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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Albergo dei Forni-Rifugio Pizzini-Rifugio Casati- Cima di Solda
4 h
1200
E
SINTESI. All'ingresso di Santa Caterina Valfurva prendiamo a sinistra e percorriamo la strada della Valle dei Forni fino al suo termine. Parcheggiamo sotto il rifugio-Albergo dei Forni (m. 2176) e ci incamminiamo sulla pista sterrata seguendo le segnalazioni per il rifugio Pizzini-Fràttola. Superato il torrente Cedec e la malga dei Forni, ignoriamo le deviazioni per il rifugio Branca e proseguiamo sulla pista che, volgendo a nord, ci porta al ponte della Girella (m. 2346). Proseguiamo nella salita sulla pista fino al ponticello in legno oltre io quale siamo ai 2706 metri del rifugio Pizzini-Fràttola. Proseguiamo su una sterrata che si dirige verso la testata della valle, in direzione nord e poi nord-est, ignorando la deviazione a sinistra per i passi di Val Zebrù. Proseguiamo su terreno morenico, con qualche saliscendi, guadando un ramo del torrente e passando a destra (cioè a valle) del primo laghetto di Cedec, in direzione della testata che chiude la valle. Passiamo, quindi, a destra dell’edificio della teleferica che serve il passo e superiamo, su un ponticello in legno, il torrente che esce dal secondo laghetto di Cedec, raggiungendo, così, il punto nel quale parte il sentiero che porta al passo di Cevedale con molte serpentine e qualche tratto ripido, sul versante di sfasciumi sotto il passo. Un ultimo traverso a destra ci porta ai pochi tornanti che ci consentono di accedere al passo di Cevedale (m. 3266), al di là del quale, a breve distanza, si trova il grande edificio del rifugio Casati (m. 3254); alla sua sinistra, poco più in alto, l’edificio più piccolo del rifugio Guasti. Un tracciato di origine militare, che parte nei pressi del rifugio Guasti ci consente di superare gli ulteriori 100 metri o poco più di dislivello che ci separano del cupolone della cima di Solda (m. 3387) in 20-30 minuti.


Gran Zebrù ed Ortles visti dalla cima di Solda

Cima di Solda (Sulden-Spitze), m. 3387: uno immagina strapiombi, vertiginose pareti di roccia, canaloni da brivido. Potenza della suggestione! A vederla da vicino, questa cima, ha, invece, un aspetto del tutto inoffensivo. Si tratta di un grande panettone di sfasciumi, ricoperto in buona parte, anche a stagione avanzata, da un nevaio, sul quale convergono i vertici di tre valli, la Val Cedec, a sud e sud-ovest (Valfurva), la Val di Solda a nord e la Val Martello ad est e a nord-est (entrambe in Alto Adige). Niente che richieda impiego alpinistico: qualunque escursionista con un buon allenamento ci arriva senza problemi e senza eccessive fatiche. Oltretutto ci sono due ottimi rifugi (Pizzini-Fràttola e Casati-Guasti) che possono servire come punto di appoggio per chi volesse ridurre l’impegno della salita.
Una salita così facile, si potrebbe pensare allora, non varrà molto, dal punto di vista panoramico. Niente affatto: il tutto avviene in una delle cornici più belle delle Alpi Centrali, sul crinale fra Valfurva ed Alto Adige, al cospetto della splendida piramide del Gran Zebrù (il più armonico e maestoso profilo di una cima fra quanti la Valtellina può regalare), dell’Ortles e del grande scivolo di ghiaccio che sale alla cime del Cevedale. Ad impreziosire ulteriormente l’escursione alla cima di Solda si aggiungono elementi di fortissimo interesse storico: mentre oggi spira in questi luoghi solo l’impetuoso vento che spesso spazza il passo del Cevedale (porta di accesso alla vetta), una novantina di anni fa i tragici venti di guerra del primo conflitto mondiale la facevano da padrone, dal momento che allora questa era terra di confine fra Regno d’Italia ed Impero Austro-Ungarico, e quindi fronte di primaria importanza, sul quale si contrapponevano soldati divisi dalla lingua e dall’appartenenza nazionale, uniti dalla comune sorte della durissima vita di trincea in alta montagna.
C’è, dunque, più di un buon motivo per visitare questa cima. Per farlo dobbiamo salire da S. Caterina Valfurva in Valle del Forno, lungo la stradina asfaltata che si imbocca lasciando sulla sinistra la ss. del passo del Gavia e che termina, dopo 6 km, al parcheggio nei pressi del rifugio-albergo dei Forni (m. 2176). Lasciata qui l’automobile, ci incamminiamo sulla carrozzabile sterrata (la “strada da li pizzini”, chiusa al traffico privato; è però possibile fruire del servizio di autotrasporto fino al rifugio Pizzini) seguendo le segnalazioni per il rifugio Pizzini-Fràttola. La pista, superato uno sbarramento artificiale, si dirige verso l’imbocco della Val Cedec, che confluisce, da nord, nella Valle dei Forni e che dovremo percorrere interamente, fino alla testata, dove è posto il passo del Cevedale.
Sul nome di questa splendida valle, una delle più belle delle alpi valtellinesi, c’è da osservare che esso nasce da un’errata trascrizione del nome originale, che è Cédè: la pronuncia con la “c” finale, è, dunque, errata, anche se ormai è invalsa nell’uso e riportata dalle carte. Difficile è, poi, stabilire la sua origine: forse proviene da “ceda”, che significa siepe, recinto, luogo recintato.
La pista oltrepassa una prima volta, da sinistra a destra, le irruenti acque del torrente Cedec, portandosi poi, con alcuni tornanti, alla malga dei Forni (m. 2318). Percorrendola, possiamo ammirare, alla nostra destra, lo splendido scenario dell’alta Valle dei Forni, ed in particolare il possente ghiacciaio del Forno, sovrastato dalla punta S. Matteo (m. 3684) e dal monte Vioz (m. 3645). Il ghiacciaio è uno dei più belli dell’arco alpino, ed è ancora imponente, nonostante, nell’arco degli ultimi 140 anni, si sia ritirato di oltre 2 km. Rappresenta, inoltre, un raro esempio, in territorio italiano, di ghiacciaio di tipo hymalaiano, in quanto la colata principale è alimentata da colate secondarie che provengono da altrettanti bacini nell’arco montuoso conosciuto come complesso delle Tredici Cime, dal monte Cevedale al pizzo Treséro Ignorando le deviazioni per il rifugio Branca, proseguiamo sulla pista che, volgendo a nord, ci porta al ponte della Girella (m. 2346), al quale le acque del torrente giungono dopo un percorso a zig-zag che giustifica il nome; oltre il ponte, la pista prosegue, con andamento irregolare, fino al rifugio, addentrandosi nella valle, nello splendido scenario dominato dal regolare cono del Gran Zebrù, la cima denominata in lingua tedesca “Königspitze”, cioè la Cima del Re (m. 3859).
Questa denominazione, assai felice, esprime nel modo migliore la maestà di questa cima, che, soprattutto vista dalla val Cedec, colpisce per il suo innalzarsi solitario ed imponente in uno scenario ampio e solenne. Stupirà, quindi, sapere che la denominazione deriva da un grossolano errore dei topografi che trascrissero appunto in Königspitze la denominazione tirolese di “cunìgglspizze”, che, in realtà, non ha niente a che fare con “könig”, re, ma con “könich”, cioè con i cunicoli delle miniere scavate sul suo versante altoatesino. Non stupisce, invece, che su tale cima siano fiorite diverse leggende, alle quali possiamo pensare mentre i nostri passi ci avvicinano al rifugio Pizzini. È interessante osservare innanzitutto che cime come queste (turrite ed isolate) hanno dato luogo a leggende simili. In ambito valtellinese, è possibile accostare il Gran Zebrù al pizzo Scalino, in Valmalenco. Di entrambi, infatti, si racconta che non siano solo montagne, ma torri, nelle quali dimorano spiriti di cavalieri.
In particolare il Gran Zebrù sarebbe il castello degli spiriti buoni, posto al confine fra cielo e terra; qui le anime dei più valenti fra gli uomini dimorano felici, nell’attesa di salire al paradiso del sole. Il nome di questo castello deriverebbe, poi, dal principe che lo governa, il nobile cavaliere Johannes Zebrusius, sfortunato protagonista di una delle più commoventi storie d’amore che risalgono al medioevo. A metà del secolo XII Johannes era feudatario della Gera d’Adda e si innamorò di Armelinda, figlia di un castellano del Lario. Mentre questa dichiarava di ricambiare l’amore del cavaliere e gli prometteva eterna fedeltà, il padre si opponeva fermamente ad esso. Per il dolore, ma anche nella speranza di superare l’opposizione di questo padre, mettendosi in buona luce ai suoi occhi, Johannes decise di partire per la Crociata in Terrasanta, dove rimase quattro anni. Tornò, quindi, animato dalle migliori speranze, che però furono subito brutalmente deluse: non solo il padre non aveva cambiato idea, ma anche l’amata gli aveva voltato le spalle, accettando il matrimonio con un castellano del milanese. Piegato dal dolore, Johannes decise di abbandonare il mestiere delle armi e di farsi eremita. Salì, dunque, ai più remoti e solitari fra i monti, scegliendo come dimora la Val Zebrù, dove visse trent’anni ed un giorno nella solitudine e nelle preghiere. Quando sentì giunta la sua ultima ora, si lasciò andare sui tronchi di un congegno che lui stesso aveva preparato: il peso del suo corpo lo mise in moto e fece calare sul moriente un enorme masso bianco, su cui era scritto “Joan(nes) Zebru(sius) a.d. MCCVII”, che fu la sua tomba, e che si vede ancora dalla Baita del Pastore guardando verso il limite inferiore del ghiacciaio della Miniera.
La sua vicenda divenne presto assai nota, e da lui la valle prese il nome. Ma la sua storia non finisce qui (sarebbe un finale davvero troppo triste!), perché il profondissimo dolore ed i lunghi anni di stenti, mortificazioni e preghiere lo avevano a tal punto purificato da farne un’anima meritevole di una sorte eminente: divenne, così, principe del castello dei grandi spiriti, il Gran Zebrù, appunto. Il nome di questo monte è, così, doppiamente legato a quello del cavaliere Zebrusius e, a quanto si dice, alla radice celtica “se” (“spirito buono”), congiunta con “bru” (abbreviazioni di “brugh”, che significa “rocca”, “luogo fortificato”).  Questo dice la leggenda (cfr. la raccolta “Leggende in Alta Valtellina”, a cura di Maria Pietrogiovanna, Valfurva, 1998).
Le ricerche etimologiche sembrano suggerire un’ipotesi diversa, agganciando “Zebrù” al latino “super”, avverbio che significa “sopra”, per cui lo Zebrù sarebbe la cima per eccellenza, la cima che sta sopra le altre montagne.


Laghetti dello Zebrù

Ipotesi, anche questa, in perfetto accordo con la sua aria maestosa e regale, che non è stata intaccata neppure dopo che, nel 1860, la sua cima venne calcata per la prima volta dall’alpinista Tuckett, il quale, nel rispetto della solennità della montagna, la salì senza ramponi.
Direi che ci sono sufficienti spunti di riflessione per tenerci occupati per l’ora e mezza o poco più di cammino necessaria per raggiungere, superato una volta ancora il torrente su un ponticello in legno, i 2706 metri del rifugio Pizzini-Fràttola. Poco sotto il rifugio, prima del ponte, intercettiamo una pista più alta che proviene da sinistra e che parte dal secondo tornante della sterrata che abbiamo percorso (indicazioni per le rovine della caserma, il rifugio Pizzini, Predaglio e la Val Manzina), rimanendo sempre sul lato di sinistra – per chi sale – della Val Cedec; potremmo, quindi, sfruttare per la salita anche questa pista, che passa per le Baite dei Forni, a m. 2389, ed i ruderi di vecchie fortificazioni militari della Grande Guerra e di una caserma, a m. 2547.
Al rifugio (cui è annesso il bivacco Zeledria, sempre aperto) possiamo concludere la prima parte dell’escursione, per affrontare la seconda il giorno successivo, oppure semplicemente sostare, riprendendo poi la marcia verso il rifugio Casati. Questa avviene proseguendo su una sterrata che si dirige verso la testata della valle, in direzione nord e poi nord-est. Un cartello segnala la deviazione, sulla sinistra, del sentiero (“troj del pass Zebrù”) che porta al passo dello Zebrù (m. 3028) e che permette di scendere nella valle omonima, raggiungendo la Baita del Pastore o traversando ai rifugi Bertarelli-V Alpini.
Ignorata la deviazione, proseguiamo su terreno morenico, con qualche saliscendi, guadando un ramo del torrente e passando a destra (cioè a valle) del primo laghetto di Cedec, in direzione della testata che chiude la valle, mentre alla nostra destra si fa sempre più ampia la visuale della vedretta di Cedec, che scende, verso nord-est, dall’arrotondata cima del monte Pasquale (m. 3553), a destra, e dal monte Cevedale, a sinistra (m. 3769). Passiamo, quindi, a destra dell’edificio della teleferica che serve il passo e superiamo, su un ponticello in legno, il torrente che esce dal secondo laghetto di Cedec, raggiungendo, così, il punto nel quale parte il sentiero che porta al passo di Cevedale con molte serpentine e qualche tratto ripido, sul versante di sfasciumi sotto il passo.


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Siccome ci attende ora lo sforzo più consistente, cerchiamo di distrarci pensando ad un’altra leggenda, quella connessa con questo secondo grande monte. Se il Gran Zebrù è il castello degli spiriti buoni, il Cevedale è la dimora delle più buone e nobili anime femminili, che vivono, beate, in un grande palazzo sotterraneo, tappezzato da tenero muschio e nascosto agli sguardi dalla perenne coltre di neve e ghiacci. Qualche volta, però, si mostrano agli occhi degli uomini, ed appaiono, per brevi istanti, nella luce abbagliante del ghiacciaio, con la veste candida ed i capelli ornati di fiori. Possiamo sempre tentare di fissare lo sguardo nella viva luce del ghiacciaio: se ne saremo degni, potremo per qualche attimo scorgere queste nobili figure (e se così avverrà, sarà forse per caso, dal momento che il nome tedesco del Cevedale è Zufalsspitze, cioè Cima del Caso - o anche del pericolo). Sicuramente quel che vedremo per qualche attimo sarà il rifugio, che sembra quasi a portata di mano, diritto sopra la nostra testa, ma la salita risulterà sicuramente piuttosto faticosa, anche perché, per la quota elevata, diminuisce la concentrazione di ossigeno nell’aria.
Un ultimo traverso a destra ci porta ai pochi tornanti che ci consentono di accedere al passo (m. 3266), al di là del quale, a breve distanza, si trova il grande edificio del rifugio Casati (m. 3254); alla sua sinistra, poco più in alto, l’edificio più piccolo del rifugio Guasti. Alla nostra sinistra (nord-ovest), ancora più maestosa, se possibile, la torre del Gran Zebrù, a destra della quale (a nord del rifugio) si riconosce facilmente l’arrotondata cima di Solda. Alla nostra destra (sud-est), il grande ghiacciaio che sale fino alla cima del monte Cevedale, classica meta che si raggiunge con relativa facilità dal rifugio Casati (relativa facilità in quanto non comporta passaggi di arrampicata, in quanto avviene interamente su ghiacciaio; ciò non toglie che vada affrontata con tutte le cautele del caso – preparazione fisica adeguata, ramponi, piccozza, corda – e con l’ausilio di una guida).


Il Cevedale visto dalla Cima di Solda

Restando nell’ambito dell’impegno escursionistico, è la cima di Solda a fare per noi: un tracciato di origine militare, che parte nei pressi del rifugio Guasti ci consente di superare gli ulteriori 100 metri o poco più di dislivello che ci separano da essa, in 20-30 minuti. Dalla cima il panorama si ampia verso nord-ovest, perché appare la più poderosa ed alta cima di questo gruppo, l’Ortles (o, in lingua tedesca, Ortler, m. 3905), con la luminosa vedretta di Solda che scende dalle sue pendici verso sud-est.
A conti fatti, questa facile ascensione richiede, dall’albergo dei Forni, 4 ore circa (ma il tempo varia sensibilmente in funzione dell’allenamento fisico); il dislivello approssimativo in altezza è di 1200 metri. Qualche ultima riflessione storica, al di là di quelle escursionistiche e paesaggistiche, si impone. Siamo, come già detto, in uno dei punti più nevralgici del lungo fronte che contrappose, durante la Prima Guerra Mondiale, l’esercito italiano e quello austro-ungarico. Quest’ultimo controllava il crinale che, partendo dal Gran Zebrù e passando dalla cima di Solda, dal monte Cevedale, dal Palòn de la Mare e dal monte Vioz, arrivava alla punta S. Matteo, mentre le fortificazioni italiane si snodavano dalle cime dei Forni al Dosegù, passando dal Tresero e dalla punta Pedranzini. La nostra escursione ci consente di osservare ancora molti segni legati al conflitto, come i resti delle fortificazioni al passo di Cevedale. Riesce difficile immaginare come si potesse condurre una guerra in luoghi tanto maestosi e sublimi. Una guerra nella quale, oltretutto, due terzi delle vittime non furono legate a scontri fra soldati, ma al gelo, ai crepacci ed alle valanghe. Ma di questo ed altro è capace l’uomo.
Per meglio comprendere di quali gesti di eroismo quasi sovrumano furono testimoni le rocciose pendici del Gran Zebrù, riportiamo un passo tratto da “Storie di guide, alpinisti e cacciatori”, di Bruno Credaro, edito dalla Banca Popolare di Sondrio.
"Quando al principio della guerra gli austriaci occuparono di sorpresa il passo dello Stelvio e lo Scorluzzo, i nostri alpini, per parare il colpo, dovettero conquistarsi posti di resistenza su quella lunga catena che, con quote sui 3500 metri, va dal Monte Cristallo alla Thurwieser, tutti monti che davano sulla valle Zebrù con pareti a picco di mille metri d'altezza…


Gran Zebrù, cima di Solda e rifugio Casati-Guasti

A metà maggio del 1916 gli austriaci avevano occupato il Gran Zebrù, salendo dal non difficile pendio ghiacciato del fianco orientale. Dall'alto di quella vetta isolata a 3860 metri, dominavano un vastissimo orizzonte. A quell'impresa i nostri dovevano opporne una equivalente e cercare di issarsi sulla stessa cima a distanza minima: impresa disperata, perchè dal versante di val Zebrù la montagna s'innalzava con una paretaccia alta un migliaio di metri e di lì bisognava salire. La parete era solcata da un canalone ripidissimo, defilato però, almeno in alcuni tratti, al tiro dei nemici. Approfittando del tempo cattivo e della poca visibilità, gli alpini fissarono una corda sui primi trecento metri. Poi aspettarono il momento favorevole. Per l'azione erano stati scelti cinque: il sergente ente Giuseppe Tuana e i caporali maggiori Stefano Schivalocchi, Giuseppe Canalini, Nino Dell’Andrino e Severino Grenil; erano la punta di diamante di quelle truppe fortissime. Poichè le difficoltà alpinistiche erano almeno pari a quelle militari e si univano formando un terribile binomio, quei valorosi furono lasciati liberi dal comando di scegliere il giorno, o meglio la notte, per l'azione.


Gran Zebrù, Ortles e rifugio Casati-Guasti

E così, quando le condizioni parvero meno avverse, una sera di giugno, appena l'oscurità fu quasi completa, partirono all'attacco, seguiti per i primi trecento metri di dislivello fin dove arrivava la corda fissa, da una squadra che portava materiali e munizioni: questi tornarono e i cinque si trovarono soli sulla grande parete. Incominciò allora la fase decisiva: una salita di settecento metri, già difficile in condizioni alpinistiche normali, che diventava snervante perchè si doveva compiere al buio, indovinando gli appigli, in parte su chiazze di neve gelata della quale, in quelle condizioni, non potevano giudicare l'inclinazione che risultava sempre fortissima; e tutto doveva essere fatto nel massimo silenzio. come nella fase di accostamento ai camosci e per ventura erano tutti cacciatori. Ma lassù non si trattava di camosci: erano canne di mitragliatrici, pronte a incominciare la loro canzone di morte al primo sospetto e sarebbero bastati un paio di razzi per svelare quei cinque ragni eroici che salivano su per il muraglione della König.
La grande padronanza dell'ambiente permetteva a loro di guadagnare rapidamente l'altezza e di risolvere con una notevole autonomia le difficoltà; si bisbigliavano di tanto in tanto qualche suggerimento, ma guai se uno fosse stato meno bravo e coraggioso degli altri.
Finalmente furono sulla cresta terminale, a meno di cento metri dal posto austriaco; si incastrarono nelle fessure della roccia, cercarono qualche risalto per metterci gli scarponi, scavarono il ghiaccio per crearsi ín qualche modo un riparo. E quando fu chiaro, sparando sulle sentinelle austriache, fecero sapere al nemico che ora sul Gran Zebrù c'erano anche loro.
Nel corso di poche notti ebbero un po’ di rifornimento; riuscirono ad impiantare in un angolo morto una piccola baracca e tirarono fin lassù anche in filo telefonico.


Rifugio Casati e monte Cevedale

Ma i telefoni intanto lavoravano dalla parte opposta e un giorno dalle postazioni nemiche incominciò un duro bombardamento, concentrato su quel minuscolo posto della cresta; a tenerlo erano ancora ín cinque: uno fu ucciso, un paio feriti; ma í nemici non osarono attaccare e coni quel punto altissimo fu tenuto fino alla vittoria. Ora sapete perché il Nino e il Trombinin, quando si incontrano, si abbracciano e si baciano e si guardano con un compiacimento estatico: come per persuadersi, ancora dopo tanti anni, che sono proprio usciti vivi da quella gloriosa e disperata impresa."


Gruppo del Bernina dal rifugio Casati-Guasti

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

 

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