Sostila

Sostìla (sustìla). Il luogo della sosta, secondo la probabile etimologia. Sosta degli uomini, sosta del tempo. È un po’ il cuore, un cuore antico, dell’intero microcosmo di Forcola. Una leggenda narra che il paesino venne fondato da alcuni soldati tedeschi in fuga. Non sappiamo se vi sia un fondamento storico, e dove collocarlo. La sua origine si colloca probabilmente nel Medioevo, ma non sappiamo esattamente quando.
Probabilmente salirono fin nel cuore della val Fabiolo contadini per cercare terre più salubri rispetto a quelle paludose del piano, e nel contempo abbastanza “fuori mano” per sfuggire alle razzie delle soldataglie. Certo è che Sostila acquisì una certa importanza e notorietà, sul versante orobico della bassa Valtellina, all’inizio dell’età moderna. Difficile anche stabilire quale sia l'origine del nome. Può essere che derivi da "sosta", come luogo di passaggio o di riposo, ma più probabilmente è in gioco la radice "sust"-"sost", preariana.
Un viaggiatore che veniva d’oltralpe, Guler von Weineck, passando, all’inizio del Seicento, per Forcola menziona solo due luoghi: S. Gregorio, snodo strategico dell’antica strada di Valtellina (qui si poteva prendere il traghetto per passare dall’una all’altra riva dell’Adda) e, appunto Sostila: “Sopra S. Gregorio, sorge il piccolo villaggio di Sostila”. Non dice di più, ma in quelle parole c’è tutto. C’è un microcosmo nel microcosmo, una piccola comunità che per secoli ha vissuto nel duro confronto con una montagna avara, cui si è però sempre mostrata grata e fedele; c’è un piccolo paese quasi abbarbicato ai ripidi prati sul fianco occidentale della val Fabiolo, ad 821 metri, a monte dell’attuale abitato della Sirta, alle spalle di una gola apparentemente inaccessibile e ad un’ora e mezza di cammino circa dal fondovalle.
Un piccolo paese non privo d'importanza, come testimoniano alcune carte secentesche della Valtellina. In una "Carte de la Valtoline" francese, per esempio, "Sostilla" è citata accanto a Serta, Prato e Gregoria (S. Gregorio). Nella carta del marchese di Coeuvres, uno dei protagonisti della Guerra di Valtellina nel contesto della Guerra dei Trent'Anni, sono citate solo Gregorio e Sostilla.
Una comunità viva, orgogliosa della propria identità (ancora oggi, alla Sirta, chi è originario di Sostila ci tiene a precisarlo), con tanto di scuola elementare ancora fino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso (la scuola elementare, con una pluriclasse, venne chiusa solo nel 1958; prima funzionava regolarmente, nella casa parrocchiale, con un’insegnante che veniva lì alloggiata durante l'anno scolastico). Qualche numero può aiutare a capire la parabola di questa comunità: li prendiamo dalla bella pubblicazione “Sostila e la Val Fabiolo”, di Natale Perego, edita da Bellavite (Missaglia) nel 2002. Nel 1928 a Sostila risiedevano 120 persone, mentre una dozzina d’anni dopo, nel 1936, persone erano 96 (divise in 16 famiglie). Nel secondo dopoguerra, e precisamente nel 1951, troviamo a Sostila 9 famiglie e 57 persone complessive, ridotte a 4, con 14 persone complessive, dieci anni dopo, nel 1961.
Dietro i freddi numeri c’è un mesto declino, un forzato abbandono, ma non la perdita di memoria o delle proprie radici. Oggi a Sostila non risiede più nessuno per tutto l’anno, ma, a partire dalla primavera, non è difficile imbattersi in qualche persona che sale per respirare un po’ di aria buona, per tirarsi fuori, per fare una bella polentata. D’estate, poi, qui c’è molta gente, e si raggiunge l’apice dell’afflusso la prima domenica d’agosto, quando si celebra la festa della Madonna della Neve, cui è dedicata la chiesetta del borgo. Allora viene parecchia gente anche da fuori, ed il paese sembra troppo piccolo per accogliere tutti. Ma ci si stringe, ed è una festa che rinnova profumi e sensazioni di altri tempi.
Ma come si viveva in questi "altri tempi"? Grazie all’ingegno plurisecolare che aveva sviluppato una cultura della sussistenza, capace di avvalersi di ogni margine di sostentamento offerto dalla natura. La castagna, innanzitutto, regina della valle, raccolta con meticolosità, nel rispetto dei rispetto delle proprietà delle diverse famiglie, ma con un occhio anche all’adagio “la castàgna la ga la cùa, e chi la ciàpa l’è sua”, cioè “la castagna ha la coda, e chi la prende, è sua”. Le diverse famiglie arrivavano a raccoglierne quantità nell’ordine di molti quintali, anche qualche decina. Essa, cucinata in varie forme (lessata, “bruciata”, cioè preparata come caldarrosta, inserita nella polenta) o utilizzata per preparare farina,  era alla base dell’alimentazione, sostituto del pane, alimento quasi sconosciuto. Minestra come primo, castagne come secondo: questo era il menù routinario della maggior parte dei contadini.
Se la castagna era regina, il faggio era re: non ha caso la val Fabiòlo aveva preso da lui il nome. Dalle ampie faggete a monte del paese si ricavava abbondante legna da ardere. Legna buona, che, tagliata in ciocchi, veniva bruciata in un angolo della cucina. Niente canne fumarie: il fumo prodotto veniva lasciato uscire da porta e finestre, finché restata una gran quantità di brace, che serviva a tener caldi gli ambienti per molte ore.
Gli alberi da frutto, poi: ciliegie, mele e pere, che qui maturavano meglio rispetto alla Val di Tartano, per cui erano vendute a Campo, dopo la messa domenicale. Ma anche i prodotti dell’orto, ed in particolare le patate, particolarmente gustose, anch’esse elemento fondamentale dell’alimentazione contadine e cucinate in tutti i modi (lesse, arrosto, nella polenta, nella minestra…). Infine, orzo e segale, complementi importanti (dall’orzo tostato si ricavava un surrogato del caffè). E nelle feste più solenni? Risotto e gallina erano pranzi degni di una festa nuziale.
Non poteva mancare, ovviamente l’apporto delle bestie, pollame, pecore, capre e soprattutto mucche, sfruttate per produrre latte, burro e formaggio. Quasi tutte le famiglie ne possedevano almeno una; non averne significava essere al di sotto della soglia della povertà. I prati, ripidissimi, sopra il paese (si diceva che se un uovo di gallina fosse scivolato giù per il versante della montagna, sarebbe finito alla Sirta) erano quindi meticolosamente falciati: ogni metro quadrato era preziosissimo per produrre fieno. D’estate le bestie erano condotte agli alpeggi della Val di Tartano, e con loro gran parte degli uomini lasciava il paese; restavano, invece, quasi tutte le donne ed i bambini. In questa situazione la salute delle bestie era assolutamente fondamentale: una malattia che portasse via una mucca era una sciagura nell’economia famigliare. La devozione a S. Antonio abate, protettore delle bestie della campagna, era, perciò, particolarmente viva.
Ma la devozione più sentita era, ovviamente, quella per la Madonna. Gli abitanti di Sostila erano particolarmente orgogliosi della “loro” Madonna, sia perché alla festa dei primi d’agosto convenivano a Sostila dalla Sirta ma anche da Campo, sia perché si attribuiva a tale Madonna il potere di far piovere nei periodi di siccità. Per questo quando la scarsità d’acqua metteva in ginocchio i prodotti della campagna, minacciandone pesantemente la resa, da Campo Tartano scendeva una processione per le solenni rogazioni, le preghiere perché l’intercessione della Madonna ottenesse la pioggia. E si diceva che la Madonna di Sostila non mancava mai di accogliere queste preghiere.
La Madonna della Neve era, ed è ancora festeggiata la prima domenica d'agosto. I preparativi duravano una settimana intera: c'erano da pulire gli arredi della chiesetta, tirare a lucido i candelabri, lavare per bene pavimento e banchi, tutto, insomma, doveva risplendere di primigenia luce. Il sabato precedente la festa il tocco finale: garofani e gladioli bianchi e rossi per decorare il sacro edificio, mentre nell'aria si diffondeva il lieto scampanio provocato dai ragazzi, che salivano sul campanile per "tintinà". La vigilia si chiudeva con un devoto rosario e con il canto corale delle Litanie in onore dei santi e della Madonna. La domenica venivano celebrate due messe: la prima era riservata agli abitanti di Sostila, mentre alla messa grande, rigorosamente in latino, partecipava la gente giunta da Sirta, Tartano e Campo. Diversamente non si poteva fare, data la capienza della chiesetta, davvero troppo limitata per quell'occasione. Alla gioia conviviale del pranzo seguivano i Vespri solenni. Il resto del pomeriggio trascorreva lietamente fra canti, ameni conversari e giochi, come quello del
“bösc” e della "mura". Nel secondo dopoguerra per diversi anni, come testimonia Vera Branchini, nel numero dell'ottobre 2008 di "Comunità" (giornalino parrocchiale di Tartano, Campo e Sirta), raggiungeva il paese anche "il Maurìzi", che vendeva i dolci portati nello zaino capiente, per la gioia di tutti, ma soprattutto dei più piccoli.
Il paese, come già detto, è ad un’ora e mezzo di cammino dalla Sirta, e non vi è modo di raggiungerlo se non a piedi, sfruttando la storica mulattiera della val Fabiolo, la storica via di accesso alla Val di Tartano. Raccontiamo come ciò può avvenire, con un'avvertenza: quanto segue ha un valore "storico", perché, purtroppo, gli eventi alluvionali del 13 luglio 2008 hanno in buona parte cancellato la bellissima mulattiera della Val Fabiòlo; è ancora possibile, beninteso, risalire la valle, ma in diversi punti bisogna attraversare la desolante colata del materiale alluvionale, con un po' di attenzione e di fatica e con molta morte nel cuore.

DA SIRTA A SOSTILA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Sirta-Sostila
1 h e 40 min.
530
E
SINTESI. Alle spalle della chiesa di S. Giuseppe alla Sirta (m. 289) parte, dalle ultime case del paese, la via alla Sostila, cioè la bella mulattiera che percorre l’intera val Fabiolo (ma è stata in più punti cancellata dall'alluvione del 2008) . Dopo un primo tratto verso destra ed uno verso sinistra, la mulattiera raggiunge la soglia della Val Fabiolo. Passiamo a destra di un primo ponte e ad uns econdo ponte passiamo da destra a sinistra della valle (per noi). Saliamo così località Bures, o Bores (m. 650), le cui baite restano alla nostra destra, oltre il torrente. Dopo un breve tratto, prima di raggiungere il punto nel quale la mulattiera scarta decisamente a sinistra (est), un ponticello ci riporta alla destra del torrente e qui troviamo la deviazione segnalata, sulla nostra destra, per Sostìla. Seguiamo il largo sentiero che, dpo qualche tornante, in un castagneto, porta a Sostìla (m. 821).

Si parte dalla Sirta: lasciata la macchina nei pressi della chiesa parrocchiale di S. Giuseppe (m. 289), si sale per un tratto alle spalle della chiesa, fino alle case più alte del paese, dove troviamo un cartello che segnala la “via alla Sostila”. È l’inizio di una bella mulattiera, sulla quale hanno transitato generazioni e generazioni di contadini, ma che è servita per secoli anche come via della transumanza per le mucche che dovevano raggiungere, d’estate, gli alpeggi della Val di Tartano. La mulattiera procede per un buon tratto verso destra, oltrepassando una prima cappelletta, poi, sempre rimanendo sul versante orobico che guarda alla Valtellina, sul fianco settentrionale del Crap del Mezzodì, svolta a sinistra (est), e sale fino alle soglie della gola terminale della val Fabiolo. Una gola che pare inaccessibile, a chi la guardi dalla piana della Selvetta, ma che si apre quel tanto che basta perché la mulattiera ne oltrepassi il fianco occidentale, correndo a ridosso del fianco strapiombante della montagna.
Possiamo, da qui, intravedere il pauroso salto terminale del torrente Fabiolo. Un torrente che, per il resto, sembra scorrere tranquillo, senza ulteriori salti, accompagnandoci, con la sua presenza discreta ed il suo mormorio sommesso, per il prosieguo della salita. E pensare che, in tempi remotissimi, quando ancor occhi d’uomo non potevano essere testimoni di ciò, per questa valle scorreva il ben più consistente torrente Tartano, che poi deviò il suo corso, scendendo più ad ovest e generando il conoide oggi ben visibile ad est di Talamona. Ma non ci inganni l’apparenza: al momento opportuno anche il Fabiolo tira fuori le unghie, come accadde, non molti anni fa, nella nefasta estate del 1987, quando unì la sua voce al coro rabbioso dei torrenti che, nella notte fra sabato 17 e domenica 18 luglio, scaricarono sul fondovalle la loro nera ira, in un’alluvione di dimensioni storiche. E qualcosa di simile era accaduto anche in passato, tanto che gli abitanti della Sirta, convinti che le rovinose piene del torrente fossero frutto di una congiura di spiriti malefici, accolsero con sollievo la coraggiosa battaglia che un sacerdote epico, don Abbondio della Patrona, decise di ingaggiare contro l’armata oscura del male. Una notte, si racconta, risalì, da solo, l’intera valle, e, giunto a Campo, raccontò, visibilmente scosso e provato, di aver avuto visioni terrificanti, che dimostravano quanto la valle fosse sotto il tallone di forze demoniache, tanto da sconsigliare di frequentarla anche di giorno. Nel 1911 scese di nuovo a dar battaglia a queste forze, che avevano ingrossato a dismisura il Fabiolo. Lui, uomo in carne ed ossa, affrontò, con le armi dello spirito, spiriti che, a quanto pare, si avvalevano di armi molto concrete, come nodosi bastoni. Per questo vinse nello spirito, ma fu profondamente segnato nel corpo, tanto uscirne con la salute minata.
Gran tempra di parroco. Non come quell'altro, imprecisato, di cui si diceva, un tempo, a Sostìla, che aveva la "fisica", termine con il quale nella tradizione contadina valtellinese si designavano poteri occulti ed oscuri, che consentivano a certi preti poco votati al bene di trasformarsi in animali o di stregare la gente, a proprio vantaggio.
Mentre rivolgiamo il pensiero al mistero di questa valle, che sembra incombere con le sue tormentate pareti sopra la nostra testa, abbiamo raggiunto un primo arcano e ciclopico masso erratico, e, poco oltre, il ponte “d’inem la val”, cioè all’ingresso della valle, ed una seconda cappelletta, che lo sorveglia. È, questo, un secondo importante incontro con il mistero: narrano, infatti, che dal sentiero alla nostra sinistra, oltre il ponticello, che conduce (sentiero che scende da Lavisolo, sul versante orobico ad est della Sirta, sopra la Caurga), scendevano strane processioni notturne, di figure misteriose di cui le incerte luci delle candele che tenevano in mano non rivelavano il volto. Si imbattè in una di queste un tal Gaspare, che tornava, nottetempo, a Campo. Una delle figure gli chiese di reggere una candela, e lui lo fece, senza fiatare, perché, per la paura, non ne aveva più neppure la forza. La processione risalì l’intera valle, fino alla chiesa di Campo Tartano, e si disperse. Rimase lui solo, con la candela in mano. Il mattino dopo si accorse, però, che non di candela si trattava, ma della tibia di un morto.
Interrogativi e meditazioni sull’avventura di Gaspare ci accompagnano mentre, ignorato il ponticello per Lavisolo, rimaniamo a destra del Fabiolo; solo al ponte successivo passiamo alla sua sinistra e, dopo un’ora o poco meno di cammino, raggiungiamo i prati di Bures, o Bores (m. 650), dove la valle, aprendosi un po’, si lascia inondare di maggior luce, ed assume un aspetto meno incombente. Qui troviamo un primo ponticello che si permette di raggiungere le baite del maggengo, sulla destra del torrente, dove si trova anche una terza cappelletta. Siamo sotto la verticale di Sostila, che se ne sta quasi duecento metri più in alto, dietro una bella selva di castagni. Già, il castagno: siamo nel cuore della civiltà di questo albero assolutamente essenziale per la magra economia contadina di sussistenza dei secoli passati. La castagna, consumata fresca, oppure essiccata, oppure ancora nella forma della farina che se ne ricavava, costituiva, come abbiamo visto, un elemento insostituibile dell’alimentazione contadina. Non a caso il castagno veniva chiamato, con voce dialettale, èrbul, dal latino arbor, cioè albero, in quanto era l’albero per eccellenza.
Una breve sosta alle baite dei Bures, e siamo pronti per l’ultimo strappo. Possiamo imboccare il sentiero per Sostila tornando sulla mulattiera principale e proseguendo per un breve tratto: tornati, grazie ad un ponticello, a destra del Fabiolo, troviamo, infatti, sulla nostra destra, la deviazione, segnalata, per la nostra meta. Lasciamo, quindi, la mulattiera, che si avvia a descrivere una doppia curva ad “S”, e ci incamminiamo sul largo sentiero che sale, con qualche tornante, nel fresco bosco di castagni. Salendo, non possiamo non notare anche, su un masso, un bassorilievo che raffigura il profilo di un volto umano. È firmato “A. G. Fierro 1995”. Il volto, seminascosto dalle foglie, sembra guardare da una lontananza enigmatica una lontananza ancora più profonda. Poco oltre, un piccolo rosario arrotolato su un rametto è come il segno di una devozione che vuol rimanere viva anche se gli esseri umani sembrano disertare queste zone. È come il segno di una preghiera che sembra proseguire ancora, quasi sospesa nell’aria, anche senza labbra che la articolino. Poi, fuori del bosco, ecco il lavatoio.
Ancora qualche passo, verso destra, ed ecco le prime case di Sostila, che incontriamo dopo circa un’ora e 40 minuti di cammino, ed un dislivello approssimativo superato in altezza di 530 metri. L’impressione non è quella di un abbandono: è come se gli abitanti si fossero momentaneamente assentati, ma dovessero tornare da un momento all’altro. Le case testimoniano di una civiltà che non è ancora morta. Molte sono di origine secentesca, in pietra e con i tetti in "piode", ed hanno soluzioni e decorazioni originali, che la tradizione vuole siano dovuta anche all'apporto di soldati di lingua tedesca fuggischi durante le turbinose vicende della fase Valtellinese della Guerra dei Trent'Anni. Alcune presentano graziosi ballatoi in legno, costruiti con la tecnica "a cassetta", cioè con il parapetto completamente chiuso da assi di legno.
Il progetto di un museo etnografico in una di queste è anche una scommessa per un ritorno di interesse rispetto a questa civiltà. Percorrendo la viuzza che attraversa il paese, ci sorprende, come un’apparizione improvvisa, la bella chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, restaurata nel 1930 e decorata nel 1947, in una piazzetta che ospita anche un ossario. L’ossario è decorato con un dipinto che rappresenta l’amaro calice che Gesù si appresta a bere nel Getzemani e la pietà, cioè Cristo morto fra le braccia della Madonna.
Accanto alla storia, la leggenda. Un tocco di leggenda inquietante, legata alla fame di un tempo, che, come si dice, faceva vedere il male anche laddove non c'era. Si narra, così, della "stria de l'Era", o meglio di tre sorelle che vivevano, appartate e discrete, in una casa solitaria ed erano frequentate da un giovanotto che aveva la seria intenzione di fidanzarsi con una di loro. Ma di giovedì non le trovava mai. Si appostò, dunque, un giovedì, per scoprire il motivo della singolare assenza, sbirciò e le vide, sul far della sera, staccarsi la testa dal busto, pettinarsi con cura i capelli, rimettersi la testa a posto e volar via passando per la cappa del camino: erano streghe, streghe che si recavano al sabba. Non è necessario aggiungere che da allora si tenne accuratamente alla larga da loro.
Da Sostila non si aprono scorci panoramici particolarmente sorprendenti, ma, guardando verso nord, scorgiamo uno spicchio significativo del versante retico, con le alpi Scermendone e Vignone in primo piano, le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo (Arcanzo, Alli, Vicima e Remoluzza) ed i Corni Bruciati che occhieggiano, alle loro spalle. Guardando, invece, ad est distinguiamo, sul selvaggio fianco orientale della valle, i prati della località Motta e, un po’ più in alto, a sinistra, quelli dove si trova la caratteristica Casa Rotonda.
Appena fuori del paese, sulla sinistra della mulattiera, il piccolo cimitero: la mulattiera gli passa accanto, e poi prosegue per la frazione dell’Arèt, dove possiamo trovare nuclei di origine medievale (su un portale si vede ancora la datazione 1566), per poi piegare a sinistra (attenzione a non proseguire diritti: segnavia bianco-rossi segnalano la svolta, appena prima di una fontana-lavatoio), passare a destra delle poche baite dell'Era e di salire alle case più alte, quelle del Prato. Siamo ormai a ridosso della piccola sella di quota 977, che separa la val Fabiolo dal versante occidentale del Crap del Mezzodì, che guarda sulla bassa Valtellina.
Dalla sella il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina e l’alto Lario è davvero una rivelazione: l’angusto orizzonte di una valle che sembra quasi richiusa su se stessa, gelosa custode del suo antichissimo mistero, è come squarciato, e tutto sembra allargarsi, dilatarsi, in un respiri che sorprende. La sorpresa forse ci impedisce di scorgere che questa piccola sella è anche un trivio: alla nostra sinistra parte, infatti, il sentiero che risale il crinale fino al Culmine di Campo (m. 1301), sopra Campo Tartano, mentre alla nostra destra parte il sentierino che porta al pianoro sommatale del Crap del Mezzodì (m. 1044); davanti a noi, infine, un terzo sentiero sembra inabissarsi in un canalone poco invitante, ma è piuttosto scorbutico ed esposto. meglio, se vogliamo da qui scendere alla strada provinciale 11 della Val Tartano, salire, con sentierino sulla sinistra (segnavia rosso-bianco-rosso, con numerazione 17) ad una piana erbosa posta poco più in alto, dove si trova anche un crocifisso su lastra di marmo.
Da qui il sentiero per il Culmine prosegue, a sinistra, in salita, mentre un sentiero che di primo acchito non si vede parte, davanti a noi, scendendo lungo l'aspro fianco della montagna (segnavia bianco-rosso): effettuata una lunga diagonale, intercetta un sentiero che, percorso verso destra, scende alla Madonnina, sulla strada per Campo, in corrispondenza della fermata dei mezzi pubblici. È, questa, una seconda possibile via per raggiungere Sostila, oggi, per la verità, dopo lo scempio operato dalla furia del Fabiòlo sul fondovalle, la più agevole e semplice.
Il sentiero intercettato proviene dalla frazione Dosso di sopra, presso Campo Tartano, per cui, procedendo a sinistra, suparata la "valàscia" possiamo raggiungere questo nucleo e di qui, scesi alla strada provinciale, salire a Campo.
Chiudiamo con una nota di colore, cioè con un'amena storiella che racconta di una ragazza originaria di Sostila che, tornata al paesello dopo un soggiorno romano, vorrebbe darsi l'aria di chi all'umile vita contadina non si sa proprio adattare. Ma alla fine non riesce a reggere fino in fondo il gioco.
Ecco come ci viene raccontata nella bella raccolta C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994 (con contributi di diverse scuole della Provincia):
"Tanto tempo fa una signorina di "Sostila" ritornò da Roma in presso i suoi genitori. Per pranzo, sua mamma fece polenta e questa signorina, per arie disse, sapendo già cos'era: - Ma che cos'è quella cosa sul tavolo? ‑
La mamma le rispose: - Prò(v)a a mèt déet la màa che dòpu tu capisèt. ‑
Lei ci provò e appena l'ebbe fatto disse: - Maledèta pulènta cume la scòta! ‑
La stessa ragazza, a cena, vide sul tavolo "papa" (una pietanza si preparava una volta con la farina di granoturco) e quando s dette a tavola, per darsi tante arie, disse: - Ma come si chiama quella roba? ‑
Suo papà rispose: - Las ciàma "Ce ne fosse"! -
Ma lei ribatté: - Io di quella roba non ne mangio! ‑
Dopo un po' di tempo, dato che non voleva più mangiare pere e c'era sempre "papa", disse a sua mamma: - Mama, egh nel amò de "Ce ne fosse"? ‑
Ancora questa signorina si trovava nei prati col papà e la manma.
Lei guardava e gli altri lavoravano. Dopo un po' chiede alla mamma: - Che cos'è questo coso per terra con delle punte? ‑
La mamma, sapendo che le rivolgeva queste domande soltanto darsi arie perché era stata in una grande città, rispose: - Prò(v)a a mèt i pée söl punti, come tu disèt té! ‑
Essa provò, le arrivò il manico in faccia e subito esclamò: - Maledètu rastél cum'el fa màal!! -
"

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