Campane su Tou Tube: Regoledo di Cosio; Cosio Valtellino 1, 2; Sacco; Piagno

 

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IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Cosiesi): 4990 Maschi: 2480, Femmine: 2510
Numero di abitazioni: 2288 Superficie boschiva in ha: 1105
Animali da allevamento: 13018 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 207, m. 2267 (Pizzo di Olano)
Superficie del territorio in kmq: 23,93 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Cosio m. 225, Piagno m. 220, Regoledo m. 231, Vallate m. 300, Sacco m. 700, Dosso m. 677, Mellarolo m. 815

Cosio è uno dei più grandi ed importanti comuni della bassa Valtellina, sul versante orobico (dei “maròch”, contrapposto a quello dei “cech”), costituito dai due nuclei principali di Regoledo di Cosio (il più popolato, con 3969 abitanti, e la sede comunale) e di Cosio (l’antico centro, ora ridotto a paesino di 999 abitanti), cui si aggiunge l’importante frazione di Sacco (302 abitanti), sul fianco occidentale della bassa Val Gerola, a 7 km da Morbegno.
Il nome Cosio deriva probabilmente dalla radice preariana “Cus”, ma può essere anche accostato alla località etrusca “Cosae”, oppure alle località “Cosa” presso Turi o Paestum (Magna Grecia). Più sicuro l’etimo di Regoledo, da “rogor”, quercia. La presenza etrusca, in epoca preromana, sul fondovalle è assai probabile; meno la presenza di diversi popoli di stirpe celtica (Galli) in corrispondenza di altrettanti paesi della Valtellina, fra i quali quello dei Cosuaneti, che, secondo il Quadrio, si sarebbero insediati nel territorio dell’attuale Cosio.
Il toponimo è citato per la prima volta in un atto di vendita del 968. Una terra “conxeliba”, nel territorio di Cosio, è citata nel 1002. Agli albori del secondo millennio Cosio era compresa nella pieve di Olonio che, insieme a quella di Ardenno, si estendeva sull’intero territorio della bassa Valtellina. Vi possedevano molti terreni Isolani (Isola Comacina) e Gravedonesi: “infatti dalle carte essi risultano quasi sempre proprietari od acquirenti delle nostre terre” (Orsini, “Storia di Morbegno”, Sondrio, 1959). Nel medesimo secolo XI Ottone e Bonizia dell’Isola Comacina donarono terreni ai monaci Cluniacensi: fu la premessa per l’inizio (probabilmente databile al 1078) dell’edificazione dell’abbazia di S. Pietro in Vallate, dedicata ai Santi Pietro e Paolo, che divenne centro di un priorato, collegato, all’inizio del XIII secolo, con quello più ricco di Piona, sull’alto Lago di Como. Le fortune dell’abbazia di Vallate non durarono, però, a lungo: iniziò, nei secoli successivi, una progressiva decadenza, per cause non del tutto chiare, forse legate anche all’inclemenza del clima ed alla povertà della zona, che condusse all’abbandono, già in atto nel XIV secolo, ed alla successiva rovina del complesso, che venne parzialmente restaurato in epoca recente.
A metà del secolo XII successivo la storia di Cosio fu influenzata dalle lotte fra il celebre imperatore tedesco Federico I Barbarossa ed i comuni lombardi raccolti intorno a Milano; per avere l’appoggio dei Valtellinesi, Federico, nel 1158, confermò alla potente famiglia ghibellina comasca dei Visdomini (o Vicedomini) le concessioni feudali di cui già godevano sul versante retico della bassa Valtellina (Costiera dei Cech), aggiungendo ad esse i territori di Colico, Delebio, Cosio, Morbegno e Talamona, il che determinò la suddivisione della famiglia nei due rami di Traona-Domofole e di Cosio. Cosio, dunque, divenne, a partire dalla seconda metà del secolo XII, la base del potere di uno dei due rami dei Vicedomini in bassa Valtellina, che, per qualche tempo, prevalse sull’intera bassa valle. Ciò giustifica quanto scrive Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie dal 1587 al 1588, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616): «Questo è uno dei più antichi borghi della Valtellina; un tempo, quando il fiume Bitto gli scorreva vicino, godeva di un clima salubre, che poi, cambiato il corso del fiume, divenne malsano. Esso fu a lungo il capoluogo di tutta la Valtellina inferiore; ed ivi teneva la sua residenza il podestà, la cui giurisdizione abbracciava tutta la vallata e i versanti montani di qua e di là dell’Adda, dal lago di Como sino alla chiesa di S. Gregorio. Allora Cosio andava adorno di molti palazzi signorili che poi caddero a poco a poco in rovina». La località Dosso del Visconte, nel territorio di Cosio, fu, infatti, la sede originaria del podestà della bassa Valtellina, anche se, a causa dell’impaludamento del fondovalle, la sede del governo fu spostata a Coseccio di Talamona.
A Cosio, sul dosso che vediamo, sulla destra, procedendo da Rogolo verso il paese, sorgeva anche un castello, detto dallo Sprecher “fortissimo”, che fu possesso dei ghibellini Vicedomini. Lasciamo di nuovo la parola al Von Weineck: “Al di sopra di questo borgo, in cima ad un alto colle, e circa a cinquecento passi dal piede della montagna, sorge il castello dei Viecdomini, antica famiglia oriunda di Como, che venne insignita del vice comitato imperiale, assumendo così dalla carica un nuovo nome, in luogo del precedente che era Rusca. Essi ottennero larghi privilegi da Ugo e da Lotario imperatori italiani, l’anno 966; privilegi che vennero non solo confermati, ma anche accresciuti da imperatori, re, principi e signori delle epoche seguenti. Il primo dei Vicedomini che venisse in Valtellina fu Ariberto Rusca, soprannominato Negotiator; il quale dall’imperatore Ottone II venne confermato nel vicedominio imperiale con la rinnovazione dei privilegi de’ suoi predecessori… Il predetto Ariberto, insieme col figlio Alberico, pose la sua residenza in basso a Cosio; ma poiché da loro sorse numerosa discendenza, alcuni dei posteri si trasferirono in altri luoghi, come a Morbegno, a Coffedo, a Traona e a Somagna, e dove trovavano più opportuno. I Vicedomini poi, in seguito, circa l’anno 1100, fabbricarono qua e là alcuni castelli; uno a Cosio, del quale abbiamo già parlato, l’altro precisamente di fronte a questo, dall’altra parte dell’Adda, sopra Traona (Domofole), ed un terzo nella boscaglia fra Rogolo e Piagno. Tutti e tre i castelli erano forti per naturale posizione e difesi tutt’intorno da vallette; tornavano quindi di grande vantaggio ai Vicedomini in tutte le occasioni di torbidi o di guerra, ma specialmente al tempo delle nefaste fazioni guelfa e ghibellina che selvaggiamente si combattevano l’una contro l’altra. I Vicedomini godettero nella Valtellina di molti diritti signorili: possedevano Novate come feudo dell’impero; esercitavano i privilegi imperiali e il diritto di giudicare per fatti di sangue, nonché il privilegio di caccia e di pesca in tutti i villaggi dal Masino in giù e su entrambe le rive dell’Adda sino al lago di Como; inoltre percepivano la centesima parte di tutto il bestiame che transitava per i paesi sottoposti; infine si doveva loro pagare la decima su tutto il legname che in tronchi intieri veniva fluttuato per l’Adda… Ancor oggi gli armenti che dalla Lombardia si recano sulle alpi, passando per il terziere, debbono pagare ai Vicedomini un capo ogni cento, per diritto loro confermato dalle Tre Leghe, che attualmente governano la Valtellina." 
Lo scrittore non fa però menzione di un episodio che segnò l’inizio del declino della potente famiglia e di Cosio: il loro castello sul colle presso il paese venne abbattuto, nel 1304, dai guelfi Vitani di Como. Fu il primo atto di un progressivo declino che portò al parziale spopolamento del borgo, di cui parla anche, come vedremo, il vescovo Ninguarda, che lo visitò quasi tre secoli dopo. Parte della popolazione si trasferì, forse, sul versante della media montagna orobica; scrive, in proposito, l’Orsini, nella “Storia di Morbegno” (cit.): Lo stesso avvenne per Cosio, i cui abitanti si trasferirono pure sul monte: a Roncale, a Piantina, a Campione ed a Sacco”. Allo spopolamento concorsero, però, anche fattori di ordine climatico, che cominciarono a farsi sentire già nell’alto Medio-Evo. Scrive, in proposito, sempre l’Orsini: “Un’analoga tradizione… ci dice che il Bitto scendeva un giorno nella pianura fra Regoledo e Cosio, dando a questa salubrità e frescura. Lo studio attento delle stratificazioni geologiche potrebbe confermare questa tradizione, spiegarci il fatto e anche datarlo con larga approssimazione. Comunque già nell’alto Medioevo il Bitto si apriva un nuovo alveo, profondamente incassato nella forra selvaggia che si inabissa fra Bema e Sacco… Il piano di S. Martino divenne paludoso e malarico, e così pure quello di Cosio. Fu allora che sulla falda montana di Cosio sorsero le attuali frazioni di Roncale, Piantina e Sacco…” (op. cit.). Da un documento 1322 possiamo desumere quale fosse l’estensione del comune di Cosio: i rappresentanti delle vicinanze di Cosio, infatti, vale a dire Piagno, Sacco, Rasura, Nogaredo, Rovoledo, Masobio e  Piazzolini, decisero di dividere i beni comunitari e di assegnarli in enfiteusi o ad accolam, cioè a livello perpetuo, e stabilirono il tributo da versare alla cassa del comune.
Pochi anni dopo, nel 1335, Como, e con essa la Valtellina, caddero sotto il dominio dei Visconti, Signori di Milano. Gli Statuti di Como, che fissano l’ordinamento amministrativo della valle, menzionano Cosio come comune compreso nella pieve di Olonio (“comune locorum de Cosso et de Rovoledo et de Planio”). Il dominio visconteo suscitò, nel 1369, una ribellione in molti comuni della Valtellina, fra i quali Cosio, che terminò con la pace generale e l’amnistia per i comuni ribelli, concessa nel 1373. Ma le acque non si erano ancora del tutto placate, come testimonia un curioso episodio: qualche anno dopo (1377) il comune di Cosio venne condannato per non aver inviato i suoi balestrieri alla rassegna della milizia a Sondrio.
Il secolo successivo non fu più tranquillo: si affacciarono alla Valtellina dapprima i Veneziani, nel vano tentativo di scalzare il dominio dei Visconti (furono sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio nel 1432), poi i Grigioni, che la saccheggiarono nel biennio 1486-87. E non mancavano le più modeste ma non meno animose guerricciole locali: “Pessimi erano i rapporti di Morbegno con Cosio, che sbarrava ai morbegnesi il transito verso il lago di Como, predando la mercanzia, insultando e ferendo le persone, spesso anche ammazzando ed impedendo il ricorso al Duca. Solo dopo gli ordini precisi del Cardinale Ascanio Sforza, al quale la Valtellina era stata infeudata, si venne nel 1494 alla pace, con reciproca remissione degli omicidi e dei danni perpetrati.” (Orsini, op. cit.). Si aggiunsero frequenti epidemie di peste (1478-80, 1498 e 1501) e drammatiche alluvioni: “memorabile quella del 1476, che fu causa di grave carestia, per cui parecchi mendicanti della Valtellina si spinsero fino a Como, donde vennero respinti; memorabile ancora quella del Bitto del 1498. Un antico proverbio allora in voga diceva appunto che i redditi della valle per un quinto erano dei governanti, per un altro degli ecclesiastici, per un altro dei nobili, per un altro dei coloni e per un altro divorati dalle acque” (Orsini, op. cit.). A metà del secolo, fra il 1450 ed il 1451 la chiesa di S. Martino, già attestata nel IX secolo, si staccò dalla plebana di Olonio e venne eretta a parrocchiale.

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Nel 1500 venne abbattuto il dominio sforzesco sulla Valtellina; subentrarono per 12 anni i Francesi, finché, nel 1512, la Valtellina cadde sotto il dominio delle Tre Leghe Grigie (“Divenimmo dunque sudditi, alla mercé incondizionata dei Magnifici Signori Reti, che subito atterrarono per maggiore sicurezza tutti i castelli e le fortezze valtellinesi e attesero a smungerci”, - Orsini, op. cit.); Cosio era allora compresa nel Terziere inferiore e nella squadra di Morbegno. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Coxij", che risulta essere fra i più floridi, vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 2001 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fece registrare un valore di 172 lire, Talamona 1050, Morbegno 3419); prati e pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 4645 pertiche e sono valutati 2802 lire; gli orti hanno un’estensione di 27 pertiche e rendono 82 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 112 lire; campi e selve si estendono per 11457 pertiche e rendono 7525 lire; 1033 pertiche di vigneti rendono 2066 lire; sono registrati 9 torchi; gli alpeggi, che caricano 472 capi, vengono valutati 94 lire; viene rilevata una segheria, per un valore di 3 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 14775 lire (sempre a titolo comparativo, per Forcola è 2618, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Nel biennio 1587-88 fu governatore della Valtellina, come già detto, il von Weineck, che scrive di Cosio (op. cit.): Proseguendo da Morbegno verso il lago, tocchiamo il piccolo villaggio di Regoledo, che giace sul primitivo alveo del Bitto, alle falde della montagna; poi, in una buona mezz’ora, si giunge al borgo di Cosio che sorge di fronte a Traona, non troppo vicino al monte e neppure troppo vicino all’Adda. Questo è uno dei più antichi borghi della Valtellina; un tempo, quando il fiume Bitto gli scorreva vicino, godeva di un clima salubre, che poi, cambiato il corso del fiume, divenne malsano. Esso fu a lungo il capoluogo di tutta la Valtellina inferiore; ed ivi teneva la sua residenza il podestà, la cui giurisdizione abbracciava tutta la vallata e i versanti montani di qua e di là dell’Adda, dal lago di Como sino alla chiesa di S. Gregorio. Allora Cosio andava adorno di molti palazzi signorili, che poi caddero a poco a poco in rovina; infatti la nobiltà, per il cambiamento del clima accennato, si trasferì in altri luoghi più sani, come a Sacco, a Morbegno nuovo e al nascente Regoledo. Anche la podesteria fu rimossa da Cosio, dividendola, Infatti la parte al di là dell’Adda fu sottoposta ad un particolare podestà con sede in Traona, ampliandone la giurisdizione dalla Valle del Masino, antico confine, fino alla Maroggia. Il podestà, invece, della parte al di qua dell’Adda ebbe esteso il suo potere sino a Colorina; e per molti anni tenne la sua residenza a Talamona finché poi venne trasportata a Morbegno, dove sussiste tuttora. Cosio viene bagnato da un torrentello, che, scendendo dai monti del versante di mezzodì, si getta nell’Adda; lungo il suo passaggio viene adoperato per azionare parecchi mulini... Poco oltre Cosio sta Vallate, dove sorge un’abbazia e la chiesa di S. Pietro, le cui rendite sono ora possedute dai Vertemate-Franchi. Poi segue il villaggio di Piagno, alle falde del monte. E qui finisce il comune di Cosio che comincia vicinissimo a Morbegno, presso S. Maria di Piazzolate e termina con la valletta del Pescaiolo, presso Rogolo”.
Il 1589 è l’anno della visita pastorale dal celebre vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, il quale così scrive, nella sua relazione, della zona di Cosio: “Due altre miglia sopra Delebio, in linea retta verso Morbegno, vi è un altro paese, Cosio, un tempo assai grande e conosciuto, dove aveva la residenza il giudice di tutto il terziere inferiore sia al di qua che al di là dell'Adda, chiamato Vicedomino. Da questo fatto ha avuto origine quella che ora è la nobile famiglia dei Vicedomini. Da molti anni fu però abbandonata dai più, così che ora a stento si trovano quaranta famiglie, tutte cattoliche. C'è l'insigne e antichissima chiesa parrocchiale di ottima fattura architettonica dedicata a S. Martino Vescovo, il cui rettore è il rev. sacerdote Giorgio Malagugini di Morbegno. Nella predetta chiesa parrocchiale di San Martino vi è la cappella dei SS. Apostoli Filippo e Giacomo, dotata di dodici corone all’anno, il cui patronato spetta alla famiglia dei Vicedomini di Morbegno, ma che ora è posseduto da un laico, un certo Pietro, sposato e figlio del nobile Giuseppe Foppa. A questo inconveniente sarà posto rimedio. Nella stessa chiesa vi è un’altra cappella dedicata a S. Maria, dotata di quarantacinque corone annue, il cui patronato spetta ai tre più anziani dei Vicedomini di Morbegno; è ora posseduto dal sacerdote Severino de Schenardi. Ai confini del paese di Cosio, verso il lago, vi è la chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, un tempo patrono dei Vicedomini di Como; questo diritto fu dagli stessi trasferito a Como in una cappella della SS. Trinità. Poco fuori dal paese di Cosio, sulla strada verso Delebio, vi è la piccola frazione di Vallate, con cinque famiglie di contadini tutte cattoliche, e la chiesa di S. Pietro Apostolo dipendente dal priore di Piona. Vi è cappellano un minorita conventuale fr. Alfonso di Abruzzo, un religioso per nulla raccomandabile, ma piuttosto scandaloso, contro il quale saranno presi provvedimenti; la cura di quegli abitanti spetta al parroco di Cosio. Non lontano si incontra la famiglia di Piagno, con quindici famiglie di contadini tutte cattoliche, con la chiesa dedicata ai SS. Gervasio e Protasio che, come la precedente, è sottoposta alle cure del parroco di Cosio. A un miglio scarso da Cosio, vicino al diruto castello che un tempo fu della famiglia dei Vicedomini, esiste tuttora ma è in rovina la chiesa dedicata a S. Giorgio. Vi abita una sola famiglia di contadini, ma cattolica. Oltre il castello, a un miglio scarso verso il lago, salendo un poco, vi è tra i boschi la chiesa di S. Maria Maddalena, dove si celebra la messa il giorno della festa, per il resto del tempo è sempre tenuta chiusa.
Da Cosio, risalendo in linea retta verso Morbegno, c’è la frazione di Regoledo con venti famiglie, tutte cattoliche, dove ci sono due chiese semplici, una dedicata a S. Ambrogio e l’altra a S. Domenico, spettanti tutte e due alla cura del predetto parroco di Cosio. A un quarto di miglio in linea retta verso Morbegno c’è un’altra chiesa dedicata a S. Maria, unitamente alla frazione di Piazzola con cinque famiglie di contadini, tutte cattoliche e appartenenti alla comunità di Cosio. Dopo pochi metri incomincia subito il suburbio della città di Morbegno… Dal suburbio di Morbegno, oltre il ponte del Bitto, c’è la strada che conduce nella valle del Bitto, lunga più di otto miglia e sempre in salita; nella valle ci sono quattro paesi con diverse frazioni. Il primo, tre miglia sopra il ponte, è Sacco, con centocinquanta famiglie tutte cattoliche. E’ diviso in due parti, Sacco di sopra e Sacco di sotto; l’inferiore è sottoposto alla chiesa plebana di Morbegno di cui si dirà a suo tempo, e non a quella di Olonio; nel superiore, dipendente dalla chiesa di Olonio, c’è la bella chiesa parrocchiale dedicata a S. Lorenzo, il cui rettore è il sacerdote Alfonso Pirondino di Morbegno. Questa chiesa parrocchiale fu unita in antico alla chiesa di S. Martino di Cosio; attualmente è disgiunta e separata, a condizione che il curato di Cosio, in memoria dell’antica unione, raccolga e riceva ogni anno le primizie della comunità di Sacco e come controparte in determinati giorni dell’anno lui o un altro celebrino la messa nella loro chiesa. Nella stessa parrocchia vi è un altare dotato di un vistoso beneficio, dedicato alla beatissima Vergine Maria, che è posseduto dal sacerdote milanese Pietro de Carato. Alla periferia vi è una chiesa alpina dedicata a S. Bernardo, tenuta sempre chiusa ad eccezione della festa del santo. In quell’occasione si celebra la messa.”

Riassumendo, sul finire del XVI secolo si contano 40 fuochi (200-240 abitanti) a Cosio (per avere un dato comparativo, a Traona ve n’erano 140, a Campivico e Cermeledo 45), 15 (60-75 abitanti) a Piagno, 20 (80-100 abitanti) a Regoledo, 150 (600-750 abitanti) a Sacco, 20 (80-100 abitanti) a Meliarolo, 5 (20-25 abitanti) a Vallate, 5 (20-25 abitanti) a Piazzola, 1 (5-6 abitanti) a Castello San Giorgio. È interessante osservare come nella sola Sacco (peraltro divisa in Sacco di sopra, l’attuale Sacco, e di sotto, l’attuale zona di Campione) vivessero molte più famiglie di quante ve ne fossero in tutte le altre località sommate (150 famiglie contro 106), grazie alla sua felice collocazione climatica, cui faceva riscontro una situazione del piano che, fino all’opera di rettifica del corso dell’Adda, operata dal governo asburgico nella prima metà del secolo XIX, era caratterizzata da zone malsane. Un rapporto analogo si conferma qualche decennio dopo, nel 1624: a Sacco vivevano 940 abitanti, a Cosio 530.
Nella seconda metà del Cinquecento cominciò a farsi significativo quel movimento emigratorio che, più intenso nel Seicento e nel Settecento, contribuì non poco a sostenere l’economia valtellinese. Scrive, in proposito, sempre l’Orsini (op. cit.): “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi… Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo-squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio…”

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Ci affacciamo così al Seicento: si preparavano tempi bui per la Valtellina, che già aveva conosciuto gli orrori della caccia al protestante durante il cosiddetto Sacro Macello Valtellinese (luglio 1620), e che, nel contesto della Guerra dei Trent'Anni, era percorsa dagli eserciti delle due parti che se ne contendevano il dominio, i Francesi, alleati dei Grigioni, e gli Spagnoli, alleati degli Imperiali. Il punto culminante della tragedia venne toccato nel biennio 1629-30, quando l’alloggiamento, per alcuni mesi, della soldataglia dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare al soldo dell’Impero alla guerra di successione per il Ducato di Mantova, innescò l’ennesima epidemia di peste, che risultò la più terribile, falcidiando la popolazione valtellinese, scesa a poco più della metà (o addirittura, secondo la stima del Cantù, a poco più di un quarto degli abitanti - da 150.000 a meno di 40.000). Nel 1639, finalmente, il capitolato di Milano riportò la pace in Valtellina: il dominio delle Tre Leghe Grigie era confermato, ma con la clausola che la fede riformata non vi potesse essere ammessa.
Un quadro di Cosio nella prima metà del Seicento ci viene offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Vi leggiamo: “Cosio, fuoco de più antichi della valle, altre volte pretorio et populatissimo, mentre l'aria era buona, per causa del Bitto, il quale passava di là: ha il maggior estimo di tutta la valle, eccetto Teglio. Ha il territorio fertile di vino mediocre, grano et fieno. Ha castagne più che qualsivoglia luoco di Valtellina. Le fameglie di questa parochia sono 80 incirca, computando Rovoledo et Piazzolazzo, quali contrate sono verso mattina nella strada dove si va a Morbegno. La chiesa è parocchiale antichissima, quale, come dissi, ha sotto di sé Sacco, Rasura e Pedesina. In Cosio v'erano famiglie nobilissime et ricchissime. V'erano edificij sontuosi, ma l'aria ha fatto mutare stanza agli habitatori et atterrato gli edificij. Il monte è tutto pieno di castagne, la cima di pascoli et boschi. Sopra la terra v'era la fortezza nominatissima de Vicedomini: adesso si veggono solo li vestigij. Li spatij di questa terra arrivano sino alle porte di Morbegno, sin all’abbatia di S. Pietro sotto la trensiera fatta da nostri et Grisoni l'anno 1607 contra li Spagnoli, sopra la quale v'è la chiesa di S. Michele, solitaria sì tra rupi et sassi et castagne, ma ricchissima d’entrata. L’abbatia di S. Pietro è alle radici del monte, puoco discosta dalla strada, senza abbate et monaci, essendo patrone dell’entrata et del luoco li signori Franchi Vertemati di Piuro. Cosio ha due altre chiese, cioè una della Madonna vicina a Morbegno et l’altra di S. Dominico tra Morbegno et Cosio, nel piano alle radici del monte.”
La seconda metà del Seicento e, ancor più, il Settecento furono periodi di lenta ripresa demografica ed economica, anche grazie al già citato fenomeno emigratorio.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Cosio (Cosce). Cosio era un tempo Sede Pretoria, ed è de' più antichi Luoghi della Valle, che già giaceva al Piano: e sopra il Dosso del Monte, che gli sovrasta, un fortissimo Castello vi aveva già Signoria de' Visdomini. Con esso concorrono a formare la nona Comunità Sacco di sopra, e Sacco di sotto, che sono al Monte; onde la Famiglia nobilissima de' Conti di Sacco uscì: e Rogoledo, Piantina, Planio, e Vallate, che sono al Piano.

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Poi venne la bufera napoleonica, e con essa, nel 1797, la fine del dominio grigione: a quella data Cosio contava 1763 abitanti. Seguì un periodo di convulse vicissitudini amministrative. “Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina avvenuto nel giugno del 1797, nel comune di Cosio si insediò un comitato di giustizia formato da tre membri compreso il fiscale… per i quali fu valutato un indennizzo di lire 2 di Milano al giorno ciascuno…  Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio… il comune di Cosio apparteneva al distretto di Morbegno. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda e Oglio… il comune di Cosio fu compreso nel distretto IV di Morbegno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801… Cosio era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario… Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Cosio venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 1.192 abitanti. Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Cosio, con 1.202 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Cosio (402), Sacco (400), Regoledo (400)… Dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto (comparto 1 maggio 1815)… Cosio figurava (con 1.413 abitanti totali, 1.202 da solo) comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente al comune aggregato di Rasura… In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista la formazione dei due distinti comuni di Cosio con Regoledo e di Sacco. Il deputato di Valtellina conte Guicciardi auspicava il mantenimento dell’unità amministrativa tra le tre località, che avevano pascoli in comune; aggiungeva inoltre che gli abitanti di Cosio e Regoledo per l’aria meno buona d’estate si riducevano in gran parte in Sacco, “e viceversa ai tempi di maggior lavoro nella primavera ed autunno” quelli di Sacco si trasferivano tutti in Cosio o Regoledo “avendovi pressoché tutti promiscua abitazione”.
Seguendo le osservazioni del Guicciardi, l’imperial regia delegazione provinciale, nell’elenco dei comuni riordinato, propose la formazione del comune unitario di Cosio con Regoledo e Sacco, che con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio fu inserito nel distretto IV di Morbegno... Nel 1853… Cosio con le frazioni Regoledo e Sacco, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.563 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.
” (Roberto Grassi - sotto la direzione di -, Le istituzioni storiche del territorio lombardo - XIV-XIX secolo -, Regione Lombardia, 1999).
Agli inizi del secolo XIX, e precisamente il 15 aprile 1800, l’accresciuto peso demografico di Regoledo portò al suo distacco dalla parrocchia di Cosio ed all’erezione della parrocchia di S. Ambrogio (la dedicazione della chiesa, del tutto scomparsa e sostituita dall’attuale, edificata negli anni 1862-66, testimonia di un profondo legame con la chiesa milanese: nel Medio-Evo, infatti, molti terreni della frazione erano possesso del monastero milanese dedicato al medesimo santo). Alla proclamazione del Regno d’Italia, nel 1861, Cosio aveva 1692 abitanti; due anni dopo, nel 1863, assunse la denominazione ufficiale di Cosio Valtellino.
Significativo fu il contributo di Cosio alle guerre risorgimentali. Alla I guerra d'Indipendenza del 1848 parteciparono Bianchi Domenico, Biella Paolo Giuseppe, Corazza Innocente, De Gobbi Antonio, Del Barba Carlo, Majola Pietro, Sutti Pietro, Tavasio Paolo e Zecca Giovanni Battista. Alla II guerra d'Indipendenza (1859-60) parteciparono, poi, Bottà Pietro, Biella Battista, Cornaggia Giovanni Battista, Corazza Giuseppe, Cazzona Martino, Daccomo Felice, Ferrari Paolo, Ferrari Giulio, Gherbi Giuseppe, Giovannoni Antonio, Gambetta Antonio, Martinalli Benedetto, Martinalli Giuseppe, Righetti Costante, Sutti Carlo, Sutti Pietro, Tonelli Benedetto e Zecca Domenico. Alla III guerra d'Indipendenza del 1866 parteciparono Bottà Pietro, Barlascini Giovanni Battista, Biella Battista, Gherbi Domenico, Giovannoni Martino Luigi, Giovannoni Giovanni, Giovannoni Antonio, Gambetta Antonio, Gambetta Giacomo, Gambetta Agostino, Gambetta Giovanni, Gambetta Giacomo, Gambetta Domenico, Mottarello Simone, Majola Pietro, Rasica Giuseppe, Sutti Carlo, Sutti Pietro, Senegari Giacomo, Tonelli Benedetto, Vaninetti Domenico, Vaninetti Giuseppe, Vaninetti Antonio, Zugnoni Giuseppe e Zecca Giovanni. Alla campagna del 1870 che portò all'annessione di Roma, proclamata capitale d'Italia, parteciparono, infine, Mottarelli Pietro e Vaninetti Domenico.
I successivi decenni, fino alla prima guerra mondiale, videro una forte crescita demografica, anche per l’insediamento di abitanti che da Gerola Alta si trasferivano sul fondovalle: si passò dai 1880 abitanti del 1871 ai 2180 del 1881, ai 2225 del 1901 ed ai 2460 del 1911.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo un interessante prospetto degli alpeggi della Val Gerola, cpmpresi quelli del comune di Cosio:

Nel 1897 si costituì la Società Elettrica Morbegnese, che costruì la centralina sul torrente Cosio, la quale forniva energia elettrica al paese ed a Morbegno.
Nel 1898 il paese ricevette la visita pastorale del vescovo di Como Valfré di Bonzo, che a Cosio trovò 400 parrocchiani, a Sacco 900 ed a Regoledo 1480; dalle relazioni dei parroci emerse che 30 abitanti di Cosio emigravano in Svizzera o si recavano sugli alpeggi orobici nella stagione estiva; 120 abitanti di Regoledo passavano sugli alpeggi orobici la stagione estiva, da giugno a settembre; 27 abitanti di Sacco erano emigrati in Svizzera, Francia ed America. Non risultavano, infine, villeggianti a Cosio né a Regoledo, mentre se ne registravano 5 a Sacco.

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Alto fu il tributo pagato alla Prima Guerra Mondiale. Il monumento in ricordo dei caduti a Cosio ricorda Acquistapace Mansueto, Alberti Ernesto, Gherbi Giovanni, Gherbi Giovanni, Manni Gildo, Manni Giovanni, Piva Silvio, Sutti Giacomo, Sutti Giovanni, Tarabili Plinio, Zecca Domenico e Zugnoni Federico. Quello di Regoledo riporta i nomi di Cornaggia Giacinto, Martinalli Dionigi, Moiola Giovanni, Tonelli Antonio, Tonelli Bernardo e Zecca Giovanni.
Nel primo dopoguerra riprese la crescita demografica, che portò ai 2971 abitanti del 1921; seguì una leggera flessione, che fece registrare 2927 abitanti nel 1931 e 2904 nel 1936.
Ecco la sinteticissima presentazione che Ercole Bassi, nel 1928, fa del paese in "La Valtellina - Guida illustrata": "A km. 6 da Delébio, vi è l'antico villaggio di Cósio (m. 231 - ab. 373-2110 - P. T. - staz. ferr.), ove funziona una cartiera. Il Comune ha sede a Regolédo ed è diviso in varie frazioni. Possiede latterie soc. in Cósio, Regolédo (due), Mellarólo, Masonàcce, Ruscaína e Piagno, una cassa rur. in Cósio, una coop. di cons. e ricreatorio a Regolédo."
Alto fu anche il tributo pagato al secondo conflitto mondiale. Il monumento ai caduti a Sacco ricorda, fra caduti e dispersi, i nomi di Antonioli Luigi, Cornaggia Cesare, Mottarella Dante, Mariana Eugenio, Mariana Eligio, Orlandi Adolfo, Zecca Leonardo, Vaninetti Tullio e Bedognè Raffaele.  Il monumento a Cosio menziona Ambrosetti Luigi, Ambrosetti Mario, Bianchi Pierino, Bongetta Lino, Bottà Achille, Cazzola Celso, Cazzola Ettore, Cazzola Martino, Citterio Enrico, Colli Giovanni, Gusmelori Ermanno, Magni Roberto, Manni Antonio, Manni Gaetano, Maxenti Carlo e Ruffoni Emere.
Incessante, infine, la crescita demografica nel secondo dopoguerra: dai 3194 abitanti del 1951 si passa ai 3505 del 1961, ai 4413 del 1971, ai 4757 del 1981, ai 4990 del 1991, ai 5135 del 2001 ed ai 5212 del 2006. Il fenomeno demografico più importante in questi decenni è il raddoppio della popolazione di Regoledo, sede comunale, nel periodo 1960-2000, dovuto in buona parte alla discesa sul fondovalle di abitanti di Sacco e Mellarolo, frazioni all’imbocco della Val Gerola.
Oggi il comune di Cosio si articola in diversi nuclei, distribuiti fra il fondovalle della bassa Valtellina (versante orobico, dei “maròch”) e le pendici del fianco occidentale della bassa Val Gerola. Procedendo da Delebio, lungo la ss. 38 dello Stelvio, si incontra, ad un chilometro circa dal comune di Rogolo, la frazione di di Piagno (m 220); si raggiunge, poi, la stazione di Cosio (m 225), oltrepassata la quale si incontra la zona industriale dove si trova anche la più importante industria di Cosio, la ditta dolciaria Galbusera. Si raggiunge, quindi, Regoledo di Cosio (m 231), sede amministrativa, il cui abitato, sul lato orientale, fa ormai tutt’uno con quello di Morbegno. Sul fianco occidentale della bassa Val Gerola incontriamo, salendo da Morbegno lungo la provinciale, Sacco (m 700), paese dal passato illustre, ora abitato da poche centinaia di persone, ed il simpatico paesino di Mellarolo (m 815), posto a ridosso del confine con il comune di Rasura.

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Il territorio comunale di Cosio ha un’estensione di 23,93 kmq. A nord il confine comunale segue sostanzialmente il corso dell’Adda; a nord-est piega, quindi, decisamente a sud, lambendo la periferia occidentale di Morbegno ed inglobando, sul fianco occidentale della bassa Val Gerola, la maggior parte dei prati della località Campione (legata alla fama della celebre eroina Bona Lombarda) ed i già citati paesi di Sacco e Mellarolo. Oltre Mellarolo, piega ad ovest-sud-ovest, seguendo il solco della valle denominata “Il Fiume” (che confluisce da ovest nella Valle del Bitto di Gerola), salendo fino all’anfiteatro che si apre ai piedi della cima della Rosetta e del monte Combana. Qui piega a nord-nord-ovest e segue, per un buon tratto, il crinale che dal pizzo di Olano (m. 2267, massima elevazione del territorio comunale) scende al pizzo dei Galli (m. 2217) ed al dosso dei Galli (m. 1959), fino all’alpe Piazza, che però resta ad ovest del confine comunale. Assume, poi, l’andamento nord, passando sul limite occidentale dell’alpe Tagliata (che rientra nel territorio comunale) e di nuovo a nord-nord-ovest, passando ad est dei prati Erdona (che resta fuori del territorio munale). Scende, infine, al fondovalle ad ovest di Piagno (frazione di Cosio) e ad est di Rogolo (di cui lambisce la periferia orientale), raggiungendo, infine, il fiume Adda.

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Rapella, Rinaldo, "L'Abbazia di S. Pietro in Vallate", in Le vie del bene, Morbegno, maggio 1966

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AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

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