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Presentazione

Delebio, secondo comune della bassa Valtellina sul versante orobico, dopo Piantedo, si caratterizza per una spiccata identità ed una storia che ha non poche connotazioni di originalità nel quadro di quella valtellinese. Nell’agile monografia del delebiese Ercole Bassi “Delebio e il Legnone”, pubblicata nel 1897 a cura del Circolo Stella delle Alpi, se ne traccia questo quadro di sintesi:
La piccola e industriosa borgata di Delebio giace ai piedi del selvoso Legnone, allo sbocco dell’amena valletta del Lesina al punto ove la Valtellina misura la sua massima larghezza. È stazione della ferrovia Milano-Lecco-Sondrio, a pochi chilometri dal lago di Como, e a qualche diecina di metri d’altezza sopra il livello del medesimo. Il suo esteso territorio da un lato si arrampica sino sulla vetta del Legnone e dall’altro si avanza sin oltre l’Adda, verso la vallata di Chiavenna, e confina coi comuni di Gera e Sorico, pure proprietari in gran parte del piano di Spagna. In mezzo a questo piano sorge il colle di Montecchi, ancora coronato dalle maestose rovine del forte di Fuentes, piano fertilissimo, perché formato dagli alluvioni dell’Adda, già in buona parte bonificato dalle paludi e torbaie che l’infestavano… fu in questa ampia pianura che al tempo delle invasioni etrusche in Valtellina più secoli prima di Cristo sorse la città di Volturrena o Volturnia, la cui esistenza pare dimostrata da vasi e tombe e dagli avanzi di una strada romana scoperta dagli scavi fatti per l’incanalamento dell’Adda nel 1857…


Delebio

L’attuale Delebio risulta dalle carte antiche che aveva il nome di Adelebio ed Alebio. Esso possedeva due torri: una detta del Carlascio sorgeva ove trovasi attualmente la rotonda del Camposanto; l’altra, che diede il nome alla contrada Torrazza, si alzava sopra un ameno colle alla destra del Lesina… nel centro della borgata avvi la contrada Abbazia. Il nome ricorda che sin dai primi secoli del Medio Evo ivi fu eretto il monastero o Grangia di S. Giorgio, rovinato nel 901… A nord-ovest della borgata sorge la chiesa di Santa Domenica, nel cui ampio piazzale si tiene un’importantissima fiera dopo la terza domenica di ottobre…
Delebio fin verso la metà del 18simo secolo era un piccolo e povero villaggio, abitato pressoché solo da contadini. Per quanto posto in posizione favorevole al commercio sui confini fra lo Stato Grigione e il Milanese e attraversato dalla strada Valeriana, unica via mulattiera che conduceva in Valtellina, non aveva nessun’industria né commercio… Si aggiungeva che tanto la pianura che il territorio di montagna erano pressoché tutto di proprietà comunale; quindi non coltivato, ma sfruttato. Il fertilissimo piano era abbandonato a un magro pascolo, infestato dalle paludi e dalla malaria. Le abitazioni erano tutte formate da casupole, veri antri, nei quali l’igiene sarebbe fuggita con orrore… Unica famiglia d’importanza era un ramo dei Peregalli, sorto a nobiltà nel 16simo secolo, che si era fatta ricca, proprietaria del palazzotto fabbricato sugli avanzi della Grangia di San Giorgio… In poco più di un secolo Delebio triplicò la popolazione, e quello che è più, acquistò popolazione dedita all’industria ed al commercio, che arricchì ed abbellì il villaggio, inalzandolo ad importanza di borgata. Un largo benessere si diffuse e andò crescendo sin verso il 1870
.”


Panorama da Osiccio

La storia di Delebio, dunque, parte da lontano. Nel suo territorio è stata scoperta un’ascia databile all’età del bronzo. Alcuni toponimi con terminazione in -asco, come Madriasco e Vedrasco, sembrano, poi, suggerire la presenza di una popolazione di stirpe ligure in un’epoca che si aggira intorno al 2000 a. C. La prima attestazione storica del paese è però di epoca romana, nella quale il “vicus Alebii” risulta appartenere all’antica Olonio, a sua volta compresa entro la pertinenza del Municipio di Como. Gli scavi collegati alla rettifica dell’Adda nel secolo XIX hanno portato a scoprire nel suo territorio una necropoli romana. I sono state scoperte anche monete romane. Alcuni storici ricollegano la denominazione “Alebii” ai cinquecento coloni greci che Giulio Cesare trapiantò nel comasco intorno al 44 a. C. Nei decenni successivi, dopo la definitiva conquista romana della Valtellina (campagna del 16-15 a. C., voluta dall’imperatore Ottaviano Augusto), alcuni di loro potrebbero essersi insediati in bassa valle. Una traccia di quest’antica presenza potrebbero essere alcuni singolari grecismi conservati nell’antico dialetto delebiese, come la voce “intemnà”, che significa “dare il primo taglio” ad un salume o al formaggio, e che deriva palesemente dal verbo greco “témnein”, “tagliare”.


Delebio

La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta (cfr. bibliografia), “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse lo spartiacque alpino. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, queste valli risultano donate alla chiesa di Como. Delebio formò verosimilmente una curtis longobarda ed è citato in un diploma apocrifo del re Liutprando dell’anno 724 come Alebium.
Sconfitti i Longobardi, nel 774, da Carlo Magno, Valchiavenna e Valtellina rimasero parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’assegnazione della Valtellina a Lotario, nipote di Carlo. In quel periodo sono documentati possessi del monastero milanese di S. Ambrogio nel vico di Delebio, nonostante sulla Valtellina prevalessero i diritti feudali del Vescovo di Como.
Del secolo IX è un documento che attesta che nell’anno 837 Crescenzio prese in affitto un terreno posto in Dubino ed appartenente all’abate del monastero di Sant’Ambrogio di Milano: egli abitava “de finibus Valtelline, vico qui nominatur Alebio”.


Delebio

Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna, ma i documenti del medesimo periodo attestano vaste proprietà dell’Abate di S. Ambrogio a Milano sulla corte di Delebio, nella pieve di Olonio (mentre nelle vicine Vallate e Piona sono attestate proprietà del monastero di S. Abbondio in Como). A rendere più articolato il mosaico feudale della bassa Valtellina e di Delebio in particolare si aggiungevano i Vicedomini di Como, signori del castello di San Giorgio a Rogolo ma probabilmente anche della Torrazza e della torre del Carlascio a Delebio.
Della metà del secolo XII è un documento secondo il quale 1159 Federico I riconfermò alla basilica di San Carpoforo di Como sei masserie in Alebium e Morcintia (forse Morbegno).
Verso la fine del secolo XII anche il celebre monastero cistercense dell’Acquafredda, sopra Lenno, acquista terre a Delebio e vi edifica la chiesa di S. Agrippino ed una residenza per i suoi monaci. Alla loro opera si deve la deviazione del corso del torrente Lesina, per alimentare un mulino, un maglio ed un torchio.
Leggiamo, in proposito, nelle note dei curatori della traduzione del resoconto della visita pastorale del Vescovo Feliciano Ninguarda (don Lino Varischetti e Nando Cecini): “I monaci dell'Acquafredda si stabilirono intorno alla fine del secolo decimosecondo in Delebio, vi fabbricarono una Grangia, ossia membro dell'abazia dell'Acquafredda, e presso di essa vi costruirono una chiesa dedicata al santo vescovo Agrippino, il che si rende anche evidente dall'istru­mento di collegial adunanza del capitolo dei monaci professi e conversi, tenuta nel giorno 20 di luglio del 1405 nella chiesa di S. Agrippino, situata nella Grangia di detto monastero in Delebio. Ma non paghi i monaci di questo atto d'onore al santo vescovo Agrippino, vollero tributare simile dimostrazione nell'angolo fra occidente e settentrione d'esso borgo di Delebio. Tanto l'una chiesa che l'altra fu eretta per la singolare divozione de' monaci, eccitata dal possedere nella loro abazia dell'Acquafredda le sacre ceneri d'ambedue i Santi. … La chiesa di S. Domenica venne dal popolo di Delebio tenuta in gran conto e pregio, il che raccogliesi dalla premura che si ebbe, non solo di assicurarle gli ossequi e lo splendido mantenimento, ma ancora di ridurla a maggiore grandezza e magnificenza.”


Santa Domenica

Gli inizi del 1200 sono segnati anche dalla fondazione del comune di Delebio, Infatti con atto del il 18 agosto 1204 furono stabiliti “statuta et ordinamenta et conventiones” tra il dominus loci, abate dell’abbazia di Acquafredda, e diciotto delegati della comunità “de Alebio et de Rovole”, alla quale veniva concesso di fare una “comunantia” con il patto che tenessero pulito e spazzato l’alveo del torrente Lésina: in sostanza alla vicinia di Delebio e Rogolo si dà la concessione di far comune, inteso come istituzione giuridica avente per fine l’esercizio dei diritti di signoria (districtus et honor) che sino ad allora erano tenuti dal dominus loci. Si tratta di una data davvero importante, perché fu questo il primo esempio di costituzione di libero comune in Valtellina. Alla Convenzione parteciparono gli anziani delle due comunità ed i patti vennero sanciti in un’assemblea “coram populi”, cioè pubblica.
Durante il Duecento la presenza più importante a Delebio furono però i Vicedomini, almeno fino al 1302, anno in cui venne distrutto il loro castello di Cosio e probabilmente lo furono anche le loro torri di Carlascio e Torrazza. Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.


Delebio

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Nel 1428, sempre sotto la dominazione viscontea, Cosio e Delebio si staccarono dalla chiesa plebana di Olonio, e già nel 1429 Rogolo, Andalo e Delebio costituirono le rendite per la chiesa di S. Carpoforo e per la parrocchia autonoma che di lì a poco si costituì staccandosi da Cosio. Di questo periodo resta un curioso ricordo: si racconta che al tempo in cui a Delebio vi era solo la cappella di Santa Domenica, oltretutto saltuariamente officiata per carenza di preti, i Delebiesi, la domenica, si inginocchiassero sul suo piazzale volgendosi verso Sorico e cercando di indovinare sulla base del segno delle campane quanto là accadeva nella liturgia della S. Messa, per partecipare alla belle’è meglio. Pochi anni dopo, nel 1432, Delebio fu teatro del più importante fatto della sua storia, la battaglia di Delebio, combattuta fra il 26 ed il 27 novembre. La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio (1885, II ed., a cura di Fabio Besta), così la menziona: "Delebio (250 m.), borgo non umile, commerciante e industrioso, dove si tiene nella terza settimana di ottobre una fiera di bestiami assai frequentata. Ha una filanda di seta con filatoio, una conceria di pelli, una fabbrica di pasta, una cereria, fucine, seghe, mulini. Nelle antiche carte questo borgo è designato con il nome di Adelebium o Alebium. Al borgo detto Badia esisteva il monastero di S. Giorgio rovinato nel 901. Ad occidente avvi la località, chiamata ancora oggigiorno la Fossa dei Veneziani, che ci ricorda la battaglia ivi combattuta il 26 e 27 novembre del 1432. L’esercito veneziano comandato da Giorgio Cornaro, vincitore in una prima giornata delle forze viscontee, fu sconfitto il giorno seguente per opera specialmente di Stefano Quadrio, sopraggiunto colle truppe valtellinesi. La fossa, scavata dai Veneziani a difesa del campo, servì di sepoltura ai loro mortiIl Lavizzari fa ascendere a cinquemila i veneti caduti, e a due mila settecento i prigionieri, tra cui lo stesso Cornaro. Anche il Dolfin, cronista veneziano contemporaneo, attribuisce il merito della vittoria ai Valtellini, ma li accusa, a torto, di non serbata fede… Filippo Maria Visconti, a perpetua ricordanza della vittoria, dotò una cappella a Santa Maria della Vittoria, nell’antica chiesa di S. Domenica".


Delebio

Ben più dettagliato il resoconto offerto da Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Non lungi da Delebio, l'anno 1432, venne combattuta una tremenda battaglia; per le seguenti ragioni. Il duca di Milano, Filippo-Maria Visconti, era allora in guerra aperta con Venezia. Perciò il generale veneziano Giorgio Cornaro scorrazzava il territorio milanese, dove meglio gli riusciva; tra l'altro, poiché la Valtellina era allora sotto il dominio visconteo, egli la invase, venendo dalla Val Camonica per il passo di Aprica; e, dove più, dove meno, il suo passaggio fu cosi tremendo, che in otto giorni tutte le fortezze, le piazzeforti ed i borghi dell'intera Valle, da Bormio al lago, venivano da lui conquistati. La voce di questa rapida conquista atterrì talmente anche gli abitatori della Valsassina che essi pure sidiedero ai Veneziani, accogliendone le guarnigioni.Né li s'arrestava la conquista del Cornaro: anzi, poiché la Valsassina ha uno sbocco verso il fiume Adda, dopo che questa è uscita dal lago,il Cornaro ed ilsuo aiutante Daniele Veturio fecero il progetto di invadere il territorio milanese. Per fare ciò, essi gettarono presso Brivio un ponte sull'Adda, e volevano così condurre il loro esercito sul Milanese. Ma, mentre erano all'opera e, proseguendo la marcia, passavano per la valle di S. Martino, i Veneziani furono cacciati senza colpo ferire. Infatti il duca di Milano aveva inviato contro di loro il famoso condottiero Nicolò Piccinino: e questi aveva disposto sopra una altura Pietro Brunoro con la fanteria, ordinandogli dispaventare il nemico. L'ordine venne eseguito: e, quando i Veneziani passarono di là, le fanterie del Brunoro, gettando tutte insieme un terribile grido, diedero di forza nei tamburi, mentre squillavano tutte insieme le trombe; fu tale il frastuono in ogni parte, come se il monte fosse occupato de un esercito infinito, sebbene il numero dei soldati ducali non forse grande. I Veneziani, che non sapevano come le cose stessero realmente, si perdettero subito di coraggio, e presa la fuga con grande spavento, si ritirarono senza opporre resistenza; per altro non vollero rinunziare alla Valtellina, anzi la conservavano con una guarnigione di tremila uomini, per la maggior parte milizie volanti che stavano al comando di Giorgio Cornaro.


Delebio

Ma il Piccinino non lasciò di inseguirli, perché confidava di poterli cacciare dalla Valtellina con l'aiuto della fazione ghibellina, che lassùera assai potente e che sempre era stata fedele al duca.Egli pertanto, dopo trascorsi sei giorni, poiché lasua nave aveva proceduto più lestamente di quelloche non sperasse, ordinò in gran fretta che, al di là della borgata di Sorico, venisse gettato un ponte di travature di legno, con la maggiore sollecitudinepossibile, sopra il lago di Como, nel punto dove illago stesso è più stretto e più facilmente si presta ad essere varcatoda un ponte; tanto più che, in quella posizione, l'acqua è poco profonda, perché ivi l'Adda si getta nel lago e con l'andare dei secoli l'ha quasi colmato, adducendovi sabbie, argille e materiale consimile. Ancora ai giorni nostri, quando illago è tranquillo e le acque sono basse e limpide, si possono vedere in quel punto i grossi pali allora piantativi ed oggi profondamente interrati. Mediante questo ponte, l'esercito milanese entrò dunque inaspettato nella Valtellina. Verso la fine di questa valle scorreva da una montagna all'altra un profondofossato, dove era stata fatta entrare l'Adda, la quale passava appunto da quei luoghi; e dietro a quella naturale difesa, come' in posizione sicura, il Cornaro aveva disposto il suo esercito. Ma il Piccinino e Giovanni Rusca, figlio di Franchino, signoredi Como, dopo aver colmato il fossato col materialedi molte capanne distrutte, passarono oltre. Accoltiperò aspramente dai Veneziani. dovettero di nuovoritirarsi. non senza gravi perdite. Ma il dì seguentesollecitati dai Ghibellini valtellinesi, dl cui capo eraStefano Quadrio da Ponte ritentarono di bel nuovoe con miglior ordine l'impresa.Poiché allora l'esercito ducale aveva ben esplorate le posizioni e conosciuto sufficientemente la strategia del nemico, oltreché la sua alterigia e temerarietà per le passate vittorie, mediante le vedettevaltellinesi (che erano in quel giorno chiavennaschee avevano notato la spensieratezza del nemico), ilPiccinino mosse una seconda volta con coraggio evalore contro i Veneziani: e, subito al primo assalto, li pose in fuga. Non meno velocemente Stefano Quadrio, con un forte contingente di milizie ghibelline, piombò dalle alture circostanti sopra i Veneziani, iquali. stretti alte spalle ed alla fronte, furono messia dura prova.


Chiesa di San Carpoforo

Ivi fu fatto prigioniero lo stesso Cornaro e conlui Taddeo d'Este. Cesare Martinengo, Italiano daCividale, Battista Capizzi e Antonio Martinasco,tutti valorosi e rinomati capitani. Degli altri nemici, nonpiù di trecento mercenari trovarono scampo suimonti. Tutte le città e paesi della Valtellina, che erano soggetti al duca di Milano e non erano stati occupati dal nemico, dovettero inviare per questa guerra il loro contingente di milizie. Così anche il contado di Chiavenna mandò le sue milizie; le quali da principio non andarono molto a genio al Piccinino e perciò ebbero ordine da lui di tornarsene a casa. Ma Giovanni Rusca non approvò questa decisione e volle ritenere le milizie chiavennasche, unendole al proprio riparto. Queste poi lo servirono con grande fedeltà. più volte gli diedero buoni consigli, e condotte da Antonio Nasalli ed Antonio Brocchi, entrambi chiavennaschi nonché da due altri capitani di Piuro, inflissero al nemico gravi perdite. Il valore e la fedeltà di queste milizie ebbe tanta estimazione presso il duca che egli. per loro merito, esentò l'intiera contea di Chiavenna da alcune imposte e dazi. Sul campo di questa battaglia, vicino a Delebio, venne poi edificato in onore della B. Vergine una cappella votiva che dal duca Filippo - Maria venne dotata di rendite bastanti per mantenervi un sacerdote; ciò ad eterna memoria di questa gloriosa battaglia ed in adempimento di un voto che il Piccinino aveva fatto, prima di debellare il nemico. Dopo questa tremenda disfatta dei Veneziani, tutti i paesi della Valtellina di qua e di là dell'Adda tornarono nuovamente sotto il dominio dei duchi di Milano. Ma ben presto i Veneziani, capitanati da Gian Francesco Gonzaga, loro condottiero, per vendicarsi della patita strage invasero ancora la Valtellina, riducendola in loro possesso; a loro infatti rimase soggetta sino all'aprile del 1433, quando si conchiuse la pace ed i Valtellinesi ritornarono di bel nuovo sotto il dominio degli antichi signori. Fra gli articoli della Pace, uno stabiliva che i prigionieri di entrambe le parti venissero rilasciati liberi. Ma poiché il Cornaro, che era. stato catturato daiMilanesi sotto Delebio non fu rimesso in libertà, iVeneziani non volevano mantenere la pace. Perciò gli ambasciatori milanesi giurarono che egli era morto: ed il Gran Consiglio dei Veneziani vi prestò fede.Ma frattanto il Cornaro veniva dal nemico oltreogni misuratorturato e tormentato crudelmente, perché rivelasse i segreti del governo di Venezia; peraltro non si poté strappargli parola. Dopo alcuni anni. da che egli era stato pianto da' suoi come morto, il nemico lo lasciò ritornare libero in patria, doveegli fu accolto con grande giubilo de' suoi familiarie di tutti.


Delebio

Nelle vicinanze di quello che fu chiamato “fossatum venetorum” o anche “fossatum mediolanensium” sono attestati toponimi eloquenti, “murtìsc’”, “pràa de la mort” e “camp màarsc’”. Non si esagera l’importanza di questo fatto d’armi, che forse cambiò non poco le sorti future delle valli dell’Adda e della Mera. Se avessero prevalso di Veneziani la saldatura fra i loro domini bergamaschi e quelli valtellinesi avrebbe di certo reso più difficile le mire espansionistiche delle Tre Leghe Grigie, che si sarebbero concretizzate all’inizio del secolo successivo.
Ed infatti caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza, ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, Chiavenna, priva di cinta muraria, fu incendiata, nel 1486, dalle loro milizie; queste, l’anno successivo, invasero il bormiese, fra il febbraio ed il marzo, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. La successiva pace di Ardenno (1487) prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra. Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi.


Delebio

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Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".


Chiesa di San Carpoforo

Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
L’inizio del protettorato grigione non fu, per Delebio, un periodo tranquillo. Anzi. Dapprima ci pensò l’Adda a turbarne la quiete: in seguito ad una eccezionale alluvione, nel 1520 esondò dal letto secolare in bassa Valtellina e cambiò il suo corso, sfociando non più nel lago di Mezzola, ma direttamente in quello di Como. La piana di Delebio venne investita dall’impeto alluvionale e trasformata in palude. Cinque anni dopo Delebio si trovò coinvolta nel tentativo di riconquista della Valtellina posto in atto da Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Ne seguirono le guerre di Musso (dal castello roccaforte del Medeghino), nelle quali Delebio subì due rovinosi saccheggi nel 1525 e nel 1531.
A quell’epoca il territorio comunale era organizzato in contrade, come è testimoniato da numerosi rogiti della metà del secolo: Torrazza, Badia, Piazza, Pedemonte, Tavani, Fontane, Santa Domenica, e inoltre i colondelli di Vèrgoli, Barnabàa, Bàciar, Comparolo, Saladini, Cagasàss.


Piazzo Minghino

Il 1531 fu anche l’anno nel quale furono stesi gli Estimi generali, che rispondevano all’esigenza deigrigioni di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre. Furono così stesi, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Delebiji" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 963 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 5963 pertiche e sono valutati 3072 lire; campi e boschi occupano 5883 pertiche e sono valutati 3705 lire; gli alpeggi, che caricano 386 capi, vengono valutati 77 lire; i vigneti si estendono per 444 pertiche e sono stimati 804 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 9489 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Non fu, in generale, il cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…


Panorama da Osiccio

Un quadro della situazione a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini). Leggiamo di Delebio: “Oltrepassato il fiume Lesina, incontriamo sopra una larga pianura il ragguardevole borgo di Delebio, posto a metà strada fra Morbegno e la Torre di Olonio che sorge sul lago di Como; le sue case non formano tutte insieme un corpo, ma stanno sparse qua e là. Nel mezzo del paese, in posizione elevata, sorse l'Abbazia dell'Acquafredda, che un giorno era un convento di monaci Cistercensi; mentre oggi, sul suo posto, vi è edificato un ameno casino per abitazione delle persone secolari che da tempo vi risiedono. Ai dì nostri esso, insieme con alcune cospicue rendite dell'antica abbazia, viene posseduto dai Vertemate-Franchi di Piuro. Il nome di Acquafredda provenne a questa località dal fresco torrentello che, staccandosi dalla Lesina, ivi viene a passare, servendo poi per i mulini, per i magli e per le segherie.”
Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini.
Vi leggiamo, di Delebio: “Risalendo [da Piantedo] per due miglia si trova il paese di Delebio la cui comunità è di circa duecentosessanta famiglie, tutte cattoliche, dove c'è la chiesa parrocchiale dedicata a S. Carpoforo, ottimamente costruita e ben custodita; la presiede il rev. sac. Pietro Antonio Stampa di Chiavenna abbastanza erudito e sollecito nella cura delle anime. All'ingresso del paese vi è una antica chiesa beneficiale, quantunque recentemente riedificata, dedicata a S. Domenica, il cui giuspatronato si dice sia del duca di Milano; ne fa' testimonianza l'attuale beneficiario, il sac. Giovan Battista Parravicini parroco di Morbegno.”


Monte Legnone

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Se il Cinquecento fu un secolo in chiaroscuro, nel Seicento le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Proprio agli inizi del secolo uno scomodo vicino getta il suo sguardo vigile sulla piana di Delebio e sull’intera bassa Valtellina: il Forte di Fuentes. Fu infatti il Governatore spagnolo dello Stato di Milano, Pedro Enriquez de Acevedo Conte di Fuentes, a promuoverne la costruzione iniziata nel 1603 e terminata nel 1609, per sorvegliare l’importante confine fra Milano, possesso spagnolo, e Valtellina e Valchiavenna, protettorati delle Tre Leghe Grigie elvetiche. Nella storia di Delebio due sono le date da annotare: nel 1602 la parrocchia di Rogolo, con Andalo, si stacca dalla prepositurale di Delebio e nel 1616 la medesima scissione tocca il comune di Delebio, da cui si staccano, appunto, Rogolo ed Andalo. Allargando lo sguardo agli scenari europei, invece, un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.
Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”


Alpe Legnone

La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva, ma la bassa Valtellina divenne teatro fondamentale di guerra. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della bassa Valtellina un teatro di battaglia, di cui Delebio ebbe a risentire con pesanti vessazioni. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. In quegli anni, a partire cioè dal 1620, Delebio divenne il principale punto di raccolta delle truppe spagnole, con tutte le vessazioni che ciò comportava.
Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione, compresa quella di Delebio, morì per le conseguenze del morbo.


Delebio

Un quadro sintetico della Delebio di quegli anni si trova in unno scritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi).
Vi si legge: “Passato la Lesina si trova la terra di Delebio, grande se fosse unita, ma è dispersa in diverse contrate; et secondo la grandezza del luoco le fameglie sono poche, essendo stata questa terra fuor di modo afflitta et per le guerre et per la peste, sì che a pena vi sono 100 fameglie. Il territorio è grande et la maggior parte fruttifero, eccetto verso mattina, occupando la Lesina una parte del territorio, et verso occidente una parte del piano, il quale è paludoso. Abbonda però di grano, fieno et vino mediocre. Ha la montagna tutta profittevole, non tanto per il grande castaneto, qual occupa una gran parte della spiaggia, quanto per li grandi boschi di peccia et larici, da quali cavano ogni anno grandissima somma de dinari. Ha la chiesa parochiale libera di S. Carpoforo, fabricata puoco fa connuova architettura. Puoco lontano dalla terra, verso sera, alla faccia del piano del lago, v'è una chiesa di S. Dominica, over più tosto della Beata Vergine, fabricata già a spesa di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, et dottata dall'istesso con entrata da mantenir un sacerdote, per rendimento di gratie a Dio per una vittoria segnalata hauta da Nicolò Piccinino, generale dell'armi ducali, contra Giorgio Cornaro generale de Venetiani, quale per forza occupava la Valtellina.
V'era in questa terra un'abbatia con alcuni monaci cisterciensi, ma adesso non vi appare vestigio alcuno, essendosi fabricato in quel luoco una magnifica casa, quale con l'entrate sono delli signori Franchi Vertemati. Il luoco si chiama Aqua Frigida, credo da un rivo cavato dalla Lesina, quale, passando per Delebio, serve alli usi domestici et rurali.”


Chiesa di San Carpoforo

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Delebio, che nel 1657 contava 495 abitanti e nel 1668 420, risentì pesantemente, come tutti i comuni della valle, di questo terribile periodo. molti delebiesi lasciarono la valle per migrare a Venezia e Napoli. La seconda metà del secolo ed il successivo Settecento furono infatti caratterizzati dall’incremento del flusso migratorio. Significative le note di sintesi che del fenomeno dà Giustino Renato Orsini, nella sua Storia di Morbegno (Sondrio, 1959): “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi.”
Ma erano, quelli, anche gli anni in cui veniva completata l’edificazione della chiesa parrocchiale di S. Carpoforo.


Osiccio

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A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. Delebio contava nel 1717 860 abitanti, mentre nel 1780 si registrava una flessione ad 820. La ripresa settecentesca, economica e demografica, non fu, infatti, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popo­lazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fra i più accesi ostenitori della rivoluzione francese spiccava in questo periodo la figura del conte Francesco Peregalli (che, peraltro, ebbe modo di cambiare radicalmente orientamento passando nel campo dei filo-austriaci nel periodo della Restaurazione). Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.


Capanna Vittoria

Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci… Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.


Tempietto degli Alpini

Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina.
In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio (progetto 2 dicembre 1797), il comune di Delebio fu inserito nel distretto primo con capoluogo Morbegno.


Monumento ai caduti

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Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Delebio venne ad appartenere al cantone V di Morbegno: comune di III classe, contava 905 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Delebio, con 902 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Delebio (802) e Tavani (100) (prospetto dei comuni 1807).
Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Il 1 maggio 1815 Delebio figurava (con 1.808 abitanti totali, 902 da solo) comune principale del cantone V di Morbegno, unitamente ai comuni aggregati di Piantedo, Andalo, Rogolo.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastrutturali. Fra il 1845 ed il 1858 venne scavato un nuovo alveo artificiale per l'Adda tra Berbenno e Ardenno e, nel suo corso inferiore, tra Dubino e il Lario, che pose le basi per la bonifica ed il successivo ricupero agricolo della piana della Selvetta e del piano di Spagna. Ciò giovò non poco all’economia delebiese, favorendo l’allevamento del bestiame e dando impulso a diverse fiere-mercato (fiera di Santa Domenica, istituita nel 1864, e fiera di San Carpoforo, istituita nel 1879).


Val Lesina occidentale

Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga, la prima grande strada che attraverso le Alpi centrali mettesse in comunicazione la pianura lombarda con la valle del Reno. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda. Agli ultimi anni della dominazione asburgica (1855) risale anche la carrozzabile che da Tresenda saliva all'Aprica; la strada fu, poi, prolungata fino a Edolo nei primi anni del nuovo Regno d'Italia, mettendo in comunicazione la valle dell'Adda con la Valcamonica.
Già alla fine del primo decennio dell’Ottocento era stata costruita la ferrovia Colico-Sondrio, ed aveva dato un forte impulso all’artigianato delebiese del carro, costituito da 10 botteghe. L’economia di Delebio nella prima parte del secolo era legata anche dalle fucine (attive fin dal secolo XVI), che producevano ferri da taglio e da punta e davano lavoro a decine di artigiani. Intorno alla metà del secolo XIX iniziò la sua attività anche la fonderia per la ghisa dei Mambretti, che esportava anche all’estero.


Val Lesina

Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e visi mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.” Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
A metà secolo, e precisamente nel 1853 (notificazione 23 giugno 1853), Delebio con la frazione Tavani, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.438 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.


Val Lesina occidentale

Pochi anni dopo, come esito della II Guerra d’Indipendenza, venne proclamato il Regno d'Italia, nel 1861, e Delebio contava 1409 abitanti. Nei successivi decenni l’andamento della popolazione fece registrare 1549 abitanti nel 1871, 1726 abitanti nel 1881, 1721 abitanti nel 1901, 1694 abitanti nel 1911.
La relazione voluta dal prefetto Scelsi, di pochi anni successiva all’unità d’Italia (1865) riporta una serie di dati preziosi su tutti i comuni della provincia. Il seguente quadro riporta alcuni dati relativi a Delebio.


Della Delebio di fine Ottocento traccia un quadro efficace l’agile monografia del delebiese Ercole Bassi, “Delebio e il Legnone”, pubblicata nel 1897 a cura del Circolo Stella delle Alpi, dove si legge:
Il paese si accrebbe non solo di popolazione e d’importanza, ma si abbellì di molti caseggiati civili, e si formò la nuova contrada di Piazza sulla Via Nazionale, e si eressero pure parecchi edifici ad uso industriale. Specialmente dietro l’impulso dell’allora Sindaco Ing. Giovanni Corti si costrussero molte fontane di eccellente acqua potabile, e le strade tutte della sparsa borgata vennero regolate e selciate. La prova dell’aumentato benessere della popolazione si rileva solo dal fatto che crebbe sensibilmente anche in mezzo ai contadini l’uso del pian bianco di frumento, e il consumo del caffè e dello zucchero, sebbene costosissimi. Ben pochi abitanti del paese possono considerarsi miserabili, e a questi pochi provvedono il comune, il Luogo Pio e la carità privata. Tutti gli abitanti posseggono la propria modesta casetta con fienile e stalla, e qualche pezzo di terra o di bosco, e se questo non basta al mantenimento della famiglia, i contadini prendono in affitto o a mezzadria terre da persone civili o dagli artigiani che non possono coltivarle personalmente. Di molto aiuto anche l’emigrazione, specialmente nelle Americhe sia del sud (Argentina e Montevideo), sia del Nord (Stati Uniti) non mai fatta alla cieca, ma appoggiata a parenti, amici e compaesani già stabilitisi colà…”


Osiccio

Il dott. G. Brisa, nel medesimo volumetto, aggiunge:
Dalla generalità si vive in una certa agiatezza, la proprietà essendo suddivisa, cosicché il numero dei poveri nello stretto senso della parola è scarsissimo. La popolazione è d'indole mite, ospitale e generosa, non dedita a covar rancori e nutre un eccessivo attaccamento al suolo nativo.
In generale, a dispetto dell'apparenza, è d'ingegno sveglio tanto che fra i suoi abitanti annovera grosso ditte di negozianti, avvocati, ingegneri, farmacisti, ufficiali nell'Esercito, molti periti agrimensori, maestri, segretari comunali ed annualmente si hanno dagli otto ai dieci studenti nelle scuole tecniche e ginnasiali.
Il contadino Delebiese veste di lana più o mono pura d’inverno e di stoffa cotone nell'estate. Le donne poi presentano un costume pittoresco, quasi elegante, nella copritura del busto, al capo ed alle falde. La pulizia personale è più apparente che reale, non già por mancanza d' acqua, sibbene per sentito bisogno d' un pubblico bagno.
L'alimentazione principale è data dal granturco sotto forma di polenta o di pan. giallo misto a segale o frumento, di paste, legumi, e patate; nei giorni festivi non manca un pezzo di carne ed un po' di vino. Molte sono le famiglie che fanno uso di carne salata avendosi la consuetudine di macellare privatamente i suini dal mese di dicembre alla fine di febbraio.
Due prestini forniscono del buon pane ed un macello privato la carne bovina, caprina, ed ovina. Di vino si fa molto uso esistendo oltre quindici spacci i quali tutti lo importano da altri paesi, poco curandosi quivi la vite ed anche di questa solo l'americana — sempre s'intende fattane rara eccezione.
La viabilità poco lascia a desiderare anche nelle parti alpestri tranne durante la stagione invernale per soverchia copia di neve. I locali scolastici rispondono in gran parte alle esigenze igieniche, eccezione fattane por quello della prima classe elementare maschile, nel quale manca lo spazio sufficiente por contenere il numero dogli alunni. In quanto a frequenza non può dirsi che le scuole siano rigorosamente frequentato contribuendo però a tale inconveniente alcune speciali esigenze di famiglia.
In paese gli esercenti professioni sanitarie sono: un medico chirurgo ufficiale sanitario; due levatrici;un farmacista.
È indubitato che specie nella stagione primaverile ed estiva, àvvi un contingente non lieve di febbri malariche, ma osso è dato non già da mal'aria propriamente esistente in paese — parte bassa — sibbene dalla frequenza colla quale i contadini, por ragione di lavoro, si recane nelle campagne sottostanti a Delebio e poste sulla riva sinistra e destra del fiume Adda, ove sono soliti trascorrere intiere giornate. Al casello ferroviario N. 5 ha principio un fosso detto Borgo-Frantone il quale fu costrutto un tempo allo scopo di ricevere lo scarico dei fossi provenienti dalla campagna di Delebio e di Piantedo per riversarli nell'Adda. Ora i nostri paterni governi, in tutt'altre faccende affacendati, hanno posto in oblio la salute pubblica non curandosi dell'esistenza e quindi dello spazzamento di detto Borgo permettendo in tal modo che diventasse un contro d' infezione.”


Alpe Legnone

Ed ancora:“A monte del paese havvi la pittoresca località di Torazza ove il fiume Lesina, apertosi il passo fra un'enorme-spaccatura del monte che s'innalza a picco per centinaia di metri, lasciando scorgere attraverso i pini uno scarso lembo di cielo, si precipita gorgogliando in rumorosa cascata. Anche noi giorni più caldi qui spira costantemente dalla valle fresca la brezza, e a mala pena penetra. un raggio di sole.
A difesa del paese replicatamente danneggiato dalle piene del Lesina, qui il comune fece con grave sacrificio costrurre enormi muraglioni. Un canale raccoglie le abbondanti acque del fiume o attraversando il paese è anima delle sue industrie e dei suoi commerci.
Con un dislivello complessivo di una cinquantina di metri scende questo canale dalla Torazza al piano formando una dozzina e più di cascate. La sua portata media. di 400 litri darebbe complessivamente a Delebio 200 cavalli dì forza motrice senza contare altra importante che. si otterrebbe facendo nuova presa più a monte dell'attuale.
Pur troppo questa dovizia di forze cui natura fu a Delebio sì prodiga ò insufficientemente usufruita. Salvo poche eccezioni, vecchie ruote in legno di meschino rendimento muovono mollai più vecchi ancora, la cui descrizione puoi trovare nei trattati di architettura di Vitruvio. L'avvenuta congiunzione ferroviaria con Milano troverà, si spera presto, pel bene del paese, a queste forze miglior impiego.
A Delebio vi sono quattro fabbriche di paste alimentari, a motore idraulico, con torchi o gramole di nuovo sistema. Si occupano però generalmente del lavoro a fattura. L'industria della seta conta due stabilimenti. La filanda e filatoio Marchetti impiega duecento persone; mentre un altro centinaio trova occupazione nello stabilimento per incannaggio o stracanaggio, succursale del grandioso setificio Keller di Mandello. I ferri da taglio e d'agricoltura che si fabbricano a Delebio godono per la loro bontà meritata fama sui mercati non solo di Valtellina ma della Lombardia e della Svizzera. Se ne spediscono perfino in Inghilterra, Francia o America. Parecchie officine con maglio, ed altre minori si occupano di quest' industria e della fabbricazione di tutti gli altri generi di ferramenta.
Assai ricercati in Lombardia ed anche nella vicina Svizzera sono i carri e le carrette che si fabbricano nelle numerose officine dei carpentieri Delebiesi. Sceltissima qualità e stagionatura del legname impiegato, abilità degli operai che da lungo tempo a queste costruzioni si dedicano, sono garanzia sicura di ottimo risultato.
Delebio possiede pure numerosi falegnami abilissimi nei diversi lavori. La calce proveniente dai forni di Bocca d'Adda, eserciti da una ditta Delebiese, è assai pregiata e nella bassa e media Valtellina sostiene vittoriosa concorrenza con quella importata dal lago. Da circa tre anni a Delebio l'illuminazione elettrica ha quasi sostituita quella a petrolio. Una piccola officina pesta nel centro del paese produce la corrente elettrica necessaria al servizio pubblico e privato. Diverse ditte si occupano del commercio dei vini che importano principalmente dal Traonasco e dal bacino di Sondrio. Delebio ha pure una conceria di pellami, e torchi d'olio. Anche l'apicoltura vi ha modesti ed. appassionati cultori che producono e vendono miele squisito.


Alpe Legnone

La ferrovia ha fatto a Delebio, come del resto in tutta Valtellina, maggiormente fiorire l'industria del legname. Al taglio, alla condotta, alla lavorazione di esso trova impiego gran parto dell'anno la popolazione rurale e ne trae larga fonte di guadagno. Delebio possiede numerose seghe a forza idraulica, e diverse ditte, fra le quali alcune importanti, esportano il legname da costruzione e d' ardere nelle provincie Lombardo dove fa concorrenza a quello proveniente dal Tirolo. Favorita da esteso praterie in piano, da numerosi e splendidi pascoli in monte qui fiorisco l'industria della pastorizia e dei latticinii. Sulla rinomata flora del Lunedì dopo la terza Domenica di Ottobre, dove accorrono numerosi negozianti d' Italia e di Svizzera, e su quella puro importante di S. Domenica, si vende in gran quantità il bestiame allevato a Delebio e in Valtellina. In primavera importante commercio si fa di capretti e di vitelli da latte che si spediscono nelle provincie di Como o di Milano. Sugli Alpeggi che circondano Val Lesina passano l'estate ben mille capi di grosso bestiame senza contare il minore. Lassù si produce un formaggio dolce, squisito, che si consuma in paese e si vende sui vicini mercati. Molto resta a faro in quest'industria per raggiungere i moderni progressi. Sull'Alpe Legnone però condotto da una ditta delebiese si produce già un burro finissimo, e si introdussero miglioramenti tali da meritare recentemente un premio importante dal Ministero di Industria e Commercio. Un gran passo invece sulla via del progresso si fece in piano coll'istituzione delle Latterie Sociali, splendida e ben riuscita manifestazione del moderno movimento cooperativo. Sorsero in Valtellina in principio del 1881, per opera specialmente del compianto ing. Valenti Clemente di Talamona che ne fu l'apostolo più ardente e convinto. Nel 1884 all'esposizione nazionale di caseificio in Lodi, coll’aiuto del Comizio Agrario, le latterie Valtellinesi si presentarono per la prima volta al giudizio dei giurati che furono loro larghi di premi o di incoraggiamenti. Le latterie perciò basate sull'interesse mutuo dei soci che traggono importantissimi vantaggi dalla lavorazione del latte in comune, superate le prime difficoltà, trionfarono e si moltiplicarono in Valtellina, e furono un sollievo alle popolazioni travagliato da grave crisi economica. Non raggiunsero però come era sogno dei loro fondatori il progresso delle consorelle Agordine e Bellunesi.
Delebio a nessun paese secondo nel progredire, ebbe sin dal 1881 la sua Latteria Sociale con 50 soci, 116 bovine iscritto. Si lavorarono in quell' esercizio Chilogrammi 58000 di latte. Ora le latterie a Delebio sono tre e contano complessivamente soci 150 con 250 e più bovino iscritte. Nell' ultimo esercizio lavorarono circa Cg. 200000 di latte producendo un burro sotto ogni aspetto lodevole, e ricercatissimo.”


Delebio

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Pesante fu il tributo pagato da Delebio alla prima guerra mondiale. Il monumento ai caduti di fronte alla chiesa parrocchiale di Delebio, datato 1921, ricorda i soldati morti nella prima guerra mondiale. Sono menzionati i seguenti soldati, caduti in combattimento: Soldarelli Giovanni Battista di Giovanni, Facetti Primo fu Leonardo, Mazza Natale di Pietro, Vitali Giuseppe fu Giuseppe, Casartelli Camillo di Edoardo, Mazza Carlo di Pietro, Dei Cas Urbano di Massimo, Vaninetti Ilario di Antonio, Comparoli Giuseppe fu Giuseppe, Riva Giovanni di Luigi, Riva Ennio di Venanzio, Dei Cas Emilio di Massimo, Mapelli Armando di Francesco e Fistolera Giuseppe di Giovanni Battista. Vengono ricordati anche i seguenti soldati morti per ferite o malattie: Mazza Giovanni di Antonio, Scisetti Emanuele fu Pietro, Rossi Giovanni fu Gerolamo, Maglia Pierino di Antonio, Brunetti Giuseppe fu Antonio, Nasturzi Rodolfo, Fistolera Giovanni Battista fu G. B. e Malgesini Benito di Domeico. Sono, infine, ricordati i seguenti soldati caduti nelle guerre coloniali: Moretti Giacomo fu Gerolamo e Dei Cas Elvezio di Massimo.
La situazione di Delebio intorno agli anni venti del Novecento è efficacemente sintetizzata sempre da Ercole Bassi, nelle sue Note Autobiografiche, in questi termini: “In principio della vallata, là dove essa si presenta più ampia, siede Delebio, che dista solo sette chilometri da Colico. È una piccola borgata, viva ed industriosa, così che in Valtellina era chiamata "la piccola Manchester" ed essa con orgoglio si chiama "il piccolo Parigi". Ha avuto in un secolo uno sviluppo straordinario: contava infatti verso il 1800 poco più di 800 abitanti ed era un modesto villaggio abitato esclusivamente da contadini; ora conta pressoché 2000 abitanti (questa, cifra fu raggiunta col censimento del 1911) ed ha un terzo della popolazione dedito all'industria e al commercio. Purtroppo anch'esso attraversa un periodo assai critico e difficile che cominciò nel 1870 e chissà quando potrà finire. L'industria della seta che ne formava la principale risorsa è prostrata; diverse piccole filande si chiusero; una grossa filanda con filatoio stenta la vita cambiando più volte padrone (fu chiusa definitivamente e venduta verso il 1927/28). Molti piccoli industriali partirono e partono ogni anno per le lontane Americhe in cerca di miglior fortuna. Tuttavia conta ancora un bel mulino meccanico (cessato) ed altri molti primitivi; una pelletteria (cessata), tre fabbriche di pasta, un torchio per olio, due magli di ferro, diversi carpentieri e fabbri etc. etc. È illuminato (a luce elettrica).


Panorama da Osiccio

È provveduto di belle e selciate strade, con frequenti fontane di acqua eccellente e sana, di molte case civili, di due modesti alberghi con varie osterie e di un bel cimitero. Conta una discreta società filarmonica, già assai più in fiore, ma vide in questi anni cessare l'asilo infantile (rinnovato verso il 1920 con la successione Nemesio Corti), una società filodrammatica, il club del Buon Umore, il club "Stella delle Alpi" (cessato)… Delebio si trova ai piedi del monte Legnone e a cavallo del Lesina, torrente che ivi sbocca da una stretta gola e, accompagnato da robusti argini, è guidato fuori dall'abitato, finché va a finire il suo corso nell'Adda. Ora le sue acque sono sempre limpide, perché i fianchi delle montagne dalle quali esso scende sono rivestite da boschi, perché sono di proprietà privata. Ma appena mezzo secolo fa, quando i boschi erano comunali, le pendici erano tutte devastate dagli abitanti del comune e daì comunisti. Il Lesina ben spesso scendeva torbido e minaccioso ed una volta rompendo la riva sinistra ebbe a cagionare rilevanti danni al paese. Purtroppo la nessuna cura di assicurare i fianchi del monte dalle corrosioni e dagli scoscendimenti permise che dopo forti temporali il letto si riempisse di materiale, che trasportato fuori dalla gonfia corrente, fece già due volte dal 1890 al 1912 rompere gli argini e minacciare il paese, salvato dall'energia e coraggio della popolazione accorsa ai ripari. Una roggia allo sbocco della valle si leva dal lato sinistro del fiume che subito si divide in due: l'una più piccola serve ad irrigare; l'altra dà vita a diversi opifici (mulini, seghe, magli di ferro). La valle di Lesina è solcata da piccole mulattiere che conducono a diversi maggenghi e finiscono negli alpeggi rinomati per i loro prodotti di formaggio e burro.


Bivacco Alpe Del Dosso

Nel secondo dopoguerra inizia una ripresa industriale che dà nuovo impulso all’economia di Delebio, che inizia con l’impianto per la laminazione dell’alluminio della ditta Carcano, seguito da altre sette industrie e da numerose officine artigianali per la lavorazione del ferro e del legno, che hanno portato Delebio, all’inizio degli anni Ottanta, al primato, in Provincia di Sondrio, di comune con più posti di lavoro che unità lavorative locali.
Sono gli anni in cui la tradizionale struttura sociale di Delebio scompare. Ne parla Firmino Fistolera, nella prefazione all’Inventario dei Toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi – Delebio (1979),dove traccia il seguente quadro della Delebio di un tempo: “La distinzione sociale tra i delebiatt dei due gruppi di attività [agro-silvo-pastorali da una parte, commerciali ed industriali, dall’altra] è perdurata nettissima fino alla prima guerra mondiale: i baghìn a mezza costa e, da Torrazza ai Tavani, i turasciöö, i crosciaröö, i tavanéi lungo la pedemontana; i sciuri o ciazzaröö lungo la valeriana. Vestivano gli uni i costumi tradizionali, gli altri abiti civili. I primi parlavano un dialetto con suoni nasali e chiusi, con avverbi di luogo come chilò, lagliò, sügliò, giugliò, … a volte i vecchi usano ancora l’articolo al davanti ai nomi plurali femminili. È l’antica caratteristica parlata. I sciuri parlavano un dialetto lombardo più vicino a quello lariano. Fra i due gruppi, gli artigiani si accostavano alla parlata dei sciuri. Queste nette distinzioni erano ancora avvertibili mezzo secolo fa; oggi sono pressoché scomparse.
Oggi (2016) Delebio è un dinamico comune di 3218 abitanti, che ha saputo valorizzare la sua tradizione casearia, legata anche agli storici alpeggi della Val Lesina occidentale, che ricade entro il suo territorio comunale (alpi Legnone, Cappello, Luserna e Dosso). Conserva gelosamente tradizioni ed identità, ed ha una cura particolare per la sua valle, la Val Lesina, appunto, che non soffre ancora del turismo di massa perché una recente carrozzabile non si porta oltre la quota di Osiccio di Sotto (m. 962).


Osiccio

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ESCURSIONI A DELEBIO ED IN VAL LESINA

 

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