Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Sirta-Bures-Sponda-Somvalle
2 h e 30 min.
790
E
SINTESI. Alle spalle della chiesa di S. Giuseppe alla Sirta (m. 289) parte, dalle ultime case del paese, la via alla Sostila, cioè la bella mulattiera che percorre l’intera val Fabiolo (ma è stata in più punti cancellata dall'alluvione del 2008) . Dopo un primo tratto verso destra ed uno verso sinistra, la mulattiera raggiunge la soglia della Val Fabiolo. Passiamo a destra di un primo ponte e ad uns econdo ponte passiamo da destra a sinistra della valle (per noi). Saliamo così località Bures, o Bores (m. 650), le cui baite restano alla nostra destra, oltre il torrente. Noi stiamo sul lato opposto e proseguiamo fino ad un ponte, che ci fa passare sulla destra (per noi) della valle. Ignorata la deviazione a destra per Sostila, proseguiamo in direzione di una stretta: raggiungiamo infatti un punto nel quale la mulattiera raggiunge il fianco di nuda roccia della valle, ed effettua una decisa svolta a sinistra, assumendo la direzione est. Poi una nuova svolta a destra ci porta di nuovo ad assumere la direzione sud. Un nuovo ponte, con una bella architettura a schiena d’asino, ci riporta alla sinistra del torrente. Entriamo, poi, in una selva, di faggi e pini, dove si trovano, disseminati, anche alcuni massi erratici. Oltrepassato un corpo franoso che vediamo alla nostra sinistra, prendiamo a destra, nel bosco, fra il materiale alluvionale, ed usciamone sul limite basso di un lungo prato non è stato toccato dall’alluvione, che pure qui ha operato un vero scempio: appena possibile, lo risaliamo, restando non troppo distanti dal suo limite di destra, fino a giungere in vista di una nuova baita solitaria, sul limite del bosco. Puntiamo alla baita e raggiungiamola (riporta il numero civico 77): di fronte alla baita versiamo che da sinistra sale di nuovo la mulattiera, che procede verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), salendo in una selva, con un tornante a sinistra ed uno a destra. Raggiungiamo ben preso un bivio: la mulattiera scende verso destra ad una briglia in cemento, e qui viene di nuovo sommersa all’alluvione; noi seguiamo il sentierino di sinistra, che, con breve salita, ci porta ai prati della Sponda (m. 909), gruppo di baite e stalle che deve il suo nome all’arrotondato versante che lo sovrasta ad est. Alla cappelletta della Sponda ritroviamo anche la mulattiera, che sale da destra, e torniamo a seguirla. Lasciamo alla nostra sinistra le baite della Sponda e riprendiamo a salire: qui la mulattiera procede, quasi diritti, fra due muretti a secco, poi viene di nuovo interrotta dal materiale alluvionale. Salendo verso sinistra la ritroviamo; inanelliamo una serie regolare di tornanti dx-sx-dx-sx, poi la mulattiera si interrompe di nuovo. scesi in mezzo al corpo franoso, non seguiamo la traccia, che resta in parte visibile e che punta subito al guado del torrente (destra), ma procediamo diritti, seguendo la via più agevole e guadando il torrente un po' più a monte. Oltre il guado, dobbiamo affrontare un breve tratto ripido, sul corpo franoso: lo risaliamo, stando nei pressi del suo limite di destra, fino a vedere il muretto a secco che sostiene, poco più in alto, la mulattiera. Puntandolo, intercettiamo per l’ultima volta la mulattiera, che ora procede, senza ulteriori ferite, verso destra, fino al suo termine (ad un bivio prendiamo a destra). Ci affacciamo ai prati fra la frazione Case di Campo Tartano (m. 1025), a destra, e Somvalle, a sinistra, e ci accoglie una cappelletta.

Anche le mulattiere vivono, di una vita silenziosa, antica, discreta. E purtroppo, come tutto ciò che vive, sono soggette a morte. Possono morire per più di un motivo. Spesso è l’intervento dell’uomo che ne estirpa il solco, sapientemente tracciato dall’intelligenza e dall’operosità di altri tempi, per far posto a tratturi, stradelle in cemento, piste tagliafuoco, carrozzabili.
Qualche volta è la furia degli elementi a decretare la loro morte. Ed allora non si sa cosa dire, chi incolpare. Resta la cronaca, laconica, lapidaria, si può ben dire, come la lapide di un cimitero. Fra la serata di sabato 12 luglio e la nottata di domenica 13 luglio 2008 si riversano sulla media e bassa Valtellina piogge di eccezionale intensità, con due picchi corrispondenti alle ore 20 di sabato e le ore 4-5 di domenica, nei quali a Morbegno si misurano valori compresi fra i 12 ed i 19 mm orari. La violenza delle precipitazioni è, però, diseguale. In alcune zone è maggiore, e provoca, nella mattinata della domenica, fenomeni alluvionali: a Berbenno, con l’esondazione del torrente Finale, a Colorina, con una colata alluvionale lungo l’asta del torrente Rio Rodolo, ed a Talamona, con l’esondazione dei torrenti Malasca e Roncaiola.
Qualcosa accade anche nella nascosta Val Fabiòlo. Qualcosa di disastroso, non per gli uomini e solo limitatamente per i loro manufatti (due baite sono portate via, in località Bùres), ma per la splendida mulattiera della valle. Una mulattiera tracciata durante l’ottocentesca dominazione asburgica, e tranciata brutalmente, in undici punti, dal torrente con il quale aveva tranquillamente convissuto per quasi due secoli. Una mulattiera che si era innestata su un sentiero assai più antico e di fondamentale importanza storica, per secoli la via normale di accesso alla Val Tartano, percorsa da uomini e bestie, prima che l’attuale carrozzabile venisse tracciata, sul fianco occidentale del Crap del Mezzodì, fra il 1956 ed il 1957. Una mulattiera bellissima, con fondo regolare, quasi una rotabile, per buona parte larga circa 1 metro e mezzo, sorprendente, nel cuore di una valle così profonda, scoscesa, ombrosa. Una vera e propria via, la “Via alla Sostìla”, come indica un cartello nell’abitato della Sirta, dove parte. Una via che portava fino allo zapèl, cioè alla bocchetta sul fondo della valle, a Somvalle, appena sopra Campo Tartano. È stata fatta letteralmente a pezzi, ridotta a tronconi, che restano, ad memoriam, come triste immagine della passata bellezza. Il racconto di quel che resta e di quel che la furia del Fabiòlo si è portata via è omaggio a quest’antica via, alle fatiche di chi la tracciò e di chi per due secoli la percorse.
La partenza è nel cuore della Sirta, dove possiamo lasciare l’automobile: poco sopra la chiesa di San Giuseppe (m. 289), infatti, presso le case alte nella parte destra (occidentale) del paese, troviamo l’indicazione della “Via alla Sostila”, ed un vecchio cartello giallo della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, che dà la località Bures ad un’ora ed il Culmine di Campo a 2 ore e 30 minuti. Raggiunte le ultime case, quasi a ridosso del versante montuoso, prendiamo a destra, su sentiero che poi diventa mulattiera (segnavia rosso-bianco-rossi con numero 17), salendo all’ombra del bosco di castagni. Passiamo a destra di una “casina”, baita usata per l’essiccazione delle castagne, davanti alla quale si trova, sul ciglio della mulattiera, la prima delle cinque cappellette (“gisöi”) che ritmano la salita a Somvalle, in corrispondenza di altrettante “pòse”, luoghi di sosta per chi saliva in valle con pesanti carichi sulle spalle ed ai piedi non comode scarpette da trekking, ma zoccole (“sciapèi”) di legno.
Fra le figure rappresentate, si distingue ancora quella di San Rocco, la cui devozione, dopo le epidemia secentesche di peste (e soprattutto quella disastrosa del 1630-31, che ridusse la popolazione valtellinese a poco più della metà o, secondo alcuni, a poco più di un quarto), acquisì enorme popolarità (il giovane santo francese, originario di Montpellier, si spese, infatti, nel Trecento, a favore degli appestati, operando anche guarigioni miracolose, compresa la sua, dopo il contagio al quale andò incontro). Lo riconosciamo dalla coscia scoperta, che mostra una piaga della peste. Dopo un primo tratto verso sud-ovest, la mulattiera piega a sinistra, procedendo verso est. Il fondo è largo e buono, ed alterna tratti lastricati a tratti scavati nella roccia o con fondo in terra battuta.
Raggiungiamo uno dei tratti più suggestivi del percorso: poco prima di addentrarsi nella valle, la mulattiera, protetta da un muretto sulla sinistra, regala, complice il diradarsi del bosco, un ottimo colpo d’occhio sulla piana della Selvetta, sull’abitato della Sirta, raccolto intorno all’inconfondibile cupolone, e sul severo salto roccioso che lo domina ad est, la Caurga. Si tratta del punto panoramico denominato   “bàach”, meta prediletta dei giovani di un tempo, che da qui amavano lanciare a valle “gìcui”, altre grida prolungate e modulate, che richiamano vagamente gli jodler del Tirolo (la pratica ludica dei “gìcui” era, peraltro, diffusa in tutte le zone della Val Fabiòlo e della Val Tartano, specialmente sugli alpeggi e sui prati scoscesi dove le donne tagliavano il fieno selvatico: era un modo per vincere la solitudine, per cacciare la malinconia, per farsi sentire dagli altri). Segue un tratto in breve discesa, nel quale la mulattiera volge gradualmente a destra. Si chiudono, alle nostre spalle, gli scenari della valle dell’Adda e si aprono quelli ben più cupi della Val Fabiòlo, la valle delle ombre, delle magie, delle inquietudini, degli spiriti.
Anche la Guida alla Valtellina del CAI, nell’edizione del 1884, sottolinea quest'aspetto della valle: “(Da Sirta) si diparte una strada, che, frammezzo a cupa e fantastica gola, svolgentesi a spirale, conduce a Campo in Val di Tartano”.
All’inizio ne ricaviamo una sensazione quasi claustrofobica: alla nostra sinistra scorre il Fabiòlo, prima di sfogare le sue ultime rabbie gettandosi nella forra terminale della valle; sull’uno e sull’altro lato della valle versanti incombenti, che cadono a picco, e sembrano dire che questo non è posto per uomini.
Ma la mulattiera prosegue con la sua pacata flemma, iniziando a salire, con tratto scalinato, in direzione della seconda “pòsa”, quella del “gisöl d’inèm la val”, cioè della cappelletta all’inizio della valle. Ed ecco, proditoria, la prima pugnalata (prima per noi, ultima per la mulattiera): d’improvviso al bel selciato si sostituisce una caotica colata di materiale alluvionale, che dobbiamo scavalcare con fatica, passando a destra di un grande masso (che c’era già prima, caduto qui da chissà dove, come testimonia il santino che è quasi pudicamente abbarbicato alla sua parete e che parla dell’antichissimo timore delle genti di montagna nei confronti delle scariche che dai pendii, improvvise e violente, potevano seminare morte fra animali e uomini).
Eccoci, così, al troncone della mulattiera un po’ più a monte. Qui l’alluvione si è mangiata, alla sua sinistra, il ponticello che portava al sentiero per Lavisòlo, il quale, correndo sullo scosceso versante opposto, si riaffaccia sul versante valtellinese e porta alla bella piana dove sorge l’antico nucleo, a monte della Sirta. Potrebbe ancora la processione dei morti discendere da Lavisolo alla valle? Mi riferisco ad un’antica leggenda, che racconta di quel tale cui capitò di incontrare, salendo a notte fatta in Val Fabiòlo, una processione di silenziose inquietanti figure incappucciate, con una candela in mano. Ricevuta una candela, le seguì fino a Campo, dove scomparvero; si accorse solo allora, alle prime luci del giorno, che non una candela teneva fra le mani, ma una tibia. Oggi forse anche i morti non avrebbero l’animo di incamminarsi sul cadavere della mulattiera. È rimasta intatta, però, la già citata cappelletta, dedicata a Maria Santissima Ausiliatrice, rappresentata incoronata, con uno scettro nella mano destra ed il Bambin Gesù nel braccio sinistro. È la cosiddetta “Sosta del Sasso”, o, con nome dialettale, la “Posa del Sas”, con riferimento al grande masso di cui abbiamo detto.
Per breve tratto i piedi calcano ancora gli antichi ciottoli, prima della seconda ferita mortale: anche qui scendiamo scavalcando penosamente la ridda caotica di massi, raggiungendo un nuovo troncone, più a monte. Qui notiamo un particolare impressionante: la furia delle acque ha scavato la sede della mulattiera anche rifluendo all’indietro, cioè per qualche metro verso il monte. Raggiungiamo, poi, una brevissima sequenza di tornantini dx-sx. la valle comincia ad aprirsi un po’, più avanti vediamo una baita sui prati della località Bures (o Bòres). Alla nostra sinistra, invece, notiamo che un pezzo di roccia è caduto dal versante dirupato (lo riconosciamo dal colore più chiaro della roccia ferita). Probabilmente ha tranciato il sentiero per Lavisolo, quello dei morti, per intenderci, rendendolo impercorribile (la sua esposizione, infatti, non rende possibile bypassare i punti franati).
Ancora un tratto in leggera salita, ed ecco la terza gravissima ferita, che ormai non ci sorprende più. Qui l’alluvione si è portata via il “pùnt de li curnàsci”, ponticello in cemento che permetteva di passare sul lato opposto della valle (il suo nome si riferisce ai picchi rocciosi, “corne”, che incombono sopra il nostro
capo). Dobbiamo, quindi, scendere a guadare il torrente (niente paura: quando non scatena la sua furia, il Fabiòlo è piuttosto mite ed inoffensivo) e procedere per un tratto sul suo lato sinistro (per chi sale), fino a ritrovare un troncone di mulattiera. Qui, quasi per sarcastica beffa, la sua sede è percorsa da un ramo del Fabiòlo, che sembra umiliarne le morte spoglie. Ecco, poi, la quarta ferita: scendiamo fra gli sfasciumi e percorriamo un canalino dove scorre un ramo del torrente, prima di risalire ad un nuovo troncone. Quinta ferita, quinta discesa agli inferi e risalita “a riveder le stelle”.
Siamo in vista dei prati della località Bùres, ed ecco la sesta ferita. Superata una collinetta di sfasciumi, procediamo nel cuore del disastro. Intanto la valle si è aperta e, sul lato opposto, vediamo i prati e le baite del Bùres. Prima c’era un ponticello sul quale si passava il torrente raggiungendo le baite. Ora il ponticello è sepolto e noi ci dobbiamo arrangiare alla meno peggio. Puntiamo ad un bel noce, approdiamo ad un prato e, dopo breve risalita e deviazione a destra, eccoci alla cappelletta dei Bùres, la terza sosta (m. 650, ad un’ora circa dalla Sirta), nella quale è rappresentata una Madonna con Bambino, dal volto sereno e dal sorriso appena accennato.
Da qui possiamo facilmente salire allo splendido villaggio di Sostìla, sospeso, a mezza costa, sul ripido versante occidentale della valle, di prati e selve: dalla cappelletta un sentierino sale a tagliare un prati, poi diventa più marcato ed inanella una serie di tornanti, in una selva di castagni, fino a raggiungere le case del paese. Ma non è tempo di consolanti fughe nel silenzio dello splendido villaggio contadino (per
il quale rimandiamo alla lettura del bel volumetto "Sostila e la val Fabiòlo", di Natale Perego, edito da Bellavite (Missaglia) nel 2002). Il requiem per la mulattiera deve raggiungere il suo compimento.
Torniamo, allora, al fiume di massi e risaliamolo per un buon tratto. Davanti a noi, quel che resta del
ponte in cemento che consentiva di passare dal lato sinistro a quello destro della valle (infatti la mulattiera proseguiva sulla sinistra, oltre il ponticello del Bures; solo un po’ più avanti scavalcava il Fabiolo). Quel che resta, dicevo: un breve segmento dell’arco mediano, soffocato, da ogni lato, dal materiale alluvionale.  Procediamo per un tratto stando sulla destra e ritroviamo un troncone di mulattiera, dove è segnalata, sulla destra, la partenza del sentiero per Sostìla (si tratta del sentiero che si congiunge con quello sopra menzionato in corrispondenza del lavatoio posto poco prima dell’ingresso al paese). Poco oltre, ci attende la settima ferita mortale. Ci tocca ridiscendere agli sfasciumi, ma per farlo dobbiamo tornare indietro per un tratto, poiché qui c’è un salto troppo alto. Seguendo una conca sul lato destro dei detriti (il torrente scorre più a sinistra, e sul lato opposto vediamo una baita solitaria), guadagniamo il punto nel quale, sempre a destra, si vede il successivo troncone, al quale saliamo senza difficoltà.
In questo tratto la mulattiera affronta la doppia svolta, a sinistra, prima, poi a destra, alla stretta che segna una sorta di cesura a forma di “S” fra la media e l’alta valle. Di nuovo, sull’uno e sull’altro lato, scure e ripugnanti pareti guardano quasi ostili il viandante. Superiamo, alla nostra destra, un incombente salto roccioso ed un antico corpo franoso, prima di incontrare un tratto nel quale la mulattiera è stata invasa dal materiale alluvionale, ma non cancellata, perché qui corre un po’ più alta rispetto al piano del torrente e la sua furia l’ha solo sfiorata. L’atmosfera cupa è ingentilita da qualche pino e da un bello scorcio che si apre alle nostre spalle: vediamo, sulla sinistra, i prati ed il nucleo di Sostìla, abbarbicato, con le frazioni dell’Arèt, più a destra, e dell’Era, poco sopra l’Arèt, al versante della valle. Passiamo a ridosso di un secondo salto roccioso, prima di incontrare il tratto più bello della mulattiera, che accenna ad una curva a sinistra, poi a destra: qui il fondo è perfetto. Ci siamo alzati ancora un po’ rispetto al torrente, e la sua voce ci raggiunge molto attenuata. Il rimpianto si fa più acuto: guardando quel che resta, ci strazia ancora di più quel che si è perso.
Ci affacciamo alla parte alta della valle, e siamo al bellissimo ponte a schiena d’asino, con muretti in sasso, che, per fortuna, si è anch’esso salvato.  La valle torna ad aprirsi, vediamo le briglie in cemento costruite nell’alveo del Fabiolo dopo l’alluvione del luglio 1987 (quella terribile ed epocale, che pure non fu, qui, tanto rovinosa da danneggiare la mulattiera): hanno fatto quel che han potuto, fermando parte dell’onda alluvionale. Passiamo sul ponte alla parte sinistra (sempre per noi) della valle, dove la mulattiera è stata invasa in quattro punti dal materiale  alluvionale, ma non cancellata. Pieghiamo leggermente a sinistra, proseguendo nella cornice ingentilita dalla presenza di saggi pini; alla nostra destra, l’impressionante colata di massi che si è insediata nel centro della valle, conferendole un aspetto desolato. Nella salita, graduale e senza strappi, vediamo un grande masso a ridosso della mulattiera, alla sua destra, nel punto in cui questa piega un po’ a destra; una ventina di metri prima si intuisce la partenza di un sentiero che sale a tagliare un corpo franoso e raggiunge la frazione della Motta (Mùta) e la superiore località di Pra’ Bramusìi, dove si trova la mitica Casa Rotonda (Ca’ Rudùnda), costruita come torretta cilindrica da Giuseppe Tocalli, stanco di vedere tutti gli edifici squadrati.
Da qui non vediamo nulla di tutto ciò, ma possiamo lasciar correre l’immaginazione. Immaginiamo, innanzitutto, la vita di quegli scolaretti che scendevano dalla Motta, anche nei mesi più rigidi dell’inverno (e c’è davvero da credere che qui l’inverno non scherza!) per salire alla scuola elementare che funzionò, fino al 1958, come pluriclasse, nella canonica di  Sostila, dove viveva per tutto l’anno la maestra (diciamo che con passo buono ci vuole almeno un’ora, e poi c’è da tornare a casa; difficile credere che a questi piccoli eroi venissero assegnati compiti…). Immaginiamo, poi, il basalèsk (o basalìsk), il basilisco, drago con le ali di pipistrello, la testa di gallo e gli occhi infuocati, che infestava il versante della Motta. Non era molto grande, ma incuteva terrore: poteva stordire e perfino uccidere con lo sguardo o con il fischio. Viveva in qualche anfratto nascosto e minacciava in particolare i viandanti che, sfruttando una comoda bocchetta sopra Pramusìi (il prato della Casa Rotonda), la raggiungevano salendo da Alfaedo (sul versante orobico che si affaccia alla media Valtellina) per poi scendere in Val Fabiolo.
Immaginiamo, infine, un evento che lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva degli abitanti di Campo Tartano. Il Cardinal Andrea Ferrari, che fu vescovo di Como  fra il 1892 ed il 1894, prima di diventare arcivescovo di Milano, venne in visita pastorale in Valtellina e volle visitare Campo. Veniva da Alfaedo e passò per la bocchetta sopra Pramusìi (passo della Mùta). Per risparmiare tempo, non scese al fondovalle, ma rimase a mezza costa, sfruttando il sentiero della Rusanìda, uno dei più aspri ed infidi delle Orobie Valtellinesi. Era un uomo di grande tempra, oltre che di grande santità, non aveva paura di fatica e dirupi. Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più. Giunse, quindi, a Campo, il 6 agosto 1893, e si fermò fino al giorno successivo, consacrando la chiesa e l'altar maggiore. In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" (“Pensate un po’, è passato da Rusanìda!”). Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a percürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini)…

Cosa c'entra tutto questo con il basilisco? C'entra, eccome, perché dopo il passaggio del Cardinale, il basilisco scomparve. Nessuno lo vide più, nessuno più né sentì il fischio, né alla Rusanìda, né al passo della Mùta. Non se ne sentì più parlare. Il sentiero rimase con tutti i suoi pericoli, ma almeno fu liberato da quell'essere malefico.
La magia di questi ricordi, sospesi fra storia e leggenda, viene però bruscamente interrotta dall’ottava ferita mortale; poco prima, sulla sinistra, un sentierino si stacca dalla mulattiera e sale anch’esso alla Motta. A questo punto prendiamo a destra, nel bosco, fra il materiale alluvionale, ed usciamone sul limite basso di un lungo prato non è stato toccato dall’alluvione, che pure qui ha operato un vero scempio: appena possibile, lo risaliamo, restando non troppo distanti dal suo limite di destra, fino a giungere in vista di una nuova baita solitaria, sul limite del bosco. Puntiamo alla baita e raggiungiamola (riporta il numero civico 77): di fronte alla baita versiamo che da sinistra sale di nuovo la mulattiera, che procede verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), salendo in una selva, con un tornante a sinistra ed uno a destra. Raggiungiamo ben preso un bivio: la mulattiera scende verso destra ad una briglia in cemento, e qui viene di nuovo sommersa all’alluvione (nona ferita); noi seguiamo il sentierino di sinistra, che, con breve salita, ci porta ai prati della Sponda (Spùnda, m. 909), gruppo di baite e stalle che deve il suo nome all’arrotondato versante che lo sovrasta ad est.

Anche questo è un luogo magico ed inquietante: si dice che anticamente una frana abbia proprio qui seppellito un’allegra compagnia di buontemponi, che si era attardata in canti e danze. Pare che i buontemponi, anche nell’aldilà, non abbiano rinunciato a danzare, nelle notti d’estate, tenendo in mano piccoli lumini che ne segnalano la presenza ai contadini fin dalla sella di Campo. Alla Sponda troviamo la quarta e penultima “pòsa”, con il “gisöl” nel quale è raffigurata una Madonna con Bambino. Le sue fattezze, a differenza delle precedenti, ed anche quelle del bambino, rimandano, però, con sorprendente realismo, ai tratti della gente contadina, come se i contadini della Sponda, o della vicina Campo Tartano, avessero effettivamente posato per il pittore che operò nel 1862 (l’iscrizione recita: Mafezzini Giovanni f.f. – fece fare – 1862). Ai suoi lati, S. Agostino, con il pastorale di vescovo, e S. Giuseppe, con il bastone fiorito. Sulle pareti laterali, infine, S. Pietro, con le immancabili chiavi del Paradiso, e S. Giovanni Battista: tutti con tratti del volto non stereotipati.
Alla cappelletta ritroviamo anche la mulattiera, che sale da destra, e torniamo a seguirla. La meta è ormai ben visibile, in alto: si tratta della sella erbosa alla sommità della Valle, che introduce alla Val Tartano. Guardando alle nostre spalle, invece, vediamo bene, sulla destra, Pra Bramusìi, la Mùta ed il selvaggio versante tagliato dal sentiero della Rusanìda.  Lasciamo alla nostra sinistra le baite della Sponda e riprendiamo a salire: qui la mulattiera procede, quasi diritti, fra due muretti a secco. Il fondo è però molto sporco, ed avere le gambe coperte non guasta affatto. Poi terminano i muretti ed il tratto sporco: ritroviamo il comodo selciato e procediamo a monte dei prati della Sponda, fino alla decima ferita. Appena prima dell'interruzione, sulla sinistra, lo zapèl (apertura) nel muretto che delimita la parte alta dei prati a monte della Sponda; alla sua destra (est) ci raggiunge, in leggera salita, il sentiero della Rusanìda, per la verità poco visibile, perché abbastanza sporco (corre per un buon tratto immediatamente a destra del muretto a secco che delimita ad est i prati).
Percorriamo, dunque, un brevissimo tratto sul materiale alluvionale; quasi subito troviamo, alla nostra sinistra, il penultino troncone della mulattiera, che resta a sinistra (est) della grande colata di sfasciumi. Il fondo è qui davvero buono, riposante: inanelliamo una serie regolare di tornanti dx-sx-dx-sx, prima di raggiungere l'undicesima ferita, la più impressionante.
Siamo vicini al punto nel quale la tragedia è cominciata: confluiscono, infatti, poco sopra le due colate principali dell’alluvione, partire dall’aspro versante che scende a nord-ovest della cima della Zocca (o cima Dàssola, m. 2166), a sinistra (est) di Somvalle (“Sumvàl”). Ci ha messo del suo anche il Rio Dàssola, che scende dal fianco della medesima cima più a sinistra, con belle cascate (le vedremo un po' più in alto). Ci aspetta ora il punto più faticoso: scesi in mezzo al corpo franoso, non seguiamo la traccia, che resta in parte visibile e che punta subito al guado del torrente (destra), ma procediamo diritti, seguendo la via più agevole e guadando il torrente un po' più a monte. Oltre il guado, dobbiamo affrontare un breve tratto ripido, sul corpo franoso: lo risaliamo, stando nei pressi del suo limite di destra, fino a vedere il muretto a secco che sostiene, poco più in alto, la mulattiera. Puntandolo, intercettiamo per l’ultima volta la mulattiera, che ora procede, senza ulteriori ferite, verso destra, fino al suo termine (ad un bivio prendiamo a destra).
Qui, dopo circa due ore e mezza di cammino (il dislivello è di circa 790 metri), troviamo l’ultima cappelletta, il “Gisöl dul zapèl de val”, cioè la cappelletta dell'intaglio (sella) che introduce alla valla valle, con una quarta raffigurazione di Madonna con Bambino, fra San Rocco e San Giuseppe. È qui che la valle finisce, quasi si spegne, dolcemente, naturalmente, mentre si apre il ben più ampio ed aperto scenario della Val di Tartano e, alle spalle, il gruppo del Masino fa bella mostra di sé (mostrando, da sinistra, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, le cime di Arcanzo, degli Alli e di Vicima, il monte Pioda, i Corni Bruciati).
Alla nostra sinistra, Somvalle (m. 1062), la frazione di Forcola dei “lütèer”, o “pòok timùur de Dìu”, luterani o poco timorati di Dio, come vennero chiamati i suoi abitanti dalla seconda metà del Cinquecento per la presenza di alcuni contadini che avevano lasciato la fede cattolica per abbracciare quella riformata; alla nostra destra Ca’, anch’essa frazione di Forcola, abitata dai “pietàa” o “lütèer”, cioè dai pietosi o luterani (evidentemente qui due immagini contrastanti si sono contese il campo). Poco sotto, Campo Tartano. Davanti, il profondo solco centrale della Val Tartano, scavato dal torrente Tartano. Fino all’ultima glaciazione esso scorreva proprio in Val Fabiolo, raggiungendo il piano alla forra della Sirta. Poi aveva lasciato il campo al più mite torrente Fabiolo. Ma come non si può mai presumere di conoscere fino in fondo il carattere di un uomo, la stessa cosa si deve dire del carattere di un torrente. E qui il requiem per la mulattiera della Val Fabiolo tocca la sua ultima, dolente, nota.

 

 

 

 

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