
Il
passo Ligoncio era legato in passato ad una sorta di alone di mistero.
Lasciamo la parola a Bruno Galli Valerio, valentissimo alpinista ed
ottimo conoscitore, fra Ottocento e Novecento, delle montagne del gruppo
del Masino: "Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo
alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di
lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai
piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono
a picco sulla Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le rocce a picco per
cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: dappertutto le stesse
pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo
la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo"
(da B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese,
1998, pg. 157, a cura di L. Angelici ed A. Boscacci).
Oggi questi problemi non ci sono più: basta seguire i segnavia.
Ma
perchè è così difficile trovare il passo? Alcuni
pastori lo spiegano al Galli Valerio: "Se non si sa esattamente
dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss...Di
là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova
una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta
e da là si tocca l'alpe d'Arnasca" (ibidem, pg. 158; va
però fatta una precisazione: il Liss è il Pizzo dell'Oro
quotato, dalle carte di cui dispone Valerio, 2714, oggi riquotato 2695,
ma Liss d'Arnasca è anche l'altro nome del Pizzo Ligoncio). Quest'ampia
premessa è necessaria, perché il passo Ligoncio è il cuore
del primo ramo del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che permette
la traversata dal rifugio Brasca al rifugio Omio. Una traversata impegnativa,
da collocarsi al livello dei più difficili passaggi del sentiero
Roma e da affrontarsi con cordino, imbragatura e ramponi. Ma andiamo
con ordine. Il sentiero Dario Di Paolo, attrezzato dal CAI di Como,
ha due rami, che si congiungono poche decine di metri sopra la Omio.
Del primo abbiamo detto; il secondo collega il rifugio Volta al rifugio
Omio, passando per il passo della Vedretta meridionale. Ma torniamo
al primo ramo.
Saliamo al rifugio Brasca (vedi relativa scheda o la prima giornata
del Sentiero Roma), dove possiamo pernottare; da qui risaliamo la valle
d'Arnasca (termine che deriva dal ligure o celtico “arn”, che significa “acqua” – cfr. “Arno”), fino al bivacco Valli.
Seguendo i segnavia, disegniamo una diagonale verso sinistra (nord-est),
fino a giungere ai piedi di un canalino delimitato a sinistra dalle
propaggini occidentali della quota 2965 ed a destra da uno sperone roccioso
che si stacca da queste propaggini. Su un grosso masso sta l'evidente
indicazione che ci porta in direzione del canalino, ai piedi del quale
si può trovare un nevaietto ad inizio stagione, e che rimane
ingombro di neve dura fino a stagione avanzata.
Non si risale però il canalino, ma il lato sinistro dello sperone
di destra. Il primo tratto è facilitato da corde fisse nei saltini
più ostici. Poi ci si approssima alla sommità del canalino,
sempre rimanendo alla sua destra, e, affrontando qualche passo di arrampicata
non difficile, si raggiunge una specie di porta, delimitata da un grande
masso a sinistra e segnalata da un'evidente freccia.
La
porta introduce alla seconda parte della salita al passo Ligoncio, che
sfrutta una lunga cengia sempre esposta, percorsa da un sentierino,
che però in un paio di punti lascia il posto a canalini con detriti
e roccette. In diversi punti le corde fisse sono di notevole aiuto,
anche se alcune sono spezzate o prive su un lato dell'assicurazione
alla roccia. Il passaggino più delicato precede di poco il passo:
qui il sentiero lascia il posto ad una stretta roccetta esposta, per
cui la corda fissa è essenziale. Quindi dobbiamo procedere con
molta calma e cautela. E' poi quasi superfluo dire che con pioggia o,
peggio ancora, neve e ghiaccio, la salita al passo è veramente
pericolosa. Aggiungiamo che, psicologicamente parlando, la salita impressiona
molto meno della discesa.
Poi la stretta apertura del passo, a 2575 metri, è finalmente
raggiunta. Dall'altra parte dobbiamo subito affrontare un canalino ripido,
che presenta l'insidia dei sassi mobili, ma che tutto sommato è
molto meno ostico di quanto incontrato sul versante della val Codera.
Giunti
ai piedi del canalino, possiamo tirare il fiato: non ci resta che seguire
i segnavia, che ci guidano su un sentiero quasi sempre ben marcato.
La discesa effettua un primo arco verso sinistra, attraversando anche
una placca di granito che scende dalla cima di quota 2695, poi piega
leggermente verso destra e punta ad est, alternando brevi pianori ad
un paio di dossi (oltrepassando anche un curioso cupolone di granito
ed erba). Scendiamo poi lungo un canalone tagliato da muri a secco,
giungendo finalmente in vista del rifugio Omio, che raggiungiamo piegando
nuovamente a sinistra. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Il dislivello complessivo, partendo dal
rifugio Brasca, è di 1270 metri circa. Il tempo necessario per
la traversata, tenendo conto che la salita al passo va effettuata con
molta calma, è di 5-6 ore.
La
fatica ed il batticuore sono comunque ripagati dal superbo spettacolo
che sta davanti ai nostri occhi, a destra: l'impressionante ed enorme
placca liscia di granito che si prolunga nella punta della Sfinge (m.
2802) e nel pizzo Ligoncio (m. 3032).