo di S. Maria ad un’ora, la bocchetta della Forcola a 2 ore e 20 minuti e Cancano a 5 ore e 10 minuti: scendiamo al giogo di Santa Maria, o passo di Umbrail, attraverso una comoda mulattiera (molto battura dai bikers) che dalla cima scende verso nord (sinistra), in territorio elvetico. Nel primo tratto scavalca il crinale, piega a sinistra e perde gradualmente quota verso nord-nord-ovest in un ampio vallone, quindi inanella una serie di serrati ed eleganti tornantini che vincono un versante più ripido, prima di piegare a sinistra (ovest) ed attraversare il torrente Muranza per portarsi in breve a ridosso del confine italo-elvetico. Piegando a destra scende ancora verso nord-ovest, seguendo il confine e terminando all’edificio della Dogana Elvetica, immediatamente a nord del giogo di Santa Maria (m. 2501) Qui scendiamo sulla strada fino dogana italiana (IV Cantoniera), ci immettiamo nella strada statale dello Stelvio e per essa risaliamo al passo dello Stelvio.


Apri qui una fotomappa dell'anello della cima delle Tre Lingue

Se ci troviamo a transitare per il passo dello Stelvio possiamo prendere in considerazione una semplice escursione (o pedalata) che ci porta a toccare luoghi di grande suggestione panoramica, ma anche storica. L'anello prevede la breve salita alla facile Cima delle Tre Lingue (già chiamata pizzo Garibaldi), la traversata all'alta Val Muranza, in territorio elvetico, in rientro in Italia per il giogo di Santa Maria e la facile risalita al passo dello Stelvio per la strada statale. Un'escursione di tre ore, a prendersela comoda.


Apri qui una fotomappa dell'anello della Cima delle Tre Lingue

Saliamo, dunque, al passo dello Stelvio percorrendo per intero la strada statale 38 del Passo dello Stelvio, che, oltre Bormio, comincia a risalire la Valle del Braulio, fino ai 2757 metri del passo più alto d’Europa. Qui parcheggiamo.
Siamo dunque al passo dello Stelvio, raggiunto dalla carrozzabile progettata dall’ingegner Donegani e costruita dal 1822 al 1825 per volontà dell’Imperatore d’Austria, con la finalità di collegare per via diretta i domini asburgici del Tirolo alla Valtellina ed alla Lombardia. Vi lavorarono, per cinque anni, 2000 operai provenienti dalla Lombardia, dal Tirolo e dal Veneto, pagati 2 lire e 25 centesimi al giorno. Lavoravano fino a 12 ore al giorno, nei mesi estivi, per sei giorni la settimana. Lo scavo delle gallerie risultava, date le tecniche del tempo, particolarmente difficile, e procedeva di un metro al giorno.
Fra le prime illustri visitatrici vi fu, nel 1826, l’arciduchessa Maria Teresa d’Austria, figlia dell’imperatore Francesco I e già sposa di Napoleone Bonaparte. Di fronte allo spettacolo superbo, dominato dalle nevi, ebbe ad esprimere il suo entusiasmo, non potendo non “ammirare da presso quel mare di nevi eterne che a guisa di una tovaglia della più fine mussola delle Indie, ricopre tutto il piano, circondato di rocce a picco altrettanto bianche fino alla sommità”. Dodici anni dopo, il 22 agosto del 1838, passò dallo Stelvio l’imperatore Francesco I d’Austria, diretto a Milano per essere incoronato Re d’Italia.


Alta Valle del Braulio, giogo di S. Maria e passo dello Stelvio

Fino al 1915, anno in cui lo Stelvio venne occupato dalle truppe Austro-Ungariche che iniziavano una lunga guerra di posizione fra regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico, esso venne tenuto aperto tutto l’anno al servizio di diligenze grazie all’opera di efficienti spalatori. Alla pulizia della strada erano adibiti i cosiddetti “ròtteri” (che, appunto, dovevano “rompere” la neve), robusti montanari valtellinesi e venostani, che dimoravano nei “casini” sparsi lungo il percorso. La loro opera non poteva, però, assicurare il costante sgombero della neve, per cui il transito delle carrozze nei mesi invernali avveniva smontandone le ruote e ponendole su grandi slitte trainate da cavalli. Le diligenze (servizio pubblico gestito da famiglie di imprenditori valtellinesi e tirolesi, garantito tutto l’ano fino al 1859), invece, scaricavano i viaggiatori sul limite della strada non più praticabile, affidandoli a slitte coperte che li avrebbero trasportati sul versante opposto, dove li attendeva una seconda diligenza. La IV Cantoniera sul versante valtellinese e la Caserma-Albergo Sottostelvio su quello tirolese erano, infine, veri e proprio alberghi, dotati di camere riscaldate, di grandi scuderie, di acqua potabile permanente e di un locale nel quale veniva celebrata la S. Messa.


Il passo dello Stelvio e, sullo sfondo, il rifugio Garibaldi

La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio, a cura di Fabio Besta, nel 1884 (II edizione) ne parla in questi termini: “Là finisce la parte italiana della monumentale via che abbiamo descritta, via fra le più grandiose che siensi costrutte attraverso i monti, e per l’arditezza delle opere d’arte che incontransi ad ogni tratto, e per l’altezza a cui giunge, superiore a qualunque altra strada carrozzabile d’Europa… una colonna a destra designa la frontiera tra il regno d’Italia e l’impero d’Austria, tra Valtellina e Tirolo. Non lungi dal Giogo un’altra colonna segna poi i confini fra i tre Stati, Italia, Svizzera ed Austria; cosicché appoggiandosi ad essa si può porre un piede sopra suolo italiano, un altro su terra svizzera, e puntare il proprio bastone su territorio austriaco.”


Il rifugio Garibaldi

La seconda colonna di cui parla la guida si trova su una modesta elevazione immediatamente a nord del passo, la Cima delle Tre Lingue (Piz da Las Trais Linguas, in lingua romancia, Dreisprachenspitze, in lingua tedesca). Sul ripiano della cima si incontrarono, infatti, dal 1861 al 1918, proprio alla colonnina sopra menzionata, i confini di tre stati sovrani, il Regno d’Italia (Valtellina), la Confederazione Elvetica (Canton Grigioni) e l’impero Austro-Ungarico (Sud-Tirolo). Dal 1918 il Sud-Tirolo divenne Alto Adige, incorporato nel Regno d’Italia. Ma il fascino di questa cima restò intatto.
Iniziamo il cammino di questo anello salendo dal passo dello Stelvio alla cima delle Tre Lingue (già chiamata pizzo Garibaldi, m. 2843) in un quarto d’ora circa di cammino sulla comoda pista sale verso nord al rifugio Garibaldi, che la presidia.
Il pianoro che si stende alle spalle della cima delle Tre Lingue e del rifugio Garibaldi, all’apparenza insignificante, fu scenario, durante la Prima Guerra Mondiale, di vicende belliche che meritano di essere raccontate.
Quando scoppiò la guerra fra Regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico, nel maggio del 1915, l’esercito austro-ungarico occupò il passo dello Stelvio ed il monte Scorluzzo, mentre le truppe italiane si attestarono su posizioni difensive alla IV Cantoniera dello Stelvio, sul crinale del monte Scorluzzo e sul monte Cristallo. Ma fra i due belligeranti si inserì un terzo soggetto. La Confederazione Elvetica non aveva alcuna intenzione di fare da spettatrice passiva ed intendeva controllare scrupolosamente i propri confini per evitare che vi fossero sconfinamenti o anche solo che i proiettivi delle artiglierie contrapposte sorvolassero il suolo elvetico. Per questo allestì trincee e fortificazioni sulla linea di confine, lungo l’intero crinale dalla punta di Rims al piz Umbrail, al giogo di Santa Maria a salire fino, appunto, alla cima delle Tre Lingue, dove l’esercito svizzero si insediò anche nell’Hotel “Dreisprachenspitze”.


Gruppo Ortles-Cevedale visto dal sentiero che sale alla punta Rosa

Questo posizionamento venne visto dai belligeranti più come un’opportunità che come una minaccia. Gli Italiani si trincerarono sulla linea Rims-Umbrail e presso il giogo di Santa Maria, letteralmente a ridosso delle trincee elvetiche, e lo stesso fecero gli Austro-Ungarici sul pianoro della cima delle Tre Lingue. Il motivo era semplice: restare a ridosso delle truppe elvetiche era una vera e propria assicurazione sulla vita, perché i nemici non si sarebbero azzardati ad aprire il fuoco con l’artiglieria, per evitare di colpire l’esercito neutrale, scatenando un incidente che avrebbe rischiato di aprire le ostilità su un secondo fronte. In particolare sulla cima delle Tre Lingue (allora chiamata cima Garibaldi), ed in particolare sulla Cresta Larga, gli Austro-Ungarici costruirono un vero e proprio accampamento con energia elettrica ed 80 unità abitative, chiamato, dal nome del colonnello comandante del reparto, “Lempruch”. Qui si concentravano le truppe imperiali. Il tutto sotto l’indiretta protezione dell’esercito svizzero, acquartierato a pochi metri di distanza.


Rifugio Garibaldi

Quanto gli Austro-Ungarici tenessero ai neutrali vicini lo si capì nel terribile inverno del 1916. Terribile soprattutto per la sua rigidità e le abbondanti precipitazioni: la temperatura allo Stelvio scese fino a -48 gradi e si registrarono 92 nevicate. Ma non era il freddo a seminare morte, bensì le valanghe (22 solo sulla strada Trafoi-Prato, in territorio imperiale). Si calcola che un terzo circa dei morti nella grande guerra sul fronte alpino sia stato appunto vittima delle valanghe. Ma davvero singolare fu quel che accadde all’Hotel “Dreisprachenspitze”: forse per un eccesso di riscaldamento per contrastare il grande freddo, prese fuoco. Gli Austro-Ungarici si mobilitarono prontamente per dare una mano agli Svizzeri, fornendo anche materiali per restaurare la struttura. L’importante era che gli Svizzeri non se ne andassero, dando il via libera all’artiglieria italiana. E difatti non se ne andarono. Storie d’altri tempi.
Ma torniamo al racconto dell'escursione. Presso il rifugio troviamo la targa “Rifugio Garibaldi 2845 m” e due cartelli escursionistici del Parco Nazionale dello Stelvio che segnalano il passo dello Stelvio a 5 minuti (nella direzione dalla quale siamo saliti) e nella direzione opposta il passo Umbrail (o giogo di S. Maria), dato ad un’ora, la bocchetta della Forcola, data a 2 ore e 20 minuti e Cancano, dato a 5 ore e 10 minuti (ma anche, per altra via, l’alpe Muranza ad un’ora e mezza e S. Maria di Val Monastero a 3 ore e mezza).
Seguiamo dunque le indicazioni per il passo di Umbrail e la bocchetta della Forcola e prendiamo a sinistra, seguendo la comoda mulattiera (molto battura dai bikers) che dalla cima scende verso nord, in territorio elvetico. Nel primo tratto scavalca il crinale, piega a sinistra e perde gradualmente quota verso nord-nord-ovest, in un ampio vallone, quindi inanella una serie di serrati ed eleganti tornantini che vincono un versante più ripido, prima di piegare a sinistra (ovest) ed attraversare il torrente Muranza per portarsi in breve a ridosso del confine italo-elvetico. Piegando a destra scende ancora verso nord-ovest, seguendo il confine e terminando all’edificio della Dogana Elvetica, immediatamente a nord del giogo di Santa Maria (m. 2501). Un passo di rilevanza minore, oggi, soprattutto a confronto della monumentale via dello Stelvio. In passato, invece, proprio di qui transitava la più importante via di comunicazione fra Valtellina (quindi Lombardia) e domini della Casa d’Austria (Tirolo), attraverso la Val Muranza e la Val Monastero, che appartenevano alle Tre Leghe Grigie (futuro Canton Grigioni).


La Dogana Elvetica al giogo di S. Maria

Per questo passo transita un percorso che oggi pare insignificante, ma che nei secoli passati ebbe un'importanza storica primaria. Si tratta della via dell’Umbrail, detta anche “via dell’Ombraglio”o“via breve di Val Venosta”. Ecco come la descrive, nel suo studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni - Dalla preistoria all’epoca austro-ungarica” (ottobre 2004), Cristina Pedana, che offre un’efficace sintesi del sistema di comunicazioni fra Magnifica Terra e territori di lingua tedesca:
In Alta valle i passi ed i percorsi più importanti verso l'Engadina e la Val Venosta, frequentati probabilmente anche in epoche preistoriche, ma comunque largamente utilizzati dal Medioevo fino agli inizi del XIX secolo furono il passo di Umbrail o Ombraglio denominato "via breve di Val Venosta" e il passo di Fraele o "via lunga di Val Venosta".Entrambi avevano come punto di partenza Bormio dove si giungeva attraverso il passo del Gavia o seguendo la Valtellina per Bolladore, Serravalle, Cepina.


Apri qui una panoramica sul giogo di S. Maria

Il primo itinerario all'uscita da Bormio, oltrepassato il torrente Campello e raggiunto il bivio da cui si divideva la strada per Fraele, proseguiva a destra per Molina, attraversava il bosco di Morena (l'attuale parco dei Bagni Nuovi) raggiungeva il difficile passaggio delle "scale dei Bagni" sotto la chiesetta, costruita probabilmente in epoca carolingia, di San Martino dei Bagni; con un altro pericoloso tratto si portava sotto la torre detta Serra frontis, oggi scomparsa, che faceva parte di un sistema di fortificazioni citato per la prima volta in un documento del 1201, ma sistemato e reso sicuro nel 1391 per volontà di Gian Galeazzo Visconti.
Da lì la strada scendeva al ponte sul torrente Braulio, poi, senza tornanti ma con una ampia curva, risaliva il versante opposto per raggiungere l'imbocco della valle della Forcola di Rims, superato il passo omonimo, affacciato sulla valle del Braulio, attraverso il passo di Umbrail e la valle Muranza scendeva a Santa Maria in Val Monastero.Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal 1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600.
Lungo questo itinerario passò Bianca Maria Sforza per andare incontro al suo sposo Massimiliano I d'Asburgo nel 1493, ancora vi passò Ludovico il Moro nel 1496, quando si recò a Mals per incontrare l'imperatore Massimiliano, probabilmente accompagnato da Leonardo da Vinci. Invece di scendere in Val Monastero, vi era la possibilità di salire fino al passo dello Stelvio e, con un percorso piuttosto accidentato, raggiungere Malles lungo la valle di Trafoi. Questo itinerario, percorribile solitamente solo alcuni mesi in estate, fu aperto nell'inverno del 1485, quando si scatenarono forti dissidi con gli abitanti della Val Monastero per ragioni commerciali. Fu utilizzato anche dal Duca di Feria nel 1633, quando, non volendo passare sul territorio dei Grigioni, con imponenti truppe raggiunse il Tirolo… Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura.”


Apri qui una panoramica sul gruppo dell'Ortles-Cevedale dalla bocchetta della Forcola di Rims

Questi luoghi sono però anche legati a scenari più tristi, che rimandano alla Prima Guerra Mondiale. Ne parla un pannello illustrativo posto poco a monte della Dogana Svizzera. Riportiamo le informazioni di questo primo pannello, che parla dell’occupazione svizzera del confine:
Immediatamente dopo la mobilitazione dell'esercito svizzero, avvenuta nell'agosto del 1914, le prime truppe vennero inviate al Passo Umbrail per la protezione del confine. Il 20 agosto 1914 il capo dello stato maggiore Theophti Sprecher von Bernegg (1850-1927) assegnò al colonnello Otto Bridler, comandante della brigata alpina 18, il compito di impiegare delle truppe nella costante osservazione del confine tra il Pizzo Garibaldi e la Punta di Rims. Il giorno in cui l'Italia dichiarò guerra alla monarchia austro-ungarica la consistenza della truppa di protezione al confine venne rafforzata con un battaglione di circa 950 uomini.
Una compagnia si diresse verso il Pizzo Garibaldi, un'altra verso la Punta di Rims. Lo scopo era quello della difesa. La base logistica, come pure una terza compagnia, avevano sede al Passo Umbrail. La linea di confine venne resa visibile tramite una protezione di filo spinato. Quanto risulta strano è che l'unità posizionata al Passo Umbrail non aveva espliciti compiti difensivi. Singoli sottoufficiali facevano guardia al confine nel tratto doveun eventuale attacco da parte italiana risultava più probabile. E' solo possibile ipotizzare una spiegazione per questa suddivisione dei compiti. Partendo dal presupposto che la direzione superiore dell'esercito insolitamente aveva disposto in dettaglio quali rafforzamenti di truppe erano da collocare e dove, è ammesso dedurre la seguente motivazione: un eventuale attacco al confine svizzero da parte italiana avrebbe senza dubbio portato ad azioni militari tra Italia e Svizzera. Questo, a sua volta, avrebbe avuto come conseguenza la dichiarazione di uno stato di guerra tra le due nazioni e ciò era quanto si voleva assolutamente impedire.

A quasi un secolo di distanza, riesce difficile immaginare che questi luoghi, così solitari, luminosi e tranquilli, siano stati teatro di un gioco di equilibrio così complesso che vedeva la Svizzera spettatrice, suo malgrado, della storica contrapposizione fra Regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico. Spettatrice, in qualche modo, chiamata in causa, perché entrambi i contendenti sfruttarono la presenza di soldati svizzeri sul confine per disporre proprie postazioni in prossimità dello stesso, in modo che il nemico, per evitare il rischio di colpire forze dello stato neutrale, rinunciasse a spararvi contro.


La IV Cantoniera

Ma vediamo ora come concludere, molto semplicemente, in nostro anello. Dalla Dogana Elvetica scendiamo sulla strada fino dogana italiana (IV Cantoniera), ci immettiamo nella strada statale dello Stelvio e per essa risaliamo al passo dello Stelvio.

Copyright 2003 - 2017: Massimo Dei Cas

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

 

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