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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rogolo-Erdona
3 h
1050
E
SINTESI. Raggiunta Rogolo, portiamoci alla contada alta di Viulina (m. 225) e qui parcheggiamo. Scendiamo poi sulla strada asfaltata verso sinistra (per chi guarda al monte), fino a trovare, poco più in basso, la partenza di un viottolo ricavato sulla sommità dell’argine del San Giorgio (Rio Erdona). Alla fine del viottolo intercettiamo un marcato sentiero. Procediamo per un tratto in parallelo con l’argine del torrente, poi pieghiamo a sinistra lo attraversiamo da destra a sinistra. Qualche passo ancora, e siamo alla strada asfaltata che sale a Fistolera. Sul lato opposto saliamo seguendo un ripido canale da strascico, che viene poi intercettato da una mulattiera e ci porta alla località Castello (m. 375). Procediamo in severa salita, fino ai primi prati, con le poche baite di Erla di sotto (de sut) e di sopra (de sura, m. 540), toccando anche per brevissimo tratto lo slargo a cui termina una carozzabile. qui dobbiamo ignorare un sentiero marcato che prende a sinistra e salire a destra, per breve tratto, su una pista che confluisce nella carozzabile con fondo in cemento. Prima di raggiungerla, però, dobbiamo imboccare, sulla sinistra, il sentiero per Erdona (un cartello giallo della Comunità Montana di Morbegno lo segnala). Dopo il primo tratto, il sentiero diventa una larga mulattiera, larga e ben lastricata, che sale con pendenza media e regolare, senza strappi. Superata la cappelletta di quota 758 metri, la mulattiera si inerpica su un versante particolarmente scosceso, il canàal di càa (tratti protetti da parapetto). Sbuchiamo, finalmente alla parte bassa di Erdona, e precisamente allo slargo nel quale si conclude la carrozzabile utilizzata per raggiungere il maggengo (m. 1079). Proseguendo nella salita, lungo la strada o i sentierini, si incontrano altri nuclei di baite, nell’ordine la Tagliata (taiàda, m. 1151), la Masonaccia (masunàscia, m. 1191) e i Prati della Riva (pràa de la riva, m. 1200). Il ritorno avviene per la medesima via di salita, oppure per la pista che scende ad Andalo (la si imbocca seguendo la carozzabile che sale dal parcheggio di Erdona, e lasciandola, al secondo tornante sx, per scendere verso destra. Superato il maggengo dell'Avert, la discesa termina alla chiesa parrocchiale dell’Immacolata ad Andalo, costruita nel 1670. Attraversiamo il paese e ci dirigiamo, su una comoda strada, verso est, tornando a Rogolo.


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A monte di Rogolo, simpatico comune della sponda orobica (i Maròch) della bassa Valtellina, si trova un poggio sorretto da densi boschi e da scuri dirupi. Uno de più bei poggi panoramici, dai quali si domina uno scenario ampio e suggestivo, dall’alto Lario all’imbocco della Valtellina, dalla Costiera dei Cech al monte Disgrazia. Si tratta di un maggengo di mezza montagna, Erdona, adagiato, a 1097 metri, in una splendida conca di prati che dal fondovalle rimane interamente nascosta. L’etimo è controverso: come scrive Renzo Sertori-Salis, nella sua ricerca sui principali toponimi di Valtellina e Valchiavenna, “L'Orsini ... pensa all'etimo etrusco hart, fertile, già proposto per Ardenno. Ma altrettanto valido sarebbe l'etimo opposto, dall'agg. lat. aridus, mentre il suff. ona potrebbe essere anche ligure.” La natura del luogo corrobora la prima ipotesi, perché il maggengo non soffre di scarsità d’acqua. Viene oggi usato come località di villeggiatura prediletta da diverse famiglie di Rogolo e Delebio, che vi giungono sfruttando la strada che si stacca, sulla destra, dalla strada statale della Val Gerola dopo il primo tornante sx (indicazioni per Piantina), sale fino alla località Bagni dell’Orso (Cosio Valtellino), poi piega a destra ed effettua un traverso fino alla località Prati della Riva, da cui, infine, scende alla Masonaccia, alla Tagliata e ad Erdona, dove termina. Pochi ricalcano i passi degli avi, che risalivano faticosamente la splendida mulattiera la quale parte dall’abitato di Rogolo. Per chi volesse riscoprire antiche fatiche (ma anche antiche soddisfazioni), ecco la relazione su come muoversi.


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Lasciata la ss. 38 dello Stelvio prendendo a sinistra (se veniamo da Morbegno) per Rogolo (il paese che si trova dopo Cosio e Piagno, per chi viene da Morbegno), portiamoci al centro del paese (chiesa parrocchiale di S. Abbondio), svoltando in direzione della sua parte alta, dove, in località Violina (Viulina), troviamo un comodo parcheggio. Si tratta del nucleo originario del paese: qui si stabilirono, infatti, le prime famiglie scese dai nuclei di mezza costa, quelli più antichi, Erla, Fistulera e Casìn. Se abbiamo tempo, non manchiamo di scendere a girovagare fra le vie del paese, dove sono stati collocati sistematicamente dei pannelli che ne illustrano gli scorci e la storia. Poi ci mettiamo in cammino, da una quota di circa 225 metri. Presso l’entrata nel parcheggio vediamo la partenza di due mulattiere, la cui costruzione venne promossa nella prima metà dell’ottocento dal governo asburgico: una che sale diritta, l’altra piega leggermente a destra. Dobbiamo imboccare la prima. Tuttavia conviene scegliere un diverso punto di partenza, scendendo sulla strada asfaltata verso sinistra (per chi guarda al monte), fino a trovare, poco più in basso, la partenza di un viottolo ricavato sulla sommità dell’argine del San Giorgio (san giorsg, Rio di Erdona sulla carta IGM): su un muricciolo sono, infatti, affissi dal 2008 una ventina di pannelli che riportano altrettanti proverbi dialettali tradizionali, che vale la pena di trascrivere e meditare. Eccoli, dunque, nell’ordine.


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El tée a màa dela spina, el laga ‘nda del buriùn” (risparmia dalla spina e non controlla il buco grosso della botte, cioè spende più di quel che guadagna); “L’è mèi vanzà d’en balòs che duà dàghen a ‘n galantùm” (è meglio avere un credito con un briccone che avere debiti con un galantuomo); “En ne sa püsée en màt a ca sua che ‘n savi a ca di òtri” (ne sa di più un matto a casa sua che un savio in casa d’altri); “En trii a tirà de fò, ed düü a tirà dedéent: la ca la va en niéent” (se tre pensano a spendere e due a guadagnare, la casa va in malora); “La maravéia l’ha cüürt i pée, la va lagliò, po’ la turna ‘ndrée” (la meraviglia ha i piedi corti, prima esce di casa, poi torna, cioè quando ci si scandalizza per qualcosa, poi lo si ritrova a casa propria); “I catìif i gà i dèenc’ de càa, se i muurt miga ìncöö i muurt dumàa” (i cattivi hanno i denti di cane, se non mordono oggi, mordono domani); “Quàant la cabra l’è ‘mbechìda la ‘ngüra el bèch en buca al lüüf” (quando la capra è stata montata dal caprone, si augura che finisca in bocca al lupo, cioè non è riconoscente); “La prima volta se perduna, la segunda se cundàna, la terza volta se bastùna” (la prima volta si perdona, la seconda si condona, la terza si bastona); “L’è mèi en rat en buca al gat che ‘n cristiàn en màa a l’aucàt” (è meglio un ratto in bocca ad un gatto che un cristiano in mano ad un avvocato); “Quàant i nàs i è tücc’ bèi, quàant i möör i è tücc’ dabée” (quando nascono sono tutti belli, quando muoiono sono tutti buoni); “Chi trop stüdia mat el diventa e chi nu stüdia porta la brénta” (chi troppo studia matto diventa, chi non studia porta il gerlo); “Se la vipera la ghe sentès e l’urbanèla la ghe vedès poca gent ghe sarès” (se la vipera ci sentisse e l’orbettino ci sentisse, sopravviverebbe poca gente); “Muntàgna ciara e valada scüra, mètet en viac’ sénza pagüra” (se al monte è sereno e sulla valle è scuro, mettiti in viaggio senza paura, perché il tempo sarà bello); “A fa el duminée ghe vöö ‘n sach de danée. Quaànt el duminée l’è fac’, lü l’è sàvi e i òtri i è màc’” (per fare un maestro ci vogliono molti soldi, ma quando il maestro è fatto, lui è saggio e gli altri sono stolti); “Per sàant Simùn Giüda strèpa la rava che l’è marüda. Marüda u de marüdà, strèpa la rava e ménela a ca” (per san Simone e Giuda, 28 ottobre, strappa la rapa che è matura. Matura o no, strappala e portala a casa); “El fa cume i mercàant de Varées: el compra a vìnti, el vént a dées" (fa come i mercanti di Varese, compra a venti e vende a dieci); “El prim an basìn e carèzi, el segùunt fasi e patéi, el tèerz an cüü a cüü, che t’avèsi mai vedüü” (il primo anno baci e carezze, il secondo fasce e patelli, il terzo anno schiena a schiena, non t’avessi mai incontrato!). A che pro questa carrellata? Serva da viatico per una sana meditazione che, rapendo la mente, allevi la fatica della salita.
Al termine del viottolo, ci congiungiamo con la mulattiera, che entra nella selva e ci porta in breve ad una bella scultura in polvere di marmo bianco, che raffigura San Giorgio nell’atto di trafiggere il dragone. Il celebre santo del III secolo d.C. deve, infatti, la sua fama e la venerazione a questa epica lotta contro una delle incarnazioni del male. Ma cosa c’entra in questo luogo? C’entra, perché alla nostra sinistra si trova lo sbocco della valle di San Giorgio, percorsa dal San Giorgio, o Rio Erdona, responsabile, in passato, di tremende esondazioni (1888, 1911 e 1967) rimaste nella memoria collettiva. Questa è la probabile giustificazione di un’antica credenza che vuole questa valle, come altre ugualmente cupe e pericolose, abitata da un drago, che periodicamente scatena la furia delle acque. Una nota, doverosa, sull’autore di questa raffigurazione, il celebre scultore, pittore e scrittore G. Abram (Giuseppe Abramini, Delebio, 1942), artista di straordinaria lucidità e vigore plastico. Da lui assumiamo, come ulteriore viatico di meditazione, un aforisma, che ben si colloca a lato della valle tante volte foriera di distruzione: “La natura è più forte, e lentamente e inesorabilmente cancella le tracce e le opere dell’uomo”. Un consiglio: non mancate di visitare il suo sito (www.g-abram.eu/entry.html), magari per spigolare qualche altro aforisma, spesso improntato ad un profondo ma non rassegnato pessimismo. Se, poi, vi siete concessi due passi in paese, avrete trovato anche altri suoi bassorilievi. Se, infine, volete visitarle l’esposizione permanente, passate da Delebio e recatevi in via della Battaglia, 11. Non prima, però, di aver portato a compimento la salita ad Erdona.
Seguendo il sentiero, procediamo per un tratto in parallelo con l’argine del torrente, poi pieghiamo a sinistra lo attraversiamo da destra a sinistra. Qualche passo ancora, e siamo alla strada asfaltata che sale a Fistolera. Sul lato opposto, vediamo la partenza di un tipico canale da strascico (vòga, o anche öga), ben lastricato ed utilizzato in passato per trascinare al piano i tronchi tagliati nei boschi. Poco più in alto, ci raggiunge da destra un più comodo sentiero, che, per un buon tratto, corre quasi in parallelo con l’öga (conviene seguire questo perché è meno ripido). Eccoci, quindi, ad una serie di muri concentrici, che culminano in un poggio, alla nostra destra: si tratta della località Castello, oggi tenuta agricola (m. 375). Proseguiamo nella selva di castagni, passando a sinistra di un casello dell’acqua, fino ad incontrare, sul lato sinistro del sentiero, un grande masso appoggiato ad un tronco. È lì dal 1991, ce l’ha portato la furia delle acque nell’alluvione di quell’anno. Ma la fantasia popolare non vuole restare ferma alle spiegazioni naturalistiche, e vi scorge dietro una volontà, volontà malvagia. Non quella del drago della valle, ma di perfide streghe, immancabili animatrici delle più profonde paure popolari nei secoli passati. Così, secondo uno schema di credenza che si trova anche altrove (per esempio, identico, in Val Tartano, con riferimento alla Corna de la Strìa), le streghe avrebbero afferrato il masso e lo avrebbero scagliato contro il paese. Ma una forza divina l’avrebbe fermato prima che facesse danni. Ed ora eccolo lì, con i segni, chiari, delle malefiche dita (coppelle ben visibili) e con un nome inequivocabile, “sas di strìi”, o anche “sas di bèet”. Una mano incurante della sua fama sinistra vi ha dipinto un cerchio rosso con un “12” bianco, indicativo del sentiero che stiamo percorrendo (lo troveremo qualche altra rara volta, sempre molto sbiadito).
Avanti ancora, sempre in severa salita, fino ai primi prati, con le poche baite di Erla di sotto (de sut) e di sopra (de sura, m. 540), toccando anche per brevissimo tratto lo slargo a cui termina una carozzabile. Alle baite di Erla di sotto ci accoglie una simpatica fontanella; alle sue spalle, la baita del Pierino Tugnèt. Erla di sopra, luogo all’apparenza assai dimesso, è un nucleo denso di storia: si dice addirittura che qui fossero le antiche prigioni (nel Curtìif di Gnéca) e qui visse l’ultimo capraio di Rogolo, el Danièl di Peregallìn. Qui termina la viulìna, così si chiama la mulattiera che abbiamo seguito, e qui dobbiamo ignorare un sentiero marcato che prende a sinistra e salire a destra, per breve tratto, su una pista che confluisce nella carozzabile con fondo in cemento.


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Prima di raggiungerla, però, dobbiamo imboccare, sulla sinistra, il sentiero per Erdona (un cartello giallo della Comunità Montana di Morbegno lo segnala). Dopo il primo tratto, il sentiero sale di rango, e diventa una signora mulattiera, larga e ben lastricata, che sale con pendenza media e regolare, senza strappi. I castagni cedono gradualmente la scena agli antichissimi faggi. La salita propone alcuni luoghi topici. Innanzitutto i pòsi vègi, luogo di sosta panoramico, dal quale si vede Rogolo. Di qui i contadini che salivano al maggengo salutavano il paese con i caratteristici “gìcui”, vocalizzi modulati. Mancano ancora una quarantina di tornanti alla meta, ma consideriamo che qui siamo circa a metà strada (m. 650). Purtroppo il inselvatichirsi del bosco ha tolto la visuale sul paese.
La mulattiera prosegue verso sud, passando per una croce che ricorda Nando Peregalli. Poco sopra, oltrepassata la vultàda lunga, siamo al gisöö, cappelletta posta a 758 metri e restaurata dal Gruppo Alpini di Rogolo. All’interno, un dipinto che raffigura il miracolo del Crocifisso di Como (1529), a cui è molto devoto il paese di Rogolo, perché ad esso vengono ricondotti alcuni eventi miracolosi che l’hanno toccato. Su una parete anche due targhe a ricordo dell’Alpino Mario Giovannoni.
Proseguiamo, incontrando altri due luoghi di sosta, la prima e la segunda ciòta, cioè due massi di forma allungata ed appiattita. Il secondo è posto in corrispondenza di un nuovo punto panoramico. Nei suoi pressi, un masso piatto, con un incavo che lo fa assomigliare vagamente ad un divano: non senza una certa ironia è stato denominato pultrùna del prèevet (ma anche sas o lècc’ del prèevet), forse in riferimento all’ansimare ed al bisogno di sosta dei curati che in passato non mancavano di salire nei mesi estivi ai luoghi del più intenso lavoro. Non è lontana la meta, ma prima dobbiamo superare il tratto più impressionante, nel quale la mulattiera si inerpica su un versante particolarmente scosceso, il canàal di càa, chiamato così a motivo di qualche cane che vi è precipitato (in effetti desta impressione per la sua ripidità). Per un buon tratto la sede, pure larga, della mulattiera è, dunque, protetta da un muricciolo e da un parapetto. Poco sopra il canàal  si trova, nascosto dal bosco, il sas de l’èra, ben noto perché in febbraio, quando il sole, dopo lunga latitanza, torna a sorridere al paese, rispunta proprio da questo roccione.
Superato il dòs di alberèt, sbuchiamo, finalmente (dopo circa 3 ore di cammino e 1050 metri di dislivello superati), alla parte bassa di Erdona, e precisamente allo slargo nel quale si conclude la carrozzabile utilizzata per raggiungere il maggengo (m. 1079). Seguendo un sentierino o la strada, ci portiamo nel cuore del maggengo, che ha la forma di un incavo (la ciàna de erdùna), delimitato da uno splendido poggiolo, dal quale si gode di un panorama impagabile, sull’alto Lario e sulla Costiera dei Cech. Proseguendo nella salita, lungo la strada o i sentierini, si incontrano altri nuclei di baite, nell’ordine la Tagliata (taiàda, m. 1151), la Masonaccia (masunàscia, m. 1191) e i Prati della Riva (pràa de la riva, m. 1200), sul confine del comune di Cosio, in un crescendo di suggestione panoramica.
Se non vogliamo tornare per la medesima via di salita (che comunque resta la più breve), possiamo sfruttare la pista che da Erdona scende ad Andalo. Ne troviamo la partenza seguendo la carozzabile, al secondo tornante sx salendo da Erdona. Se ne stacca sulla destra e comincia a scendere, diritta ed abbastanza ripida, in direzione nord-ovest. Poi inanella una serie di tornanti. Il bosco comincia ad aprirsi, ed il colpo d’occhio sul Pian di Spagna e sui lembi estremi della bassa Valtellina semplicemente incanta. A quota 873 troviamo un cartello che segnala la partenza, sulla sinistra, del sentiero che si dirige verso sud, attraversando il fianco orientale della bassa Val Lesina, fino alle baite di Revolido, dato a 25 minuti di cammino. Poco oltre, ecco le baite dell’Avert, bel terrazzo panoramico posto ad 850 metri. L’incanto del panorama si ripete.


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Proseguendo nella discesa, la pista si fa un po’ più stretta e, dopo una serie di tornantini, intercetta, a 610 metri, la mulattiera che da Andalo sale in Val Lesina, verso Revolido. Si trova, qui, il cartello che dà la casera di Mezzana, in Val Lesina, a due ore di cammino e l’alpe Piazza a tre ore e mezza, mentre le Masonacce, dalle quali scende la nostra pista, è data ad un’ora e venti minuti. Nell’ultimo tratto della discesa si può ammirare la maestria costruttiva che ha reso possibile la mulattiera Andalo-Revolido, caratterizzata dalla costante concavità che facilitava lo strascico del legname verso valle. Alla fine, Andalo è raggiunta. Si passa nei pressi della chiesa parrocchiale dell’Immacolata, costruita nel 1670, si attraversa il paese e ci si dirige, su una comoda strada, verso est, alla volta della rivale Rogolo. Rivale sì, perché Andalo apparteneva nel seicento al comune di Rogolo, quando questo si staccò, nel 1610, da Delebio; ma, a sua volta, se ne staccò nel 1781. Qui abbiamo lasciato l’automobile, e qui la ritroviamo, dopo una lunga camminata di 6 ore circa.


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).

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