CAMPANE DI SAN BARTOLOMEO SU YOUTUBE 1, 2, 3

Castionetto di Chiuro è uno dei tre grandi nuclei che costituirono in passato il comune di Chiuro, insieme ai nuclei di Chiuro e Castello dell’Acqua. Ma mentre quest’ultimo nel 1858 se ne staccò, divenendo comune autonomo, Castionetto rimase legato alla vicina Chiuro. Armida Bombardieri (nel volume “Chiuro”, edito a cura della Biblioteca Comunale “Luigi Faccinelli” nel 1989) ci aiuta a conoscere qualcosa di più di questo ridente paesino, disseminato sul medio versante retico, in una zona particolarmente favorevole alle colture: “Il nome Castione, detto dapprima Castione Superiore per distinguerlo dall'altro Castione presso Sondrio e poi più semplicemente Castionetto, testimonia che qui esistette un castellius, cioé un piccolo castello. Infatti anticamente nella località ancor oggi chiamata «Castelasc» esisteva una piccola rocca dei Quadrio posta in posizionefavorevole per controllare l'imbocco della Val Fontana, il territorio di Ponte e la zona piana sottostante attorno a Chiuro. In «Torri e castelli della Valtellina e della Valtellina e della Valchiavenna» di G. Bascapé e C. Perogalli a pag. 117 si legge: «Il Pedrotti dà per ancora ben conservato il Castellaccio presso Chiuro di cui invece non si riesce a trovare traccia in luogo». Invece vanno attentamente l'altura su cui sorgeva il fortilizio, sul pendio che guarda a nord verso contrada Fancoli, sono ancora ben visibili i muraglioni che cingevano il castello e che non si possono confondere con i muri posti a sostegno dei vigneti. In alto, sul culmine, si notano dei ruderi coperti di edera. I sassi del diruto castellaccio servirono alla fine del XVI per la costruzione del campanile della parrocchiale dei SS. Giacomo e Andrea, opera dell'ing. Giovanni Antonio Vacchelli che arrivò in paese il 18 marzo 1596 accompagnato dal maestro Pietro, comasco... Come già ricordato, il paese di Castionetto si divide in contrade che distano fra loro parecchie centinaia di metri, poste in una zona fertile e ricca di vigneti e frutteti. Le costruzioni di questi agglomerati fino a pochi anni fa eran tutte modeste e di stile architettonico prettamente rurale. Ora molte sono state ristrutturate e sono sorte nuove villette un po' ovunque. Qua e là rimangono ancora i segni di qualche abitazione di maggior prestigio, per lo più case di campagna di famiglie patrizie di Ponte e di Chiuro, che ricordano nel nome gli antichi proprietari: ca' di Fopui, ca' Peranda, ca' Menat e il noto Casin già proprietà Guicciardi.”
Interessanti sono anche le notazioni che Renzo Sertoli Salis, nel volumetto “Valtellina fra mito e storia” (Sondrio, 1969), dedica al paese: “Da Chiuro la cosiddetta panoramica per Teglio sale a Castionetto, dove alla castellana medievalità e al gotico rinascimentale che appena abbiamo lasciato, diverse civiltà di valle si accostano, pur in un lungo arco di tempo. Presso una svolta compaiono — a un tiro di fionda — gli avanzi romanici, ridotti al campanile, dell'antica chiesa e dell'antico convento degli Umiliati, dedicati a San Bartolomeo; e poco più su, ad un altro risvolto della strada, la Torre, detta appunto di Castionetto, che pure appartenne ai Quadrio e che è una delle più massicce della valle, nonchè delle più importanti anche per gli elementi architettonici che vi si riscontrano.
Poco più su — nel paesotto — è stata trovata, come sappiamo, la testimonianza dell'uomo dell'età del bronzo che potremmo definire l'homo Castellionis, dal qual molto si differenziano, per epoca e per stile, le immagini — ideali e «deali» (o teologiche) al tempo stesso — delle tre stele di Caven, della cosiddetta prima pietra di Valgella e del «sasso» di Cornàl.
Ma mentre nella prima e seconda stele di Caven l'immagine è piccola, posta ai margini della composizione e ridotta a pochi elementi essenziali (cerchi concentrici e tratti paralleli), ben più monumentale essa appare nella cosiddetta terza stele e, benchè più rozza nell'incisione, nella prima stele di Valgella: in entrambe le quali la schematica, se non addirittura simbolica, figura vagamente antropomorfica appare costituita — com'è ormai noto si vorrebbe dire lippis et tonsoribus — da una serie di cerchi concentrici o disco solare al posto del capo, da due dischi minori o cerchi laterali forse a segnare i seni della dea madre ai lati, oppure due divinità minori, e, nella parte inferiore della composizione, da una serie di segmenti paralleli, ora obliqui a indicare forse gli arti e ora orizzontali al centro, probabilmente a significare il tronco e più precisamente l'addome.”
Da Chiuro parte la strada panoramica dei Castelli, che sale verso Castionetto (m. 561), proseguendo poi per Teglio. A Castionetto stacchiamocene sulla sinistra, salendo verso Dalico. Poco oltre le ultime case del paese (contrada Maffina), sulla nostra sinistra (cioè a valle rispetto alla strada), raggiungiamo la bella torre medievale (m. 689). Si tratta di una torre edificata in un periodo compreso fra il XII ed il XIV secolo, che appartenne alla famiglia ghibellina dei Quadrio. La sua mole è di tutto rispetto: ha una pianta quadrata, di 11 metri per lato, uno spessore della cinta muraria che supera, alla base, i due metri, ed una porta d’accesso rialzata di oltre tre metri rispetto al livello del terreno (per raggiungerla ci si serviva di un ponte levatoio). Un recente restauro l’ha restituita all’antica bellezza, ma ha anche cancellato i segni di una vicenda misteriosa di cui è stata teatro.
Ecco cosa scrive Armida Bombardieri (cit.) su questa struttura: “Più in alto esiste ancora, ben solida, la poderosa torre che appartenne ai Quadrio. Secondo Bascapé e Perogalli la torre potrebbe essere sorta tra la fine del sec. XII e l'inizio del XIII. È noto però che fu ristrutturata da Stefano Quadrio. «L'origine feudale di molti castelli é dimostrata, oltre che dagli atti
d'archivio, anche da qualche nome di gusto letterario». Quella di Castionetto era detta torre di Roncisvalle. La costruzione é veramente solida e poderosa. E' a base quadrata con il lato di 11 metri; lo spessore delle mura al piano terra supera i due metri e mezzo. Si accede dal primo piano a quello superiore attraverso una scala in pietra incorporata nel muro. Non si può conoscere l'altezza in quanto la torre manca di spalti di merlature, distrutte lungo il corso dei secoli. La struttura dei muri è costituita da pietre di varia misura. Negli angoli i massi sono decisamente lavorati, squadrati ed arricchiti da ben marcate bugnature. Alcune di queste pietre angolari hanno la considerevole lunghezza di quasi due metri. Il muraglione che guarda verso sud con un breve spiazzo erboso antistante, assume l’aspetto di vera e propria facciata e più elaborato degli altri e più ricco di elementi architettonici. A circa quattro mesi dal suolo osserviamo un’apertura che doveva essere una porta in quanto si notano a livello di soglia i segni di due sassi ora tranciati, che sporgevano a mo’ di mensole e su di essi certamente veniva appoggiata una scala retrattile o addirittura un rudimentale ponte levatoio.”
Prima del restauro, sul lato destro della facciata d’ingresso si poteva osservare, nella parte bassa dello spigolo, un evidente squarcio, che ha scatenato la fantasia popolare. Sì, perché quello spigolo così visibilmente scalfito doveva rimandare a qualche evento portentoso. Se a questa presunzione si aggiunge che gli antichi signori legati a questa torre furono i Quadrio, che erano ghibellini, quindi avversari del primato papale, allora la vicenda misteriosa prende corpo.
Dopo che la torre fu abbandonata dagli uomini, vi si insediò, raccontano, un diavolo, la cui mole ragguardevole incuteva timore a tutti.
A tutti tranne che ad un gruppo di intrepidi, che vollero vederci chiaro e guardare in faccia questo temutissimo diavolo. Costoro salirono quindi, un giorno, alla torre, determinati a verificare se il diavolo fosse così brutto come lo dipingevano. Ma del diavolo sembrava non esserci neppure l’ombra. Quand’ecco che, improvviso, si udì un rumore, che proveniva dall’interno delle mura: era proprio il diavolo, che non era affatto coraggioso, come si poteva pensare, ma se ne stava nascosto, per la paura, dentro la torre.
Avendo compreso che era stato scoperto, si precipitò fuori dalle mura, e, preso dal panico, si mise a correre all’impazzata, sbattendo, con il naso, contro lo spigolo della torre, che fu sgretolato dall’urto. Gli uomini si misero a rincorrerlo, e questi, allora, per porsi in salvo, pensò bene di rientrare nella torre. La sua paura aumentava il coraggio dei cacciatori, che presero a lanciargli contro delle pietre, fino a riempire interamente il piano terra della fortezza. Mentre piovevano le pietre, il diavolo tentò l’ultima carta per salvarsi: cominciò a scavare come un
forsennato, ed in breve scavò una gallerie profonda, appena in tempo per evitare di finire sepolto dai sassi. La galleria usciva dal cuore della terra in località Castelasc: da qui fuggì, e di lui si persero le tracce, perché non apparve più in quei luoghi.
Ma forse, nella fuga, scelse una via diversa. Sentite questa, infatti. Appena oltre il ponte sul torrente Val Fontana, all'imbocco della strada per Castionetto, possiamo notare, sulla sinistra, un grande spiazzo, dove è possibile parcheggiare l'automobile, nei pressi della bella passerella pedonale, coperta, in legno, che scavalca il torrente, poco a monte del ponte. Qui troviamo anche un cartello che segnala il sentiero per Ca' Fancoli, data a mezzora. All'inizio, per la verità, di sentieri non se ne vedono. Nessun problema: seguiamo una traccia di pista che corre a ridosso del muraglione che fa da argine al torrente (siamo sul suo lato orientale, di destra, per chi sale) e si inoltra nella boscaglia.
Dopo un breve tratto, il sentiero si fa evidente, e porta subito ad un bivio, al quale, invece di proseguire diritti, dobbiamo prendere a destra, salendo lungo una larga mulattiera protetta, sul lato sinistro, da corrimano in legno, nella fresca cornice di un bosco di castagni. In breve siamo ad un modesto poggio erboso, dove il bosco si apre un po' (regalando uno splendido scorcio sulla bassa Val Fontana) e dove si trova anche una panca in legno. Ebbene, torniamo indietro per un breve tratto, fino al punto nel quale il fondo della mulattiera è costituito da roccette affioranti, quasi scalinate. Osservando con attenzione, potremo riconoscere un paio di segni che sembrano prodotti da uno zoccolo bifido. Eccoci ad un nuovo luogo denso di leggenda: si tratterebbe, infatti, dei segni impressi sulla roccia dalle zampe del diavolo (incandescenti, com'è noto): forse si tratta dello stesso diavolo sloggiato dalla torre di Castionetto e sprofondato da quale che parte nei cupi anfratti della bassa Val Fontana, là dove il torrente rumoreggia con furia selvaggia. Ed in effetti l'ameno poggio che si trova poco sopra le impronte del diavolo è in realtà la parte sommitale di un roccione che cade a precipizio con un salto verticale sul fondo della valle (attenzione, quindi, a non sporgersi!). Proseguendo sulla mulattiera, dopo tratto non lungo usciamo dal bosco per intercettare una pista con fondo in erba la quale, a sua volta, si immette nella stradina asfaltata che porta a Ca' Fancoli.

Dal diavolo all’acqua santa: i misteri di Castionetto non finiscono qui, perché si racconta anche un’altra leggenda, legata però, questa volta, alle potenze celesti. Salendo verso Castionetto, appena prima del cimitero, troviamo una deviazione a destra che porta alla chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, edificata nei secoli XII e XIII e ricostruita nel secolo XVIII. Fin qui la storia. Una leggenda spiega la ragione del luogo scelto per erigere l’edificio sacro. L’idea originaria, infatti, era di costruire la chiesa più a monte, e così si iniziò a fare.
Senonché, con grande sorpresa di tutti, il mattino al primo giorno di lavori si constatò che tutto il lavoro del giorno precedente era stato, in apparenza, cancellato. Guardando bene, però, si scoprì che tale lavoro non era svanito nel nulla, ma lo si ritrovava più a valle. E così andò avanti per diversi giorni. Che ci fosse di mezzo lo zampino del diavolo? No, questa volta era stata la mano di Dio ad intervenire, per far comprendere agli uomini quale fosse la posizione in cui voleva che la chiesa fosse edificata. Compreso ciò, fu rispettata la volontà di Dio, e la chiesa sorse più a valle, dove la possiamo ancora oggi vedere. Possiamo trovare queste due leggende nel già citato volume intitolato “Chiuro”, curato da Franco Monteforte ed Ellida Faccinelli ed edito dalla Biblioteca comunale “Luigi Faccinelli” di Chiuro nel 1989.
Non possiamo concludere questa breve rassegna sui misteri di Castionetto senza menzionare la figura più paurosa. Si tratta di una strega, la Marcolfa, che si diceva vivesse in una grotta, dalla quale usciva per aggirarsi, silenziosa e terribile, dopo la mezzanotte, pronta a ghermire i malcapitati. In particolare, una volta prese di mira una filatrice, che si era attardata a filare la lana oltre la mezzanotte del sabato. Di domenica, si sa, non si lavora, ma la filatrice era troppo presa dal lavoro che doveva terminare, per rispettare il precetto festivo. La Marcolfa si appostò fuori della sua finestra, pronunciò una frase che suonava come un sinistro sortilegio e, quando la malcapitata, presa da un inquietante presentimento, si affacciò all'uscio, l'afferrò prontamente e se la portò via. Della filatrice non si seppe più nulla.
I motivi per una visita a Castionetto, dunque non mancano. Aggiungiamone uno: la possibilità di compiere interessantissime escursioni, ed in particolare un elegante anello che ci porta a visitare la luminosa Costa di San Gaetano. Visitata la torre di Castionetto, dunque, proseguiamo con l’automobile fino alle prime baite di Dalico (m. 1350). Qui la strada effettua una diagonale verso destra, fino al punto in cui termina l’asfalto: lasciamo qui l’automobile e proseguiamo oltrepassando i prati più alti della località, in una cornice che, ad autunno inoltrato, è di rara suggestione. Dopo mezzora, o poco più, di cammino, raggiungiamo la chiesetta di san Gaetano (m. 1550), un gioiellino incastonato in uno splendido scenario naturale, meta, un tempo, di una caratteristica processione annuale, che prevedeva la distribuzione, lungo il percorso, di pane, vino e latte.
La strada sale ancora, fino all’ultima baita della località Prepatèl (m. 1699). Proprio alle spalle della baita parte un sentierino, poco marcato, che sale, ripido, lungo il dosso, attraversando dapprima una selva, uscendo poi in terreno aperto, fino a guadagnarne la cima (m. 1777), dove si trova un’asta metallica, che costituisce un prezioso punto di riferimento per chi volesse percorrere in senso inverso questo itinerario. Inizia ora la lunga risalita della Costa di San Gaetano, brullo, ampio e luminoso crinale che separa la Val Fontana dalla minore val Rogna. Salendo senza percorso obbligato, raggiungiamo la cima della costa, al culmine del dosso quotato 2283 metri.
Siamo in cammino da circa due ore e mezza: se abbiamo ancora tempo ed energie da spendere, possiamo compiere una traversata verso le piste di sci di prato Valentino, scendendo ad un sentiero di mezza costa (Viale della Formica), oppure alla bocchetta di quota 2269, dalla quale si può attaccare il dosso successivo, quotato m. 2481 (facendo attenzione ad alcuni tratti, un po’ ripidi). Prima di effettuare la traversata, però, gettiamo uno sguardo sul lato occidentale della Val Fontana: possiamo osservare, da sinistra, vetta di Rhon (m. 3137), la cima Vicima (m. 3123), la bocchetta di Vicima ed il pizzo Calino (m. 3024).
Se scegliamo la soluzione più lunga, ci ritroviamo sulla strada che conduce alla cabina, che funge anche da bivacco, posta al termine degli impianti di risalita, e che rimane nascosta dietro un ultimo piccolo dosso. Poco oltre, sulla sinistra, scorgiamo la cima erbosa del monte Brione (da “braida”, “prato”, ma anche “luogo selvaggio”; m. 2542): per raggiungerla basta una decina di minuti di cammino.
Se, invece, scegliamo il Viale della Formica, ci ritroviamo ad un casello dell’acqua, a poca distanza dal più grande edificio che serve gli impianti. In entrambi i casi, non ci resta che scendere, seguendo la comoda strada, fino a Prato Valentino (m. 1720), dove troviamo la chiesetta dedicata al santo caro agli innamorati.
Esistono due varianti più brevi che permettono di effettuare la traversata della valle della Rogna. Dalla baita di Prepatèl, invece di imboccare il sentierino che sale alla parte alta dei prati, dirigiamoci, senza guadagnare quota, verso destra, tagliando orizzontalmente i prati ad est dell’edificio. Troveremo una debole traccia di sentiero, che intercetta una più marcata traccia che sale da destra.
Si offrono ora due possibilità: se proseguiamo diritti, seguendo le indicazioni di un segnavia su un masso, effettuiamo una traversata che rimane in buona parte nel bosco e, mantenendo una quota approssimativamente costante, porta al limite occidentale di Prato Valentino: si tratta di un segmento del Sentiero Italia.
Se, invece, al bivio proseguiamo verso sinistra, iniziamo una lunga salita in diagonale, su terreno aperto, lungo il fianco occidentale della val Rogna. La traccia si fa sempre più debole, fino a quasi scomparire, ma quando ci sembra di averla persa, scopriamo, pochi metri più a monte, una nuova e marcata traccia, che raggiunge il cuore della valle, portandoci sul lato opposto. La traccia diventa quindi una pista che raggiunge la sterrata che da Prato Valentino sale lungo gli impianti di risalita. Percorrendo la sterrata in discesa, in breve raggiungiamo Prato Valentino.
Da qui parte la strada asfaltata che scende a Teglio. Seguiamola fino al primo tornante sinistrorso (m. 1608), dove parte un tratturo che se ne stacca sulla destra, scendendo, ripido, fino ai prati di Verdomana (m. 1521). Scendiamo alla croce, gustando l’incommensurabile bellezza degli scenari: intercettiamo, qui, il Sentiero del Sole (segnalato da un cartello).
Percorriamolo verso destra (ovest), approssimandoci di nuovo, questa volta da est ad ovest, al solco della val Rogna che, a dispetto del nome, appare qui tutt’altro che inquietante o sinistra. Attraversato il magro torrentello della valle, ci ritroviamo su un sentierino, segnalato da segnavia bianco-rossi, che ci riporta a Dalico. Raggiunta una baita, possiamo scendere direttamente verso l’automobile sfruttando una strada sterrata alla nostra sinistra, oppure continuare sul Sentiero del Sole, che attraversa questo bosco e ci riporta ai prati alti di Dalico, dai quali scendiamo, seguendo la strada, all’automobile.
Sono trascorse circa sei-sette ore dalla partenza: una bella giornata primaverile o autunnale può renderle semplicemente indimenticabili.


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