FRACISCIO


Chiesa di San Rocco a Fraciscio

Se, percorrendo la statale 36 dello Spluga, giunti all’altezza della chiesa parrocchiale di Campodolcino la si lascia per svoltare a destra, si passa vicino all’antichissimo ponte romano che scavalca il torrente Rabbiosa (la sua effige è riportata nello stemma del comune di Campodolcino) e si imbocca la strada che, risalito per buon tratto il fianco meridionale dello sbocco della Val Rabbiosa e lasciata a destra la deviazione per Gualdera, si riporta sul versante settentrionale e termina, dopo circa 2 km e mezzo, a Fraciscio. Si tratta di uno dei più caratteristici e suggestivi paesini della Val San Giacomo, che oggi accosta i segni ancora evidenti di un’antichissima e tenace civiltà contadina a quelli ben più moderni di un centro vocato all’ospitalità turistica invernale ed estiva. Fraciscio deve buona parte della sua notorietà all’aver dato i natali a San Luigi Guanella (che qui nacque il 19 dicembre 1842).
Poche centinaia di metri a valle della chiesa si trova, invece, la partenza, segnalata,  dell’antica mulattiera che serviva per salire al paese prima della costruzione della carozzabile, e che ancor oggi ci porta, in poco più di un'ora alle sue case. Mulattiera che fu discesa dal padre di San Luigi Guanella, Lorenzo, sul far del giorno del 20 dicembre 1842, mentre fitta scendeva la neve, per portare il figlio ad essere battezzato nella parrocchiale di Campodolcino. Di questa mulattiera e di Fraciscio si legge, nell’opera di don Pietro Buzzetti “Le chiese nel territorio dell’antico comune in Valle di San Giacomo” (1922):


Fraciscio

“Da S. Giovanni di Campodolcino una mulattiera attaccava un dosso, ne raggiungeva dopo un quarto d’ora la cima coronata d’una cappelletta, (mt 1250), e allora si presentava allo sguardo una convalle solcata dalla Rabbiosa: poi la strada continuava pianeggiante nella valle laterale, cavalcava lo spumoso fiume, saliva una dolce china finche raggiungeva la chiesa (mt 1342) del villaggio dalle case sparpagliate, protetto a nord dall’alto monte di Motta, volto a mezzodì, ridente e pittoresco, d’aria balsamica per vicini boschi resinosi, abitato da gente aperta e robusta. Nelle vicinanze si rinvenne tufo per grotte a volte, e anche pirite. Un acqua ferruginosa vi attira molti visitanti. Fin verso il 1880 qui sui conduceva una vita patriarcale: un angolo di pace. I poveri terazzani si dedicavano ad improbi lavori, ai campicelli ove ondeggiava il frumento, o l’orzo, e dove si raccoglievano pregiatissimi pomi di terra, ai prati ed alla pastorizia, l’allevamento di bestiame: il lungo inverno si trascorreva nelle umili case o si andava alla bassa per la distillazione dell’acquavite, industria abbastanza remunerativa. Ma quando in Campodolcino si ebbe un’ invasione di forastieri, i chiavennaschi che vi passavano l’estate si rifugiarono a Fraciscio e allora sorsero casine e villette, apparvero molte fontane piacevolmente gorgoglianti, la colonia dei villeggianti si accrebbe notevolmente, e si determinò costruire la via carrozzabile da S.Giovanni alla chiesa di Fraciscio (lunga mt 3.500 e progettata dall’ingegner Antonio Giussani di Como), ciò che avvenne nel secondo decennio di questo secolo, principalmente per impulso del ragionier Agostino Pirola di Milano.


Statua di San Luigi Guanella a Fraciscio

Parlai della toponomastica di Fraciscio e del suo antico Castello: di esso può vedersi una pianta nella mappa più antica conservata nel catasto di Chiavenna.
Sfortunato maniero! Silenzio grande ed eterno fascia la località ove torreggiava: caddero nelle acque della Rabbiosa sottostante le sue bandiere che non spiegarono più al vento, le sue trombe che non squilleranno più mai: vi si precipitarono anche le mura: neppure la leggenda a ricamare qualche fatto gentile o pauroso nel canevaccio della tradizione…
Ricordo Fraciscio come patria della santa incomparabile mia Genitrice, sorella ai prelodati sacerdoti Lorenzo e Luigi Guanella: vissuta d’amorosa dedizione alla famiglia, d’indefesso lavoro, di nobile sacrificio, la mente si specchia nel passato e la rivede tutto soffuso di letizia il volto nelle ore serene. Lo ricordo e amo perché i miei doveri chiesastici mi chiamavano spesso da Campodolcino nei primi due anni di vita pubblica.
L’ottima impareggiabile Domenica Trussoni, zia al prelato anzidetto, con sollecita cordialissima cura mi preparava un comodissimo letto, mi offriva una tazza di dolcissimo latte, mi attizzava il fuoco. Ah, non dimenticherò mai i dolci momenti passati al focolare di quella casa coadiutorale! Ricordavo le parole del venerato mio Padre, da lui apprese nella pingue pianura lambarda.
Due legni non fan foco:
Tre legni ne fan poco:
Quattro legni è un focherello:
Cinque legni è un foco bello:
Sei legni è un foco da signori
Sette è un foco da fattore.
E il mio fuoco era più che da fattore, grazie alla cortesia dei fabbriceri di quella Chiesa. Felice il casolare che ha fuoco sull’alare e fonte al limitare.”


Fraciscio

Assai antiche sono le radici di questo insediamento, la cui denominazione dialettale è Fracìsc'. Esso è già menzionato, come Fradicio, in una pergamena del 1217: si tratta di un documento conservato nell'Archivio Laurenziano di Chiavenna col quale si investe certo Giovanni de Rovorino della Valle di Chiavenna, per dieci anni, circa il godimento di un prato à Fraciscio col fitto di 50 denari annui più "unum formadium de libria duodecim". Nel volume di Bascapè e Perogalli "Torri e Castelli di Valtellina e Valchiavenna" (Credito Valtellinese, Sondrio, 1966) viene riportata la notizia di una fortificazione qui eretta in età medievale: “FRACISCIO - castello. Già elevantesi sulla sinistra del torrente Rabbiosa, tra la Cappelletta e la parrocchiale di S. Giovanni, venne diroccato nel 1525. Ignoti ne sono i fondatori. Precipitò del tutto alla fine del secolo XIX”.
Come apprendiamo visitando il sito ad esso dedicato, www.fraciscio.it (dal quale traspare il profondo amore per le proprie radici ancor vivo oggi nella gente di Fraciscio), controverso è il suo etimo. Il Chiaverini, nell'opera "Breve narratione delle Prerogative spirituali di valle a Campodolcino" (Milano, 1663), scrive che "dal freddo (in dialetto fréc) ordisce il nome", Renzo Sertoli Salis invece sostiene che "è dal lombardo fracia, che significa sostegno che innalza le acque di un fiume" per deviarne canali di irrigazione o dal "ticinese fracia, cioè riparo di rami intrecciati, terrapieno o sassi contro il torrente". Sempre nel sito citato troviamo l’annotazione di altre località lombarde foneticamente vicine a Fraciscio, quali Fracce, frazione di Cittiglio (Varese), Fracchia di Spino d'Adda (Cremona) che in dialetto è Fraccia, Fracchia Rossa o Fraccia Rossa presso Tronconero di Voghera, Fracc sulle alpi di pasturo (Brescia). Nella Rezia, poi, si trova un Fratitsch ed in Val di Poschiavo un Fritisch, toponimi tutti riconducibili a "fracta", cioè siepe o riparo.


Fraciscio

Il paesino si stende in una piccola conca che si apre ai piedi del maggengo Monte dell'Avo, caratterizzato da minuti terrazzamenti a prato che si arrampicano fino a lambire i lariceti della parte bassa del versante sud-occidentale del pizzo Groppera. Macchie isolate di larici, interrotte da prati, raggiungono il versante a nord dell’abitato. Entrati in paese, dopo pochi tornanti siamo al sagrato della chiesetta di San Rocco, iniziata nel 1474, ampliata nel 1628 e nel 1700 e restaurata nel 1874 e nel 1888. Una targa di granito sulla facciata della chiesetta riporta una frase del beato Luigi Guanella: “A noi san Rocco ricorda la nostra chiesa e il nostro sacerdote. San Rocco ci rappresenta il nostro paesello, il gruppo dei nostri monti, il nostro piccolo mondo e l’affetto più caro della pietà, della fede, della pace domestica.” Una seconda targa aggiunge: “S. Rocco pellegrino è vita nel mio paese di Fraciscio, come S. Pietro apostolo in Roma è vigore per tutto il mondo cristiano. S. Rocco nel mio villaggio riceve gli affetti del cuore, le tenerezze della famiglia, la famigliarità del luogo natio.” Una targa sul campanile della chiesetta ricorda, invece, che il suo orologio “fu posto a ricordo di S. E. Mons. Tomaso Trussoni, nativo di Fraciscio, arcivescovo  di Cosenza, a. d. 1961”.
Fra i motivi di interesse, oltre all’atmosfera particolarissima e suggestiva che caratterizza le antiche dimore, addossate l’una all’altra in una remota solidarietà di pietre, oltre che di uomini, sono da annotare anche la presenza (segnalata) della casa natia del Beato don Guanella (che è possibile visitare) e della casa Bardassa, notevole esempio di architettura locale. Di essa leggiamo nel bell’articolo di Dario Benetti, “Abitare la montagna – Tipologie abitative ed esempi di industria rurale” (in “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio”, Milano, Silvana editoriale, 1955):


Ca' Bardassa a Fraciscio

Tra i moltissimi esempi di dimore rurali ancora ben conservate in Valchiavenna, in val S. Giacomo e in val Bregaglia può essere qui riportato, come uno degli esempi più significativi di dimora unitaria, la ca' Bardassa di Fraciscio. Questo per diversi motivi, non ultimo il fatto che si tratta del primo esempio di edificio rurale acquisito, in provincia di Sondrio, da un ente pubblico e restaurato con criteri conservativi.
La costruzione si trova nell'abitato dí Fraciscio a 1341 m s.l.m. e si sviluppa su tre piani. La muratura portante è in pietra e malta e l'esterno era completamente intonacato (già questo fattore, unitamente alle dimensioni e alla ricchezza di particolari decorativi rimandano ad una relativa agiatezza rispetto ad altre aree). Il tetto è a due falde con manto di copertura in piode grosse; il muro di spina divide in due l'edificio separando in modo netto la parte rurale da quella residenziale. La parte rurale ha una superficie inferiore a quella residenziale, si sviluppa su due piani, uno seminterrato con le stalle e l'altro che corrisponde simmetricamente ai due piani residenziali, utilizzato come fienile. Al fienile si accede tramite un originale ballatoio, in corrispondenza del secondo piano, dall'interno della casa. La parte residenziale è a sua volta divisa in due parti equivalenti da un corridoio lastricato in piode al piano rialzato e in tavole di legno ai piani superiori. Al piano seminterrato sono realizzate le cantine, al piano rialzato la cucina con il focolare, la stila con la pigna (stufa) in muratura, piuttosto bassa, a forma di parallelepipedo, alimentata dal corridoio e una camera, al primo piano un'altra stila e altre camere. Particolarmente curato è l'ambiente della stila al piano rialzato. Il locale è completamente rivestito di tavole di legno, con varie decorazioni e un rosone nel soffitto, al centro del locale.
Da una lettura attenta della tipologia e della sua evoluzione, attraverso i rilievi planimetrici e materici, è possibile documentare un sensibile mutamento di questo edificio nel corso del tempo. Il nocciolo centrale dell'edificio è infatti costituito da una antica dimora in legno a travi incastrate, sulla quale successivamente si è sviluppato l'edificio in muratura.”


Pista Fraciscio-Motta di Sotto

DA FRACISCIO ALLA MOTTA DI CAMPODOLCINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Fracisio-Motta di Sotto
1 h e 20 min.
420
T
SINTESI. Alla chiesa di S. Giovanni Battista di Campodolcino lasciamo la ss 36 dello Spluga prendendo a destra e salendo a Fraciscio. Dopo un tornante dx, al successivo sx lasciamo la strada per salire a destra alla piazza centrale davanti alla chiesa di S. Rocco, dove parcheggiamo (m. 1334). Ci incamminiamo ridiscendiamo alla strada che con qualche tornante risale fra le case del paese. Passiamo così accanto al cimitero. Qui la strada volge a destra e continua nella salita. Dopo breve tratto vediamo una stradina che se ne stacca sulla sinistra, con un cartello che segnala la partenza del sentiero per la Motta. La stradina, con fondo in cemento e sterrato, sale ripida lasciando alle spalle le poche case, proponendo una lunga serie di tornanti e passando per i prati di Monte dell’Avo (m. 1558). Riprendiamo ad inanellare tornanti, fino ad intercettare una pista che traversa a Pianelli ed alla Foppa. Un cartello ci indirizza a sinistra e proseguiamo salendo verso nord-ovest, giungendo ben presto in vista delle baite di Monte (m. 1759). La pista rimane più bassa e seguendola raggiungiamo una sbarra, oltrepassata la quale ci immettiamo in una nuova pista che proviene proprio da queste baite. Andiamo diritti e procedendo quasi in piano raggiungiamo la Motta di Campodolcino (m. 1740).


Pista Fraciscio-Motta di Campodolcino

La classica passeggiata che si concede chi soggiorna o sale a Fraciscio e desidera una camminata di medio impegno è la salita alla Motta di Sotto, sempre in comune di Campodolcino, ma nei pressi degli impianti di risalita di Madesimo, sul versante occidentale che scende degradando dal pizzo Groppera. Camminata o pedalata, dal momento che sfrutta una pista ciclabile, che però propone alcuni tratti dalla pendenza decisamente impegnativa. La medesima traversata era possibile anche attraverso un sentiero impervio ed a tratti esposto, quello del Cagarèl (il nome allude chiaramente ad uno degli effetti della paura), sentiero però al momento (2016) non transitabile per interruzione. Meglio, dunque, scegliere la soluzione che evita patemi d’animo e regala scorci sulla val Rabbiosa e sul pizzo Stella di rara suggestione.


Il pizzo Stella

Parcheggiata l’automobile alla piazza della chiesa di Fraciscio (m. 1334), ci incamminiamo ridiscendiamo alla strada che con qualche tornante risale fra le case del paese. Passiamo così accanto al cimitero. Qui la strada volge a destra e continua nella salita. Dopo breve tratto vediamo una stradina che se ne stacca sulla sinistra, con un cartello che segnala la partenza del sentiero per la Motta e dà la Motta ad un'ora. La stradina, con fondo in cemento e sterrato, sale ripida lasciando alle spalle le poche case. Sulla sinistra vediamo un piccolo crocifisso ligneo.
Poco oltre la pista propone un tornante dx, il primo di una lunga serie. Inizia la salita, con pendenza media, nello scenario di alti ed orgogliosi abeti, intervallati dai più timidi larici. Volgendo di tanto in tanto le spalle possiamo apprezzare un colpo d’occhio sempre più ampio sulla bassa Val Rabbiosa e sul pizzo Stella, che, con le sue forme regolari ed armoniche, si impone come suo signore. Alla sua sinistra il panorama è chiuso dal tormentato e selvaggio versante meridionale del pizzo Groppera.


Monte dell'Avo

Dopo mezzora o poco più di cammino ci portiamo ai prati di Monte dell’Avo (m. 1558), con le poche baite disposte alte, alla nostra destra, sul limite della pecceta. Riprendiamo ad inanellare tornanti, fino ad intercettare una pista che traversa a Pianelli ed alla Foppa. Un cartello ci indirizza a sinistra e proseguiamo salendo verso nord-ovest, giungendo ben presto in vista delle baite di Monte (m. 1759). La pista rimane più bassa e seguendola raggiungiamo una sbarra, oltrepassata la quale ci immettiamo in una nuova pista che proviene proprio da queste baite.
Proseguiamo diritti e ci affacciamo allo splendido scenario dell’alta Valle Spluga. Diritti davanti a noi riconosciamo il puntuto profilo del pizzo Ferrè ed alla sua destra l’asimmetrica piramide del tetto della Valle Spluga, il pizzo Tambò. La pista prosegue ora in piano e, dopo una semicurva, appaiono davanti a noi gli edifici della Motta di Sotto, o Motta di Campodolcino, mentre le balze erbose alla nostra destra nascondono, molto più in alto, la statua della Madonna d’Europa. Procediamo quindi tranquillamente fino alla Motta di Campodolcino (m. 1725), dove la camminata si conclude. Vista l’impraticabilità del sentiero del Cagarèl, non ci resta che tornare a Fraciscio per la medesima via di salita.


I pizzi Ferrè e Tambò e la Motta di Campodolcino

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

Levi, Abramo, "Spartiacque", Sondrio, L'Officina del Libro, 1994; www.fraciscio.it

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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