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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Verva-Cima di Verva
4 h
1040
E
SINTESI. Percorrendo la ss. 310 del Foscagno all’ultimo tornante dx prima del lungo traverso che conduce al passo, in località Arnoga (m. 1850), troviamo, sulla sinistra (proprio sul tornante) la stradina che se ne stacca (indicazioni per il rifugio Viola) e si inoltra in Val Viola Bormina (acquisto di pass in estate). Ci portiamo così al per il parcheggio di Verva, che è posto poco a valle rispetto alla strada. Iniziamo a percorrere una stradina che parte dal limite del parcheggio e scende verso il fondovalle, passando per l'alpe Campo. Ignorata la pista che a destra si dirige al rifugio Viola, scendiamo ad una conca, dove termina la discesa, in località Baite Paluetta. Dopo una leggera salita, troviamo, sulla sinistra, una pista sterrata che se ne stacca e comincia a scendere fino al ponte sul torrente Viola. Sul lato opposto della valle troviamo la pista che comincia a salire giungendo all'imbocco della Val Verva e cominciando ad inoltrarsi in essa, sul suo lato destro (per noi). Passiamo così a destra della Cascina di Verva (m. 2123) ed a sinistra del Sasso di Castro. Poco più avanti, ad una quota di circa 2250 metri e ad una distanza approssimativa di un chilometro dal ben visibile passo di Verva, dobbiamo prestare attenzione al versante alla nostra destra. Superati alcuni grandi massi, vediamo, osservando bene, la partenza di un sentiero, non molto marcato (l’erba se lo sta mangiando), ma individuabile. Seguendolo, ci allontaniamo dal passo di Verva e saliamo gradualmente verso nord-ovest. Superata una portina fra due massi, siamo ad un punto che richiede un po’ di attenzione, perché una falsa traccia sembra proseguire diritta, mentre la vera mulattiera scarta a sinistra e propone una sequenza di tornantini sx-dx-sx-dx, prima di passare sotto un masso di medie dimensioni e di riprendere l’andamento diritto, in graduale salita. Superato un masso con un piccolo ometto, scavalchiamo tre vallecole. Segue una serrata sequenza sx-dx, oltre la quale attraversiamo una fascia di massi ed un vallone. Proseguiamo diritti fino al punto con una nuova sequenza sx-dx: memorizziamola per il ritorno, perché non è facilmente individuabile. Poi siamo a due modesti corsi d’acqua, che scendono placidamente seminascosti dai sassi: probabilmente al ritorno scenderemo seguendoli. La mulattiera li supera e procede in direzione del filo di un dosso erboso. Percorriamo ora una sorta di largo corridoio erboso, dove la pista, per quanto poco marcata, si individua bene. Ci dirigiamo verso un più stretto corridoio, fra rocce arrotondate, a destra, e rocce. Ora dobbiamo procedere a vista. A monte del rudere c’è un piccolo promontorio roccioso che dobbiamo aggirare sfruttando un ripido canalino sulla destra. Raggiunto così un ripiano, vediamo di fronte a noi, un secondo più alto gradino, che dobbiamo superare. Piegando leggermente a destra, ci portiamo ai piedi del crinale, abbastanza ripido. Esiste un sentierino, che si vede appena e che lo risale, con modeste serpentine, quasi diritto, passando un centinaio di metri a sinistra di un caratteristico roccione, che vediamo in alto. Ci affacciamo così ad una bella conca (m. 2550), con un microlaghetto alla nostra sinistra. Proseguiamo nella salita, risalendo una sorta di corridoio appena a monte del laghetto, guadagnando il ciglio di una conca più ampia. Vediamo ora, alla nostra sinistra, un po’ più in basso, un secondo e più grande microlaghetto, dalla forma che assomiglia vagamente ad una tozza “U". Saliamo ancora verso ovest, in diagonale, tagliando, verso sinistra, il facile versante a monte del microlaghetto, fino ad un grande ripiano in buona parte occupato da detriti chiari, con un grande masso erratico quasi sul ciglio, alla nostra sinistra. Procediamo passando nei pressi di una pozza e giungiamo in vista del lago di Verva (m. 2640). Procediamo contornando il lago sul lato di destra, scavalcando l’emissario e portandoci a ridosso del ripido versante. Qui troviamo in sentierino che comincia a risalirlo in diagonale, verso sinistra, con pendenza modesta. Ora, prendiamo come riferimento il lago che resta alle nostre spalle: una volta raggiunta la verticale del punto medio del suo lato settentrionale, dove la sua riva descrive una sorta di insenatura, lasciamo il sentierino e prendiamo a destra, risalendo la ripida striscia erbosa che troviamo diritta sopra di noi, compresa fra due strisce di versante occupato da sfasciumi e terriccio. Alla fine giungiamo ad una sella sul crinale e prendendo a sinistra siamo alla cima di Verva (m. 2826).

La Val Verva, prima laterale meridionale della Val Viola Bormina, ebbe in passato un’importanza storica non secondaria come porta di accesso alla contea di Bormio dal Terziere superiore di Valtellina. Venne utilizzata, per esempio, nel 1376 dalle truppe del duca di Milano che invasero dalla Val Viola il Boemiese per punire Bormio, con il primo terribile saccheggio, per la ribellione del 1370: risalirono l’intera Val Grosina e scensero in Val Verva dal passo omonimo (m. 2301); la fortificazione di Serravalle venne così semplicemente elusa. Anche la denominazione sembra testimoniare di insediamenti assai antichi nella valle: Verva deriva, forse, da “Vervinius” che, a sua volta, contiene una radice etrusca simile a quella di “Berbenno” (anche se non è da escludere l’origine da “vevra”, “spineto”). Sul lato nord-occidentale della valle, ben nascosto, si trova un incantevole ripiano, che ospita alcuni laghetti, il più grande dei quali è chiamato lago di Verva (m. 2640); appena a nord-ovest del lago si eleva la cima (o monte) di Verva (m. 2826), ottimo punto panoramico, di accesso relativamente facile. Un’escursione che vada a scoprire questi luoghi è sicuramente inusuale, ma di sicura soddisfazione, anche perché il sistema di laghetti guarda alla vicina parete occidentale della cima Piazzi, in uno dei più classici scenari alpini. Mettiamo nel conto, infine, anche la solitudine dei luoghi: qui non troveremo certo, neppure nei momenti di punta della stagione, frotte di camminatori ma, al più, potremo sorprendere anche qualche ungulato. Unica pecca: la monotonia della marcia di avvicinamento, che avviene percorrendo un tratto della Val Viola e risalendo quasi interamente la Val Verva.
Percorrendo la ss. 310 del Foscagno all’ultimo tornante dx prima del lungo traverso che conduce al passo, in località Arnoga (m. 1850), troviamo, sulla sinistra (proprio sul tornante) la stradina che se ne stacca (indicazioni per il rifugio Viola) e si inoltra in Val Viola Bormina (niente a che vedere con il colore viola o con il fiore: l’antica denominazione è, infatti, “Albiola”, da “alveolus”, piccolo alveo, con probabile riferimento agli inghiottitoi che si trovano in alcuni punti del letto del torrente omonimo). La stradina è chiusa dopo 5 km, ma nella stagione estiva anche nel primo tratto è soggetta ad una tariffa giornaliera di 3 o 5 euro, a seconda del parcheggio cui scegliamo di accedere. Scegliamo il più vicino parcheggio di Verva. Superata la località Dosso (la riconosciamo perché ad una prima ripida salita succede un’altrettanto ripida discesa), troviamo l’indicazione per il parcheggio di Verva, che è posto poco a valle rispetto alla strada.
Lasciamo, dunque, qui l’automobile ed iniziamo a percorrere una stradina che parte dal limite del parcheggio e scende verso il fondovalle. All’inizio siamo all’ombra di una fesca pecceta e, sul fondo, si staglia il profilo inconfondibile del Corno di Dosdè. La discesa termina all’alpe Campo, dove troviamo anche alcune baite costruite con la parte inferiore in muratura e quella superiore in legno, con la tecnica del block-bau o cardana (incastro dei tronchi negli angoli). La strada qui assume un andamento pianeggiante. Dopo una breve salita, scendiamo ancora, lasciando alla nostra destra, in corrispondenza di una cappelletta, una pista secondaria che si inoltra nella valle (indicazioni per la Val Viola ed il rifugio Viola). Alla fine giungiamo ad una conca, dove termina la discesa, in località Baite Paluetta.
Qui la strada si porta in prossimità di un’area di campeggio. Dopo una leggera salita, troviamo, sulla sinistra, una pista sterrata che se ne stacca e comincia a scendere. Dopo poche decine di metri, nel punto in cui la pista viene raggiunta da una seconda pista pianeggiante che proviene dall’ingresso della pista, si trova un cartello escursionistico che dà l’alpe Verva ad un’ora e venti ed Arroga a 45 minuti. Proseguiamo nella discesa, sul sentiero numerato 201, fino al fondovalle, dove un ponte ci permette di passare dal versante settentrionale a quello meridionale. Sul lato opposto la pista inizia a salire, verso sinistra. Una breve discesa ci porta ad un pannello che illustra le caratteristiche del bosco misto di latifoglie; segue un tratto pianeggiante, poi la salita riprende. Guardando a sinistra notiamo, con un po’ di disappunto, che dopo una buona mezzora di cammino siamo ancora più bassi del parcheggio dal quale siamo partiti. Ma, come si dice, la pazienza è la virtù dei forti. Raggiungiamo una sequenza di tornanti dx-sx; guardando oltre l’imbocco della Val Viola, vediamo, sul fondo, le cime della Val Fraele ed il monte delle Scale. La pista descrive poi un arco verso destra e raggiunge un bel poggio erboso: vediamo, ora, davanti a noi l’imbocco della Val Verva e passiamo nei pressi di un gruppo di baite (Baite Verva di sotto), che lasciamo alla nostra destra.
La pista ora assume un andamento costante sud-sud-est, risalendo la valle sul suo versante occidentale (destro per noi), con pendenza media ed in qualche tratto accentuata. Ignorate un paio di piste secondarie che si staccano sulla nostra destra, cominciamo a vedere, sul fondo della Val Verva, il Sasso Maurigno, posto a sud-est del passo di verva, fra Val Verva e Val Grosina. Incontriamo anche un cartello dell’Alta Via della Magnifica Terra, che dà, sul sentiero 201, il passo di Verva ad un’ora, il rifugio Falck ad un’ora e 50 minuti ed Eita a 2 ore e 20 minuti. Un diverso itinerario, invece, porta, sul lato opposto della valle al bivacco Ferrario ad un’ora e mezza, il bivacco cantoni a 2 ore e mezza e l’alpe Boron a 3 ore. Un terzo itinerario, che si dirige in direzione opposta, cioè verso l’interno della Val Viola, sul suo versante sud-orientale, porta al lago di Selva in un’ora e trenta, al rifugio federico al Dosdè in 2 ore e mezza ed al rifugio Viola in 3 ore e 40 minuti.
Poco più avanti, siamo all’alpe Verva ed una pista che si stacca sulla sinistra porta alla Cascina di Verva (m. 2123), nella quale, d’estate, possiamo trovare ristoro, perché l’alpe è caricata. Se guardiamo in alto, alla nostra destra, vediamo una caratteristica torre di roccia; alla sua destra, una cima scoscesa: si tratta della cima di Verva che, da qui, sembra inaccessibile (ma sul versante opposto ha un aspetto decisamente meno repulsivo). Proseguiamo superando una successione di tre gobbe. Alla nostra destra, ora, precipita, con pareti scure e verticali, il Sasso di Castro (oltre la sua sommità si apre un versante di pascoli per il quale passeremo). Il passo di Verva sembra sempre lì, a portata di mano, mentre in realtà è ancora abbastanza lontano. Sulla nostra sinistra vediamo un bel pianoro paludoso, con un pannello che ne illustra le caratteristiche.
Poco più avanti, ad una quota di circa 2250 metri e ad una distanza approssimativa dal passo di un chilometro, dobbiamo prestare attenzione al versante alla nostra destra. Superati alcuni grandi massi, vediamo, osservando bene, la partenza di un sentiero, non molto marcato (l’erba se lo sta mangiando), ma individuabile. Non ci sono cartelli, né segnavia. Il sentiero procede alzandosi gradualmente sul versante di erba e sassi. Ha un andamento regolare, perché si tratta di una mulattiera militare tracciata durante il primo conflitto mondiale, con la finalità di servire una postazione collocata sul pianoro che sovrasta il Sasso di Castro, per dominare la bassa Val Viola. Cadorna temeva, infatti, che la Confederazione Elvetica, nonostante la dichiarazione di neutralità, concedesse alle truppe Austro-Ungariche il passaggio suo territorio, quindi attraverso l’Engadina e la Valle di Poschiavo. Se così fosse accaduto, la Val Viola ed il facile passo che dà sul territorio elvetico sarebbe diventata una delle possibili direttrici di un’invasione che avrebbe preso alle spalle l’intero sistema difensivo italiano sul allestito sul fronte Stelvio-Ortles-Cevedale. Era, quindi, una necessità categorica, di fronte a questa possibile minaccia, bloccare tempestivamente l’esercito nemico prima che guadagnasse il fondovalle. Procediamo, dunque, tornando indietro verso l’imbocco della Val Verva (direzione nord-ovest).
Superata una portina fra due massi, siamo ad un punto che richiede un po’ di attenzione, perché una falsa traccia sembra proseguire diritta, mentre la vera mulattiera scarta a sinistra e propone una sequenza di tornantini sx-dx-sx-dx, prima di passare sotto un masso di medie dimensioni e di riprendere l’andamento diritto, in graduale salita. Superato un masso con un piccolo ometto, scavalchiamo tre vallecole, in sequenza, la prima più marcata, la seconda meno, la terza meno ancora. Segue una serrata sequenza sx-dx, oltre la quale attraversiamo una fascia di massi ed un vallone. Ci aspetteremmo di cominciare a salire sul versante alla nostra sinistra, ma il sentiero procede diritto, attraversando anche un breve tratto ripido ed un po’ esposto. Segue un punto con una nuova sequenza sx-dx: memorizziamola per il ritorno, perché non è facilmente individuabile. Poi siamo a due modesti corsi d’acqua, che scendono placidamente seminascosti dai sassi: probabilmente al ritorno scenderemo seguendoli. La mulattiera li supera e procede in direzione del filo di un dosso erboso. Percorriamo ora una sorta di largo corridoio erboso, dove la pista, per quanto poco marcata, si individua bene. Ci dirigiamo verso un più stretto corridoio, fra rocce arrotondate, a destra, e rocce più tormentate, a sinistra. Superato il corridoio, vediamo alla nostra sinistra il rudere di una casermetta (m. 2450).
Qui termina la mulattiera, e da qui dobbiamo sostanzialmente procedere a vista o su sentierini appena accennati. Prima di procedere, diamo uno sguardo verso est, dove si mostra, in tutta la sua eleganza, il versante occidentale della cima Piazzi, la vera protagonista di questa escursione. Alla sua sinistra possiamo distinguere il passo di Foscagno. Focalizziamo, poi, bene un concetto: a valle della casermetta scende un declivio erboso. Ebbene, togliamoci dalla mente l’idea di scendere da lì, al ritorno, magari per abbreviarlo: il declivio termina bruscamente sulla soglia delle scure e verticali pareti del Sasso di Castro, che abbiamo avuto modo di vedere da vicino salendo sulla pista della Val Verva. A monte del rudere c’è un piccolo promontorio roccioso che dobbiamo aggirare sfruttando un ripido canalino sulla destra (non portiamoci, però, troppo a destra, perché ci troveremmo sul ciglio di uno scosceso canalone: il canalino si trova quasi sulla verticale del rudere).


Val Verva

Al termine della salita, ci affacciamo ad un primo grande ripiano. Di fronte a noi, un secondo più alto gradino, che dobbiamo superare. Piegando leggermente a destra, ci portiamo ai piedi del crinale, abbastanza ripido. Esiste un sentierino, che si vede appena e che lo risale, con modeste serpentine, quasi diritto, passando un centinaio di metri a sinistra di un caratteristico roccione, che vediamo in alto, con fenditura che disegna una superficie quasi piana, dalla quale si è staccato un corpo franoso disteso sul versante sottostante. La salita è ripida, ma non lunga; alla nostra sinistra vediamo molto bene il passo di Verva ed anche buona parte del crinale che abbiamo tagliato salendo dalla pista per il passo. Più a destra occhieggia la mole massiccia e severa del pizzo di Dosdè.
Il sentierino ci porta ad una bella conca (m. 2550), dove ci accoglie un primo grazioso microlaghetto, che rimane alla nostra sinistra e sorride a noi ed alla parete ovest della cima Piazzi. Proseguiamo nella salita, risalendo una sorta di corridoio appena a monte del laghetto, guadagnando il ciglio di una conca più ampia. Vediamo ora, alla nostra sinistra, un po’ più in basso, un secondo e più grande microlaghetto, dalla forma che assomiglia vagamente ad una tozza “U”, contornato da un nevaietto che rimane anche a stagione avanzata. Saliamo ancora, in diagonale, tagliando, verso sinistra, il facile versante a monte del microlaghetto, fino ad un grande ripiano in buona parte occupato da detriti chiari, con un grande masso erratico quasi sul ciglio, alla nostra sinistra.


Cima Piazzi

Procediamo passando nei pressi di una pozza e, finalmente, ecco il sospirato lago di Verva (m. 2640), che occupa una conca a ridosso del ripido versante erboso che sale alla cima omonima. Alla nostra destra esce un torrentello che si va subito ad infilare in un largo e ripido canalone, lo stesso di cui abbiamo visto il ciglio poco oltre il rudere della casermetta. Il versante sul lato opposto del lago è sormontato da due gobbe; la cima di Verva è quella di sinistra.
Procediamo, dunque, contornando il lago sul lato di destra, scavalcando l’emissario e portandoci a ridosso del ripido versante. Qui troviamo in sentierino che comincia a risalirlo in diagonale, verso sinistra, con pendenza modesta. Ora, prendiamo come riferimento il lago che resta alle nostre spalle: una volta raggiunta la verticale del punto medio del suo lato settentrionale, dove la sua riva descrive una sorta di insenatura, lasciamo il sentierino e prendiamo a destra, risalendo la striscia erbosa che troviamo diritta sopra di noi, compresa fra due strisce di versante occupato da sfasciumi e terriccio. Ci sembrerà parecchio ripida, ma è la via più agevole e comunque l’erba, se è asciutta, non è scivolosa, per cui la salita sarà meno difficoltosa di quel che ci aspetteremmo (ma esattamente tanto faticosa quanto ci aspettiamo…). Una curiosità: la foto di copertina del volume terzo dedicato da Eliana e Nemo Canetta alle Escursioni (in alta Valtellina e nel gruppo Piazzi Filone, edizioni CDA – Torino, 1997) è relativa proprio alla salita di questo versante, sullo sfondo del lago di Verva e della cima Piazzi.


Laghetto

Alla fine siamo ad una selletta sul crinale, a sinistra di un gendarmetto roccioso, e qui prendiamo a sinistra, su traccia di sentiero, passando a sinistra di una modesta formazione rocciosa e raggiungendo una seconda sella, oltre la quale la salita riprende. Sulla nostra destra vediamo ora un salto roccioso verticale: si tratta del torrione che abbiamo ammirato per l’eleganza durante la salita sulla pista della Val Verva, prima della Cascina di Verva.
L’ultimo tratto della salita si fa più ripido, ma alla fine siamo fra i grandi blocchi della cima di Verva (m. 2826) e possiamo sostare ad ammirare il panorama, che non è amplissimo a 360 gradi, ma sicuramente interessante. Alla nostra sinistra, cioè a nord-ovest si impone con un bel primo piano il Corno di Dosdè (m. 3232), sulla cui cima si intravede il grosso blocco nel quale, secondo una leggenda, venne trasformato il giovane gigante, della razza dei giganti che un tempo vivevano in alta Val Viola, che tentò di rapire la principessa Viola. Immediatamente alla sua destra il passo e la piana di Val Viola, nella quale si vedono tre laghi e si distingue l’omonimo rifugio.


Pozza

Questa piana ed in generale l’alta Val Viola sono legate ad alcune interessanti leggende. La prima è quella degli uomini selvatici della Val Viola. Ecco come la presenta la leggenda Maria Pietrogiovanna, nella bella raccolta dattiloscritta “Le leggende in Alta Valtellina” (Valfurva, 27 giugno 1998):
Si narra che attorno ai laghetti posti al Passo Viola, da dove nasce il torrente omonimo, vivessero degli uomini selvatici. La loro altezza, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non superava quella di un giovanetto a quindici anni, ma la loro forza vigorosissima uguagliava la loro agilità. Le loro donne avevano capigliature fluenti di un biondo platinato e gli occhi delicati e stellati simili alle genzianelle di primavera. Spaventate fuggivano dentro gli antri del Dosdè,della Val Cantone, del Zembrasca ed il loro pianto diede origine al Viola. A causa del freddo intenso e duraturo di quassù, gli uomini erano ricoperti dì pelo fitto e lungo, le donne si ungevano il corpo con grasso di marmotte, non disdegnando le pellicce di volpe, di tasso e di martora. Si racconta pure che davano latte di camozza e carni crude ai loro piccoli per fortificarli a vincere le vertigini su dirupi e precipizi. D'estate gli uomini facevano piccole formaggelle, coglievano uova di pernici, mirtillirossi e neri, tuberi, radici, pigne di cembro e nocciole, essiccavano carni di cervo. Tutte queste provviste mettevanoin serbonelle caverne asciutte di queste pietraie. Il loro linguaggio erasibillino e pieno di oscuri monosillabi accompagnati da segniindecifrabili. Erano noti come il popolo della notte e ancor'ogginon si hanno prove dellaloro sparizione. Gli anziani di questi luoghi asseriscono anche che i macigni disseminati a coronaintorno ai laghetti a far da sbarramento sia stata opera loro, suggeritadal gigante Dosdè.”
E ancora:
Si narra che attorno ai laghetti posti al passo Viola, da dove nasce il torrente omonimo, vivessero degli uomini selvatici. Gli anziani della Valdidentro asseriscono, tra l'altro, che i macigni disseminati a corona intorno ai laghetti a far da sbarramento sia stata opera loro, suggerita dal gigante Dosdè.
Le donne di tali uomini selvatici avevano capigliature fluenti di un biondo platinato e gli occhi delicati e stellati simili alle genzianelle di primavera. Spaventate fuggivano dentro gli antri del Dosdè, della Val Cantone, del Zembrasca ed il loro pianto diede origine al Viola.”
Una seconda leggenda, narrata da Alfredo Martinelli in “Terra e anima della mia gente”, narra di Bertoldo, Veglin e Geni Martol, che ancora vivono, come spiriti, nell’alta Val Viola che fu la cornice della loro vicenda terrena.
Appena a destra della piana si distingue, con un po’ di attenzione, il pizzo Bianco (m. 2827), cima che non rivesta una particolare importanza per altezza o imponenza, ma che merita di essere ricordata perché, secondo un’altra leggenda, era il ritrovo di tutti gli spiriti malvagi del Bormiese, e soprattutto di quelli, come i confinati, trasformati in animali, che si scatenavano in empie e blasfeme ridde notturne.
Più a destra ancora si distingue l’ampio solco della Val Minestra, in cima alla quale si intuisce (resta nascosto sulla sinistra) il Colle delle Mine (m. 2801) che, introducendo alla valle omonima, permette di passare nel Livignasco. Anche il colle e la valle delle Mine sono legati a leggende di confinati: le anime malvagie dei Livignaschi sarebbero, infatti, condannate a rimanere per sempre o fino alla loro redenzione in questa valle desolata, a batter di mazza sulla rocce oppure a spingere faticosamente su erti crinali grandi massi. In cima alla valle spicca anche  il pizzo Filone, a destra del colle (m. 3133); alla sua destra, l’imponente monte Foscagno (m. 3058), da cui si diparte, verso destra, il lungo crinale che scende al passo di Foscagno. Fra le due cime si vede bene il passo della Vallaccia (m. 2614), che permette di passare nell’omonima valle, la quale scende alla conca di Trepalle.
Verso nord-est si vede una lunga teoria di cime, del Livignasco e del Bormiese; spicca, diritta dietro lo sbocco della Val Viola, il profilo regolare e pallido del pizzo di Schumbraida (m. 3124), fra Val Fraele e valle della Forcola di Rims. In posizione più avanzata si vedono alla sua sinistra le cime di Platòr ed alla sua destra le cime gemelle del monte delle Scale. Ad est si distinguono il ghiacciaio dello Stelvio, l’Ortles, il Gran Zebrù ed il monte Confinale; poi il panorama è chiuso dall’imponente versante occidentale della cima Piazzi (m. 3439), che reclama per sé il ruolo di prima donna nello scenario del panorama, mostrando anche uno scorcio del ghiacciaio del versante nord. Alla sua destra spicca l’appuntito pizzo Campaccio (m. 3143), che precede il più tozzo Sasso Maurigno (m. 3062). Segue un breve scorcio delle cime del versante orientale della Val Grosina, prima che il versante sia chiuso dalle muraglie di roccia che scendono dal pizzo o punta di Dosdè (m. 3280). Proprio sotto di noi, in questa direzione, vediamo bene il lago di Verva ed il sistema di microlaghetti dell’ampio terrazzo sul quale è posto.
Si tratta di scendere, ora: torniamo alla sella (quella giusta, non la seconda), scendiamo diritti per la striscia d’erba, contorniamo il lago sulla sinistra e proseguiamo verso destra. Possiamo scendere per una via un po’ più breve rispetto a quella di salita, puntando al masso erratico sul ciglio del grande pianoro e scendendo di lì al laghetto con vaga forma di “U” rovesciata. Scendendo, pieghiamo in diagonale a sinistra, restando un po’ sopra il laghetto, fino ad affacciarci alla conca inferiore, alla quale scendiamo. Restando a destra del microlaghetto che abbiamo incontrato salendo, cerchiamo, quindi, sul bordo della conca, il sentierino che abbiamo utilizzato salendo, e che va giù quasi diritto fino al ripiano inferiore.  Qui, invece di prendere a sinistra e ridiscendere al rudere della casermetta, seguiamo il torrentello alla nostra destra, fino ad intercettare di nuovo, più in basso, la mulattiera (nel punto in cui l’acqua scorre pigra fra i massi). Anche salendo, raggiunto questo punto, avremmo potuto tagliar fuori il rudere e salire direttamente verso sinistra, fino al versante con il sentierino, che avremmo trovato sulla destra, per sbucare a sinistra del microlaghetto e salire ancora sul corridoio che ci avrebbe portato alla pozza ed al lago di Verva. Attenzione, poi: raggiunta la mulattiera prendiamo a destra per ridiscendere in Val Verva, ma teniamo presente che poco più in là questa propone una radida sequenza di tornanti sx-dx. Resta ora la parte più ingrata dell’escursione, il ritorno all’automobile, con l’ultimo pezzo in salita. Ci consolano, sul far del tramonto, gli splendidi colori che l’imbocco della Val Viola e le cime sul fondo (Pozzin e Pettitini, fra conca di Trepalle, alpe Trela e Val Fraele) regalano.

 

 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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