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Dazio

Nome

Nascosta dietro la caratteristica formazione montuosa del Culmine di Dazio, che fa da spartiacque fra bassa e media Valtellina, sta un’incantevole piana, dove riposa il paesino di Dazio, a 568 metri sul livello del male, uno dei più piccoli della provincia di Sondrio (3,73 kmq). Qui possiamo trovare piante da frutta, oleandri, allori e palme, grazie al clima particolarmente mite che si gode anche nella stagione invernale.
La bellezza del luogo era apprezzata anche nei secoli passati. Ecco come il Güler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe dal 1587 al 1588, nell’opera “Raetia”, del 1616, lo presenta: “Venne così chiamato dalla parola dazio, perché un tempo il bestiame che si recava ad alpeggiare nella Valmasino doveva, passando di qui, pagare una tassa al feudatario. Questo villaggio sorge in amena posizione in una fertile pianura montana, elevata circa mille passi sull’Adda. All’estremo di questa pianura, verso mezzodì, sorge un piccolo monte detto la Colma di Dazio… A ponente di Dazio scorre il torrente montano chiamato Tovate e si stende la foresta di Roncaglia, la quale ripara il paese dai venti impetuosi del lago. I venti settentrionali vengono invece trattenuti dal monte di Caspano; e tutte queste condizioni favorevoli rendono il luogo salubre e fertile.”
Similmente l'Orsini, nella Storia di Morbegno (Sondrio, 1959), scrive, con riferimento al secolo XIII: "Dazio, così chiamato perché quivi gli armenti di passaggio da e per la Valmasino pagavano la centena ai Vicedomini, ossia un capo di bestiame ogni cento, comprese anche Regolido e Cerido, che poi passarono al comune di Civo".
La spiegazione che il von Weineck avanza sull'origine del nome di questo paese non è, in verità, l'unica possibile. In effetti mal si concilia con la descrizione dell'antica via di accesso alla Val Masino da lui medesimo descritta nell'opera citata, che passa più alta rispetto alla piana di Dazio, sulla direttrice Civo-Roncaglia-Caspano: “Ferzonico si dice pure Cantono. Di qui comincia la via che conduce alle terme di Masino, misurando da un estremo all’altro due miglia tedesche. Infatti da Ferzonico a Bioggio la via sale faticosamente per il monte per tremila passi, poi abbiamo un tratto piano sino a Civo; poi vi sono di nuovo millecinquecento passi di lenta salita sino a Roncaglia; e dopo Roncaglia vi sono di nuovo millecinquecento passi sino a Caspano; e di lì un tiro d’archibugio sino a Bedoglio. Da questo punto si entra nella Valmasino, nella quale si percorrono seimila passi per arrivare a S. Martino; donde con altri duemila di via diseguale e sassosa si giunge ai Bagni. Questa strada è accessibile ai cavalli e ai pedoni; ed è la più frequentata da quelli che vengono ai Bagni dal Lago di Como.” Più probabile appare, oggi, quella che individua tale origine in un nome personale, che potrebbe essere il longobardo Dazo (testimoniato nell'anno 740) o, risalendo più indietro nel tempo, il latino Dacius (che si riferirebbe all'arcivescovo milanese S. Dazio). Secondo l'Orsini, infine, Dazio deriverebbe da "locu adaquaeus", cioè luogo paludoso, per la sua collocazione su un pianoro che anticamente poteva avere una natura torbosa (origine, questa, che accomunerebbe Dazio a Dascio).
La piana di Dazio, dunque, potrebbe essere all'origine del suo nome: si tratta di una sorta di porta naturale che congiunge il limite orientale della Costiera dei Cech con la Val Masino. Di qui passarono, fra gli altri, quegli alpeggiatori che, nei secoli scorsi, provenendo da
Mello, cercarono nelle zone più remote della Val Masino nuovi alpeggi, dando così il nome a quella Val di Mello oggi celebre in tutto il mondo.
La conca è chiusa a sud dalla già citata formazione del Culmine di Dazio, ed a nord dall’estrema propaggine della Costiera dei Cech, che propone il tipico scenario alpino della Val Toate (o Tovate), nel quale spiccano, da est (destra), il corno di Colino (m. 2504), la torre di Bering (m. 2412), la cima quotata 2716 e la cima del Desenigo (m. 2854).
Oggi (2005) Dazio è un piccolo comune, di 371 abitanti, il cui territorio è delimitato, a sud, dal crinale del Culmine di Dazio, ad ovest dalla valle del torrente Toate, a nord dai boschi immediatamente a monte della chiesetta di S. Anna e, infine, ad est dalla frazione di Regolido (dalla quale si apre uno scorcio bellissimo sulla media Valtellina e sul gruppo dell’Adamello) e dal versante orientale del Culmine di Dazio.
Un piccolo territorio, denso però di storia, colore e tradizioni, che si anima, in particolar modo, d’estate, quando gli emigrati “romani” tornano alla terra da cui partirono i loro avi. I suoi abitanti hanno fama di essere particolarmente ingegnosi, ma anche bizzarri ed imprevedibili, tanto da essere denominati, simpaticamente, "i matt da Dasc" (ma, per evitare reazioni risentite, ricordiamoci di chiamarli con il più corretto ed asettico “daziesi”).

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Il territorio di Dazio, per la sua posizione felice e protetta, fu, probabilmente abitato fin da tempi antichissimi; scrive Giustino Renato Orsini, nella sua "Storia di Morbegno" (Sondrio, 1959), che "all'età neolitica appartengono... i presunti castellieri del Caslido (Dazio), di Scheneno (Ardenno) e di Morbegno"
Per capire meglio di cosa parli lo storico, dobbiamo osservare che a monte di Categno (incantevole località del versante meridionale della Colma di Dazio, nel territorio del comune di Morbegno), verso nord-nord-est, sul crinale per il quale passa il confine comunale fra Dazio e Morbegno, possiamo osservare un largo poggio sorretto da rocce levigate. Qui si trova, secondo l'attestazione di antiche carte, la località di Caslìdo (caslìi), che lo storico Giustino Renato Orsini ritiene sede di un antichissimo castelliere, ad una quota di circa 610 metri, risalente all'ultimo neolitico o alla prima metà dell'età del ferro. Un castelliere è, in un certo senso, l'antenato del castello: si tratta di un piccolo villaggio fortificato, costituito da una torre centrale e da una cerchia di mura, di cui sono rimaste tracce, che rimandano ad epoche preistoriche, nell'Istria e nella Venezia Giulia. In epoca romana queste strutture furono utilizzate come fortilizi, spesso trasformati, infine, in epoca medievale, nei più conosciuti castelli. Se l'Orsini ha ragione, dunque, questo versante era abitato già sin dalla fine dell'età della pietra.


Media Valtellina vista dal Culmine di Dazio

Si tratta di un'ipotesi che non ha solo un fondamento toponomastico: l'Orsini osserva, infatti, che l'esistenza dell'antichissima struttura si può congetturare "dal tonfo, come di vuoto sottostante, con cui rimbombano i passi, andando per un piccolo prato interposto tra quei greppi", ed anche dai resti di imponenti muraglie a secco e di rampe di accesso che non appartengono ad alcun castrum romano o castello medievale, né rispondono a bisogni agricoli, "trattandosi di un colle arido ed incolto, dove, per il suo isolamento dalle montagne circostanti, manca pure l'acqua che deve essere attinta al sottostante Acquate". Può darsi che questo medesimo luogo abbia ospitato, in epoca assai più recente (Medio-Evo), quella fortezza attestata da più fonti storiche, fra le quali il Quadrio, che, a metà del settecento, scrive: "Ivi nel vicino monte che il Colmo di Dazio si appella, apparivano tuttavia le vestigie d'una rovinata fortezza che serviva per dominare tutta quella valle e guardarla dalle scorrerie" ("Dissertazioni storico-critiche sulla Valtellina, 1755); peraltro già nel cinquecento la fortezza era già ridotta a rovina, eletta, nel 1525, a covo da un manipolo di soldatacci del condottiero-avventuriero Gian Giacomo de Medici, detto Medeghino: da qui terrorizzarono per qulche tempo i paesi vicini, finché vennero neutralizzati dai soldati delle Tre Leghe Grigie, cui era soggetta, a quel tempo, la Valtellina.


Piana di Dazio

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Tornando alla storia di Dazio, osserviamo che dopo l'epoca romana vennero le invasioni dei popoli germanici ed i Longobardi "cresciuti pure di numero, si diffusero per tutto l'alto Lario, particolarmente a Menaggio, e nella Valtellina sugli ubertosi altipiani di Cercino, di Civo, di Dazio e di Buglio..." (Orsini, op. cit.). Nell'alto medioevo parte del territorio di Dazio era legato da vincolo feudale addirittura con il vescovo di Lodi, e successivamente a S. Abbondio di Como (una bolla del 1208 conferma "la sudditanza di parecchie chiese e di molti luoghi a S. Abbondio; ... in particolare S. Martino di Morbegno e molta parte dei comuni di Civo e di Dazio" - Orsini, op. cit.).
Fra gli eventi più importanti, ma anche più difficili da collocare nel tempo, che interessarono la piana di Dazio vi fu il mutamento del corso del torrente Toate, che ora ne delimita il confine occidentale. Ma "il Tovate, secondo una tradizione, dalla piana di Dazio, rasentando Regolido, andava in antico a gettarsi nel Masino; più tardi si apriva un varco tra la Colma e il Dosso di Cermeledo, piombando ruinoso su Campovico. Come la piana di Dazio rimase ostruita a sud-ovest dal conoide alluvionale del Tovate che, intasando le acque di scolo, rese il territorio pantanoso, e torboso, così il piano sottostante di Campovico fu tutto sconvolto e l'antichissimo vicus quasi del tutto annientato, diventando rasa campagna" (Orsini, op. cit.). Dazio accolse, dal secolo XII, qualche profugo comasco esule dopo la disfatta di Como nella guerra decennale con Milano (1118-1127): in particolare, i Della Torre di Mandrisio ed i De Pino. Nel basso Medio-Evo Dazio Dazio rientrava nel terziere inferiore della Valtellina e nella squadra di
Traona, ed apparteneva alla pieve di Ardenno (dalla quale si staccò nel 1637). Negli Statuti di Como del 1335 figurava come “comune loci de Dacio et eius vicinantia”. Il territorio comunale comprendeva, ancora alla metà del secolo XVIII, anche le contrade di Rovoledo e Ceredo. Il 1335 segna l'inizio del dominio dei Visconti di Milano sulla Valtellina; contro Galeazzo Visconti, ghibellino, si levò, nel 1369, la ribellione del partito guelfo in Valtellina, capeggiato da Tebaldo de Capitanei; fra i ribelli figurava anche Dazio, con i Paravicini.
Fra le cose notevoli della storia ardennese del quattrocento vanno sicuramente annoverati alcuni passaggi nel paese di frate Benigno de Medici, soprannominato il Bello, nato nel 1372 a Volterra e morto il 12 febbraio del 1472, alle soglie dei cent'anni, a Monastero di Berbenno: si tratta del celebre san Bello, la cui devozione, da Berbenno a Traona è rimasta fino ad oggi assai viva, legata soprattutto alle preghiere per il ritorno del bel tempo in periodi di violente perturbazioni. Egli passo da Dazio intorno alla metà dell'ottobre del 1404, mentre viaggiava da Sondrio in direzione del lago di Como. Scrive, nel racconto della sua vita, il suo contemporaneo Romerio del Ponte: "[Dalla Maroggia] si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove, licenziata la guida accordata sin al lago di Como, si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Pusterla e Dubino e Monastero sino a Provezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio [Olonio] dalla parte sinistra, traghettando il laghetto gionsero a Dazzo [Dascio] a cena ben tardi." Assai interessante, questo testo, perché illustra anche il percorso della via maestra che consentiva di uscire dalla Valtellina o di entrarvi, passando non per il piano, ma per i borghi di mezza costa del versante retico e della costiera dei Cech.


Dazio

Dazio era, però, devozionalmente più lgata alla figura di Fra' Modestino, compagno del più famoso S. Bello; mentre questi veniva invocato per far venire il bel tempo dopo le tempeste, il primo veniva invocato perché cessassero i lunghi periodi di siccità. Così "l'anno 1479 fu di grande siccità, perché nei tre mesi estivi non piovve; perciò il beato Andrea di Peschiera condusse processionalmente la popolazione di Morbegno, Talamona e Delebio ad Assoviuno per implorare S. Benigno, quindi a Dazio per implorare Fra Modestino, compagno del Santo; e il primo diverrà il tradizionale largitore del sereno, il secondo della pioggia". (Orsini, op. cit.)

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Nel 1512 iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. Contro di loro si levò in armi l'avventuriero Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso. Questi sconfisse, nel 1525, i grigioni a Traona e mise a ferro e fuoco l'intera squadra. Rimase un nido di predoni al suo comando nelle favisse del distrutto castello dei Vicedomini nella Colma di Dazio (o, forse, nel castello medievale sorto sul castelliere di Caslino, come abbiamo visto sopra), che per diverso tempo, come già detto, prima di essere debellati, sparsero il terrore sul territorio circostante. I grigioni, annientata la minaccia, fecero abbattere nel 1526 tutte le fortezze della valle, compreso quel che restava di quella dei Vicedomini presso Dazio, per impedire che altri fautori degli Sforza di Milano se ne servissero contro di loro.
Sentirono, quindi, il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis de Datio" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 278 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Civo 1930, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 3997 pertiche e sono valutati 939 lire; campi e selve occupano 1002 pertiche e sono valutati 855 lire; gli alpeggi, che caricano 50 mucche, vengono valutati 5 lire; viene registrata una fucina, per un valore di 30 lire; gli orti occupano 6 pertiche e valgono 18 lire; i vigneti si estendono per 140 pertiche e sono stimati 186 lire; vengono torchiate 5 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 5 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 2369 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Civo 9532, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Il vescovo di Como, di origine Morbegnese, Feliciano Ninguarda, nella sua visita pastorale del 1589, vi contò 80 fuochi (400-500 abitanti). Ecco quel che scrive: "Oltre l'Adda a sinistra di Ardenno sul monte vi è Dazio con 80 famiglie tutte cattoliche, distante dalla matrice di Ardenno tre miglia. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. provino vescovo ed ha cura d'anime il sacer. Carlo Lupi, nativo di lì. Fuori del paese c'è un'altra chiesa campestre dedicata a S. Antonio." Una generazione dopo, nel 1624, a Dazio si registravano 502 abitanti.
Il Seicento è anche il secolo nel quale la chiesa di S. Provino (la cui esistenza è documentata già nel 1470) si rese indipendente da Ardenno (precisamente tra il 1615 ed il 1620). La chiese fu poi ristrutturata nel 1656 e consacrata durante la visita pastorale dal Vescovo Carlo Ciceri nel 1690.

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Un quadro sintetico di Dazio nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Vi leggiamo: “Datio ha la chiesa parochiale di S. Provino, separata d’Ardenno, con 80 fameglie, tra le quali ve ne sono 17 de nobili. È luoco delitioso, più temperato di Caspano, perché giacendo in una valle nascosta dopo un monte, quale quale non la lascia veder alli passagieri per Valtellina, tra vigne, prati et delitiosi giardini, avendo di più buoni vini et freschi, ristora non solo li suoi paesani, ma ancora quelli che vanno a starvi d’estate. Verso mezzo giorno vi sono le minore del ferro, ma perché mancano le legne si è cessato di cavare. Questo luoco si chiama la Colma di Datio del tutto infruttifera, parte si leva sopra il monte Pelasco, tutto pieno di rupi, se bene in alcun luoco si veggono alcune case et viti buonissime, qual si estende dal Ponte del Masino et, bagnandosi con le radici nell'Adda, arriva sino a Campo Vico. La communità di Datio ha un'altra chiesa picciola verso mattina dedicata a S. Antonio; et ivi puoco lontano verso settentrione si vede una fabrica nova in una contrata chiamata Regolido sotto Ca del Sasso, fatta alla forma della Madonna di Loreto."
In quel medesimo secolo Valtellina e Valchiavenna vennero investiti dalla tremenda epidemia di peste portata dai Lanzichenecchi (1629-30), che scesero dallo Spluga nel contesto della Guerra dei Trent’Anni: la popolazione complessive delle valli fu decimata (si passò, forse, da 150.000 a poco meno di 40.000 abitanti, o, secondo stime più prudenti, vi fu una riduzione del 35-40% della popolazione), ed anche Dazio risentì duramente di questo colpo. Iniziò, nella seconda metà del Seicento, quel consistente flusso migratorio verso Roma che ha creato, nella capitale, un’importante colonia di emigranti dal paese.
Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall'opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, che ben tratteggia il fenomeno nella sua ampiezza e nelle sue implicazioni:
Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo-squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo.
Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri – come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, sarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli – Lante – Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.);e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere…
Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale."

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Solo nel Settecento iniziò una progressiva ripresa; ecco la presentazione del comune fatta, a metà del secolo, dallo storico Francesco Saverio Quadrio, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971): "Fu questo Luogo cosi nominato perchè quivi pagar si soleva la Gabella al Principe per quegli Armenti, che in detta Valle, e ne' Monti del Masino avevano i lor pascoli estivi. Le Contrade, che aggiunte vi sono, son Rovoledo, e Ceredo; nel vicin Monte, che il Colmo di Dazio s'appella, appariscono tuttavia le vestigia d'una rovinata Fortezza, che serviva per dominare tutta quella Valle, e guardarla dalle Scorrerie. Quivi fiorivano le Famiglie Bonaglia, Marchesi, Porcellana, de la Torre, i Vendexe."
Ma ancora alla fine del secolo, quando la bufera napoleonica pose fine al dominio delle Tre Leghe in Valtellina e Valchiavenna, e precisamente nel 1797, la popolazione di Dazio (322 abitanti) risultava assai inferiore rispetto al 1624. Dall'archivio Parravicini di Dazio apprendiamo che i Francesi non furono propriamente i benvenuti nel paese: "A Dazio ancora ricordano con orrore un tal capitano Vandone, ufficiale francese, che, insediatosi da padrone nelle case Parravicini, con danze e con rumorosa orchestrina, empiamente disturbava le processioni della Settimana Santa; e, come i proci omerici attorno alla casta Penelope, assediava la giovane e bellissima vedova Rosa Castelli-Sannazzaro, che alla fine venne da lui rapita" (Orsini, op. cit.).


Dazio
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Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Dazio venne ad appartenere al cantone V di Morbegno, come comune di III classe, con 263 abitanti. Nel 1815, poi, quando il dipartimento dell’Adda venne assoggettato al dominio della casa d’Austria nel regno lombardo-veneto, Dazio figurava, con 276 abitanti, insieme a Campovico e Valmasino, comune aggregato al comune principale di Civo, nel cantone V di Morbegno.
Molto severo sul periodo della dominazione francese in Valtellina è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), il quale sostiene che esso rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.


Cadelpicco

Il periodo della dominazione austriaca fu segnato da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mentre quella della crittogama, negli anni cinquanta, misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Nella seconda metà dell’Ottocento iniziò una progressiva crescita demografica che portò gli abitanti a 413 nel 1861 (anno in cui fu proclamato il Regno d’Italia). La neonata patria italiana chiamò subito i suoi sudditi a combattere, nella III Guerra d'Indipendenza del 1866, contro l'Impero Asburgico: vi presero parte i Daziesi Buzzetti Carlo, Crepazzi Battista, Carra Paolo, Coppa Ignazio, Provini Pietro, Roncajoli Anastasio e Roncajoli Antonio Felice.

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La popolazione del comune rimase sostanzialmente stabile nei decenni successivi: gli abitanti erano 412 nel 1871, 434 nel 1981, 432 nel 1901 e 459 nel 1911.
Nel 1914 vi fu una piccola rivoluzione nella vita del paese, che fu per la prima volta allacciato ad una rete di distribuzione dell’energia elettrica grazie alla costruzione di due elettrodotti a 8000 volt da parte della ditta Picolli, che permise di allacciare Dazio e Berbenno alla Centrale di Masino della Società Elettrica Italiana. Se pensiamo a quanto sia per noi difficilmente immaginabile di poter vivere senza di essa, possiamo ben comprendere la portata di questo evento. Ecco come un articolo pubblicato il 13 maggio 1914 sul Corriere della Valtellina descrive l'evento: "Il nostro piccolo borgo situato in un bel altipiano fra monti scoscesi ama la decenza, l'igiene, la comodità ed il progresso. In questi ultimi anni si è ornato di linde casette, di acqua potabile, di strade carozzabili ed ora anche di luce elettrica, la cui energia viene attinta in uno stabilimento idroelettrico in valle del Masino. L'inaugurazione della luce elettrica venne fatta domenica scorsa festa patronale di S. Provino con l'intervento del corpo filarmonico di Morbegno, con giochi popolari, cuccagna e fari elettrici; la nota gaia ed allegra fu portata dal concorso veramente numeroso dei Morbegnesi." (citato dal volume di Giuseppe Songini "L'energia elettrica in Provincia di Sondrio", pubblicata a cura del BIM di Sondrio).
Fra le due guerre la popolazione raggiunse il massimo storico di 527 abitanti nel 1921, per poi subire una brusca flessione negli anni trenta: dai 504 abitanti nel 1931 si passò, infatti, a causa del flusso migratorio, ai 360 nel 1936.
Ecco come Ercole Bassi, ne "La Valtellina - Guida illustrata", presenta Dazio: "Più in basso è Dazio che forma comune (m. 569 - ab. 676 - Posta - buon sogg. clim. - datt. soc. - coop. cons., varie osterie con alloggio), ove si può da pochi anni accedere direttam. da Morbegno per una buona rotabile che dal Ponte di Ganda passa per la frazione di S. Croce di Civo. Vi si trova una latteria coop. e una famiglia agric. coop. Nella parrocchiale di Dazio meritano menzione: un gran altare in legno intagliato, con altorilievi dipinti e dorati; confessionali e pulpito di buon intaglio; un paramento, un calice, una croce del 1629; altra croce del 400 con Cristo e il Padre Eterno; una bella Deposizione della maniera di C. Ligari. Splendida per arditi giuochi di luce, e larghezza di fattura è la tela di P. Ligari con S. Carlo, S. Rocco, S. Luigi e S. Sebastiano. È tra le sue migliori. Si trovava sopra l'altare di S. Carlo, e, per timore di maggior deperimento, fu di recente trasportata con altre tele in un androne che mette alla sagrestia. È guasta nella parte inferiore; ben conservata nel resto.
Dàzio, nonchè Caspano e Roncàglia, furono in antico frequentati dalla nobiltà valtellinese, come si rileva dalle molte case del 500 e del 600, con palesi segni dell'antico splendore. Vi soggiornò, tra gli altri, lo scrittore Matteo Bandello del 400.
Da Dàzio e dai comuni vicini molti emigrano da secoli a Roma, ove pel passato godevano speciali privilegi. Avevano 24 posti nella dogana di terra, e formavano la compagnia dell'annona, specie di facchini, misuratori di granaglie, chiamati i Grigi. Questi emigrati si aiutavano a vicenda, raccoglievano somme per abbellire le chiese dei loro paesi, avevano diritto a posti nell'ospedale S. Giovanni Calibita all'isola Tiberina, e contavano membri nella confraternita di S. Paolo al Corso, dalla quale erano beneficati. Alcuni fecero fortuna, quali i Grazioli, i Bettini all'Aracoeli, i Franchetti in Borgo, i Falcetti di via Tomacelli.
Da Dazio, passando per l'abitato di Cermeledo (fonte ferrugg.), una rotabile a strette risvolte scende a Campovico (in. 295 - ab. 475 - unione coop. di cons. - da Morbegno km. 4) fertile di frutta.
La parrocchiale di Campovico possiede una Crocefissione di G. Parravicini, una Assunta del pittore Lavizzari ed altre buone tele. Altra strada da Dazio, passando per Rogoledo, conduce ad Ardenno. Nei secoli scorsi era molto percorsa una mulattiera che da Morbegno pel Ponte di Ganda saliva a Civo, e per Roncaglia, Caspano e Dazio giungeva ad Ardenno, attraverso a località ridenti e pittoresche.
Un sentiero da Dazio in un'ora sale alla Colma omonima (m. 913) dalla quale si gode una bellissima vista sulla Bassa e Media Valtellina.
Il prof. G. R. Orsini trovò traccie nella località di Caslido, a ponente della Colma di Dazio, di un castelliere, costituito d, gruppi di abitazioni primitive (capanne) rimontanti all'epoca della pietra, del bronzo e del ferro, corrispondenti alle terre-mare della pianura. Di castellieri si trovano avanzi in altri
punti della Valtellina, illustrati recentemente dal Boll. della Società Storica Comense."
Nel secondo dopoguerra la popolazione continuò a scendere fino agli anni settanta (374 abitanti nel 1951, 351 nel 1961 e 297 nel 1971), per poi riprendere a salire (323 abitanti nel 1981, 319 nel 1991, 347 nel 2001 e 371 nel 2006). La flessione degli anni sessanta è, però, spiegata anche considerando che la frazione di Pilasco, dal 1964, è stata aggregata al comune di Ardenno.
Ecco la fotografia della Dazio attuale: vi si trovano 12 attività industriali con 45 addetti (47,37% della forza lavoro occupata), 5 attività di servizio con 14 addetti (5,26% della forza lavoro occupata), altre 8 attività di servizio con 24 addetti (14,74% della forza lavoro occupata) e 4 attività amministrative con 6 addetti (8,42% della forza lavoro occupata).

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Un'occhiata al territorio comunale, ora, che ha dimensioni piuttosto ridotte (3,74 kmq). Il confine orientale (con il comune di Ardenno), segue per un tratto il fiume Masino, in prossimità dell'uscita dall'omonoma valle, poi piega a sud, risalendo l'estremo lembo orientale della Colma di Dazio e lasciando fuori l'abitato di Pilasco. procedendo verso sud, scende, quindi, al fiume Adda, che segue per brevissimo tratto, per poi piegare bruscamente a nord-ovest, seguendo il solco della selvaggia Val Fìria, che scende dalla Colma di Dazio (confine con Morbegno). Raggiunta la sommità della Colma, il confine la segue verso ovest, passando per i punti sommitali quotati 903, 906 (massima elevazione del territorio comunale) e 886 metri. Sempre seguendo il largo crinale, scende fino al torrente Toate, più o meno in corrispondenza dell'ingresso nella piana di Dazio. Qui piega a nord (confine con il comune di Civo), seguendo per un tratto il torrente Toate, fino all'altezza della chiesetta di S. Anna, dove piega ad est-nord-est, passando appena sopra la stessa. Raggiunta la quota di 717 metri, piega a sud, seguendo per breve tratto una vallecola, poi ad est, passando a monte di Regolido, che rientra, quindi, all'interno del territorio comunale. Piega di nuovo a sud, raggiungendo il solco della profonda quanto breve valle dove anticamente scorreva il Toate, e la segue, verso est-nord-est, fino allo sbocco nel torrente Masino.
Il municipio è in Via Cesare Battisti (tel.: 0342 650123; fax. 0342 650123).
L’accesso al paese in automobile può avvenire per tre vie. La più semplice è costituita dalla strada che parte dal ponte sull’Adda all’uscita di Morbegno per la Costiera dei Cech: staccandosi dalla ss. 38 sulla sinistra all’altezza del primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano, indicazione per la Costiera dei Cech), si raggiunge il ponte e, dopo averlo attraversato, si prende a destra, salendo sulla comoda carrozzabile che porta, dopo 5 km, a Dazio.


Dazio

Dalla strada statale della Val Masino si può, invece, raggiungere il paese staccandosene, sulla sinistra, all’altezza del Ponte del Baffo (prima di Cataeggio), ed imboccando la strada che passa nei pressi di Cevo e prosegue (strada di Valpòrtola) entrando nella Costiera dei Cech all’altezza di Bedoglio (dal dialettale “bedoia”, betulla). Qui, invece di continuare verso Caspano, si scende verso sinistra e, superati Cadelpicco e Cadelsasso, si raggiunge la piana di Dazio.
Con itinerario un po’ più lungo ma assai bello e panoramico, infine, ci si può portare a Dazio partendo da Traona, sul fondovalle, al centro della Costiera dei Cech, salendo a Mello e proseguendo verso Civo; da qui si prende la strada che porta a Serone (centro amministrativo del comune di Civo), per poi scendere a Dazio.
Chi, invece, preferisse salire a piedi a Dazio dal fondovalle, può scegliere fra tre itinerari, che partono da Pilasco, frazione di Ardenno, Desco, frazione di Morbegno, e Campovico, anch’esso frazione di Morbegno. Si tratta, in tutti e tre i casi, di camminate che non richiedono un grande impegno fisico, e regalano colori, profumi e panorami di grande impatto emotivo.

BIBLIOGRAFIA

"Dazio tra storia ed arte", edito a cura del Comune di Dazio e dell'associazione culturale Ad Fontes, Sondrio, 2010

CARTA DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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