Draghi

Drago, dal greco “dràkon”, è l’animale che fissa lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza. Ma è, soprattutto, il più noto fra gli animali immaginari, che si trova, anche se con diverse connotazioni, in culture differenti. Se nella cultura cinese esso è simbolo positivo di forza e saggezza, nelle culture occidentali prevale l’immagine negativa di animale malvagio, che minaccia il mondo, è artefice del male o, più semplicemente, è posto a guardia di un tesoro. Nell'Apocalisse e nella tradizione cristiana diviene l'espressione stessa del male, in un passo rimasto celebre: "Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito." Nonostante l'immagine giovannea della donna vestita di luce si riferisca alla chiesa, venne interpretata tradizionalmente come rappresentazione della Madonna. L'immagine del drago, poi, si fuse-confuse con quella del serpente-maligno di cui si dice, nella Genesi, che sarà schiacciato dal tallone della sua nemica, la donna (di nuovo interpretata come Maria Santissima). Di qui il tema di molte rappresentazioni sacre: il serpente-drago schiacciato dal tallone della Madonna.
Altra rappresentazione profondamente impressa nell'immaginario religioso è quella del cavaliere san Giorgio che uccide il drago, episodio che ha per secoli colpito la fantasia dei credenti, che vi hanno visto uno dei più significativi episodi della lotta del bene contro il male.
Essere marino, terrestre o, più spesso, celeste, il drago si caratterizza per l’aspetto serpentiforme, con l’aggiunta di elementi tratti da animali diversi. Sputi o meno fuoco, sia o meno alato, ha il potere di evocare, con il suo solo nome, paure arcane, sgomenti profondi, ma anche ammirazione stupita: dire, metaforicamente, di una persona che è un “drago” significa lodarne le eccezionali capacità in qualche campo.

Le Alpi sono state sempre considerate dimora prediletta dei draghi. Quando vennero fra queste montagne? Non possiamo non consultare, al proposito, Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino, il quale, nella bella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969, pg. 148), ci assicura che ”draghi e serpi compaiono insieme all'uomo, stanno legati all'uomo come il male sta accanto al bene e l'amore all'odio.”
Fino a tutto il settecento era vivissima la convinzione che questi abitassero le cime più alte, considerate inaccessibili, ma potessero anche, in questo o quel luogo, infestare passi e valichi (ne è convinto, fra gli altri, lo stesso S. Agostino). Perfino uno studioso metodico e scrupoloso come il naturalista Johannes Jacob Scheuchzer (Zurigo, 1672-1733), che per primo esplorò le Alpi con l’intenzione di descriverne sistematicamente gli aspetti meteorologici, geologici, mineralogici, botanici e zoologici (scoprì, fra l’altro, una campanula che in suo onore viene chiamata campanula di Scheuchzer) e raccolse i resoconti di nove grandi viaggi di studio nell’opera “Itinera alpina”, riporta, in alcuni capitoli della sua opera, prove dell’esistenza dei draghi. Secondo lui questi animali rappresentano una sorta di variante di dimensioni maggiori dei serpenti, dai quali si differenziano per i seguenti particolari: sono più grandi e dotati, spesso, di barba e baffi, sono rivestiti di una pelle squamosa di colore nero o grigio, emettono un lugubre e tremendo fischio, simile ad un forte sibilo e si nutrono prevalentemente di uccelli che predano, in volo, aspirandoli nelle loro fauci, dall’apertura enorme ed dotate di triplice ordine di denti. Basandosi sulle testimonianze raccolte, giudicate serissime ed attendibili, con il rigore del naturalista classifica 11 diverse specie di drago; fra queste, il drago alato, una sorta di grande serpente che sputa fiamme dalle fauci ed è dotato di ali membranose simili a quelle del pipistrello; il drago dalla lingua bifida, che emette un alito pestilenziale in grado di accecare gli sventurati che vi si imbattono; il drago con corpo di serpente e testa di gatto; i draghi senza ali, di incerta classificazione: forse costituiscono il genere femminile della specie dei draghi.
Valtellina e Valchiavenna furono terra di draghi? Scheuchzer non ci aiuta, ma c’è da dire che non mancano i segni della loro antica presenza. Massi erratici di forma ovoidale, come il Sas da l’öof (Sasso dell'uovo), sul sentiero fra Nogaredo e Piazza Caprara (Samolaco), appena sopra la cappelletta di quota 702, sarebbero uova di drago pietrificate. Non poche sono, inoltre, le leggende che attesterebbero la presenza fra queste valli di tali esseri. Vediamo, a volo di drago, le più note.


Il drago della Valle di Albaredo appare ancora, di tanto i tanto, dal cuore profondo della valle...

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Partiamo da quella del drago di Roccascissa, in quel di Berbenno di Valtellina. Ce la racconta Lina Rini Lombardini, nella raccolta "Le novelle dell'Adda" (La Scuola, Brescia, 1929, pp. 51-56). Sulla rupe di Roccascissa, i cui contrafforti delimitano l’ampio balcone sul quale poggia il paese, era eretto, in epoca medievale, un importante castello, che dominava la media Valtellina dallo sbocco della Val Masino al colle di Triangia. Questo venne, un giorno, in possesso di Goffredo De’ Capitanei, come eredità dello zio Rainero De’ Capitanei. Lo zio gli aveva, però, fatto giurare che non avrebbe mai usato la fortezza come strumento di sopraffazione, ma avrebbe promosso con ogni mezzo la pace e la concordia. Goffredo giurò, ma in cuor suo era determinato a seguire ben altre strade. E così fece: appena morto lo zio, montò a cavallo, salutò la moglie, unica persona per la quale provava un sentimento di amore, e galoppò ebbro verso la nuova dimora.
Aveva in animo di farne la roccaforte della sua politica di potenza, per porre sotto il suo spietato tallone le popolazioni della valle. Questo lo dovevano capire tutti, subito.
Perciò si fece forgiare un drago di ferro, che pose in cima alla torre del castello, proteso verso il fondovalle, e con il suo odio protervo gli diede vita. Il drago di ferro, diventato drago vivo, doveva impedire a chiunque di minacciare il castello: per questo ricevette un ordine tassativo, di vomitare fuoco su chiunque si avvicinasse alle sue mura senza essere stato convocato dal suo feroce signore. Soddisfatto, Goffredo pensò che non avrebbe più dovuto temere nessuno: erano gli altri che, d’ora in poi, sarebbero stati percorsi da un brivido di paura al solo sentire il suo nome. Godette però di questa soddisfazione solo per breve tempo.
Ecco, infatti, quel che accadde poi. Accadde che la moglie, non vedendolo da tempo, pensò di fargli visita di sorpresa. Era l’unica persona che Goffredo amava, gli avrebbe fatto sicuramente piacere. Si presentò, dunque, sotto le mura del castello, con l’intento di annunciarsi al marito. Ma non fece neppure in tempo ad allungare la mano verso il battente del possente portone: un torrente di fuoco la incenerì. Il drago aveva eseguito l’ordine. Con lei morì anche l’ultimo barlume d’amore nel cuore di Goffredo. Morì l’ultimo motivo di gioia della sua infelice esistenza. Si dice che anche il castello, come il cuore dello sciagurato, si sgretolò progressivamente e cadde in una desolata rovina.

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Drago in pietra a Montespluga

Scavalchiamo, ora, sempre a volo di drago, le Alpi, piegando verso ponente e calando nel cuore della Val Bregaglia. Una valle che sembra particolarmente prediletta dai draghi. Il passo del Maloja, si racconta, era, in tempi antichissimi, infestato da un terribile drago. Assai noto è anche il drago di Viabella, località leggendaria che si trova sulla strada del Maloja, a 7 km da Chiavenna. Forse è lo stesso drago, forse no: le leggende spesso si intrecciano, mai si elidono.
Vediamo come andò la faccenda di questo drago, raccontata da Luigi Del Molino in "La leggenda di Viabella e del Sasso del Drago" (in "Il Chiodo", Chiavenna, 25/12/1964). Viabella era un piccolo borgo nel quale viveva una fanciulla di singolare bellezza, di nome Brigoletta. Se ne invaghì un principe, che passava di là, e volle che fosse sempre sua, senza però pensare di portarsela con sé nella sua reggia o nei suoi viaggi. Ogniqualvolta fosse passato di lì, l’avrebbe ritrovata, e tanto gli bastava. Ma per essere sicuro di questo, fece venire a Viabella un drago nero che era al suo servizio, e gli comandò di dimorare in una grotta nei pressi del fiume Mera. Vicino alla grotta del drago la sua potenza fece sgorgare una sorgente magica, la mitica fonte della giovinezza, la cui acqua preservava chiunque la bevesse dall’inesorabile scorrere del tempo, conservandolo sempre giovane.
Fin qui tutto bene, si direbbe. Senonché il principe non aveva alcun interesse a che la gente di Viabella si conservasse sempre giovane, anche perché questo rischiava di circondare l’amata di indesiderati pretendenti. C’era pur sempre il drago a vegliare, ma pensò che la prudenza non era mai troppa.

Così ordinò al drago di consentire alla sola Brigoletta di bere alla fonte: gli altri sarebbero invecchiati, lei no, il che le toglieva ogni desiderio di legarsi con altri giovani. La cosa, come potete ben immaginare, non fu digerita di buon grado dagli abitanti di Viabella, anche perché su di loro gravava l’onere di mantenere l’ingombrante drago. E c’è da credere che questi mangiasse come un drago. Decisero, dunque, un bel giorno di farla finita. Il piano era semplice quanto ingegnoso. Riempirono un carro di sale, ricoprendolo in modo che il carico non fosse riconoscibile. Il drago, che aveva sempre fame, si mangiò tutto senza andare per il sottile, e subito fu preso da una sete terribile. Immaginate che arsura ed acidità di stomaco con tutto quel fuoco ed un intero carro di sale dentro. Il drago si precipitò nella Mera e si mise a bere e a bere e a bere. Bevve tanto da scoppiare.
Quando scoppia un drago non è come un petardo: l’effetto è assai più catastrofico. L’intero paese venne spazzato via. Di esso e di Brigoletta non restò traccia (anche se poche anime elette di pie donne, ragazzi o fanciulle, possono ancora avere visione dell’altare della chiesetta di Viabella). Restò, invece, traccia della tana del drago, e la si può vedere ancora: è il cosiddetto Sasso del Drago, un’enorme roccia cava che si trova sulla sinistra della strada per il Maloja, poco dopo S. Croce. Restò anche, e resta tuttora, traccia della sorgente prodigiosa, ridotta, però, a rivolo di acqua pantanosa nei pressi del sasso. Viene chiamata Acqua Morta, perché ha perso il suo potere di preservare la giovinezza. A monte della zona del masso sta un ripiano con alcuni enormi massi accavallati: è quanto resta del drago.
Infine un vigneto, nei pressi del sasso, produce grappoli di un singolare colore dorato: un tempo era il vigneto riservato dal principe all’amata Brigoletta.
C’è, però, chi dice che la storia del drago non abbia niente a che fare con principi e giovinette (cfr. Aurelio Garobbio, "Montagne e valli incantate", Cappelli Editore, Rocca S. Casciano, 1963, pp. 141-142). Sarebbe, semplicemente, la storia di un drago predatore, che piombava, rapace, su mercanti e viandanti che risalivano la Val Bregaglia verso il passo del Maloja. I bregagliotti, disperati, non sapevano più cosa fare per disfarsene. Pensarono, dunque, di mandare verso il passo un carro tirato da due muli e da un asino, guidato da un cavallante di Promontogno. Il carico era costituito da un’enorme quantità di sale. Come c’era da aspettarsi, il drago non tardò a proiettare la sua enorme e paurosa ombra sul carro. Il conducente fece appena in tempo a scendere ed a nascondersi, prima che questi vi piombasse sopra, divorandolo in un sol colpo.
Il sale non tardò a fare effetto, la sete divampò nelle viscere del drago, che, per spegnerla, prosciugò il lago di Cavloccio. Ma non bastò: dentro ardeva ancora, tanto che, con un soffio, incenerì il bosco di Casaccia. Si gettò, allora, sul torrente Mera, cercando sollievo. Bevve tanta acqua da scoppiare. Il botto fu così forte da lasciare un segno su un roccione che si trovava lì vicino. Ecco spiegata la cavità del Sasso del Drago. Ed ecco spiegata la presenza di certi strani tronchi bianchi di cui è disseminata la Val Bregaglia, anche là dove non vi è bosco: sono le sue costole, sparse un po’ ovunque. Sia come sia, da allora i traffici da e per il passo del Maloja non furono più molestati da alcun drago.
Ma cediamo la parola al Garobbio:
La via del Maloggia era infestata da un drago. Né di giorno né di notte percorrendola si era sicuri. Veniva in volo dalla Bondasca o dalla foresta di Cavloccio, oppure dal giogo del Settimo, o da chissà dove; scendeva veloce sputando fuoco ed appestando l'aria ed in un baleno divorava un intero gregge di pecore, una mandria di mucche, ed anche gli uomini se vedendolo calare non cercavano scampo sotto degli alberi o dentro le caverne fra i massi accatastati.
Contro quella calamità non esisteva rimedio: un coraggioso cavaliere di Chiavenna gli mosse incontro con la lancia e la bestiaccia in un sol boccone trangugiò l'uomo e l'armatura, la lancia ed il cavallo.
Poi morì: non per il rimorso, s'intende. Fu la gola a tradirlo. Saliva da Castelmuro diretto all'Engadina un carro carico di sale dell'Adriatico. Lo tiravano due muli ed un asino; lo guidava un cavallante di Promontogno che sapeva il fatto suo, e se con la voce incitava le bestie, con gli occhi scrutava il cielo sorvegliando se il drago apparisse e camminando con la testa in aria incespicava sovente ma non osava bestemmiare. Eccolo: descrive un ampio giro e l'aria geme; a gambe levate il carrettiere si butta nel bosco e si infila sotto un mucchio di fascine, senza fiatare. L'orribile mostro cala sulla strada con le fauci spalancate, inghiotte carro ed animali e via verso il Maloggia. Senonché quel sale dentro lo stomaco cominciò a dargli una sete incontenibile. Svuotò il lago di Cavloccio e non riuscì ad estinguerla. Soffiò ed incenerì il bosco di Casaccia. Scese dentro il letto del Mera e bevve tanta e tanta acqua sempre crescendo l'arsura, si gonfiò come una montagna ed infine scoppiò. Certi tronchi bianchi che si trovano dove non c'è bosco, non sono avanzi di antichi larici abbattuti dai fulmini o sradicati dalle tempeste: coste di drago sono. Ne disseminò per tutta la Bregaglia.”
Un'eco dell'antichissima presenza di draghi allo sbocco della Val Bregaglia si trova anche nella toponomastica: l'enorme roccione rossastro che si vede a monte di Chiavenna, là dove è stato istituito il Parco delle Marmitte dei Giganti, è denominato "Sasso Dragone".

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A proposito di draghi bevitori d’acqua, sentite anche questa. Tornando al di qua del versante retico, planiamo sulla Val di Tartano, e precisamente in Val Lunga, dove si trova, a 2018 metri, il laghetto di Gavedùu, nell’ampia conca ai piedi del pizzo della Scala. Un laghetto misterioso, che c’è e non c’è. La soluzione del mistero ce la offre Antonio Boscacci, che parla di un drago alquanto singolare. Singolare perché avrebbe eletto proprio questo microlaghetto (del diametro di 30 metri per una profondità massima di 2) come propria dimora; periodicamente, però, si leverebbe dalle sue acque per bersele tutte. Accortosi, poi, di essere rimasto senza casa, se ne starebbe mesto ad attendere dal cielo l’acqua benedetta che pian piano riforma il laghetto.


Val Tartano

Questo è il costume del drago del Gavedùu. Si racconta anche (cfr. la raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994, pg. 75, a cura della Scuola Elementare di Madesimo) di un secondo temibile drago acquatico, che aveva preso come dimora la diga di Campodolcino. Guai ad andare a pesca in quel lago! Il drago usciva dall'acqua, rovesciava la barca del malcapitato e se lo mangiava tutto intero, per poi tornare ad inabissarsi. La faccenda andò avanti per un pezzo, per la disperazione dei poveri abitanti del paese, che non vedevano più pesci (ma anche di pescatori ce n'erano sempre meno...). Finché. Finché. C'è sempre un "finché". Finché un bel giorno il più anziano dei pescatori, preso il coraggio a due mani (non è facile, ma pare che sgusci meno di un pesce), si mise in barca e si portò proprio al centro del lago, gettandovi l'amo. Attese. Attese un bel po'. Alla fine, alto ed orribile, il drago, annunciato da uno schiumare e ribollire di acque, emerse, proprio alle sue spalle. Il vecchio pescatore non si scompose. Si girò, prese un arco, che teneva sul fondo della barca, incoccò una freccia, tese l'arco, prese la mira e scoccò il colpo. La freccia finì diritta al cuore del drago e questi, con un verso di cui mai s'era udito l'eguale, finì diritto in fondo al lago. Sta ancora lì, probabilmente, ma nessuno ha il coraggio di scendere a vedere.
Qualcosa di simile deve essere capitato, in una passato certo remoto, in alta Val Malghera (Val Grosina Occidentale), vicino al confine con il territorio elvetico (Valle di Poschiavo): qui si trova, a 2588 metri, nascosto in una conca appena sotto il crinale del confine, a sud est della Sasa Bianca (Sassalbo), il "lèch del Drèch", cioè il lago del Drago, denominazione che non ammette equivoci. Ma del drago in questione si sono perse le tracce ed anche la memoria. Per i cultori delle cose arcane segnaliamo che questa è una zona densa di mistero: si racconta, infatti, che un sulle pendici del vicino Sassalbo (la cima di candida roccia calcarea che spicca a monte di Poschiavo) vivesse la stirpe dei Salvanchi, uomini selvatici di gigantesche proporzioni, che di tanto in tanto comparivano negli alpeggi della Valle di Poschiavo, per mostrare agli esterefatti contadini la loro superiore abilità nel lavorare il latte e produrre la cera, o anche, come vuole una versione della leggenda, per mangiarsene qualcuno.
Molti i draghi lacustri anche in Engadina; ecco, di nuovo, il Garobbio, nella bella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969):
Il Macun è un pianoro alpestre a più di duemilaseicento metri di altezza, racchiuso in un'irregolare cerchia di pareti a picco e scoscesi nevai, sui quali svettano i pizzi d'Arpiglias, Sursassa, Nuna, Macun. Qui ha inizio la val Zeznina o Zezzinina, che sfocia nell'Eno presso Lavin. La conca solitaria di severo aspetto è costellata da innumerevoli laghetti circondati da prati e rocce… Uno di questi specchi cerulei si chiama Lai dal Dragun, il lago del dragone: sopra le rive, scolpiti nella roccia, stanno tre misteriosi sedili né si sa per quali geni della montagna servissero. Se si butta un sasso nell'acqua, una nebbiolina sale fumando e si diffonde sino a riempire la conca, tocca le cime velandole e dopo un'ora provoca un violento scroscio di pioggia. Nel fondo del lago abita un drago e qualche volta affiora con gran fracasso, battendo orrendamente le ali e sollevando onde violentissime… Il lago muggisce, o forse è il dragone stesso. I monti intorno tremano ed il boato rimbomba pauroso per la val Zezzinina e si ode sin dall'altra sponda dell'Eno.
In fondo all'arcuata val Laver, sotto l'immane seraccata che precipita dal Piz Tasna come un torrente solidificato, un laghetto pare addolcire il severo scenario di rupi, nevi, pietrame distendendo lo specchio limpido, pronto ad incresparsi alla brezza… A volte ancora l'acqua del Lago di Laver si agita e ribolle. Notando l'inconsueto fermento i pastori fuggono lontano perché nel lago abita un drago e quell'incomposto moto ondoso è segno che il mostro risale dalle profondità subacquee per uscire alla luce.
Qualche animoso, arrischiando la vita, si è nascosto dietro i massi per appagare la propria curiosità, ed ha potuto osservare l'orrida bestia dalla pelle squamosa, con occhi di fuoco e rossa lingua biforcuta.
Nel Lai Verd, il lago Verde, immerso nel God da Suren, il folto bosco che dalle rive del fiume s'inerpica avvolgendo la piramide nuda e tormentata del Piz Lad, abita un tremendo drago.
A galla viene di rado, ma quando esce dall'acqua con grande strepito, i boscaioli se la danno prudentemente a gambe. Il suo alito di fuoco appesta l'aria e fa seccare le piante. Un giovane malgrado i consigli di chi ne sapeva più di lui, si rannicchiò dietro un tronco per scrutare la terrificante apparizione: ritornò al villaggio di Strada coi capelli completamente incanutiti.”
Stupisce, forse, apprendere che vi siano draghi che eleggono specchi d'acqua come loro dimora, ma questa non è cosa poi così rara. Nel bormiese, per esempio, si parlava, in passato, della "mandràgola", un drago che abitava le acque dei fiumi e che si intravedeva quando il sole colpiva la loro superficie, dando vita al mobile guizzo dei riflessi. Un drago niente affatto innocuo, dal momento che sua preda preferita erano i bambini che sostavano sulle rive dei torrenti: balzava fuori più rapido del balenare di un riflesso e lì trascinava giù, nel gorgo delle acque. Di loro non si sapeva più nulla. Per questo i bambini, temendo una fine così orribile, si guardavano bene dall'avvicinarsi alle rive pericolose, ed i genitori parevano molto soddisfatti di questo.

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Altrettanto temibile era il drago dell’alpe Piana, laterale meridionale della Val Grosina occidentale, non lontana dal quella valle di Malghera di cui abbiamo testé detto. La sua storia è riportata nella bella raccolta “C'era un volta. Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna” (ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994. pp. 68-69) e nell'articolo "Il drago di Piana", di E. Bellora (Quaderni valtellinesi - Centro di lettura di Grosotto, febbraio 1974). Un tempo quest’alpe era ricca di armenti e pastori. La sua condizione florida e felice venne, però, compromessa dall’apparizione, improvvisa e terribile, di un dragone mostruoso, come non se n’era mai visto uno fra le montagne della Valtellina: aveva tre teste, dalle quali sputava fiamme. Venne, non si sa da dove, ed i pastori fuggirono tutti, terrorizzati, lasciando che facesse a pezzi le mandrie. L’alpe divenne, quindi, un luogo deserto, nel quale nessuno osava più avventurarsi. Tennero consiglio, dunque, gli abitanti di Grosio e Grosotto, vincendo la fiera rivalità che li divideva, ma non riuscirono ad accordarsi. Poi, finalmente, si raccolsero, a fatica, le risorse per pagare un esercito da scagliare contro il drago, ma fra la schiera di armati, durante la marcia, non si sa bene come e perché, scoppiarono liti e risse, ed i valorosi guerrieri si dispersero, portandosi via il compenso già intascato. Venne, quindi, anche lui da un luogo ignoto, un giovane biondo, bello, forte e coraggioso, che, conosciuto il flagello dell’alpe Piana, si offrì di sconfiggere il mostro. Anche a lui Grosini e Grosottini versarono oro e gioielli, convinti che quel cavaliere così fiero e nobile d’aspetto avrebbe portato a compimento l’impresa. Invece sparì pure lui, e con lui oro e gioielli.


Alpe Piana

La gente cominciò a sospettare della faccenda: don Lucio propose di non pagare più alcun cialtrone, ma di ingrassare un toro possente, per scagliarlo poi contro il drago. Così fecero, ed il toro, che aveva raggiunto una mole enorme, venne portato all’imbocco della valle, perché sconfiggesse quell’essere mostruoso. Ma, invece di scagliarsi contro di lui, il toro gli si rivolse con queste parole: “Io sono una bestia come te, e mi mandano a morire: non uccidere me, ma prenditela con quelli che si sono arricchiti approfittando della tua presenza”. Non si sa come, né perché, ma la storia finì così: il toro tornò indietro illeso, il drago sparì, così come era venuto, all’improvviso e senza lasciar tracce, e di lui rimase solo il ricordo che venne tramandano dai pastori che ripopolarono l’alpe. Bella leggenda, piena di contenuti istruttivi.

Parente prossimo (almeno così si può supporre) di questo drago è il drago di Grosotto, di cui parla un’analoga leggenda, sempre ambientata nel territorio di questo comune e sempre riportata nella citata raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna” (pp. 72-73, a cura della Scuola Elementare di Grosotto). Non siamo più, però, in Val Grosina, ma sul versante montuoso sopra il paese. Giunsero anche qui, da nord, i Barbari che, dopo la caduta dell’Impero Romano, ne invasero i territori. Giunsero fin dalla Scandinavia e nascosero, in una grotta presso una rupe che cade a picco poco sopra le case di Grosotto, un favoloso tesoro, costituito da gemme, diamanti, pietre preziose, oro ed argento, frutto di anni ed anni di razzie operate scorazzando nel cuore dell’Europa. Lasciarono tutto nella grotta, non certo a beneficio dei poveri Valtellinesi, ma con l’intento di tornare a riprenderselo in tempi più propizi. E per mettere le cose subito in chiaro con i contadini del paese, lasciarono a guardia di quella fortuna un drago mostruoso, che avevano portato con sé dal lontanissimo nord. Mostruoso è dir poco: aveva tre teste ed un solo occhio, ed un alito così pestilenziale da diffondere un terribile puzzo in tutta la zona. Lo avevano incatenato alla roccia, prima di andarsene, ma lui non sembrava molto contento di quella sistemazione. Squassava la valle con urla terribili, che facevano tremare la terra, rendeva aridi e sterili i campi con il suo alito mefitico e, quel che era peggio, attirava a sé, con un misterioso potere magnetico, almeno un paio di animali o addirittura persone ogni giorno, per poi divorarseli in men che non si dica. Gran brutto affare: la gente non usciva più di casa, terrorizzata com’era. Oltretutto i Barbari, che avevano proseguito le loro razzie nella penisola italiana, erano stati rovinosamente sconfitti in battaglia, e quindi non sarebbero tornati a riprendersi né oro né drago. Che fare? Ci pensò la Provvidenza a venire in soccorso dei Grosottini, e fu una grazia di quella Madonna cui è dedicato il celebre santuario di Grosotto. Così come da nord era venuta la sciagura, da nord venne la salvezza, nelle sembianze di un aitante e bellissimo cavaliere, dai capelli biondi e dagli occhi color fiordaliso. Arindo era il suo nome, di chiara origine germanica.
Comparve in paese e ne vide le vie deserte. Bussò ad un uscio e chiese per qual motivo tutta la gente se ne stesse rinserrata in casa. Quando seppe l’accaduto, non ci pensò due volte: si incamminò verso la grotta, determinato a far fuori il drago. Tutta la gente, dalle finestre delle case, lo seguiva con lo sguardo, la speranza e la preghiera.

Il drago lo vide venirgli incontro e si levò sulle zampe, mostrando tutta la sua paurosa mole. Ma Arindo non si impressionò: sguainata la spada, gli si avventò contro, conficcandola nell’unico mostruoso occhio e spingendola tanto in profondità da raggiungere il cuore. Il drago morì sul colpo. Dalla ferità sgorgò un torrente di sangue, che corse fino all’Adda e la arrossò per due giorni interi. Dai cuori della gente, invece, sgorgò nuova speranza e profonda riconoscenza per l’eroico salvatore. Questi si mostrò non solo coraggioso, ma anche generoso: distribuì a tutti le ricchezze della grotta, suscitando in tutti quel sorriso che da allora non si è più spento fra la gente di Grosotto. Una curiosità, per concludere: nello stemma del comune è rappresentato un biscione con la lingua biforcuta: che c'entri, in qualche modo, oltre che con la potenza famiglia dei Visconti, con il pauroso drago? E' certo, comunque, che la memoria antichissima di un enorme drago rosso custode dei tesori dei barbari calati in Valtellina dopo il disfacimento dell'Impero Romano è diffusa anche in altri luoghi (cfr. la citata raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, alla pg. 77, a cura della Scuola Media Ligari di Sondrio).

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Caspano

Passiamo, ora, dalla leggenda alla storia, trasvolando da Grosotto al versante retico che si apre alle porte della Valtellina, vale a dire alla solatia Costiera dei Cech. Fra i borghi più illustri di questa costiera vi è sicuramente Caspano. Sentite cosa scrisse, proprio su Caspano, il segretario ducale Bartolomeo Calco, il 25 novembre 1479, al referendario di Como, cioè all’autorità per gli affari religiosi ed ecclesiastici: “Intendemo che nel loco de Gaspano de quella nostra valle de Valtelina debbe essere stato morto uno animale, quale ha forma de draco con le ale, con la testa como quella de uno cane et grosso come una ocha, el quale fu trovato [che] mangiava uno volto de una femena che era. morta de peste, et che quilli homini lo deno havere facto salare, acciò non se corompesse. Per tanto volemo che vedi de trovare uno pinctore el quali mandi ad retrahere dicto animale in carta et poy così retracto subito ne lo mandaray”. Sì, avete capito bene: a Milano giunse la notizia che a Caspano era stato ritrovato un animale simile ad un piccolo drago con le ali, grande quanto un’oca, con la testa simile a quella di un cane. Di che animale si sarà trattato? Inquietante ed anche un po’ orripilante, di certo, se era intento a divorare il volto del cadavere di un’appestata. A distanza di secoli, quello sul draghetto di Caspano resta un interrogativo che attende ancora risposta. Una riposta che, però, si può forse intuire alla luce di quanto insegna l’antica storia dei draghi della miniera dell’oro di Paniga, diffusa nel territorio del versante meridionale del Culmine di Dazio, poco più ad est, quindi, di Caspano. Ai tempi dei Vicedomini di Cosio venne aperta su questo versante, a monte di Paniga, una miniera d’oro, la "bögia de l'òòr", sfruttata fino alla fine del Settecento, il cui ingresso si può ancora vedere presso una radura dalla quale passa il sentiero che da Paniga sale a Porcido, in località "el regulùn a la bögia de l'òòr", chiamata così per la presenza di una grossa quercia. Qui, fra rovi, sterpi e pietraie soleggiate, sembra abitasse, un tempo, una stirpe di draghi.
Così almeno raccontavano i vecchi di Paniga, come scrive Renzo Passerini nella bella raccolta di leggende intitolata “Gh’era na volta”.
Molto discordi, però, erano le descrizioni riportate da chi li aveva visti: per alcuni erano giganteschi, di color verde cupo, con una spessa cresta sul dorso ed un’enorme bocca dalla quale saettava una lunga lingua biforcuta; per altri erano di più modeste dimensioni (non più di mezzo metro di lunghezza) e di un color grigio che si mimetizzava assai bene con quello delle pietre, per cui ci si accorgeva della loro presenza a fatica, solo per gli occhi fiammeggianti. Altri ancora narravano di averli visti sul tronco di talune piante: avevano lo stesso colore della corteccia, biancastro sulle betulle, marroncino sui castagni, verde fra le foglie.
Per molto tempo la paura impedì più sistematiche osservazioni: la gente era, infatti, convinta che questi esseri potessero stordire, ammaliare, aggredire, avvelenare addirittura chi si avvicinasse; era anche convinta che il loro potere malefico si esercitasse anche sulle colture, danneggiandole. Per questo era stato coniato anche un nome per il mostro di Paniga: “el dragu de la miniera de l’oor”, forse in accordo con le tante leggende che descrivono i draghi a guardia di tesori nascosti. Passò così un bel po’ di tempo, senza, però, che nessuno fosse vittima di aggressioni o peggio.
Alla fine la gente cominciò ad arrendersi all’evidenza ed a guardare con maggiore attenzione queste bestie, osservando che in effetti non erano molto grandi, avevano sì una cresta sul dorso, la lingua biforcuta, una bocca deforme e le dita delle zampe prensili, ma si cibavano solo di insetti e temevano l’uomo. Avevano, poi, la curiosa proprietà di assumere il colore dell’ambiente nel quale si trovavano, mimetizzandosi, così, piuttosto bene. Possiamo supporre che si trattasse, quindi, di camaleonti. E con questa laconica conclusione svanì ogni alone di leggenda e mistero: niente oro, niente draghi in quel di Paniga. Ma sarà vero?

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I draghi, in effetti, da tempo immemorabile hanno lasciato i cieli delle valli alpine. Dove si nascondono? Ormai solo i nomi, forse, ne custodiscono le ultime labili tracce, se è vero quel che ipotizza Remo Bracchi, quando scrive, a proposito dell'alpe Mara, a monte di Montagna in Valtellina, che il toponimo "nasconde forse la raffigurazione di un drago primordiale" (da "Inventario dei Topinimi Valtellinesi e Valchiavennaschi - Montagna"): esso deriverebbe, infatti, dalla radice prelatina "mara", che ha generato nomi di diversi insetti con caratteristiche demoniache, e che si trova anche in voci europee che significano "incubo" ("nightmare", in inglese, "cauchmare", in francese, "mara" nell'alto tedesco).
Prima, però, di chiudere quest’ampio resoconto sulla figura dei draghi e sulla questione mai del tutto chiarita della loro scomparsa, dobbiamo, però, porci un’altra questione, anch’essa misteriosa: che ci fanno i draghi sulle grondaie (più raramente, sui battenti) di molte case in alta Valtellina, in Engadina ed in diversi altri luoghi delle Alpi? A questo proposito Remo Bracchi, autorità prestigiosa in materia di dialettologia ed etnologia, ha qualcosa di interessante da dirci:“Chi si trovasse in piazza del Cuèrc’ nel momento in cui scroscia un temporale, vedrebbe i grifoni alati riprodotti alle estremità delle sue grondaie orizzontali rigurgitare fiumi d’acqua dalla bocca. La raffigurazione del drago volante faceva parte un tempo dell’architettura rustica di tutte le baite d’alta quota...
Nella concezione degli antichi il tetto della casa rappresentava il piccolo cielo, posto a copertura dell’abitazione dell’uomo, come proiezione del grande cielo che avvolge la terra col suo immenso manto azzurro… A Grosio con il termine grif si qualifica il ‘tempo nuvoloso e freddo’, e da questo è estratto il verbo ingrifàs ‘peggiorare delle condizioni atmosferiche’… L’evocazione del drago volante nei fenomeni atmosferici, per chi è sensibilizzato al linguaggio immaginoso, creato da visioni del mondo proiettate su altri sfondi, si coglie probabilmente in modo ancora più esplicito nel verbo di Olmo drac(h)ià ‘nevicare’, che si riverbera forse anche nel sondalino drag(h)iàda ‘tempesta, acquazzone con grossi goccioloni’ (con la sovrapposizione della suggestiva immagine del drac’ il ‘crivello’ con il quale la divinità del cielo fa cadere dall’alto chicchi di grandine e falde di neve come da un immenso vanno).
Nelle contermini fasce geografiche ticinese e bergamasca l’appellativo di dragone compare come nome dei torrenti che mugghiano dai loro profondi inghiottitoi, vomitando verso l’alto le loro schiume rabbiose… Nel contermine Cantone dei Grigioni, alle estremità delle travi sommitali prospicienti la facciata, si possono ancora ammirare teste di dragoni con le bocche spalancate e minacciose, da noi completamente scomparse. Come per la Gorgone scolpita sui frontoni dei templi greci, la funzione dei mostri era apotropaica. Essi dovevano tenere lontane dalle abitazioni degli dei e degli uomini gli spiriti del male, raminghi nell’aria. Esseri mostruosi appaiono sugli stipiti delle porte di chiese e santuari per gli stessi motivi…
” (pubblicato sul bel sito www.altavaltellinacultura.com).
Dunque, secondo il principio talvolta espresso nella frase “chiodo scaccia chiodo”, il drago forgiato nel metallo delle grondaie, un po’ come la serpe sui battenti di molte case di Chiavenna, è, in certo senso, manifestazione del terribile che l’uomo riesce a piegare a sé, contro altre forme del male, come nelle leggende in cui i draghi sono posti al servizio di qualche padrone perché ne proteggano i beni. Ma pensiamo davvero che gli antichi e fieri draghi, quando volavano liberi e terribili, potessero essere piegati al volere di qualche uomo? Che penserebbero, che farebbero, oggi, se vedessero la loro effigie relegata a piccolo strumento scaramantico per tener lontani gli spiriti malvagi dell’aria?

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L'alpe Mara

E per finire, veramente, una menzione merita anche quella sorta di fratello minore del drago, ma non meno pauroso, rappresentato dal “basalesk”, mezzo gallo e mezzo drago volante, temutissimo dai contadini, perché si credeva potesse incenerire una persona con il solo sguardo (ed in effetti, etimologicamente, “drago”, dal greco “drakon”, è, come abbiamo visto, l’animale che ti punta contro lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza). Si credeva anche che il basilisco nascesse dal centesimo uovo deposto da una gallina, più piccolo di quelli normali e senza tuorlo, o anche da un uovo deposto da un gallo. Se lo si trovava, lo si doveva gettare subito alle proprie spalle, e non ci si doveva girare per nessun motivo, neppure se si sentivano rumori raccapriccianti: in caso contrario, il mostro sarebbe uscito dall’uovo dischiuso, ed allora erano guai.
Ma consultiamo, di nuovo, sul tema, il Garobbio (da “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni”, cit.):
"È poco piú grosso di un ramarro, e gli somiglia anche, benché la sua pelle non sia verde bensì grigio-scuro e coperta di squame. Sulla testa ha una cornea corona, lungo il filo della schiena e sulla coda una durissima cresta a sega. Ai lati gli spuntano due ali membranose che apre volando al pari di un pipistrello. Cacciando fuori la bifida lingua fischia e richiama l'attenzione degli uomini e degli animali.
Chi guarda i suoi occhietti verdi resta incantato e rimane come di sasso. Non un piede può muovere, né una mano, né abbassare le palpebre per sottrarsi al maleficio, né urlare per chiamare soccorso.
Il veleno del gallo basilisco ha effetto immediato e non c'è scampo; la dannata bestia aspetta però a morsicare la vittima che non può fuggire, fermandosi a fissarla per intere ore, godendo del disperato terrore ed accorciando il supplizio soltanto se ode avvicinarsi qualcuno.
Interi boschi e fiorenti cascinali a volte si incendiano e in un batter d'occhio sono preda delle fiamme. È il gallo basilisco che volando sinistramente ha lasciato cadere una goccia del veleno. Si dice che l'orrida bestia nasca dall'uovo di un gallo di sette anni, covato dal gallo per tre settimane. Il girasole ha il potere di tenerlo lontano, come lontani tiene gli altri rettili; per questo sull'angolo degli orti e dei campi vedete il giallo fiore eretto sull'alto fusto, quasi in vedetta
."

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APPENDICE: ECCO LA VERSIONE DELLA LEGGENDA DEL DRAGO E DI ARINDO, COSI' COM'E' RIPORTATA NEL VOLUME "RACCONTI E LEGGENDE DI GROSIO, GROSOTTO E MAZZO" a cura del Centro di Lettura di Grosotto e della Biblioteca Popolare, edito nel febbraio 1974 (Collana di Quaderni Valtellinesi, n. 1)

Nei neri tempi delle invasioni dei barbari, anche nel paese di Grosotto di Valtellina, si trascorreva una dura vita. Entro una grotta profonda, che s'apriva poco lontano dalle case del villaggio, in una rupe a picco, stava accovacciata una strana figura di drago che incuteva terrore in paese e in quelli adiacenti. Esso si presentava con tre enormi teste che noi potremmo paragonare a quelle di certi animali antidiluviani; a differenza dei bestioni di questa genia, disponeva di un solo occhio, ma grande come una ruota di priala, che si poteva muovere nell'orbita come l'occhio del camaleonte; era piantato nel cranio ed era di colore variabile a seconda del tempo che faceva. Aveva acutissima vista; scorgeva persone ed animali ad una grande distanza ed era aiutato da un udito così fine che udiva il passo delle formiche e delle cavallette, il muoversi delle persone a
letto ed il leggero passo delle fate e dei folletti che s'aggiravano intorno. Però le bocche erano tre come nei draghi tradiionali. Insieme con le lingue si agitavano in esse fiamme serpentine che sulle punte portavano una luce accecante che di tratto in tratto si spegneva sviluppando puzzo di fosforo. Quel mostro stava accucciato sull'entrata della caverna sempre con il suo faro acceso e muoveva senza tregua la coda che era tanto lunga che ne toccava il fondo, e con essa faceva uno strepito indiavolato.
Perché il drago non usciva mai dal suo covo? Aveva un compito molto delicato ed importante: era il custode sicuro di un immenso tesoro che i barbari vi avevano nascosto. Si parlava di una cassa colma di gemme, diamanti, pietre preziose di valore immenso; di lingotti d'oro e d'argento che sarebbero bastati per rendere ricca, anzi ricchissima tutta la gente della bella Valtellina.
Quel drago era stato condotto lì dai barbari stessi imbavagliato ed incatenato. L'avevano trovato in una caverna della Scandinavia e se l'erano trascinato seco. Sepolto il tesoro che avevano accumulato, nella caverna di Grosotto, vi avevano messo il mostro legato, affinché esso lo custodisse fino al loro ritorno. Ma gli uomini del Nord avevano trovato la morte nelle guerre contro gli Italiani ed il drago continuava a custodirlo.
Quando questo urlava sembrava che la terra tremasse e la gente del paese non osava metter piede futuri di casa. Inoltre il suo alito era pestifero non solo per le persone ma anche per la campagna circostante che era sempre arida come se la siccità vi fosse permanente. La povera gente non sapeva come liberarsi dall'orribile inquilino della caverna che, ed ora solo lo rivelo, divorava almeno due persone od animali al giorno, attirandoseli con il suo potente potere magnetico, fra le zampe unghiute come quelle del leone. Ma la Provvidenza doveva pur intervenire a soccorrere i miseri Grosottini. Infatti, una radiosa mattina di maggio, all'apparire del sole, si presentò un bellissimo giovane con la capigliatura d'oro e gli occhi color fiordaliso, chiamato Arindo, alto quasi due metri e forte come un gigante. Era audace guerriero: si vantava di aver ucciso dieci orsi bianchi, fra cui uno con due teste. Non vestiva abiti di lana o di canapa o dì lino: una pelle bianca come la calotta glaciale gli copriva il che apparivano muscolose poderoso salto da una riva pendeva una lunga spada massiccia con l'elsa intarsiata di pietre rare e di diamanti. Gli era stata lasciata in eredità da suo padre, uomo valoroso come il figlio al quale si attribuivano imprese che il degno d scendente ricordava con orgoglio e grande gioia. Il nostro principe non conosceva la paura né di nome né di fatto. Per lui dunque essa non trovava posto nel suo cervello,
né tanto meno nel suo cuore, che era non di ferro ma d'acciaio. Conosciuta la causa dell'angoscia del paese costituita dal terribile drago, immediatamente s'incamminò alla volta della caverna per snidarlo ed ucciderlo. La gente era sulle finestre delle case a pregare ed a osservare le azioni del coraggioso. Ne temeva la morte, una orribile morte. Giunse che il drago, sdraiato sulla bocca della caverna, stava schiacciando un pisolino. Forse la sua digestione, in quella giornata, era alquanto laboriosa: si era mangiato addirittura una grossa e vecchia mucca che aveva osato passargli sui piedi.
Appena figurato il baldo e fiero giovane, aprendo completa mente l'occhio, si levò pesantemente sulle quattro zampe che sembravano quattro colonne e si scagliò contro l'importuno, man dando boati che facevano tremare il monte e lanciando dalle tre bocche lingue di fiamma che giungevano in faccia al principe, senza abbruciarlo, perché era invulnerabile. Senza scomporsi, ma sorridendo come se si preparasse ad una azione di lotta delle più comuni, trasse la spada e, baciatala, si avventò con impeto talmente sicuro che atterrì il bestione. Infilatagli la spada nell'occhio, la spinse fino al cuore. Da questo sgorgò un torrente di sangue che, seguendo il sentiero, andò a confluire nell'Adda che divenne rossa e tale rimase per due giorni perché il sangue cessò di uscire solo al tramonto del secondo.
Il salvatore di Grosotto, aiutato dalla gente che era accorsa ad applaudirlo, raccolse tutto il tesoro e se ne servì per beneficare i Grosottini dal primo all'ultimo. Così il paese si arricchì, si ampliò; la popolazione accrebbe ed il sorriso, per tanto tempo scomparso tornò sul volto di tutti e continua a risplendere tuttora e non sparirà mai. Il principe benefico, com'era apparso una mattina col sole se ne andò una sera durante il tramonto, lasciando dietro di sè il profumo di gelsomino.

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