STORIA
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CAMPANE: CIVO 1, 2, 3, 4; CASPANO 1, 2, 3, 4; RONCAGLIA 1, 2, 3; Cevo 1, 2; CADELPICCO


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IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Civesi): 1011 Maschi: 530, Femmine: 481
Numero di abitazioni: 1171 Superficie boschiva in ha: 136
Animali da allevamento: 1487 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 237, m. 2845 (Cima del Desenigo)
Superficie del territorio in kmq: 25,21 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Caspano m. 865, Cadelpicco m. 796, Cadelsasso m. 747, Cevo m. 660, Civo m. 743, Roncaglia m. 895, Santa Croce m. 447, Serone m. 719, Chempo m. 808, Naguarido m. 744, Vallate m. 697


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Medio Evo


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Civo è un comune unico nella provincia di Sondrio. Non è costituito, infatti, da un nucleo centrale circondato da frazioni, ma da una costellazione, da un intarsio di centri, certamente non di uguale dimensione ed importanza, anche storica, ma privi di un vero e proprio baricentro.
Tredici campanili, potremmo dire, disseminati su un territorio di straordinaria varietà, suggestione storica e bellezza naturale, sul limite orientale della solare Costiera dei Cech. Partendo dal basso, Santa Croce, Civo, Serone (sede amministrativa), Vallate, Naguarido, Chempo, Caspano, Bedoglio (dal dialettale “bedoia”, betulla), Cadelpicco, Cadelsasso e Regolido, a descrivere un arco ideale da ovest ad est, dai primi rialzi sopra la piana dell’Adda alla splendida conca di Dazio; ma poi, ancora, in posizione eccentrica rispetto a questo arco, verso nord-ovest, Roncaglia e Poira; ed, infine, oltre il limite orientale della Costiera dei Cech, sulla soglia occidentale della Val Masino, Cevo.
Tredici campanili e quattordici centri (Vallate non ha un campanile proprio). Ciascuno con una propria storia da raccontare, illustre o modesta che sia. Disseminati fra vigne, prati, castagneti, come, in antico, si disseminarono quei Franchi che, calati dallo Spluga intorno al 770 per combattere i Longobardi, diedero il nome alla Costiera che costituisce la porta di nord-ovest della Valtellina (anche se qualcuno vuole far derivare Cech da “ciechi”, con riferimento ad una certa resistenza alla conversione al Cristianesimo che le popolazioni di questa zona avrebbero mostrato).


Roncaglia

Del resto, il nome stesso, cheprobabilmente deriva da “Clivio”, cioè declivio montano, testimonia che anche in passato questo comune identificava la propria essenza nell’essere ramificato sul versante montuoso che lo ospita.
Agli inizi dell’Ottocento, tanto per rendere l’idea, e precisamente nel 1807, esso risultava costituito da 1412 abitanti complessivi (più di ora: i dati ANCITEL per il 2005 gli attribuiscono 1059 abitanti), ma quel che colpisce è la loro distribuzione nelle diverse frazioni: Roncaglia ne contava 240, Caspano 150, San Carlo 100, San Rocco 100, Santa Croce 100, Cevo 120, Regolido 120, Desco 80, Casa del Sasso 90 e Civo 312.
Facciamo un salto indietro nel tempo: i documenti del secolo XIV (quando Civo era comune del Terziere inferiore della Valtellina, nella squadra di Traona, e rientrava, dal punto di vista religioso, nella Pieve di Ardenno, dalla quale si separò nel 1489) menzionano le contrade di Caspano, Bedolio, Casa del Pico, Casa del Sasso, Roncaglia di Sopra, Roncaglia di Sotto, Tovate, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, Cevo.
Ecco come viene sintetizzata la sua situazione nel tardo Medio-Evo nell'opera "Le istituzioni storiche del territorio lombardo", a cura di Roberto Grassi: “Il comune era costituito da abitati sparsi, cioè Caspano e le contrade di Bedolio, Casa del Pico, Casa del Sasso, Roncaglia di Sopra, Roncaglia di Sotto, Tovate, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, Cevo (Quadrio 1755). L’abitato più importante era Caspano, i cui abitanti, in epoca tardomedievale, erano organizzati nelle università della nobiltà e della plebe. Dalla fine del XIV secolo, la classe popolare appariva organizzata e difesa nei propri diritti da sindaci e procuratori, eletti fra di essa. L’università dei nobili era composta specialmente dai Paravicini e dai Malacrida, si radunava ogni anno ad epoche fisse sotto un proprio console e teneva il posto primario nei consigli della squadra di Traona, ricoprendo un alto numero di cariche e impieghi civili, militari o benefici ecclesiastici. Il podestà di Traona, che giudicava le cause civili e criminali in appello, trascorreva l’estate a Caspano (Libera 1926)”
Dal punto di vista religioso, due erano i poli che si imposero nel territorio dell'attuale Civo, staccandosi dalla dipendenza dalla pieve di Ardenno: Roncaglia, intorno a cui gravitavano Chempo, Naguarido e Serone, e Caspano, con Cevo, Civo e Cataeggio. Non mancarono le tensioni fra i due centri, appianate solo all'inizio del Seicento.
Caspano, in particolare, nel secolo XIV già vedeva la presenza di due classi già ben distinte ed organizzate nella difesa dei propri interessi, nobiltà e plebe. Che vi fosse la plebe, non stupisce; molto interessante è invece la presenza di un significativo nucleo nobiliare, rappresentato dalle famiglie Paravicini e Malacrida, attorno alle quali si raccolsero, poi, altre famiglie nobiliari provenienti dal comasco e dal milanese. Lo stesso podestà di Traona soggiornava a Caspano nel periodo estivo. Il motivo lo possiamo desumere dal diplomatico e uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, che, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive: "Durante la stagione estiva, quando avvampa la canicola, così per questo motivo come per l’aria corrotta che esala dalle paludi e dagli altri miasmatici pantani, i paesi giacenti al basso nella pianura ed in altri luoghi soleggiati cominciano a diventare insalubri. Ma allora la nobiltà e le persone facoltose si trasferiscono quassù in questi luoghi freschi, particolarmente a Caspano, dove l’aria è pura e temperata: ivi poi gentiluomini e gentildonne trascorrono l’estate in svariati onesti passatempi, divertendosi con concerti musicali e con esercizi sportivi sino all’autunno: in cui tornano al piano alle loro ordinarie dimore”: Fra questi gentiluomini va annoverato anche il novelliere Matteo Bandello.
Ecco cosa scrive lo storico Enrico Besta: “A Caspano, intorno al 1530 presso i Parravicini, Matteo Bandello trova cibi delicati e vini preziosissimi, tratti dai solatii vigneti di Traona e le grasse sue novelle allietavano la nobiltà locale e i mercanti grigioni e svizzeri, nonché i gentiluomini milanesi e com’aschi che giovavan per la loro salute dei Bagni del Masino” (citato dalla “Guida Turistica della Provincia di Sondrio”, edita dalla Banca Popolare di Sondrio nel 2000). Un piccolo microcosmo rinascimentale, dunque, era quello che trovò la sua cornice nella ridente Caspano, dedito alle piacevoli occupazioni che preservavano il benessere ed il vigore del corpo e tenevan alto l’umore dello spirito.


Panorama da Caspano

La felice esposizione climatica di Caspano fu particolarmente apprezzata nel cinquecento, che non fu secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino.


Chiesa di S. Andrea a Civo

Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…

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Nel 1512, dopo una parentesi di 12 anni di dominazione francese (seguita alla caduta di Ludovico il Moro, duca di Milano), iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Clivij " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1930 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Dazio 278, Talamona 1050, Morbegno 3419); gli orti si estendono per 34 pertiche e valgono 85 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 6610 pertiche e sono valutati 1667 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 26 lire; campi e selve occupano 5471 pertiche e sono valutati 4025 lire; gli alpeggi, che caricano 170 mucche, vengono valutati 34 lire; i vigneti si estendono per 1063 pertiche e sono stimati 1661 lire; vengono torchiate 44 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 44 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 9532 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Dazio 2369, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Del 1589 è la famosa visita pastorale del vescovo di Como Feliciano Ninguarda, preoccupato soprattutto per il pericolo che la Valtellina venisse contagiata dal morbo della riforma protestante; questi contò nel comune di Civo 738 fuochi, di cui 200 solo a Caspano (calcoliamo, per ogni fuoco, o famiglia, circa 5 membri; è interessante notare che 25 delle 200 famiglia di Caspano erano di religione protestante, tanto che si trovava lì anche un pastore per il culto), mentre solo 30 dimoravano a Civo ed altrettante e Cevo.
Ma cediamo la parola all'illustre vescovo: "A un miglio da Dazio si trova l'illustre paese di Caspano, lontano quattro miglia dalla plebana di Ardenno. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. Bartolomeo apostolo, e ne è rettore incaricato il sacerdote Fioramondo de Greci di Mello, che in seguito ebbe la conferma di parroco. Caspano conta 200 famiglie circa, delle quali 25 eretiche, le altre cattoliche. Dal momento che gli eretici hanno il loro predicante fra. Angelo Piemontese, una volta dell'ordine dei cappuccini di s. Francesco,... e non hanno la loro chiesa, ottennero dai Reti che il loro pastore predicasse e tenesse le celebrazioni eretiche nella chiesa parrocchiale, dove il parroco cattolico con orario diverso celebra la messa, predica e amministra i sacramenti."
Il Ninguarda registrò con puntuale minuzia la presenza di famiglie di confessione non cattolica in tutti i paesi toccati dalla sua visita pastorale: sul finire del cinquecento, infatti, la presenza della religione riformata in Valtellina si avviava a diventare una questione scottante. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta, che toccò il vertice nel 1618, quando l'arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, venne rapito da un vero e proprio corpo di spedizione grigione e portato, per il passo del Muretto, nel territorio delle Tre Leghe Grigie; torturato, morì per gli strazi a Thusis. Così scrive il Cantù, nella sua opera "Il sacro macello di Valtellina", del 1832 : "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
Caspano era, sotto questo aspetto, uno dei centri maggiormente coinvolti: "Caspano, il semenzajo della nobiltà valtellinese, abbondava più che altri di evangelici, come essi si intitolavano o di eretici come gl'intitolavano i nostri, ai quali predicava Angelo cappuccino piemontese; Lorenzo Gajo di Soncino minor osservante predicava a Mello, e un cappuccino a Traona." E ancora: "Francesco Calabrese e Girolamo da Mantova predicavano apertamente contro il battesimo dei bambini in Engadina, onde furono espulsi dall'inquisizione protestante, che non era meno intollerante della romana. Camillo Renato spacciò uguali dottrine a Caspano, poi a Chiavenna; e vi costituì una chiesa separata ove s'insegnava che l'anima finisce col corpo, che soli i giusti risorgeranno ma con corpo diverso, che niuna legge naturale impone cosa fare od ommettere, che il decalogo è inutile a coloro che credono, lor legge essendo lo spirito, che il battesimo e la cena son semplici segni di avvenimenti passati, e non portano alcuna grazia particolare o promessa." (Cantù, op. cit.). Un episodio della metà del cinquecento lo conferma. Eccone il resoconto del Cantù: "Un Parravicini valtellinese fondò una chiesa privata a Caspano nel 1546: ma essendosi trovato un crocifisso fatto a pezzi, il popolo in furore arrestò lui, che al tormento si confessò reo di tal sacrilegio: ma a Coira protestò aver confessato solo per lo spasimo, e se ne accertò autore uno studente." (op. cit.)
In quel medesimo 1618 nel quale, come si è visto, il Rusca moriva a Thusis in conseguenza delle torture subite, scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Fu l'inizio del periodo più nero nella storia della valle. Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel luglio del 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese” (espressione invalsa nell'uso a partire dalla citata opera del Cantù), cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina, fece registrare episodi tragici, che coinvolsero anche abitanti di Caspano. Il più noto fu quello di "Andrea Paravicini da Caspano", il quale, "preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo. E si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito. Né fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore." (C. Cantù, op. cit.). Il Mattei aggiunge un particolare che la dice lunga sul clima d'odio a lungo covato, che scatenò la caccia al protestante e la strage sanguinaria: "parendo poca cosa la strage ch'erasi compiuta nell'antecedente luglio si cercarono anche i cadaveri di quanti erano stati uccisi e interrati. In Sondrio, in Berbenno, in Caspano, in Traona e in altri luoghi, cavatili oggi dalle fossa, vennero ridotti in cenere che poscia furono gettate nelle acque, o dati ai cani perché fossero dilaniati e consunti".
Ecco cose ne scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo ai Grigioni. Il clima non si era però ancora del tutto rasserenato: "Gian Giacomo Paribelli qual pretore di Sondrio e in seguito ai voti conformi del Cosiglio generale, fa oggi pubblicare decreto di proscrizione contro tutti i Protestanti, con intimazione che entro quattro giorni debbano tutti uscire dalla Valle, così che quelli che non manifestano il loro nome, e vi si trattengono senza licenza oltre a un tal termine, sia lecito l'ucciderli. E difatti soggiacquero a sì atroce decreto in Traona Odoardo Paravicini e in Caspano Giuseppe Malacrida". (A. Maffei).
La pace, comunque, sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Dopo il trattato di Monzon, il triennio 1626-29 segnò una tregua: niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia. Erano anni, quelli, in cui San Benigno de Medici, popolarmente conosciuto come San Bello e venerato non solo a Monastero di Berbenno, ma anche in una chiesetta proprio sotto Civo e poco a monte del ponte di Ganda, veniva invocato dalle folle dei fedeli nelle lunghe processioni per ottenere il ritorno del bel tempo.
Poi, nel 1629, il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato il territorio valtellinese le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Prima dello scoppio dell'epidemia, nel 1624, Civo contava 400 abitanti e Caspano il triplo (1200); la popolazione, probabilmente, si ridusse circa della metà.
Il trittico tragico di questa prima metà del seicento si completa con la seconda fase delle guerre di Valtellina, che si aprì con la campagna del Duca di Rohan (1635-37), la quale interessò da vicino la Costiera dei Cech, costretta a subire alloggiamenti forzati di truppe francesi e veneziane. Solo con il Capitolato di Milano del 1639 si ebbe, infine, una pace duratura: la Valtellina era restituita ai Grigioni, ma vi era ammessa la sola fede cattolica.
Le sue condizioni economiche erano, però, prostrate, il che spiega il consistente fenomeno dell' emigrazione, che interessò soprattutto la Costiera dei Cech, nella seconda metà del seicento e nel settecento. La comunità di Civo cominciò a riprendersi, economicamente e demograficamente, solo nel Settecento. Ma ancora alla fine di questo secolo essa contava, in tutto, 1500 abitanti, meno che agli inizi del Seicento. L’emigrazione, abbiamo detto: ebbe come meta soprattutto Roma, da cui, poi, tornò un tesoro di arredi sacri che arricchì molte delle chiese del comune.
Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall'opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, che ben tratteggia il fenomeno nella sua ampiezza e nelle sue implicazioni: “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo-squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo. Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri – come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, sarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli – Lante – Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.);e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere… Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale bellezza”.
Tony Corti, nell'opera "I Valtellinesi nella Roma del Seicento" (edito a cura della Provincia di Sondrio e della Banca Popolare di Sondrio nel 2000), ha raccolto da diversi documenti alcuni dei nomi di questi emigrati. Eccoli.
Giacomo Barigelli, da Civo in Voltolina, marito di Caterina d'Antonio; Martino Molta del q. Andrea e di Petronilla Morelli, già coniugi della terra di Ca del Picco diocesi Comense; Pietro Marchetti di Ronchiaglia diocesi di Como, fachino del uino, che si ricovera in ospedale con giubbone senza maniche, calzoni e calzette di tela, cappello nero e scarpe nere; Pietro de Gobi da Roncaglia di Voltolina; Giouanni Cagniolo dal Serone di Uoltolina; Giouanni di Alberti di una terra che si chiama Serone, diocesi di Como, facchino del vino, che si ricovera in ospedale con calzoni, camiciola rossa, calzette di tela, ogni cosa usata; Gioanni Cavalone di una terra che si chiama Serone in Voltolina diocesi di Como, facchino del vino, che si ricovera in ospedale con giubbone, calzoni di tela e calzette, ogni sua roba vecchia e rotta; Pietro Tachetto, facchino de vino de la Vuoltolina del locho de Caspano signoria de Grissoni; Giouanni Petrolino da una terra che si chiama Caspano, diocesi di Como; Bartolomeo Porri di Giovan Antonio da Gaspano di Voltolina, calzolaro, che si ricovera in ospedale con ferraiolo di panno mischio, giubbone di pelle, calzoni mischi, camiciola bianca di bonbano, una calzeta turchina e una di tela, cappello; Stefano Padrocca di Antonio de Caspano de Voltolina, vacaro, che si ricovera in ospedale con giubbone di mezza lana, camisaccia, calzettacce di tela e cappellaccio; Giacomo Paniga del q. Pietro da Caspano de Valtellina, diocesi di Como, misuratore di frumento.
Un quadro sintetico di Civo nella prima metà del Seicento è offerto, infine, dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Vi leggiamo: “Da Datio v'è la strada, quale per mezzo la montagna in una bassa alquanto spatiosa, qual conduce a Chivo, così detto sia che il luoco è posto in territorio alquanto pendente, sia che sia stata habitatione antica di Caio Lucio gentil huomo di Teodosio imperatore come ad alcuni parve. Il territorio è delitioso, come tutta la sponda di Traona, ricco di vini, frutti et grano, bagnato d'un rivo qual li serve per l'usi d'ordinarij, per irrigationi et per molini. Ha la chiesa parochiale di S. Andrea apostolo, et se bene ha solo 40 fameglie ha però nome di grandissima communità perché comprende du' altre vicinanze, cioè Caspano. Badolia, Ca del Pic, Chievo, Ca del Sasso, Roncaglia di sotto et di sopra, Serono, Villetta, Nogaredo, Chempo et Toate. V'è una contrata nella Valle del Masino chiamata Cornulo separata da ogn'altra communità, quale constituisce li suoi sindici et scote le sue taglie, et questa ha dieci famiglie ...
(Caspano) ha il corpo della terra in luoco eminente della montagna tanto potente et disimpito, che domina con la vista la maggior parte della Valtellina et una parte del lago di Como; ha però il sito non molto sicuro perché è sottoposto alle ruine del monte, quali, se non fossero impedite da folto bosco di teglioni, nelli temporali sarebbe stato sepolto più d’una volta. L'aria di questo luoco è tanto buona e fresca l'estate che ivi concorrono nelli caldi molti gentilhuomini delle terre del terzero di mezzo et di sotto. È luoco grande, pieno di sontuose case, essendo vecchia sedia della casa Paravicina antichissima et nobilissima, venuta come a salvo in questo paese dall'Italia nel tempo delle fattioni guelfe et gibelline avanti alcuni centenara d'anni. Sarebbe questo luoco stato più riguardevole, se questa famiglia fusse stata catolica, come è stata in altri luochi dove arrivò a tal splendore che puoco numeravansi 300 nobili Paravicini, tra quali vi furno cardinali, senatori milanesi, dottori in ogni facoltà, titolati costituiti in dignità tanto ecclesiatiche quanto seculari, tra quali risplende come principal lume nella patria Gio. Antonio Paravicino, dottissimo in lettere umane et divine, predicatore fecondissimo, protonotario apostolico et arciprete di Sondrio, degno d'altro luoco maggiore se nel paese ve ne fosse, perla singolar bontà et virtù; et Benedetto Paravicino genti huomo di rare qualità, di singolar bontà, deposito dell’antichità non tanto de Valtellina quanto altro historico diligente; Gio. Maria et Antonio Maria, ambiduoi in arme, per lettere fiorentissimi, essendo quello vecchio capitano et hor potestà di Morbegno, questo capitano et dottor di legge, ottimo refugio et patrocinio de religiosi et catolici nelle turbolenze delle persecuzioni calvinistiche. Ha questo luogo una bella chiesa grande, ricca, con bello campanile, dedicata a S. Bartolameo apostolo; era altre volte soggetta ad Ardenno, hoc è separata et ha sotto di sé un'altra parochia chiamata Roncaglia...
Questa cura ha alcune contrate site alle fauci dritte del Masino, Bedoglio, così detto dall’abbondanza delle bedolle, nel monte alto puoco sopra Caspano verso settentrione, con una chiesa di S. Pietro. Puoco più a bassao vi è un’altra chiamata Ca del Pico, un’altra chiamata Ca del Sasso con una chiesa di San Pietro Martire, quali contrate con Caspano fanno 300 fameglie. Hor et per il bando dell’heretici la maggior parte delle case sono dishabitate. Il luogo perché è troppo freddo non ha vigne di consideratione, ma hanno il vino altrove. Roncaglia confina con Caspano verso sera et si divide in Roncaglia di sopra et di sotto. Roncaglia di sopra ha alcune contrate. cioè Chernpo con un oratorio di S. Carlo fatto di novo, Nogaredo. Vallada, Serono con l'oratorio di S. Rocco. Roncaglia di sotto ha una contrata chiamata Tovate, così detta dal fiume Tovate, qual scorre dalli monti, tra Caspano et Roncaglia, appresso il quale si lavorano alcune pietre durissime di colore di mare, quali ornano mirabilmente le fabriche. Le fameglie di questa contrata sono 300. La chiesa parochiale è dedicata a S. Giacomo maggiore, maravigliosamente ornata di paramenti et argentarie, che pare più tosto che sia chiesa di città, che di monte. Questa è fatta parochiale da Lazaro Carafino: ricognosce però la chiesa di Caspano. Questi paesani hanno le vigne, campi et prati per la maggior pane nella sponda qual giace di sotto: acquistano ancor molto dalle fatiche fatte nelle città di Lombardia fachinando. L'aria è sana. La cima de monti è quasi inutile.”
Il settecento fu secolo di ripresa, non, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.

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Lo storico Francesco Saverio Quadrio, a metà del settecento, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), così presenta in sintesi il comune di Civo: "Clivio è pure antichissimo Luogo. A questa Comunità è inserita quella di Caspano, a cui fece il nome qualche Greco Catapane, o sia capitaneo che là si ricoverò; onde la Famiglia Caspani che ivi abitava, trasse sua origine. Fu di poi anche Patria degli Alamanni, de' Malacridi, e de' Paravicini Bedolio, onde il ramo de' Paravicini Bedolini è venuto, la Casa del Pico, la Casa del Sasso, Roncaglia di sopra, Roncaglia di sotto, Tovate cosi dal vicin torrente appellato, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, e Cevo nella Valle del Masino, tutte queste Contrade concorrono pur similmente a formare la detta Comunità."
Ma torniamo a seguire il filo della storia di Civo. Nel 1807 esso figurava, nel Regno d’Italia, controllato da Napoleone, come comune con 1.412 abitanti complessivi, composto dalle frazioni di Roncaglia (240), Caspano (150), San Carlo (100), San Rocco (100), Santa Croce (100), Cevo (120), Regoledo (120), Desco (80), Casa del Sasso (90), Civo (312). Quasi mezzo secolo dopo, ne, 1853, sotto la dominazione asburgica, Civo, con le frazioni Santa Croce, Roncaglia, Selvapiana, Caspano, era comune del III distretto di Morbegno, con consiglio senza ufficio proprio, e con una popolazione complessiva di 1.800 abitanti.
Il periodo della dominazione austriaca fu segnato da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mentre quella della crittogama, negli anni cinquanta, misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
All'unità d'Italia (1861) esso contava 1926 abitanti. L'unità venne dopo la II Guerra d'Indipendenza, alla quale parteciparono, fra gli abitanti di Civo, Bertolini Agostino e Togna Santo. Alla III Guerra d'Indipendenza, del 1866, parteciparono Barola Andrea, Bonola Giovanni, Bonesi Giacomo, Bonesi Pietro, Berti Andrea, Chistolini Giovanni, Chistolini Feliciano, Frate Biagio, Motta Lorenzo, Margnella Giacomo, Motta Lorenzo di Andrea, Marchettini Costantino, Re Giacomo, Rossatti Domenico e Solera Giuseppe. Alla campagna del 1870, infine, che portò alla presa di Roma, poi proclamata capitale d'Italia, parteciparono Re Giacomo e Rossatti Domenico.
Gli abitanti di Civo salirono a 2102 nel 1971, 2155 nel 1881 e 2226 nel 1901. Nel 1911 vi fu una flessione (1990 abitanti), con una successiva risalita a 2368 abitanti nel primo dopoguerra (1921).
Pesante il tributo del paese alla prima guerra mondiale: la targa presso la chiesa di Serone ne ricorda i caduti, vale a dire Alberti Alfonso, Alberti Aurelio, Alberti Luigi, Bogialli Angiolino, Bonesi Onorato, Bonesi Salvatore, Camero Paolino, Carra Giacomo, Cesara Filippo, Cerasa Serafino, Cometti Riccardo, Dell'Oro Andrea, Domenici Giuseppe, Fiorenzi Rocco, Fumiatti Pietro, Gabelli Celestino, Gaist Giuseppe, Gaist Salvatore, Lestini Plinio, Margnelli Paolo, Marchesi Carlo, Martinoli Gioachino, Martinoli Lorenzo, Martinoli Luigi, Motta Emilio, Poli Anacleto, Pradè Anselmo, Rè Angelo, Rè Giovanni, Sandro Federico, Soldati Giuseppe, Tarabini Marco, Tarca Giacomo e Togna Enrico.


Caspano

Negli anni venti e trenta del novecento la curva demografica torna a scendere: 2048 abitanti nel 1931 e 1817 nel 1936. Il 1925 rappresenta una data importante nella storia del paese: la Ditta De Bianchi, infatti, mette in funzione una centralina sul torrente Toate, che alimenta gli abitati di Caspano, Roncaglia, S. Rocco, Naguarido, Vallate, Cadelpicco, Cadelsasso e Regolido, raggiunti per la prima volta dall'energia elettrica. Se pensiamo a quanto sia difficile immaginare la nostra esistenza seza di essa, possiamo ben comprendere l'importanza della svolta.
Ecco come la Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, del 1928, presenta Civo ed i suoi tesori d’arte: “Continuando l'altipiano, si giunge a Civo (m. 778 - ab. 216-2387 - coop. agric. e di cons.), unito a Morbegno con una rotabile di km. 9. La sede del comune è a S. Croce. L’antico coro della parrocchiale di Civo possiede affreschi del 400 con la Crocefissione, la Nascita di Cristo, l'Incoronazione della V., la Vita di S. Andrea, i Dottori della Chiesa ecc. Ridente e con larga vista è specialmente la fraz. di Cà del Sasso. Continuando l'altipiano arriva alla frazione di Roncàglia. Nella chiesa, C. Lipari frescò, nel primo altare a sinistra entrando, la Sacra Famiglia e S. Filippo Neri, e nel piazzale della chiesa, coll'aiuto della a sorella Vittoria, nel 1756, le dodici cappelle della Via Crucis, restaurate dal Gavazzeni, che rifece la prima, affatto distrutta per l'umidità del terrapieno che le era addossato. La parrocchiale possiede pure: coro, pulpito, confessionale e organo a pregevoli intagli; un’ancona monumentale della fine del secolo XVI intagliata e dorata; bellissimi stucchi, un bel cancello in ferro davanti all'altare che racchiude le reliquie di S. Bonifacio; molta e ricca argenteria, fra cui specialmente pregevoli le lampade di antico lavoro a lamina traforata. Nell'oratorio vi sono molte tele con figure di santi e profeti, alcune efficacissime, di G. Parravicini.
A circa venti minuti da Roncàglia trovasi la fraz. di Caspano (m. 887 - coop. edil.), nella cui parrocchiale, con bella facciata su disegno di P. Lipari, si ammirano due interessantissime ancone del principio del secolo XVI, con storie di S. Bartolomeo e la Risurrezione di Lazzaro, opera di Aloysius De Donatis. Questa chiesa possiede fini e ricchi paramenti, un prezioso piviale in velluto rosso antico, con stola in velluto verde a bellissimi disegni, con S. Pietro ed il cigno dei Parravicini a ricamo; un baldacchino ricamato in oro, pizzi di valore. Fra gli arredi un secchiello di rame con artistici fregi. Possiede pure tele ed affreschi di pregio, come la predicazione di S. Giov. Precursore, e S. Giovanni che battezza, quadri di G. Parravicini, e il Martirio di S. Gio. Battista, di pennello più antico; il battistero in marmo; una Deposizione in statue antiche. Nel vicino oratorio vi è una bella Assunta attribuibile a G. Parravicini. Caspano è patria di Giacomo detto Gianolo Parravicini, che morì a 70 anni nel 1729. Fu
eccellente pittore, e si distinse in molti pregiati lavori su tela ed a fresco. Dipinse non solo in Valtellina, ma più ancora fuori: a Crema nella chiesa e cupola di S. M. della Croce, a Casale, a Milano in S. Alessandro, a Ceneda, a Verona, a Venezia. Di lui, dice il Gavazzeni, che fu facile esecutore, compositore immaginoso, corretto disegnatore, coloritore forte e distinto, specie nell'affresco che conduceva con tutta maestria e brio.”
Pesante fu anche il tributo di vite che il paese pagò durante la seconda guerra mondiale: caddero Alberti Ercole, Alberti Giovanni, Alberti Rocco, Baretta Settimio, Baroli Giuseppe, Bonesi Andrea, Bonesi Bartolomeo, Bonolo Ezio, Bradanini Arduino, Bradanini Vittorio, Busnarda Aurelio, Carpentieri Riccardo, Cerasa Ludovico, Cerasa Valente, Chistolini Clementino, Chistolini Giuseppe, Chistolini Mario, Chistolini Santo, Cometti Angelo, Cometti Paolo, Ferola Guido, Fiora Clorindo, Fiora Giacomo, Frate Costantino, Frate Pietro, Gaist Franco, Guareschi Fulvio, Marchesi Pietro, Margnelli Vittorio, Martinoli Giacomo, Martinoli Giuseppe, Martinoli Lorenzo, Martinoli Luigi, Martinoli Paolo, Molta Angelo, Molta Enrico, Molta Giovanni, Padellini Abbondio, Panera Pietro, Pradè Rino, Scaia Giuseppe, Venturoli Leonardo, Venturoli Pietro e Vetti Pierino. La targa ricorda anche Molta Giulio, deceduto durante il servizio di leva.
La tendenza alla discesa sul fondovalle è responsabile del decremento demografico che segnò anche il secondo dopoguerra: nel 1951 gli abitanti erano 1649, nel 1961 1519, nel 1971 1240, nel 1981 1096 e nel 1991 1011. Alle soglie del terzo millennio (2001) Civo contava 1026 abitanti, saliti a 1059 nel 2005. Da almeno un decennio, dunque, l'emorragia si è quantomeno arrestata.

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Dal tempo allo spazio: diamo un’occhiata, ora, al territorio comunale, che si estende su 25,21 kmq e si presenta molto variegato ed articolato. Si può dire che esso sfiori appena, e per breve tratto, la piana della bassa Valtellina: l’Adda fa da confine fra Civo e Morbegno nel tratto compreso fra l’antichissimo ponte di Ganda, ad est, ed il nuovo ponte, ad ovest, che, in uscita da Morbegno, immette sulla strada Provinciale Valeriana, che giunge fino a Dubino. A monte di questo tratto ècompresa nel comune di Civo Santa Croce, mentre appartiene a Morbegno il piccolo borgo con la chiesetta di S. Bello. Ad ovest, il confine punta, quindi, a nord, passando per il dosso ad oriente della Valletta, che separa Civo da Mello. Saliamo, così, al bel pianoro che ospita il centro di Civo (m. 754).
Il confine prosegue verso nord, tagliando in due i prati del bel maggengo di Poira, una delle più apprezzate località di villeggiatura estiva della bassa Valtellina. Rientra nel comune di Civo Poira di Dentro, o Poira di Civo (m. 1070), mentre bella pineta che la separa da Poira di Mello, ad ovest, è già in comune di Mello. Procedendo ancora in direzione nord, il confine taglia in due l’ampio anfiteatro che comprende, ad ovest l’alpe Visogno (in territorio di Mello), passando per il crinale che scende verso sud dalla cima di Malvedello (m. 2636). Il bivacco Bottani Cornaggia, collocato a monte dell’alpe Visogno, rimane, così, poco ad ovest del confine, in territorio di Mello.
Raggiunta la cima di Malvedello, il confine segue il crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Valle di Ratti, verso nord-est, e passa per il valico quotato m. 2574 (non ha nome sulla carta IGM, viene denominato passo di Visogno sulla carta Kompass), la quota 2676, il passo del Colino (o di Colino occidentale), a m. 2630) e la cima del Desenigo (m. 2854), massima elevazione del territorio comunale. Puntando di nuovo a nord, passa per le cime quotate 2777 e 2710, scendendo, poi, al passo di Primalpia: siamo nell’alta valle di Spluga, ed il passo la congiunge con la Valle dei Ratti. Dal passoil confine volge ad est, scendendo fino al maggiore dei laghi di Spluga (“i läch”), una splendida gemma , tanto più preziosa quanto più rara, fra le montagne della Val Masino.
Una parte della Valle di Spluga, la prima laterale occidentale della Val Masino, appartiene, dunque, al comune di Civo: il confine segue, infatti, verso sud-est,il corso del torrente Cavrocco (o Cavrucco, “cavróch”): a nord-est siamo in territorio del comune di Val Masino, a sud-ovest in quello del comune di Civo (nel quale rientra, quindi, Cevo, alle porte della valle). Per un buon tratto il confine corre, poi, verso sud, seguendo, dal punto di confluenza del Cavrocco nel torrente Masino (èl fiöm), il corso di quest’ultimo. Quindi, in corrispondenza della gola che scende dalla piana di Dazio, piega a sud-ovest, raggiungendo il limite orientale della piana e proseguendo verso nord-ovest. Rientrano, così, nel territorio del comune di Civo le frazioni di Regolido, Cadelsasso, Cadelpicco e Caspano. Volgendo di nuovo verso sud-ovest, il confine passa appena a monte di Dazio, aggirandola con un arco. Segue per un tratto la val Toate e la strada Dazio-Morbegno, piegando, però, ben presto ad ovest, e passando quindi a monte di Cermeledo e Cerido (che appartengono al comune di Morbegno). Giunto appena sotto Serone, dove si trova il centro amministrativo del Comune, volge a sud, poi ad ovest ed infine di nuovo a sud, scendendo al ponte di Ganda e lasciando fuori la frazione di Selva Piana (anch’essa in territorio di Morbegno).
Si tratta di un territorio ricco, quindi, non solo di borghi, scorci, colori e profumi, ma anche di scenari alpestri e di alta montagna, con ben quattro passi di notevole interesse escursionistico (ai tre citati, che portano tutti Valle dei Ratti, si deve aggiungere il passo di Colino est, che congiunge l’alta val Toate con la Valle di Spluga).

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BIBLIOGRAFIA

Libera, Giovanni, "Cronistoria di Caspano e dei paesi limitrofi", Como, Tip. Volta, 1926

Pradè Pietro, "I luoghi storici della Valtellina - Caspano", in "Il Popolo Valtellinese", 17, 24 e 28 febbraio 1934

G.A.M. (Gruppo Aquile di Morbegno), "Alti sentieri a nord di Poira - Itinerari escursionistici, storia, leggende, flora e fauna dei Cech - Cartine dei sentieri"

Cerfoglia, don Peppino, "Roncaglia di Civo", Chiavenna, 1982

Fattarelli, Martino, "La sepolta di Olonio e la sua pieve alla sommità del lago e in bassa Valtellina", Oggiono, 1986

Busnarda Luzzi Ines, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994

Passerini, Renzo “Gh’era na volta”, raccolta dattiloscritta di leggende della bassa Valtellina, pubblicata su diversi numeri della rivista "'L Gazetin" (1995)

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