Il pizzo Emet (chiamato Timùn sulle carte svizzere) è la più alta elevazione della lunga dorsale che separa la Val di Lei, ad est, dall'elvetica Val di Niemet e l'italiana Val Scalcoggia, ad ovest. Si tratta di una cima molto ambita e frequentata da alpinisti che in genere si appoggiano al vicino rifugio Bertacchi, ma la sua salita propone un passaggio delicato, che supera le capacità dell'escursionista, per quanto esperto. A titolo di consolazione questi può programmare, in 2 giorni, una bella escursione ad anello che vi gira attorno, toccando scenari e paesaggi davvero molto belli ed in parte inusuali. Da madesimo possiamo salire al rifugio Bertacchi, di qui salire al passo di Sterla settentrionale, scendere in Val di Lei e pernottare al rifugio Baita del Capriolo. Il giorno successivo possiamo scendere ad Innerferrera e risalire per l'intera Val Niemet, rientrare in Italia per il passo di Emet, ripassare per il rifugio Bertacchi e ridiscendere infine a Madesimo. L'anello non propone difficoltà tecniche e neppure particolari difficoltà di orientamento: richiede solo, ovviamente, un buon allenamento fisico. Possono però risultare utili i ramponi se la neve sotto il passo di Sterla settentrionale è dura.


DUE GIORNI ATTORNO AL PIZZO EMET - 1- MADESIMO-RIFUGIO BERTACCHI-RIFUGIO BAITA DEL CAPRIOLO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Macolini (Madesimo)-Rifugio Bertacchi-Rifugio Baita del Capriolo
6-7 h
1200
EE
SINTESI. Saliamo in Valle Spluga sulla ss 36 dello Spluga e, superata Pianazzo, ad un bivio prendiamo a destra, uscendo, dopo una galleria, a Madesimo. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale. La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo nel recinto dell'alpe Macolini. Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio, che comincia una lunga serie di tornanti salendo sul versante orientale della Val Scalcoggia. Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Risalite alcune balze, dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, e raggiunge il rifugio Bertacchi (m. 2196). Dal rifugio Bertacchi (m. 2168) seguiamo le indicazioni del sentiero C12, che passa a sinistra del lago di Emet e procede verso est, raggiungendo il passo di Emet o Niemet (m. 2280). Non saliamo però fino al passo ma ad un tornante sx a quota 2230 circa notiamo, alla nostra sinistra, i segnavia che ci fanno lasciare il sentiero per seguire una traccia di sentiero che procede verso est, tagliando il versante di radi pascoli, nel primo tratto in piano, poi salendo leggermente, fino a raggiungere il cippo di confine n. 1, a quota 2493 m. Qui la traccia piega a destra, restando in territorio italiano e procedendo diritta in direzione sud-sud-est, nella faticosa salita di un versante di pietraie e nevaietti. A quota 2700 la traccia volge leggermente a destra, superando una gobba, poi ancora leggermente a sinistra, tornando all’andamento sud-sud-est e puntando al crinale delimitato a sinistra dalla quota 3024 ed a destra dalla quota 2844, appena individuabile. Raggiungiamo così questo crinale appena a sinistra della quota 2844, pieghiamo per breve tratto a destra, poi a sinistra, perdendo leggermente quota nell’alta Val Sterla, sempre fra fastidiose pietraie, e passando accanto ad un solitario baitello (m. 2788). Diritta davanti a noi vediamo una depressione sul crinale, fra la già citata quota 3024, a sinistra, e la modesta ma affilata cuspide del pizzo Sterla, a destra (m. 2948): si tratta del passo di Sterla settentrionale (m. 2830), il punto più alto delle otto tappe del trekking, che raggiungiamo prendendo dal lato sinistro il versante alla sua base, con un arco di cerchio in senso orario. Ci affacciamo alla Val di Lei ed inizia la lunga ma facile discesa della Val Rebella lungo il versante settentrionale. Dopo un breve tratto, su pietraia, verso est-sud-est, nel quale passiamo a sinistra di una pozza (un laghetto glaciale, m. 2637, appare poco dopo alla nostra destra), la traccia (attenzione ai segnavia) piega a sinistra ed assume l’andamento est-nord-est. Per un buon tratto procediamo non distanti dal suo solco, poi a quota 2550 cominciamo ad allontanarcene verso sinistra. Notiamo più in basso, alla nostra destra, in fondo ad un ripido crinale erboso, le baite dell’alpe Rebella. Procediamo ora verso nord-est, tagliando in diagonale un versante di prati e superando tre valloni, fino a raggiungere il ripiano con le baite dell’alpe Ganda Nera (m. 2143). Poco oltre le baite il sentiero, prima quasi diritto, comincia ad inanellare diversi tornanti, supera un ultimo vallone e, piegando decisamente a destra, raggiunge finalmente il fondovalle (m. 1940), immettendosi sulla pista sterrata che costeggia l’enorme Lago di Lei. La seguiamo verso sinistra (nord) fino al camminamento della diga; qui non percorriamo il camminamento, ma proseguiamo diritti, restando sul lato sinistro della valle e percorrendo la stradina sterrata che in breve porta all'alpe Crot, dove si trova il rifugio Baita del Capriolo (m. 1961).

Innanzitutto dobbiamo raggiungere Madesimo, e lo facciamo proseguendo sulla ss. 36 dello Spluga, oltre Chiavenna, in direzione del passo dello Spluga. Oltrepassata Campodolcino, lasciamo alla nostra sinistra la strada per Isola e proseguiamo diritti, risalendo i faticosi e celebri tornanti della strada che sembra letteralmente incollata ad un versante scosceso e selvaggio e non manca di suscitare una forte impressione a chi la percorra per la prima volta (qualche punto di stretta pone, fra l’altro, anche problemi di manovra in caso di incrocio; in caso di forte traffico può essere consigliabile portarsi ad Isola e qui imboccare la strada che risale a quella per il passo dello Spluga). Terminata la sequenza serrata di tornanti, attraversiamo il paesino di Pianazzo, famoso per la sua cascata con salto di 200 metri (ma dalla strada non la vediamo), giungendo subito ad un trivio: da sinistra arriva la strada che sale da Isola, al centro prosegue la strada statale per il passo dello Spluga, sulla destra, con breve tratto in galleria, si stacca la strada che porta a Madesimo.  Entriamo, dunque, in galleria e ne usciamo in prossimità della celebre località turistica e climatica, che fu particolarmente cara al poeta Giosuè Carducci.


Macolini

Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale. La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo, sul quale già intravediamo la croce di vetta.  Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet). Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio. Una coppia di cartelli lo segnala, però, una ventina di metri più avanti: prendendo a destra saliamo, comunque, senza problema alcuno, ad intercettare questo sentiero principale per il rifugio, mentre procedendo diritti si imbocca il cosiddetto sentiero Corone, che porta anch’esso al rifugio, ma con percorso un po’ più lungo.
Stiamo sul sentiero principale e cominciamo ad inanellare una lunga serie di tornanti, su un versante colonizzato da rododendri ed ontani. La monotonia della salita è temperata dal suggestivo panorama che si apre ad ovest e a sud, sulla conca di Madesimo e sulle cime del versante occidentale della Valle Spluga, alle spalle degli Andossi. Superati tre modesti corsi d’acqua, affondiamo la prima sequenza dx-sx-dx-sx. Al terzo tornante dx vediamo la bella cascata con la quale il torrente che esce dal lago di Emet precipita dalla soglia glaciale che dobbiamo superare per approdare alla piana del rifugio. Si tratta del ramo principale del torrente Scalcoggia, che percorre la conca dalla quale siamo partiti, anch’essa chiamata val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda. Intanto si impongono alla nostra vista, sul versante opposto della val Scalcoggia, gli Andossi; ed allora vediamo quel che riporta Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966): “Vasta, tondeggiante dorsale che separa la valle dell'aqua granda dalla vallata principale del Liro, un tempo boscosa (come in genere molti degli attuali alpeggi) ed ora tenuta a prati nella parte più prossima a Madesimo, dove sorgono numerosi gruppi di cascine, e a pascolo più al nord. Altri ha pensato di vedere nel nome un composto di Alpe e Dossi, ma non ho esempi in questa zona di una siffatta contrazione del termine alpe, frequente per contro nella zona aostano-savoiarda. Neppure condivido «ai dossi». Ma poi che le regolari onde (per esempio dell'erba ottenute dalla falciatura) sono dette in forma accresc. ispregiativa «andann», riterrei piuttosto andòss=grosse ande, nome suggerito dalla regolare successione delle ondulazioni del terreno, quasi enormi «andàne».”


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi (clicca qui per ingrandire)

Ben presto, però, alle spalle degli Andossi comincia a spuntare l’affilata cima del pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée). Alla sua sinistra, il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158). Procedendo verso sinistra, godiamo di un ottimo colpo d’occhio su Madesimo; alle sue spalle riconosciamo la lunga striscia verde dell’altipiano del Pian dei Cavalli (pian di cavài), incorniciato dal pizzo della Sancia (m. 2861). Alla loro sinistra, infine, il pizzo Quadro (m. 3013). Dopo il quinto tornante dx spunta dagli Andossi, a destra del pizzo Ferrè, anche la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). Infine, ecco apparire l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), che congiunge le due cime, e propone la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004). Dopo il decimo tornante dx ed il successivo sx troviamo un brevissimo tratto nel quale il sentiero è scavato nella roccia, e quindi richiede un po’ di attenzione con pioggia o neve.


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi

Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Il rifugio non è lontano, ma dobbiamo ancora risalire alcune balze che precedono l’ampia conca del lago.
Dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, giungendo in vista del rifugio Bertacchi (m. 2196), passato nel 2011 in proprietà al CAI Valle Spluga (gestore: Daniele Gianera; tel.: 3347769683; sito web: www.rifugi.lombardia.it/sondrio/madesimo/rifugio-bertacchi.html; E-mail: rifugiobertacchi@caivallespluga.it; apertura: 15 giugno a 30 settembre - eventuali aperture parziali in periodi diversi sono da concordare con il gestore-), dedicato al grande poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi. Lo raggiungiamo dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 530 metri).
La dedica al poeta è legata anche ad una lirica nella quale egli celebrava il rifugio, prima chiamato Capanna d’Emet. La si trova nella raccolta "Il perenne domani" (1929). Eccola:
"CERCANDO L'ALTO - LA CAPANNA DELL'EMET
Entra e riposa. C'è la mensa, il fuoco, il lettuccio, la lampada... Potrai
produr la sera, com'è tuo costume, sotto la luce placida, che veglia
come un'anima al lembo de' ghiacciai. Di sugli Andossi chiederà il pastore:
- Per chi stasera splenderà quel lume?
Mentre tu dorma, non inoperosa starà la notte. Il cirro che di prima sera vedesti, col suo fiocco lieve,

screziare il sereno all'orizzonte,
crescerà, crescerà da cima a cima coprendo il cielo. E tu domani, all'alba, sospinto l'uscio, incontrerai la neve.
Tutto candido intorno a te! Dai lenti ridossi ai balzi agli ultimi ciglioni, tutto un incanto sul creato alpino! Dimenticati i pascoli, i sentieri; una terra tornata al proprio inverno per rinnovare a te le sue stagioni, e rioffrirti intatto il tuo cammino."


Apri qui una panoramica dal rifugio Bertacchi

Il panorama dal rifugio propone, a sud-ovest e ad ovest, la sequenza di cime che abbiamo già citato nel racconto della salita. A nord è sempre il massiccio versante meridionale del pizzo Spadolazzo a dominare l’orizzonte. Alla sua destra si vede l’ampia depressione che ospita il passo di Emet (o Niemet). Più a destra ancora, il pizzo di Emet (o Timun, m. 3208).
Lo sguardo è, però, attratto più che da quel che si vede alzando gli occhi, da ciò che si osserva abbassandoli. Il rifugio, infatti, è stato edificato sul bordo della grande conca glaciale che ospita il lago di Emet, che vediamo alla sua destra. Per illustrarne le caratteristiche, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
"ll Lago d'Emet è un lago alpino di discrete dimensioni, certamente il più grande della zona, se si escludono quelli artificializzati. È situato in prossimità del Passo d'Emet, al limite estremo di un tratto sospeso della valle Scalcoggia, sotto il quale il torrente compie un salto, concascate e rapide. Si tratta di un lago di sbarramento morenico, come attestano le collinette verso valle: ovviamente le morene hanno occluso il bacino, che era stato precedentemente escavato dal ghiacciaio. La roccia, in gran parte nelle pendici sottostanti micascisto friabile, dal lago verso il passo e le erte montagne circostanti (Piz Timun, Pizzo della Palù, oltre 3000 m) si cambia in gneiss occhiadino, aspro quanto il granito anche se si sbreccia a lastroni e cenge anziché spaccarsi in blocchi multiformi e poi sbriciolarsi, o arrotondarsi.Si tratta di una meta frequente, per la non grande distanza da Madesimo e il bel sentiero che si sviluppa un po' in fondovalle (per un tratto è una strada carreggiabile), poi affronta un'erta salita su uno sperone con vegetazione arbustiva.


Il lago di Emet

È però raggiungibile anche da Montespluga, con minor dislivello, per un interessante percorso che attraversa la testata di una sorta di vallone abbandonato e arriva parimenti alla nota Capanna dell’Emet (cantata anche dal Bertacchi cui ora è intestato il rifugio), che sta proprio su cordoni morenici (ora verdi d'erba). Il lago è di colore nerazzurro, più cupo quando riflette la rossastra parete di un avancorpo del Piz Timun. Già ricordato nelle guide antiche per la pescosità (c'è sempre qualche pescatore), oggi forse è raggiunto per la vastità dei panorami, che spaziano sul lontano crinale divisorio con la Val Mesolcina (il Pizzo Quadro, la Cima di Verchenca, la costiera lineare Monte Bardan-Cima di Barna, e poi il Pizzo Ferrè col suo ghiacciaietto sospeso, via via fino al Tambò, grande massa vagamente piramidale)."


Apri qui una panoramica dal rifugio Bertacchi

Dal rifugio Bertacchi, come segnalano chiaramente i cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna, partono due sentieri, l’uno, a sinistra, per la località di Montespluga, l’altro, a destra, per il passo di Niemet (o Emet), sul confine italo-svizzero. Imbocchiamo questo secondo sentiero (C12, sentiero interregionale Italia-Svizzera), che nel primo tratto procede in piano sul versante erboso che scende alla riva occidentale del lago di Emet. Lasciato il lago alle spalle, passiamo a destra di tre baite dell’alpe di Emet, cominciando a salire, con pendenza moderata, verso destra, in direzione dell’evidente depressione del passo. Superata la prima china, ci affacciamo ad un falsopiano, che precede l’ultima salita prima del rifugio.


Apri qui una fotomappa della salita al passo di Sterla settentrionale

Prima che questa inizi, però troviamo un bivio, segnalato da due cartelli, presso un grande masso: procedendo diritti ci portiamo al passo di Emet (o Niemet), prendendo a sinistra proseguiamo per il pizzo Spadolazzo (come indica anche una grande scritta su un masso). La salita al passo non è di per sè necessaria, ma, data la sua importanza storica in qualità di facile valico fra Valle Spluga e Rezia elvetica, non possiamo non toccare luoghi un tempo percorsi da mercanti ed armenti.
Torniamo ora un po’ indietro rispetto al passo, ripercorrendo il sentiero percorso: dopo un tornante dx a quota 2230 circa notiamo, alla nostra sinistra, i segnavia che ci fanno lasciare il sentiero per seguire una traccia di sentiero che procede verso est, tagliando il versante di radi pascoli, nel primo tratto in piano, poi salendo leggermente, fino a raggiungere il cippo di confine n. 1, a quota 2493 m.
Stiamo percorrendo il sentiero che viene di solito sfruttato da quanti salgono, dal rifugio Bertacchi, al pizzo di Emet (o Piz Timun), una classicissima ascensione della Valle Spluga. Al cippo la traccia piega a destra, restando in territorio italiano e procedendo diritta in direzione sud-sud-est, nella faticosa salita di un versante di pietraie e nevaietti. A quota 2700 la traccia volge leggermente a destra, superando una gobba, poi ancora leggermente a sinistra, tornando all’andamento sud-sud-est e puntando al crinale delimitato a sinistra dalla quota 3024 (elevazione poco marcata ma ben distinguibile sul lungo crinale che scende verso sud-ovest dal pizzo Emet, che vediamo chiaramente alla nostra sinistra) ed a destra dalla quota 2844, appena individuabile.
Raggiungiamo così questo crinale appena a sinistra della quota 2844, pieghiamo per breve tratto a destra, poi a sinistra, perdendo leggermente quota nell’alta Val Sterla, sempre fra fastidiose pietraie, e passando accanto ad un singolare baitello (m. 2788), perso in questa surreale solitudine. Diritta davanti a noi vediamo una depressione sul crinale, fra la già citata quota 3024, a sinistra, e la modesta ma affilata cuspide del pizzo Sterla, a destra (m. 2948): si tratta del passo di Sterla settentrionale (m. 2830), il punto più alto delle otto tappe del trekking, che raggiungiamo prendendo dal lato sinistro il versante alla sua base, con un arco di cerchio in senso orario. “Sterla” è toponimo che ottimamente descrive la natura di questi luoghi, perché è voce dialettale che significa “sterile”, se riferito a donne o ad animali, o “arido, desolato”, se riferito a luoghi.
Dal passo ci affacciamo però alla luminosa, affascinante ed amplissima Val di Lei, di cui avremo modo di approfondire la conoscenza. Per la precisione, siamo alla sommità di una delle sue laterali occidentali, la Val Rebella (o Valle del Mot Grand).

Inizia ora la lunga ma facile discesa fino al fondovalle, lungo il versante settentrionale di questa valle. Dopo un breve tratto, su pietraia, verso est-sud-est, nel quale passiamo a sinistra di una pozza (un laghetto glaciale, m. 2637, appare poco dopo alla nostra destra), la traccia (attenzione ai segnavia) piega a sinistra ed assume l’andamento est-nord-est.  Per un buon tratto procediamo non distanti dal suo solco, poi a quota 2550 cominciamo ad allontanarcene verso sinistra. Notiamo più in basso, alla nostra destra, in fondo ad un ripido crinale erboso, le baite dell’alpe Rebella.
Procediamo ora verso nord-est, tagliando in diagonale un versante di prati e superando tre valloni, fino a raggiungere il ripiano con le baite dell’alpe Ganda Nera (m. 2143).
Gli scuri roccioni che incombono, alla nostra sinistra, sull’alpe spiegano la ragione del suo nome. Poco oltre le baite il sentiero, prima quasi diritto, comincia ad inanellare diversi tornanti, supera un ultimo vallone e, piegando decisamente a destra, raggiunge finalmente il fondovalle (m. 1940), immettendosi sulla pista sterrata che costeggia l’enorme Lago di Lei, che lo occupa interamente.
La Val di Lei idrograficamente appartiene al territorio elvetico, essendo tributaria del bacino del Reno, mentre politicamente appartiene all'Italia. Un accordo italo-svizzero, però, ha riservato alla Svizzera il diritto di sfruttamento idroelettrico delle acque della valle. L’imponente sbarramento (lungo 690 metri e alto 173) dell'enorme invaso (dalla capacità di 197 milioni di metri cubi d'acqua) che occupa, appunto, il fondovalle, è quindi in territorio svizzero, ed è stato realizzato fra il 1958 ed il 1961. La valle, orientata a nord, è chiusa, ad oriente, dalla costiera che dallo Schahorn (m. 2836) scende alla cima di Lago (m. 3083) e ad occidente da quella che dal pizzo Motta (m. 2835) scende ai pizzi Groppera (m. 2948) e Stella (m. 3136).


La diga della Val di Lei vista dal rifugio Baita del Capriolo

Seguiamo la pista verso sinistra (nord) fino al camminamento della diga; qui entriamo in territorio elvetico, ma non percorriamo il camminamento, bensì proseguiamo diritti, rientrando subito in territorio italiano, restando sul lato sinistro della valle e percorrendo la stradina sterrata che in breve porta all'alpe Crot, dove si trova il rifugio Baita del Capriolo (m. 1961). Qui pernottiamo.


Passo di Niemet (o Emet) e pizzo di Emet

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DUE GIORNI ATTORNO AL PIZZO EMET - 2- RIFUGIO BAITA DEL CAPRIOLO-INNERFERRERA-RIFUGIO BERTACCHI-MADESIMO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Baita del Capriolo-Innerferrera-Passo di Niemet-Rif. Bertacchi-Macolini
6-7 h
830
E

SINTESI. Dal rifugio Baita del Capriolo all'alpe del Crot (m. 1961) proseguiamo verso nord sulla pista sterrata che taglia il versante occidentale della Val di Lei ed in leggera discesa raggiunge le baite dell'alpe Motta (m. 1918), dove lascia il posto ad un marcato sentiero che si immerge in una splendida pecceta scendendo più decisamente, sempre verso nord. Dopo una svolta a destra ed una a sinistra, attraversiamo il confine presso il cippo n. 35, entrando in territorio elvetico ad una quota di circa 1800 metri. Stiamo scendendo sul versente destro della selvaggia Val digl Uors, ma quasi subito superiamo il torrentello da destra a sinistra, proseguendo diritti nella discesa verso nord-nord-ovest. Ci portiamo sul filo di un dosso, poi pieghiamo leggermente a sinistra ed a quota 1740 metri guadiamo da destra a sinistra un ramo secondario del torrente della valle. Subito dopo pieghiamo leggermente a destra e proseguiamo a scendere diritti verso nord. A quota 1600 il sentiero piega a destra (nord-est) e, dopo pochi tornantini, a quota 1560 intercetta la strada della Val Ferreira, che scende alla vicina Innerferrera. Invece di seguirla, però, ci conviene riprendere il sentiero sul lato opposto della strada e seguirlo verso sinistra (nord-ovest). Il sentiero scende in parallelo con la strada, alla sua destra ed a sinistra del Reno di Ferreira (Ragn da Ferreira). Giunti ormai in vista dell'incantevole pease di Innerferrera (m. 1481), passiamo sotto la strada della Val Ferreira e poco più avanti intercettiamo la stradella che sale in Val Niemet, iniziando a percorrerla verso sinistra. Dopo un breve tratto verso ovest, ad un bivio lasciamo a destra una pista che corre ad ovest del Reno e proseguiamo diritti, piegando poi a destra e superando un torrentello. Saliamo ancora per un tratto verso nord-ovest, poi pieghiamo bruscamente a sinistra (sud). Riattraversato il medesimo torrentello, pieghiamo a destra (m. 1600) e subito lo attraversiamo per la terza volta. Saliamo ancora verso nord-ovest e ad un bivio lasciamo a destra la pista che scende a Secs. Proseguiamo ancora diritti verso ovest-nord-ovest, scavalcando il dosso boscoso che si affaccia sulla bassa Val Niemet (Ual da Niemet). A quota 1775 pieghiamo a sinistra e saliamo gradualmente verso sud-ovest, attraversando a quota 1804 il torrentello dell’Ava Nera. Ci portiamo poi in piano alla riva del torrente Niemet, che seguiamo per breve tratto, fino al Punt da la Muttala (m. 1823). Non passiamo però sul lato opposto della valle, ma lasciamo il ponte alla nostra destra e proseguiamo diritti quasi in piano verso sud-sud-ovest, seguendo il torrente alla nostra destra. Guadagniamo quota solo molto gradualmente, passiamo a sinistra del cocuzzolo quotato 1891 e, procedendo sempre nei pressi del torrente raggiungiamo il ponte di quota 1899. Ci portiamo da sinistra a destra del torrente e siamo subito alle baite dell’alpe Niemet. Qui ignoriamo il sentiero che sale verso destra e proseguiamo verso sud-ovest, seguendo il bordo di destra della piana dell’alpe e superando tre piccoli corsi d’acqua. La pista termina e lascia il posto ad un marcato sentiero. Proseguiamo salendo gradualmente, un po’ alti rispetto al torrente Niemet alla nostra sinistra. A quota 1971 superiamo su un ponte il torrente della Val Ursaregls e guadagniamo quota fino a 2053 m. Qui ci raggiunge scendendo da destra il sentierino della Val Ursaregls. Proseguiamo diritti passando a ridosso di alcuni roccioni, poi in leggera discesa passiamo per la Cuort Viglia. Superato un dosso con roccette, scendiamo di nuovo alla riva del torrente e raggiungiamo il pianoro acquitrinoso dell’alp Sura (m. 2131). Attraversiamo il pianoro verso sud, poi piegando leggermente a sinistra cominciamo a risalire l’ampio corridoio erboso che ci porta al passo di Niemet (o Emet, m. 2295), dove troviamo cippo di confine n. 4. Scendiamo ora in territorio italiano sul sentiero che dopo un breve tratto piega a destra e prosegue nella discesa fra facili balze erbose verso ovest. In breve giungiamo in vista dell’ampia conca che ospita il lago di Emet (m. 2144). Passiamo a destra del lago e raggiungiamo il rifugio Bertacchi (m. 2168), posto su un dosso erboso in posizione leggermente rialzata rispetto al lago. Ripassiamo dunque dal rifugio Bertacchi, dal quale ridiscendiamo a Macolini per lo stesso sentiero seguito il giorno prima salendo.


La Val Niemet (clicca qui per ingrandire)

La terza parte dell'anello del pizzo Emet coincide in parte con la Via Alpina (R82), che dal territorio elvetico entra in Valle Spluga attraverso il passo di Niemet. Dal rifugio Baita del Capriolo su pista prima, su sentiero poi, su carrozzabile infine si scende ad Innerferrera, in territorio elvetico. Da qui si imbocca la lunga pista (sentiero nell'ultimo tratto) che risale interamente la Val Niemet fino al passo di Niemet (o Emet), oltrepassato il quale con breve discesa si raggiunge il rifugio Bertacchi, dove la tappa termina. Si tratta di un percorso assai poco frequentato, quindi sicuramente gradevole per gli escursionisti che non amano la montagna affollata da frequentatori vocianti.


La pista che porta al rifugio Baita del Capriolo, vista dal versante opposto della Val di Lei

Dal rifugio Baita del Capriolo all'alpe del Crot (m. 1961) proseguiamo verso nord sulla pista sterrata che taglia il versante occidentale della Val di Lei ed in leggera discesa raggiunge le baite dell'alpe Motta (m. 1918), dove lascia il posto ad un marcato sentiero che si immerge in una splendida pecceta scendendo più decisamente, sempre verso nord. Dopo una svolta a destra ed una a sinistra, attraversiamo il confine presso il cippo n. 35, entrando in territorio elvetico ad una quota di circa 1800 metri.

Stiamo scendendo sul versente destro della selvaggia Val digl Uors, ma quasi subito superiamo il torrentello da destra a sinistra, proseguendo diritti nella discesa verso nord-nord-ovest. Ci portiamo sul filo di un dosso, poi pieghiamo leggermente a sinistra ed a quota 1740 metri guadiamo da destra a sinistra un ramo secondario del torrente della valle. Subito dopo pieghiamo leggermente a destra e proseguiamo a scendere diritti verso nord. A quota 1600 il sentiero piega a destra (nord-est) e, dopo pochi tornantini, a quota 1560 intercetta la strada della Val Ferreira, che scende alla vicina Innerferrera.

Invece di seguirla, però, ci conviene riprendere il sentiero sul lato opposto della strada e seguirlo verso sinistra (nord-ovest). Il sentiero scende in parallelo con la strada, alla sua destra ed a sinistra del Reno di Ferreira (Ragn da Ferreira). Giunti ormai in vista dell'incantevole pease di Innerferrera (m. 1481), passiamo sotto la strada della Val Ferreira e poco più avanti intercettiamo la stradella che sale in Val Niemet, iniziando a percorrerla verso sinistra.


Innerferrera

Dopo un breve tratto verso ovest, ad un bivio lasciamo a destra una pista che corre ad ovest del Reno e proseguiamo diritti, piegando poi a destra e superando un torrentello. Saliamo ancora per un tratto verso nord-ovest, poi pieghiamo bruscamente a sinistra (sud). Riattraversato il medesimo torrentello, pieghiamo a destra (m. 1600) e subito lo attraversiamo per la terza volta. Saliamo ancora verso nord-ovest e ad un bivio lasciamo a destra la pista che scende a Secs. Proseguiamo ancora diritti verso ovest-nord-ovest, scavalcando il dosso boscoso che si affaccia sulla bassa Val Niemet (Ual da Niemet). A quota 1775 pieghiamo a sinistra e saliamo gradualmente verso sud-ovest, attraversando a quota 1804 il torrentello dell’Ava Nera.


Salendo in Val Niemet

Ci portiamo poi in piano alla riva del torrente Niemet, che seguiamo per breve tratto, fino al Punt da la Muttala (m. 1823). Non passiamo però sul lato opposto della valle, ma lasciamo il ponte alla nostra destra e proseguiamo diritti quasi in piano verso sud-sud-ovest, seguendo il torrente alla nostra destra. Guadagniamo quota solo molto gradualmente, passiamo a sinistra del cocuzzolo quotato 1891 e, procedendo sempre nei pressi del torrente raggiungiamo il ponte di quota 1899. Ci portiamo da sinistra a destra del torrente e siamo subito alle baite dell’alpe Niemet.
Qui ignoriamo il sentiero che sale verso destra e proseguiamo verso sud-ovest, seguendo il bordo di destra della piana dell’alpe e superando tre piccoli corsi d’acqua. La pista termina e lascia il posto ad un marcato sentiero.


Passo di Niemet (o Emet) e pizzo di Emet

Proseguiamo salendo gradualmente, un po’ alti rispetto al torrente Niemet alla nostra sinistra. A quota 1971 superiamo su un ponte il torrente della Val Ursaregls e guadagniamo quota fino a 2053 m. Qui ci raggiunge scendendo da destra il sentierino della Val Ursaregls. Proseguiamo diritti passando a ridosso di alcuni roccioni, poi in leggera discesa passiamo per la Cuort Viglia. Superato un dosso con roccette, scendiamo di nuovo alla riva del torrente e raggiungiamo il pianoro acquitrinoso dell’alp Sura (m. 2131).

Attraversiamo il pianoro verso sud, poi piegando leggermente a sinistra cominciamo a risalire l’ampio corridoio erboso che ci porta al passo di Niemet o Emet (m. 2295), dove troviamo cippo di confine n. 4. Il passo fu in passato importante via di transito per armenti, commercianti e pellegrini. Di qui passarono, per esempio, nel Medio Evo quei Walser che dal Vallese si erano mossi per colonizzare le Alpi Centrali, portando, fra l'altro, la tecnica di costruzione detta del "Càrden" e caratterizzata dall'utilizzo di tronchi ad incastro sui lati delle pareti delle baite (ve ne sono diversi esempi in Valle Spluga).
Scendiamo ora in territorio italiano sul sentiero che dopo un breve tratto piega a destra e prosegue nella discesa fra facili balze erbose verso ovest. In breve giungiamo in vista dell’ampia conca che ospita il lago di Emet (m. 2144).


Val Niemet (clicca qui per ingrandire)

Passiamo a destra del lago e raggiungiamo il rifugio Bertacchi, posto su un dosso erboso in posizione leggermente rialzata rispetto al lago. Ripassiamo dunque dal rifugio Bertacchi, dal quale ridiscendiamo a Macolini per lo stesso sentiero seguito il giorno prima salendo.

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APPROFONDIMENTI

I: la Val di Lei

Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI di Torino, 1907) così descrive la Val di Lei agli inizi del XX secolo, cioè ben prima della costruzione della grande diga: “Strana valle questa, grande distesa di pascoli lunga forse 15 chilometri, col fondo quasi piano, dove scorre lentamente un ramo del Reno, colle scarse baite aggrappate miseramente a tratti; migliaia e migliaia di pecore, di capre, di bovini riuniti in greggi e mandrie irrequiete pascolano su pei fianchi dei monti, e, la sera, si addossano alle alpi, intorno ai focolari dei pascoli lombardi; e nell’oscurità tintinnano le campane squillanti in mille toni, che capre e pecore e giovenche portano al collo e che scuotono, ruminando. Appena varcato il ponte alla fine della vallata, cessa l’idioma lombardo, e compare il gutturale suono della lingua nordica o quello strano dell’antico romancio.”
Dall’incantevole e ben più recente volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004), raccogliamo queste preziose annotazioni sulla Val di Lei:
Per la verità il manoscritto parlava molto di Valpiana, ma quella Valpiana ormai non esisteva più. Era diventata. proprio quel che recitava il suo toponimo Valle di Lej ( e in romancio Lej significa lago). L'acqua sommergeva il fondo della valle e risaliva lungo le due pendici a ricoprire il territorio che aveva costituito il pascolo più sostanzioso per le vaccine.


Val di Lei e pizzo Stella (a destra)

Tutto quello che il manoscritto raccontava si riferiva alla valle prima dell'invaso, prima che il fiume Reno fosse stato fermato, imbrigliato dalla diga e costretto a tornare su se stesso. Quelli che avevano assistito al primo invaso avevano potuto osservare questa parodia di trasgressione geologica, per cui l'acqua rioccupava flaccida e sordida i rivi e i valloncelli dai quali era scesa limpida e garrula. Li rioccupava con movimento lentissimo, recessivo e trasgressivo a un tempo. Così dovevano essere le acque del diluvio quando salivano e salivano a sommergere ogni forma di vita, trasgressive verso chi era stato trasgressivo, uomini e animali. Chi si trovava là in valle quando l'acqua era penetrata nelle stalle, nei cascinali, negli stazzi, aveva visto ermellini, puzzole, e topi, soprattutto topi, uscire a frotte dalle loro sedi e cercar riparo sulle travi: avanti e indietro in cerca di un passaggio inesistente, e infine giù con un tonfo nell'acqua putrida, ad imputridirla ancora di più...
Uno degli alpeggi – e per la verità neanche il più grosso e attrezzato – si chiamava 'Palazzo', toponimo che non ha la pur minima corrispondenza con le abitazioni, ma ne ha invece con la storia, se si è bravi ad interrogarla. La Val di Lej infatti era in gran parte proprietà dei nobili Vertemate, i quali avevano a Piuro in val Bregaglia il loro palazzo favoloso e realissimo, come favolosa e realissima era stata la frana che nel 1618 aveva sepolto il lussuoso borgo. C'è dunque un aggancio fra questo toponimo della Val di Lej e la storia di Piuro.
Ma come era iniziata questa storia? Piuro fu ab antiquo un borgo illustre, voglioso di competere con Chiavenna. Si sa di una fiera lite tra i due borghi, quando Piuro avanzò la pretesa al titolo di arcipretura, cioè di chiesa plebana, con proprio Capitolo. Cosa significasse un 'Capitolo' lo si può dedurre dal fatto che il Capitolo, cioè il gruppo dei canonici di Chiavenna, aveva il diritto di 'decima' sui prodotti dell'alpe Angeloga. E questo sin dal '300. Il nuovissimo Capitolo di Piuro ebbe fra le sue fonti di sostentamento alcuni alpeggi della Val di Lej, di fresco riscattati dalla dominazione dei conti di Sargans. Non si deve pensare,  per questo, che i preti e gli arcipreti fossero delle sanguisughe. Alle loro spalle ribollivano le irrequietezze, l'orgoglio, i campanilismi di popolazioni che lottavano, quali per la parità, quali per l'egemonia.
Fu dunque un segno di intraprendenza da parte della gente di Piuro l'aver esplorato la Valle che dal valico scende verso la Svizzera, l'averla disboscata e resa pascoliva. Infine gli svizzeri si accorsero di quanto la valle era mutata, e avanzarono pretese di possesso sotto forma di enfiteusi, appartenendo il territorio al bacino orografico svizzero.
Fu dall'enfiteusi che il Capitolo di Piuro si liberò, con atto notarile che porta la data del 16 luglio 1461. Se si guarda una cartina geografica un po' dettagliata, si può constatare come la proprietà del Capitolo di Piuro in valle di Lej confina, su al valico, con la proprietà del Capitolo di Chiavenna in Angeloga.

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II: la leggenda della Val di Lei

Esiste, in Valchiavenna, una valle dal nome singolare, la valle di Lei, la cui denominazione allude ad una figura femminile (o parrebbe alludere: in realtà il toponimo significa "lago"). Sull’identità di questa figura, però, le spiegazioni divergono.
Una prima storia rimanda ad uno sfondo storico assai lontano nel tempo, cioè all’epoca della dominazione romana della Rezia. Ne è infelice protagonista la moglie di un soldato romano, un centurione di stanza in val Ferrera, attualmente in territorio svizzero. Costei tradì il marito, che non la prese affatto bene e le inflisse una punizione terribile: la rinchiuse in una caverna e la lasciò morire lì.
Passarono circa mille anni, prima che alcuni pastori di Piuro (i pascoli della valle di Lei, assai pregiati, sono, infatti, nel territorio di tale comune) rinvenissero quel che restava della sventurata, sopra l’alpe del Scengio. Come abbiano fatto a ricostruire la vicenda che aveva portato alla tragica fine, non ci è dato sapere: la scoperta, però, suscitò tale impressione e mosse gli animi a tali sentimenti di pietà, che la valle, da allora, assunse il nome che doveva ricordare lei, la donna che trovò nel cuore dei suoi monti la propria tomba.
Da allora quando il vento sibila e pare produrre gemiti lamentosi, i pastori dicono che è l'anima di "lei", un'anima in pena, che piange per il suo tradimento e la sua terribile sorte (cfr. Martino Fattarelli, "Intese e discordie lungo i millenari confini del chiavennasco", in "Clavenna", n. 14, del 1975, e E. Simonetti-Giovanoni, "Almanacco dei Grigioni Italiani", Poschiavo, 1975, pp. 97-98).
Esistono, però, almeno un paio di altre leggende, che ci portano a scenari decisamente più fantastici, anche se non meno tragici (cfr. “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994).
La prima ci presenta un tempo in cui la valle godeva di un clima particolarmente favorevole e caldo, ed era quindi particolarmente prospera. Vi dimorava allora una principessa, che possedeva consistenti ricchezze. Purtroppo le situazioni felici, anche nel mondo fantastico delle leggende, non sono mai durature, ed ecco, quindi, entrare in scena un perfido mago, che le intimò di consegnarle tutto l'oro. Inizialmente la principessa resistette alla sua prepotenza, ma quando questi minacciò di congelare la sua bella valle, fu presa dalla paura e cedette.
Aver donato tutto il suo oro, però, non le valse a nulla, perché il mago si fece avanti ancora, con pretese maggiori: questa volta voleva l'intera valle. Questa volta la principessa rispose che non avrebbe mai acconsentito a cedere la sua bella valle. Questo rifiuto segnò il suo destino, perché il mago la uccise. Era tanto malvagio, che neppure volle godersi la valle conquistata con il sopruso, preferendo godersi il gusto di un atto di malvagità gratuita: usò, infatti, le sue arti magiche per stendervi sopra una coltre di ghiaccio. Da allora, in memoria della sua ultima sventurata principessa, la valle assunse l'attuale denominazione.
Una seconda leggenda spiega il nome con una vicenda per certi versi analoga. Questa volta la protagonista è una ragazza di grande bellezza, che abitava sul versante montuoso che scende ad oriente del pizzo Groppera, la vetta che segna il confine sud-occidentale della valle. La sua bellezza non sfuggì ad un malvagio stregone, che passò un giorno nella valle, e che le chiese di sposarlo. La ragazza oppose un netto rifiuto, anche perché, come tutti gli esseri malvagi nell'universo delle leggende, costui era davvero brutto. Brutto e vendicativo: non ci pensò su due volte, e trasformò la ragazza in una grande massa di ghiaccio, in un vero e proprio ghiacciaio. Anche in questo caso alla sventurata venne tributato l'omaggio del ricordo nel nome della valle.
Una terza ed ultima leggenda è riportata nella bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994, con contributi di diverse scuole della Provincia di Sondrio (quello riportato è della Scuola Media Bertacchi di Chiavenna):
"Un tempo si diceva che i "malspirit", cioè gli spiriti maligni, erano stati confinati nel posto più tetro della Val di Lej. Qui essi si divertivano a tendere scherzi e tranelli alle persone di passaggio. Il mio bisnonno quasi quasi cascò in uno di questi tranelli. Un giorno infatti giunse alla bocchetta che porta alla Val di Lej quando, improvvisamente, su un burrone, vide una scure conficcata nella roccia. Lui però non la prese, anche se all'inizio gli era venuta la tentazione di farlo per portarla a suo figlio. Si ricordò per fortuna che gli avevano detto che i "malspirit" lasciavano delle scuri in posti pericolosi come quello, per far sì che chiunque tentasse di prenderle, cadesse nel burrone."
Le prime due leggende prendono spunto dalla presenza, nella valle, di ghiacciai, in particolare di quello della Ponciagna, che occupa il vallone dello Stella, il quale, a sua volta, scende dal versante settentrionale del pizzo Stella (m. 3163), ed il ghiacciaio della cima di Lago (m. 3083), che presidia l'angolo di sud-est della valle. Le diverse leggende fiorite sull'origine del suo nome testimoniano della singolarità della valle, che, idrograficamente appartiene al territorio elvetico, essendo tributaria del bacino del Reno, mentre politicamente appartiene all'Italia. Un accordo italo-svizzero, però, ha riservato alla Svizzera il diritto di sfruttamento idroelettrico delle acque della valle. Lo sbarramento dell'enorme invaso (dalla capacità di 197 milioni di metri cubi d'acqua) che occupa il fondovalle, infatti, è in territorio svizzero, ed è stato realizzato fra il 1958 ed il 1961. La valle, orientata a nord, è chiusa, ad oriente, dalla costiera che dallo Schahorn (m. 2836) scende alla cima di Lago (m. 3083) e ad occidente da quella che dal pizzo Motta (m. 2835) scende ai pizzi Groppera (m. 2948) e Stella (m. 3136).

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