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Colorina

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Colorinesi): 1480 Maschi: 744, Femmine: 736
Numero di abitazioni: 653 Superficie boschiva in ha: 923
Animali da allevamento: 3121 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 260, m. 2391 (Pizzo Presio)
Superficie del territorio in kmq: 17,96 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Colorina m. 302, Poira m. 294
Medio Evo

Colorina è il primo comune che si incontra, percorrendo la Valtellina da ovest ad est, nell’antico Terziere di Mezzo, sul versante orobico, di fronte a Berbenno. Esso è costruito sul versante orientale del conoide di deiezione del torrente Presio, che scende da una breve e ripidissima valle intagliata ai piedi del pizzo omonimo. L’origine del nome è, con tutta probabilità, dalla voce dialettale “còler”, cioè “nocciolo”, assai diffusa in Lombardia.
Scarsissime sono le notizie che abbiamo dell'alto medio-evo. Sappiamo che buona parte della Valtellina, imcluso il territorio di Colorina, venne donato, nel 775, da Carlo Magno alla potente abbazia di St. Denis in Francia: ciò giustifica, forse il motivo per cui nei secoli seguenti la chiesa di Colorina venne dedicata a S. Bernardo di Chiaravalle (1091-1153), una delle figure più importanti del monachesimo di matrice benedettina, che compì i suoi studi in quell'abbazia. Sappiamo, poi, che in epoca medievale il borgo, come gli altri ai piedi della sponda orobica della media Valtellina, dipendeva dal paese di fronte, sul versante retico, in questo caso Berbenno.
Esso entra per la prima volta nella storia con un episodio di sangue accaduto il 26 dicembre 1274 (o 1268): qui, infatti, Egidio di Macio ed altri fautori di Corrado Venosta, condottiero e capo dei ghibellini in Valtellina, esiliato da Como, trucidarono il frate domenicano Pagano da Lecco, che poi fu proclamato beato, ed insieme a lui due notai: era, costui, inquisitore generale di Lombardia, per nomina del pontefice Gregorio X, e veniva da Como con l'intento di scalzarvi la fazione ghibellina, già sconfitta a Como (a quei tempi buona parte della valle era soggetta alla signoria feudale del Vescovo di Como). Il Venosta, però, che era stato bandito da Como proprio per iniziativa del battagliero frate, lo attendeva al varco per consumare la vendetta. Fu così che, come racconta la cronaca del Ballarini nell'opera dedicata agli uomini illustri dell'Ordine di San Domenico, "pervenuto ... Pagano alla Colorina, piccola terra situata quasi nel mezzo di detta valle, credendola luogo opportuno, per recare a quella prestamente da ogni parte il soccorso, quivi col suo compagno fra Cristoforo, e con due Notaj secolari, fermò, e stabilivvi sua stanza. Ma Corrado, chiamandosi offeso del Bando, lui da Pagano ottenuto, stimò anch'egli quel luogo, come spopolato, molto proposito per farne vendetta. Spedì egli per tanto immantinente colà alcuni de' suoi seguaci, che assalitolo la mattina di S. Stefano Protomartire nella sua stanza, l'uccisero a colpi di pugnalate: il medesimo praticato co' due Notaj..." (cit. da "Colorina, tra storia, cultura e cronaca", di Arnaldo Bortolotti e Luigi Piatti). Il fatto suscitò grande scalpore, e non fu senza effetto: solo nella seconda metà del quattrocento, infatti, con la costruzione del convento di S. Antonio a Morbegno, i Domenicani e l’inquisizione ebbero sede stabile in valle.
Peraltro pare che la vicenda abbia lasciato una sorta di traccia profonda nel carattere dei Colorinesi, una diffidenza verso monaci e frati che si manifestò ancora sul finire del quattrocento, quando il futuro san Benigno de' Medici, meglio conosciuto come san Bello, che diventerà la gloria locale di Monastero di Berbenno, passò, in data indeterminata (fra il 1458 ed il 1472), al di qua dell'Adda per pronunciare una delle ferventi prediche per le quali era famoso in quel della Maroggia. Non ebbe, però, successo, anzi pare che sia stato cacciato a sassate. Profondamente offeso per la mala accoglienza, avrebbe pronunciato una sorta di triste vaticinio, che rimase, nei secoli seguenti, profondamente impresso nella mmeoria della gente: a Colorina non sarebbero più fiorite vocazioni sacerdotali.
Tornando alla storia del paese leggiamo, ne “Le istituzioni storiche del territorio lombardo”, a cura di Roberto Grassi (Milano, 1999): “Colorina fece parte in origine della comunità di Berbenno: in un registro notarile del 1377, infatti, si trova menzione della “contrada di Colorina nel territorio di Berbenno”. Verso la metà del XV secolo i territori di Berbenno posti alla sinistra dell’Adda, tra cui Colorina, che già da alcuni decenni esprimevano propri ufficiali, cioè consoli o decani, nelle assemblee comunali, formarono il comune autonomo di Fusine, di cui furono definiti i confini nel 1488 con una sentenza arbitrale del capitano di valle Nicolò Rusca... Nel 1513 Fusine e Colorina si divisero a loro volta…, ma già nel 1495… erano stati eletti dei procuratori per studiare la divisione. Del territorio comunale facevano parte i nuclei di Colorina e Rodolo e le frazioni di Valle e Selvetta..”. Dunque, nel 1488 le comunità della sponda orobica si staccarono dalla matrice retica di Berbenno, esprimendo fin da subito la loro profonda vocazione agricola e guardando con molte speranze ai promettenti pascoli della Val Madre. Questi, però, erano posseduti da famiglie del versante orobico bergamasco, i Cattanei, gli Ardizzoni, i Baronzini ed i Donati di Valleve, che ne concedevano l'uso affittuario agli alpeggiatori di Fusine e Colorina. Di qui una lunga serie di liti e di cause, a partire dal cinquecento, che vedevano contrapposte l'aspirazione dei comuni di Fusine e Colorina a far valere il diritto di usucapione ed ottenere la piena proprietà delle terre e la ferma determinazione degli antichi proprietari a conservare il possesso degli alpeggi della valle. La contesa, dopo tre sentenze sfavorevoli ai Fusinesi e Colorinesi, finì addirittura a Roma: qui nel 1524 il Sommo Pontefice in persona, Clemente VII, constatata la pervicacia degli abitanti delle due comunità nel rivendicare le terre legittimo possesso dei Cattanei, comminò loro una solenne scomunica: pareva proprio che questo lembo di terra valtellinese non avesse fortuna nei rapporti con la chiesa! La scomunica si protrasse per nove anni, finché, nel 1533, Fusine e Colorina si decisero ad acquistare dai signori bergamaschi i pascoli di Val Madre. Fusine, sborsando 2625 lire imperiali, acquistò i pascoli di Campo, Dordona e Vitalengo, Colorina, al prezzo di 875 lire imperiali, quelli di Bernasca e Cogola (ma, nei secoli successivi, anche questi rientrarono nel territorio del comune di Fusine).
Le liti contrapponevano non solamente i due versanti orobici, bensì anche le due rive del Madrasco, delle cui acque (ricchezza preziosa perché alimentava i mulini) le comunità di Fusine e Colorina si contendevano l'uso, non senza momenti di tensione. La contesa portò ad un accordo per cui due terzi delle acque spettavano a Fusine, un terzo a Colorina (un grosso masso nell'alveo del torrente divise ne divise in questa proporzione il flusso). Ma portò, anche, alla divisione dei due comuni, nel 1513. Erano anni di divisione, quelli, e nel 1532 vi fu la singolare vicenda della nascita dell'effimero comune di Rodolo, sciolto prima della fine di quel medesimo anno. Il secolo si chiuse con una terza separazione: il 22 gennaio 1595 la chiesa di S. Bernardo Abate di Colorina, lamentando l'esosità delle decime e la mancata consultazione nell'elezione del nuovo arciprete di Berbenno, si separò dalla chiesa Arcipretale di Berbenno e si dichiarò parrocchia autonoma (la Curia di Como riconobbe, però, la separazione solo nel successivo 1629).

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Allargando lo sguardo dalle contese locali a quelle di più ampio respiro, dobbiamo annotare che il cinquecento si aprì con la caduta degli Sforza di Milano (che erano succeduti ai Visconti i quali, a loro volta, dal 1335 si erano presi la Valtellina), cui seguì l’odiosissima occupazione dei francesi in Valtellina: bastarono dodici anni (1500-1512) perché i Valtellinesi accogliessero i Magnifici Signori Reti delle Tre Leghe Grigie, dei quali la valle divenne tributaria, se non con entusiasmo, almeno con sollievo. Ben altro effetto avevano suscitato, una generazione prima, le ferrigne truppe grigione, quando erano scese dall’alta valle mettendo a sacco buona parte dei paesi, ed erano state fermate dalle truppe ducali in una battaglia dall’esito controverso, combattuta poco distante da Colorina, cioè nella battaglia di Caiolo del 16 marzo 1478. Ora il vento era cambiato, ed i tre terzieri della Valtellina, con le contee di Bormio e Chiavenna, riconobbero il proprio tributo alle Tre Leghe.  Non fu, all'inizio, la loro dominazione incontrastata: contro di loro si levò l'avventuriero Gian Giacomo de Medici, detto Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, sull'alto Lario e che portò guerra in Valtellina a nome degli Sforza di Milano. Militava al suo servizio il capitano Marco Grasso, famoso per la sua crudeltà, che dalla Valsassina, con 500 archibugieri, scese, nel 1525, lungo la Val Gerola per sorprendere alle spalle Morbegno. Venne, però, fermato da truppe grigioni e valtellinesi appena sotto Sacco, e costretto alla ritirata. Non dandosi per vinto, effettuò subito dopo una traversata alta sul versante orobico (probabilmente valtellinese, per evitare quello bergamasco, presidiato da truppe veneziane, nemiche), per affacciarsi al passo di Dordona e calare sulla media Valtellina per la Valmadre. Ma neppure questa manovra riuscì, perché fu sventata dai Veneziani, non sappiamo esattamente dove. La Valmadre non fu, dunque, attraversata da venti di guerra. I Magnifici Signori Reti, sventata definitivamente la minaccia del Medeghino e fatte abbattere, ad ogni buon conto, le fortezze valtellinesi, sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle.
Furono quindi stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Collorinae" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 475 lire (per avere un'idea comparativa, Cedrasco fece registrare un valore di 289 lire, Fusine di 643 lire, Caiolo di 955 lire); oltre 10 pertiche di orti valgono 31 lire;  boschi e terreni comuni sono valutati 45 lire; prati e pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 3477 pertiche e sono valutati 1054 lire; campi e selve sono stimati 4368 lire; gli alpeggi, che caricano 100 mucche, vengono valutati 20 lire; vengono rilevati mulini per un valore di 6 lire; 4 pertiche di vigneti valgono 1 lira; il valore complessivo dei beni è valutato 6001 lire (per avere un'idea comparativa, Cedrasco fece registrare un valore di 2022 lire, Fusine di 4341 lire, Caiolo di 6832 lire).
Nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616) di Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe Grigie in Valtellina nel 1587-88, leggiamo: “Più a valle troviamo il comune di Colorina con cui finisce il terziere medio. La sponda sinistra dell’Adda continua ora nel terziere inferiore, che da questa parte si dice squadra di Morbegno, e comprende dodici comuni”.
Nel 1589 il vescovo di Como Feliciano Ninguarda compie la sua celebre visita  pastorale in Valtellina, di cui dà ampio resoconto, trovando a Colorina 63 fuochi, cioè famiglie (ma con le frazioni di Corna, Valle e Selvetta si arrivava a 109 fuochi, corrispondenti ad una cifra congetturale di 550-600 abitanti). Ecco quanto riporta: “A destra del predetto paese di Fusine, lontano mezzo miglio scendendo per la pianura verso Morbegno, vi è un altro paese di sessantatre famiglie tutte cattoliche, chiamato Colorina, dove esiste una chiesa dedicata a San Bernardo abate, presso la quale dovrebbe prestar servizio l'arciprete per mezzo di un cappellano; siccome però l'attuale arciprete provvede assai negligentemente, sia per le messe che per l'amministrazione dei sacramenti, gli abitanti hanno fatto continue e vive istanze perchè l'arciprete venga obbligato a provvedere d'ora innanzi con un cappellano stabile, oppure che la loro chiesa venga separata dall'arcipretale, promettendo che s'impegnavano al mantenimento del proprio rettore: poichè l'arciprete ha ricusato di consentire, motivandone le ragioni, gli fu imposto che per l'innanzi si assegni a questo paese un cappellano che celebri nella chiesa almeno nei giorni festivi e in caso di necessità vi amministri i sacramenti.


Colorina

Sulla montagna vi è una frazione di diciassette famiglie, tutte cattoliche, chiamata alla Corna: vi è una chiesa dedicata a Santa Margherita, distante da Colorina mezzo miglio. Un altro mezzo miglio oltre il predetto paese di Colorina, sulla strada per Morbegno, vi è un altro villaggio detto la Valle, di sei famiglie tutte cattoliche con una chiesa dedicata ai Santi Apostoli Simone e Giuda. Un altro miglio più oltre vi è un'altra piccola chiesa campestre dedicata a San Giacomo Apostolo San Giacomo, esiste un villaggio di ventitre famiglie tutte cattoliche, chiamato Rodolo, che dista da Valle e dalla chiesa di San Giacomo un miglio e mezzo: vi è una chiesa vicecurata dedicata a S. Antonio abate che ha un proprio cappellano concesso dall’arciprete di Berbenno, ma che vive a spese del villaggio stesso: questo paese di Rodolo con le suddette razioni appartiene alla comunità di Colorino e tutta la comunità ammonta a centoventi famiglie.”

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Nel 1614, all'epoca della successiva visita pastorale del vescovo Filippo Archinti nella pieve di Berbenno, la chiesa di San Bernardo di Colorina risultava vicecura non ancora separata dalla matrice di Berbenno (Visita Archinti 1614-1615). Nel 1651, invece, essa figura come viceparrocchia "in vicariatu Terzerij de medio Vallis Tellinae plebis Berbenni"
Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere su Colorina ed il suo territorio: “Colorina, ultimo loco di quella pieve, ha 300 anime. Questo è un luoco del tutto infelice perché ha una picciola chiesa et brutta pessim'aria perché è vicina alle paludi; la campagna non produce né formento né. segale, ma meglio e puoco, senza vino, senza montagne fruttifere per pascoli, se bene hanno molte castagne, quali essendo fra sassi et rupi non si raccogliono la mità, sì che sono poverissimi. La parochiale è di S. Bernardo.
Rodolo nella montagna sopra Colorina ha una chiesa vice parochiale di S. Antonio con 40 habitatori, è un luoco povero vivendo l’habitatori di castagne et latte, né l’aria è molto felice per le paludi del piano sottoposto, nel qual loco alle radici del monte v’è un altro oratorio di S. Paolo tra alcune ruine. Questa contrata appartiene alla comunità di Colorina. V'è un'altra contrata chiamata la Valle con chiesa vice parochiale di S. Simone apostolo, quale haverà 40 persone. Ancora questi hanno puoca felicità perché sono senza campagna, vigne et prati; hanno solamente alcune selve et alcune paludi nel piano; et l'aria è pessima essendo il luoco occupato dove non spirano li venti, cioè alle radici del monte, tra alcune angustie d’una valle donde trasse il nome. Nel monte v’è un’altra contrata chiamata la Corna, quale, come ancora Valle è della communità di Colorina. Ha la chiesa viceparochiale di S. Margherita con senza 12 fameglie povere, quali vivono per il più di castagne e puoco latte, senza vino et biada. Ha però questo luoco buon’aria spazzando li venti la breva maligna la quale si solleva dal piano. V'è un'altra picciola rata chiamata la Poira, et un’altra di S. Giacomo: fuochi al pian situati, poveri, in luoco malsano, cioè vicini al piano dove sono infettate dalla puzza quale esala dal piano. Non v'è luoco in Valtellina dove vi sia maggior largura, quanto da Pedemonte sin a questi luochi, né dove Adda cammini più quieta, ma per il più questa val puoco et è quasi tutta inutile. Qui vi termina il tertiero di mezzo
Nella prima metà del seicento, per un ventennio circa, la Valtellina assunse un ruolo primario nello scacchiere geopolitico d’Europa, ma la cosa le portò molti più danni e lutti che fama. Scrive, al proposito, Cesare Cantù, ne “Il sacro macello di Valtellina”, del 1832: ”Tutta Europa si mise in ragionamenti di politica per quell'angolo d'Italia, piccolo sì, ma che, per la sua postura, faceva gola a troppi potentati. Imperocché la Valtellina, come dicemmo, dall'estremo occidentale tocca il Milanese, dall'opposto il Tirolo; gli altri due lati confinano coi Veneziani e coi Grigioni; ed è noto che allora un ramo austriaco imperava in Germania, un altro nella Spagna, nel Nuovo Mondo e in tanta parte d'Asia. Immensi possessi, tra cui andavano perduti il Milanese e il Napoletano. Cadeva la Valtellina alla Spagna? Ecco aperto e spedito un passo, onde tragittare qualunque esercito dalla Germania in Italia, volessero o no gli Svizzeri ed i Grigioni. Che se in tal modo si fossero dato mano i domini austriaci dalla Rezia fino alla Dalmazia, avrebber tolto in mezzo la Venezia e gli altri Stati Italiani, impedendo a questi i soccorsi esterni, e divenendo arbitri della Penisola. Veniva poi il papa, sperando in quel torbido pescare grandezza alla Chiesa od ai nipoti; veniva la Francia ingelosita della baldanzosa potenza austriaca, come la chiamava il Richelieu. Dall'altra parte i Riformati della Rezia, di Svizzera, di Germania, d'Olanda, fin d'Inghilterra, sostenevano, per interesse di religione, gli antichi dominatori: i predicanti, in ogni paese, narravano ed esageravano l'assassinio, chiedendone vendetta, a nome non solo della fede, ma dell'umanità. Non è dunque meraviglia, dice il Capriata, se, come per la bella Elena i Greci ed i Trojani, così per la Valtellina i principi, con tutto lo sforzo dell'imperio e dell'autorità, si travagliassero.”


Panorama dal Crap della Guardia

La prima metà del seicento fu, per l’intera Valtellina, un periodo nerissimo. Alcune premesse dei successivi conflitti furono, però, gettare nel cinquecento. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Anche alcuni elementi della famiglia Piatti di Colorina, fra cui Marco Aurelio Piatti, si fecero calvinisti e furono, di conseguenza, additati come eretici dalla maggioranza della popolazione rimasta cattolica.
L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. Nel 1618 la tensione toccò l'apice, l'arciprete di Sondrio Nicolò Rusca venne rapito da un vero e proprio corpo di spedizione grigione e portato, per il passo del Muretto, nel territorio delle Tre Leghe Grigie; torturato, morì, il 4 settembre, per gli strazi a Thusis. Il Cantù, ne "Il sacro macello di Valtellina", del 1832, scrive: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
In quel medesimo 1618 era scoppiata la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina. Ecco cose ne scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.
Tutti tirarono un sospiro di sollievo, ma era il sollievo dell'inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. La calata dei Lanzichenecchi dalla Valchiavenna ed il loro provvisorio stazionamento in Valtellina vi diffusero, infatti, il morbo della peste: l’epidemia che colpì l’intera Valtellina fra il 1629 ed il 1631 non fu né la prima né l’ultima, ma sicuramente la più terribile e devastante. Le valutazioni dell’impatto demografico variano dalla riduzione a poco più di un quarto della popolazione precedente (da 150.000 circa a poco meno di 40.000, secondo una stima sostenuta dall'Orsini), alla riduzione a poco più della metà: numeri, in ogni caso, impressionanti. Colorina non fu certo risparmiata dal flagello, anzi, fu colpita in misura maggiore rispetto al versante retico di Berbenno. Per questo fu posto un "rastrello" sul ponte dell'Adda presso S. Pietro, per evitare che abitanti di Fusine, Cedrasco e Colorina, zone di maggior contagio, passassero dall'una all'altra sponda del fiume senza una regolare bolla di sanità.
A ciò si aggiunse un temibile effetto collaterale: lo spopolamento dei nuclei di mezza costa e la diminuzione del bestiame lì insediato indussero i branchi di lupi a scendere al piano nei mesi più freddi dell’anno: ciò spiega quanto segnalato dalle cronache, le quali riportano, fra il 1633 ed il 1637, attacchi, anche mortali, a bambini ad Albosaggia, Fusine e Colorina. A Colorina, in particolare, Franceschina Cornello venne divorata dai lupi il 13 novembre 1635. Nel 1635 tornarono a percorrere la Valtellina altri lupi: la guerra per il controllo della valle riavvampò, in coincidenza della campagna del duca di Rohan, che, alleato dei grigioni, la contendeva a spagnoli ed imperiali. Assai efficace è la sarcastica descrizione di A. Bortolotti e L. Piatti ("Colorina...", op. cit.) delle conseguenze dell'alloggiamento forzato di truppe francesi imposto a Colorina e Fusine dal 17 novembre del 1636 al 27 aprile del 1637: "Le truppe del Rohan, dopo aver insegnato, come dice il Manzoni, la modestia alle fanciulle, dopo aver aiutato i contadini di Colorina e Fusine a far vendemmia e a raccogliere le castagne, dopo aver regalato la peste bubbonica, se ne andarono nella primavera del 1637, lasciando i due comuni nell'estrema indigenza, con più debiti da pagare non tanto per l'alloggio quanto per il vitto". Amara appendice di quei tristissimi mesi, alcuni anni di lite fra i due comuni sulla ripartizione dei danni dell'occupazione, cui si aggiunsero antiche contese sulla manutanezione delle rive del Madrasco. Solo nel 1639, con il capitolato di Milano, per la Valtellina fu pace definitiva: le Tre Leghe Grigie ne ripresero il controllo, ma vi fu ammesso, come unico culto, quello cattolico. La Valtellina uscì, così, dallo scenario della grande politica europea, ma nessuno se ne lamentò.


Panorama dal Bosco Nono

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Dalla seconda metà del seicento e, soprattutto, nel settecento si ebbe, infatti, una lenta ma costante ripresa economica e demografica, consentita dalla pace e dai progressi delle coltura (particolarmente preziosa fu l’introduzione della patata. Ma documenti del decennio 1660-1670 mostrano che la comunità di Colorina era ancora schiacciata dai debiti e versava in una condizione economica estremamente precaria. Nel settecento Colorina comprendeva i luoghi di Valle, Poyra, San Giacomo, Rodolo, Corna, Monte d’Onona.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Colorina (Colorina). Colorina è l'ultima delle Comunità del Terziero di Mezzo; a cui sono cinque altri Luoghi congiunti: e sono la Valle, Poyra, San Giacomo; e al Monte, Rodolo, la Corna, e il Monte d'Onona.”
Nel 1797, anno del congedo degli ufficiali grigioni dalla Valtellina e dell’annessione di questa alla Repubblica cisalpina, Colorina contava 800 abitanti complessivi. Nel periodi di egemonia napoleonica alla Repubblica cisalpina succedette, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale Colorina, comune di III classe nel I cantone di Sondrio, contava 396 abitanti, saliti a 578 nel 1807.
Molto severo sul periodo della dominazione francese in Valtellina è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), il quale sostiene che esso rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.

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Caduto Napoleone, dopo il Congresso di Vienna la Valtellina venne annessa al regno Lombardo-Veneto, compreso fra i domini dell’Impero Asburgico. Il periodo della dominazione austriaca fu segnato da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mentre quella della crittogama, negli anni cinquanta, misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Nel 1853 Colorina, con le frazioni Valle e Rodolo, era comune con consiglio e senza ufficio proprio, con una popolazione di 719 abitanti, nel I distretto di Sondrio.
All’unità d’Italia, proclamata nel 1861, Colorina figura come comune con 822 abitanti. Significativo il contributo dei suoi abitanti alle guerre risorgimentali. Alla II Guerra d’Indipendenza (1859-60) parteciparono Aili Giuseppe Maria, Aili Pietro fu Andrea, Aili Andrea fu Andrea, Aili Giuseppe fu Mariano, Bulanti Angelo, Codega Antonio fu Simone, Codega Giuseppe fu Bernardo, Codega Giacomo fu Bernardo, Codega Alessandro fu Domenico, Fanti Antonio fu Luigi, Libera Giovanni fu Giovanni, Moiola Martino fu Martino,  Mottalini Giuseppe fu Giuseppe, Mainetti Giacomo fu Carlo, Rizzetti Giacomo fu Giacomo, Tavasci Battista fu Giovanni. Alla III Guerra d’Indipendenza, nel 1866, parteciparono Aili Giovanni Liberace, Aili Andrea fu Andrea, Aili Giuseppe fu Mariano, Bulanti Angelo, Crateri Antonio fu Battista, Fanti Antonio fu Luigi, Fanti Antonio fu Antonio, Libera Pietro fu Giacomo, Libera Giovanni fu Giovanni, Mainetti Luigi fu Santo, Mainetti Giacomo fu Carlo, Pizzini Bernardo fu Antonio, Piatti Giuseppe fu Giuseppe, Penausci Alessandro, Quadrio Antonio, Raschetti Battista, Raschetti Luigi, Tavascio Battista, Tavasci Battista fu Giovanni. Alla campagna che portò, nel 1870, all’annessione di Roma (poi proclamata capitale del Regno d’Italia) parteciparono, infine, Aili Giovanni Liberace, Bulanti Battista di Pietro, Leratti Giuseppe fu Giuseppe, Libera Pietro fu Giacomo, Libera Giacomo fu Domenico, Mainetti Luigi fu Santo, Mattalini Giuseppe fu Giuseppe, Piatti Giuseppe fu Giuseppe, Toietti Bernardo Rocco e Tavasci Battista fu Giovanni.

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Nei decenni successivi la popolazione crebbe fortemente, fino alla vigilia della prima guerra mondiale: erano 939 nel 1871, 1005 nel 1881, 1258 nel 1901, 1537 nel 1911. Il 17 novembre 1886 la chiesa di S. Bernardo abate di Colorina venne ufficialmente eretta in parrocchia dal vescovo Pietro Carsana.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi nel territorio comunale (i dati si riferiscono rispettivamente al numero di vacche sostenute, al reddito in lire per ciascun capo, alla proprietà dell’alpe, alla qualità del formaggio prodotto ed al numero medio di giorni di durata dell’alpeggio):



Nella prima guerra mondiale caddero diversi abitanti di Colorina, Aili Camillo fu Cirillo, Aili Erminio di Giuseppe, Codega Giovanni Battista fu Battista, Codega Pietro fu Gioachino, Moiola Primo di Bernardo, Mottalini Giuseppe fu Giovanni, Gusmeroli Pietro fu Giovanni, Tavasci Angelo fu Antonio, Varischetti Simone fu Battista, Zamboni Erminio fu Battista, Aili Pietro fu Carlo, Libera Giacomo fu Giovanni, Leratti Felice di Pietro, Mainetti Giovanni fu Giovanni, Gusmeroli Giovanni fu Giuseppe, Pizzini Silvestro fu Antonio, Libera Lino fu Costantino, Libera Pietro fu Costantino, Libera Vittorio fu Davide, Bianchini Daniele di Enrico, Mainetti Ignazio fu Antonio, Bonini Aristide fu Pietro, Pizzini Plinio di Antonio, Pizzini Quirino di Silvestro, Zamboni Spero di Rocco, Piatti Felice fu Pietro, Libera Camillo di Leone, Libera Angelo di Costante e Varischetti Lazzaro fu Pietro.
Nel periodo fra le due guerre la popolazione rimase sostanzialmente stazionaria: gli abitanti passarono dai 1543 del 1921 ai 1553 del 1931 ed ai 1433 del 1836. Nel 1924 avvenne una piccola rivoluzione: arrivò in paese l'energia elettrica, grazie all'attivazione di una centralina sul torrente Presio in località Madonnina. Se pensiamo a quanto sia difficile immaginare la nostra vita senza di essa, possiamo valutare l'importanza di questa svolta.
Ecco come, nel 1928, Ercole Bassi, ne “La Valtellina – Guida illustrata”, presenta Colorina: “Dalla staz. ferr. Di S. Pietro una rotabile, passando l’Adda sopra un ponte di ferro, giunge dopo circa un km. Al villaggio di Fusine (m. 280 – ab. 920, latt. Soc. – coop. di cons., coop. per l’alpeggio, osterie, med. cond.) da dove, volgendo a destra, arriva, dopo circa km. 2, contro monte, al villaggio di Colorina (m. 300 – ab. 1580 . coop. agric. – osterie). Ivi nel 1277 i seguaci di Corrado Venosta uccisero frate Pagano da Lecco e due notai venuti in Valtellina per stabilirvi l’inquisizione. Da Colorina una strada conduce a ponente alla Sirta, rotabile fino alla frazione di Valle, indi appena accessibile a carri di campagna”.


Panorama da Arale

Pesante fu anche il tributo pagato alla seconda guerra mondiale, nella quale si dovettero piangere Bulanti Giuseppe di Luigi, Codega Erminio fu Consiglio, Libera Liberale di Liberale, Libera Camillo fu Felice, Libera Erminio fu Felice, Maier Stefano fu Stefano, Varischetti Gaetano di Natale, Fanti Battista di Aristide, Toietti Primo fu Pietro, Fanti Renzo di Giuseppe, Codega Ennio fu Erminio, Varischetti Pietro fu Guglielmo, Mainetti Giuseppe di Andrea, Pizzini Edoardo di Pietro, Varischetti Aldo fu Primo, Varischetti Romolo di Davide, Mainetti Console fu Console, Fanti Romolo fu Attilio e Varischetti Silvio fu Simone.
A questo elenco non è inopportuno aggiungere quello dei Colorinesi caduti per motivo di lavoro, molto spesso in paesi assai lontani dai luoghi natii: Aili Edoardo (morto in Australia nel 1971), Aramini Mario (morto in Calabria nel 1953), Cassini Renzo (morto a Colobraro, Matera, nel 1977), Codega Franco (morto a Campodolcino nel 1959), Fanti Guido (morto a Curnera, Svizzera, nel 1966), Fanti Mario (morto in Zambia nel 1977), Gatti Mario (morto a a Bogotà, Colombia, nel 1972), Mottalini Attilio (morto a Bengasi, Libia, nel 1979), Pizzini Camillo (morto in Argentina nel 1986), Pizzini Pietro (morto in Calabria nel 1914), Pizzini Umberto (grande invalido per incidente in Sudan nel 1962), Quadrio Alessandro (morto a Zagros, in Iran, nel 1972), Ranaglia Giacomo (morto nel Bosco Nono di Colorina durante il taglio di piante nel 1951), Ranaglia Luigi (morto in Liguria nel 1964), Zamboni Antonio (morto in Sudafrica nel 1994), Zamboni Armando (morto per grave incidente a Samolaco nel 1966), Zamboni Dario (morto in Zambia nel 1974), Zamboni Erminio (morto in Val Rogna, Tresivio, nel 1949), Zamboni Guglielmo (morto nel Bosco nono di Colorina, durante il taglio di piante, nel 1925); Zamboni Ideale (morto a Laino Borgo, in Calabria, nel 1969) e Zamboni Pierino (morto in seguito a grave incidente in Calabria, nel 1987). Un elenco che impressione e fa pensare.
Nel secondo dopoguerra l’andamento della popolazione mostrò una sostanziale stabilità, con leggera flessione negli ultimi decenni: gli abitanti, da 1521 nel 1951 passarono a 1514 nel 1961, 1590 nel 1971, 1557 nel 1981, 1480 nel 1991, 1453 nel 2001 e 1465 nel 2006.


Panorama da Ronco

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Un’occhiata, ora, al territorio comunale, che ha una superficie di 17,96 kmq. Sul lato settentrionale il confine con i comuni di Berbenno e Buglio in Monte è costituito dal fiume Adda, dal punto nel quale vi confluisce il torrente Marasco, ad est, fino al ponte di Selvetta, che divide in due questo nucleo (la parte orientale appartiene a Colorina, quella occidentale a Forcola). Da qui il confine risale il versante orobico verso sud, seguendo il corso del torrente Rodolo, e passando poco ad ovest dell’omonimo ed antico nucleo di media montagna (che rientra, dunque, nel territorio di Colorina). Raggiunge, quindi, il crinale orobico che separa il versante che si affaccia alla piana di Ardenno dalla Val Vicima, laterale della bassa Val di Tartano. Seguendo questo crinale verso sud-est, passa per il Pizzo (m. 2298) e raggiunge il pizzo di Presio (m. 2301), punto di massima elevazione del territorio comunale. Il salto roccioso verticale delle pareti meridionali del Pizzo e del pizzo di Presio chiudono il versante che sovrasta il paese, e costituiscono l’aspetto più pittoresco del panorama che incornicia Colorina.
Dal pizzo di Presio il confine assume la direzione nord-est, scendendo lungo il fianco occidentale della Valmadre, seguendo il solco della Val Sciesa, fino alla sua confluenza con il solco del torrente Madrasco. Seguendo quest’ultimo, verso nord, passa appena ad ovest dell’abitato di Fusine e si riporta al torrente Adda, dal quale è partita la descrizione in senso antiorario. Gran parte del territorio comunale è, dunque, costituito dal versante orobico della Valle del Presio. Sul suo lato orientale si trovano i nuclei di Case Gavazzi (m. 598), Cantone (m. 708), Bratta (m. 875), Bratella (m. 927), Pendulo (m. 622), Sovalzo (m. 772), Foppa dell’Orso (m. 1014) e Baita Arale (m. 1382), nel cuore del fiabesco bosco Nono, una pecceta di rara bellezza. Sul suo lato occidentale, invece, si trova l’antico nucleo di Corna in Monte (m. 910), con l’antica chiesetta di S. Margherita, citata anche dal Ninguarda nella relazione della sua visita pastorale del 1589.

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Per raggiungere Colorina bisogna lasciare la ss. 38 dello Stelvio, sulla sinistra (per chi proviene da Milano) all’altezza di S. Pietro Berbenno, al primo svincolo, appena prima del distributore di benzina (non al secondo, che sale al centro di Berbenno). Dopo un breve tratto, si giunge ad una rotonda, alla quale si prende a sinistra, imboccando un cavalcavia che descrive una semicirconferenza, scavalcando la strada statale. La strada piega, poi, a destra e si dirige verso Fusine. Troviamo, però, quasi subito una strada che se ne stacca sulla destra: imboccandola, ci portiamo ad un ponte con gli archi sopra il torrente Marasco, oltrepassato il quale siamo al tirone che, in salita, porta ad una rotonda ed al centro di Colorina (m. 302). Da qui parte una pista, chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati, che risale il versante orobico, passando dalla chiesetta della Madonnina (dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio) e raggiungendo il magnifico Bosco Nono. Nei pressi del punto conclusivo della pista parte un sentiero che porta al prato della baita di Arale (m. 1382), nel cuore del Bosco Nono.
Se, alla rotonda all'ingresso di Colorina, invece di salire verso la chiesa ed il centro prendiamo a destra attraversiamo la parte bassa dell’abitata e raggiunge la frazione di Valle di Colorina (m. 295), dove si impone alla vista il santuario del Divin Prigioniero, edificato fra il 1920 ed il 1923 e dedicato ai caduti ed ai prigionieri di tutti i conflitti. Accanto all’edificio si trova la casa madre dell’Opera fondata da don Giovanni Folci. Appena prima del santuario, sulla destra (per chi proviene da Colorina), si nota la chiesa dei santi Simone e Giuda, di origini trecentesche (ma rifatta nel seicento ed oggi sconsacrata).
Oltrepassata Valle, proseguiamo sulla strada provinciale pedemontana orobica, superiamo il torrente Presio e, procedendo verso Selvetta di Colorina, passiamo a destra della medievale chiesetta di San Giacomo, ancora ben conservata. Alla fine siamo alla frazione di Selvetta di Colorina, sul limite occidentale del comune: la parte occidentale dell’abitato di Selvetta, oltre il ponte sull’Adda, è, infatti, già nel territorio di Forcola. Da Selvetta parte una strada che porta ad un bivio: prendendo a sinistra si sale a Rodolo (Colorina), prendendo a destra si sale ad Alfaedo (Forcola). Rodolo (m. 685, a 4 km da Selvetta), è un nucleo assai antico ed affascinante: la sua chiesa, già dedicata a S. Antonio abate ed ora dedicata alla Beata Vergine Immacolata, risale almeno al quattrocento. Da Ròdolo parte una pista (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che si conclude alle baite di Corna in Monte, dove si trova l'antica chiesetta di S.Margherita (m. 910), già esistente nel cinquecento. da Corna in Monte un sentiero prende ad ovest e porta ai prati di Azzolo (m. 1116), splendido terrazzo panoramico. Qui troviamo, segnalato, il Cràp, un posto di vedetta utilizzato dai partigiani durante la seconda guerra mondiale. Da qui parte anche, alle spalle delle baite, un sentiero che sale al prato del Gallonaccio.
Segnaliamo, infine, che l'alluvione del luglio 2008, che ha isolato per diverse settimane Rodolo, ha imposto la costruzione di una nuova pista provvisoria, che parte non lontano rispetto a quella descritta.  

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Carta del territorio comunale (estratto dalla CNS su copyright ed entro i limiti di concessione di utilizzabilità della Swisstopo - Per la consultazione on-line: http://map.geo.admin.ch)


BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA:

Bortolotti Arnaldo, Piatti Luigi, "Colorina, tra storia, cultura e cronaca"

Mazzinghi, Antonio, "Guida ai sentieri tematici di Colorina", Comune di Colorina, Polaris, Sondrio, 2005

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

www.comune.colorina.so.it

ESCURSIONI A COLORINA

L'anello del Presio 1, 2

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