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Rifugi Gerli-Porro

I rifugi Gerli-Porro ed Alpe Ventina (o, semplicemente, Ventina) sono posti nella splendida cornice della Val Ventina, la quale confluisce, insieme alla Val Sissone ed alla Valle del Muretto, a costituire l'alta Valmalenco, all'altezza di Pian del Lupo e di Chiareggio. La salita ai rifugi rappresenta una passeggiata alla portata di tutti: in poco più di un'ora da Chiareggio, ci ritroviamo all'ingresso di una splendida valle glaciale, dominata dal massicico del Disgrazia e dalla vedretta della Ventina, uno dei più interessanti ghiacciai di Valtellina. Vediamo, dunque, come raggiungere le due strutture, che sono poste a distanza relativamente ravvicinata, al termine della piana nella quale scorre il torrente Ventina, prima dell'ultimo salto che lo porta a confluire nel Mallero. Per avere informazioni su aperture e servizi, si possono consultare i siti www.rifugioventina.it e www.rifugiogerliporro.it

Rifugio Ventina

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiareggio-Rifugi Gerli-Porro e Ventina
1 h e 20 min.
360
T
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965), sul limite della piana della Val Ventina. Poco più avanti, leggermente rialzato, troviamo il rifugio Ventina (m. 1975).

Punto di partenza è Chiareggio (m. 1612), noto centro di villeggiatura e perla dell'alta Valmalenco (val del màler), che dista 14 km da Chiesa Valmalenco e 28 km da Sondrio, ed è chiamato localmente cirècc, cirécc o ciarécc. Già citato in un documento del 1544 “gieregio”, in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero (màler). Raggiunte le case del paesino, lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590).


Pian del Lupo

Procedendo per un breve tratto verso est, troviamo il ponte sul Mallero (màler) che porta dalla riva settentrionale a quella meridionale; un cartello indica il rifugio Gerli-Porro ad un’ora di cammino ed il rifugio Ventina ad un’ora e 5 minuti. Raggiunta la riva opposta, prendiamo a destra, imboccando il tratturo che porta all’alpe Ventina, dove si trovano i due rifugi già menzionati. Nel cuore della stagione estiva, non soffriremo certamente la solitudine: frotte di escursionisti di ogni età sciamano, infatti, da Chiareggio salendo ai due rifugi, sfruttando l’opportunità, non frequente, di raggiungere, in un’ora o poco più di cammino, uno splendido scenario di alta montagna, quello rappresentato dall’alpe Ventina.
Il tratturo sale con una pendenza abbastanza moderata e regolare (anche se nell'ultima parte la pendenza si fa più severa), descrivendo un largo arco che ci porta all’ingresso della Val Ventina, la più meridionale della tre valli maggiori nelle quali si suddivide l’alta Valmalenco a monte di Chiareggio. Ci sono solo due tornanti, l'uno consecutivo all'altro. Appena prima del tornantino sinistrorso si stacca dalla pista, sulla destra, un sentiero che scende al ponte del Mallero (màler) nei pressi dell'alpe Forbesina: di qui passa la primissima parte della terza tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Appena dopo il successivo tornante destrorso troviamo, su un masso alla nostra sinistra, l'indicazione che segnala la partenza del sentiero per il lago Pirola. Continuiamo a salire verso i rifugi dell'alpe Ventina. La pista attraversa una fascia di materiale franoso, che scende da un evidente canalone posto in alto, a sinistra. Alla sua destra, il profilo scuro del Torrione Porro. Poco oltre, vediamo, sulla nostra sinistra, un secondo sentiero, segnalato, per il lago Pirola (sigla LP): si tratta di un sentiero che si congiunge con quello che parte più in basso.


Val Ventina

Al termine del tratturo, dopo circa un’ora di cammino, ci troviamo di fronte i rifugi Gerli-Porro (si tratta di due rifugi contigui), a 1965 metri, sul limite della splendida piana dell’alpe Ventina. Il primo è dedicato ad Amerino e Maria Gerli, mentre il secondo è sorto nel 1936, in ricordo di Augusto Porro, travolto da una slavina sul Piz Corvatsch l’anno precedente; nei suoi pressi si trova anche una cappelletta dedicata ai caduti in montagna. Più avanti, quasi appartato e discreto, sorge il rifugio Ventina (m. 1975). Siamo alla bucolica alpe Ventina, chiamata localmente alp de la venténa e già citata nel 1544 come alpis de leventina.

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SENTIERO GLACIOLOGICO VITTORIO SELLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi Gerli-Porro e Ventina-Fronte della vedretta della Ventina (sentiero glaciologico)-Rifugi Gerli-Porro e Ventina
1 h e 30 min.
135
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965).Proseguiamo seguendo le indicazioni per il passo Ventina ed i triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco, verso l'interno della valle (sud), passando sotto il rifugio Ventina e su un ponticello in legno. Superato un secondo ponticello, proseguiamo, fra massi, terreno morenico e radi larici, fino al fondo della piana, puntando alla grande morena davanti a noi. Dopo un primo tratto di salita sul filo della morena, a 2000 metri dobbiamo prestare attenzione ad un bivio, perché l’Alta Via ed il Sentiero Glaciologico si separano. Prendiamo a destra, tagliando il fianco della morena ed incontrando diversi cartelli e targhe che raccontano la storia del ghiacciaio della Ventina. Per un buon tratto restiamo a poca distanza dal ramo principale del torrente, poi ce ne allontaniamo; su un sasso levigato troviamo un cordiale “Benvenuti”. Iniziamo a salire più decisamente, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi; possiamo osservare, alla nostra sinistra, la scura parete della grande morena solcata da numerosi smottamenti. Raggiunto, poi, un masso sul quale è segnata una grande freccia bianco-rossa, a quota 2160, dobbiamo prestare attenzione: anziché procedere, salendo diritti, nella direzione della freccia e dei segnavia rosso-bianco-rossi, dobbiamo volgere a destra, seguendo due bolli rossi. Oltre i bolli, non troviamo più segnali, se non qualche ometto, ma il sentiero è abbastanza evidente. In alto, davanti a noi, il ghiacciaio non si vede più, perché è nascosto da una grande placca di roccia. La salita ci porta proprio ai piedi di questa placca, e qui prendiamo a destra, fino a guadagnare il filo di una piccola morena secondaria, che poi seguiamo per un breve tratto, piegando quindi di nuovo a destra e salendo sul filo di una seconda piccola morena. Alcuni ometti ci indicano la direzione da tenere. Saliamo per un tratto e prendiamo di nuovo a destra: finalmente il ghiacciaio riappare, ed ora non abbiamo più dubbi sulla direzione da tenere per raggiungere la sua fronte del ghiacciaio (m. 2225).


Vedretta della Ventina

I rifugi possono essere punto d'appoggio per diverse soluzioni escursionstiche. Un pannello vicino al rifugio Gerli-Porro illustra le caratteristiche di una di queste, il sentiero glaciologico Vittorio Sella, che si sviluppa su una lunghezza di 3,5 km, comporta un dislivello totale: 175 m ed un tempo di percorrenza di 1 ora e 30 minuti (difficoltà: E).
Qualche nota di presentazione permette di apprezzare meglio il significato di questo percorso.
Nel 1884 la “Guida alla Valtellina”, edita a cura della sezione Valtellinese del CAI, presentava l’escursione al lago Piròla in questi termini: “Una gita facile e breve da Chiareggio conduce per la Valle Vantina, a sud-ovest, al lago Pirola. Si attraversa prima il Mallero (màler) al di sotto del punto di congiunzione tra i due torrenti di Valle Ventina e Valle delle Disgrazie, e si sale lungo il fianco destro della Valle Ventina per un sentiero assai comodo. Arrivati all’alpe Ventina (alp de la venténa), dove termina l’immenso ghiacciaio che porta lo stesso nome, si abbandona la valle, salendo a sinistra fino al lago...
Se oggi raggiungiamo l’alpe Ventina ed il punto di partenza del sentiero per il lago, non possiamo non restare perlomeno sorpresi da questa descrizione: non vediamo un immenso ghiacciaio, ma solo un ghiacciaio di dimensioni ridotte, la cui fronte è parecchio più arretrata rispetto al punto in cui siamo. È passato più di un secolo, e nel frattempo il ghiacciaio della Ventina (questo è il suo nome; "védrècia de la venténa") ha subito un clamoroso processo di ritiro (processo, c’è da dire, iniziato già prima, ed intervallato da pause).
Difficile capirne fino in fondo i motivi. Certo è che le modificazioni climatiche hanno giocato, e giocheranno sempre di più, in futuro, un ruolo determinante. È stata, infatti, formulata la previsione secondo la quale l’innalzamento della temperature media del pianeta, conseguenza dell’aumento della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera, porterà, intorno al 2050, alla scomparsa di tutti i ghiacciai alpini al di sotto dei 3500 metri.
Fatto sta che, dopo la cosiddetta piccola età glaciale, che ha interessato, pressappoco, i tre secoli compresi fra il 1550 ed il 1850 (e che molto probabilmente ha determinato un’espansione del ghiacciaio, che ha raggiunto la posizione più avanzata nel 1600), il ritiro è iniziato nell’Ottocento. La prima rilevazione, del 1815, di L. Marson, ne colloca la fronte là dove oggi inizia la grande morena, al termine della spianata che ospita i rifugi Gerli-Porro e Ventina. Nella seconda metà dell’ottocento, stando a quello che troviamo nella Guida alla Valtellina, l’arretramento non doveva essere stato particolarmente marcato. Poi, la rilevazione del 1920 fa segnare, rispetto a quella del 1815, un regresso di 180 metri. La tendenza si inverte negli anni Venti del Novecento, ma dal 1928 riprende la serie dei regressi. Nel 1953 la fronte regredisce di 70 metri, nel 1964 addirittura 131; nel 1965 di 90 e nel 1966 di 81 metri. Dopo il regresso del 1970, nuova inversione di tendenza: negli anni Settanta ed Ottanta si ha un’avanzata, per quanto modesta (circa 100 metri complessivi). Poi, di nuovo regresso.
Oggi, grazie al sentiero glaciologico Vittorio Sella (istituito nel 1992 dal Servizio Glaciologico Lombardo e dedicato a Vittorio Sella, alpinista, esploratore e pioniere della fotografia alpina), è possibile un incontro ravvicinato con questo ghiacciaio, e soprattutto, grazie ad una serie di targhe poste nei punti in cui la fronte si è attestata in diversi anni, è possibile rendersi conto delle tappe e delle dimensioni del suo ritiro. Lo possiamo fare, oltretutto, con un’escursione di impegno modesto, ma di grande interesse e suggestione.


Vedretta della Ventina

Dobbiamo procedere nella direzione indicata dal pannello sopra citato e seguendo le indicazioni per il passo di Ventina (pas de la venténa, m. 2675), che permette di scendere in Val Sassersa (val de sasèrsa), seguendo il percorso della seconda tappa dell’Alta Via della Valmalenco (la quale parte dal rifugio Bosio e si conclude proprio ai rifugi Gerli-Porro). Un cartello, appena sotto quello per il passo di Ventina, indica il Sentiero Glaciologico Vittorio Sella, numerato 323, e dà il Ghiacciaio del ventina ad un'ora e mezza. Passiamo, dunque, proprio sotto il rifugio Ventina e, sfruttando un ponticello, scavalchiamo un ramo del torrente che scende proprio dal ghiacciaio. Su un grande masso accanto al ponticello è posto il cartello che segnala la posizione più avanzata della fronte raggiunta in epoca storica, forse nel XVII secolo. Con uno sforzo di immaginazione, proviamo a raffigurarci l’intera valle che ci sta di fronte occupata da un’immane massi di ghiaccio.
Scavalcato, su un ponticello, un secondo ramo del torrente, proseguiamo, fra massi, terreno morenico e radi larici, seguendo i segnavia (ce ne sono di diversi tipi: i triangoli gialli dell’Alta Via, le bandierine rosso-bianco-rosse e bianco-rosse, ma anche strisce di color blu). Terminata la piana, cominciamo a salire in direzione del filo della grande morena principale, ben visibile, sulla parte sinistra della valle.
Dopo un primo tratto di salita, a 2000 metri dobbiamo prestare attenzione ad un bivio, perché l’Alta Via ed il Sentiero Glaciologico si separano. La prima prosegue guadagnando il filo della morena e percorrendolo quasi interamente, prima di puntare, con una salita ripida, al passo Ventina, mentre il secondo prende a destra, tagliando il fianco del versante che scende dalla morena, e portandosi verso il centro della valle. Per non sbagliare, teniamo presente che, su due distinti grandi massi, troviamo due frecce, una prima senza specificazioni, verso destra, che indica il Sentiero Glaciologico, una seconda con la scritta “Passo Ventina”, che indica l’Alta Via”. Il Sentiero Glaciologico, nel punto di separazione, è segnalato da strisce blu (più avanti anche da sbiaditi segnavia rosso-bianco-rossi e da bolli rossi).
Incontriamo, quindi, due cartelli, che segnalano la posizione della fronte nel 1895 e nel 1910. Più avanti, quattro targhe su quattro successivi massi segnalano la posizione della fronte nel 1920, nel 1932, nel 1941 e nel 1956. Il ghiacciaio ci sta proprio di fronte, ancora lontano, sovrastato dal pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226). Ne vediamo, per la verità, solo la parte terminale. Si tratta di un tipico ghiacciaio alpino, costituito da un’unica lingua glaciale che scende sul fondovalle.
Se guardiamo alla nostra destra, vedremo, incassato fra ripide pareti di roccia, un piccolo ghiacciaio pensile, che sta sospeso sopra un grande salto. Si tratta del ghiacciaio della Vergine, che è di tipo pirenaico, cioè più piccolo e rinserrato fra versanti rocciosi. C’è anche un’antica leggenda, ben nota a Chiareggio, legata al suo nome (è riportata nell'articolo "La leggenda della vergine del Disgrazia", di Pepino Giorgetta, in "La Valtellina", Sondrio, marzo 1934). Parla di una Vergine che venne, un giorno, fra queste montagne, salì dall’alpe Ventina verso i bastioni rocciosi del suo versante occidentale, dominato dal monte Disgrazia, lasciando dietro di sé i suoi verdi veli, che divennero tanti larici, e le lacrime del suo pianto, che divennero rivoli gorgoglianti. Salì sempre più in alto, fra le nevi perenni, finché fu rapita per sempre dalla montagna. Il canalone per il quale salì venne da allora chiamato “Canalone della Vergine” (canalùm de la vèrgina), le nevi fra le quali si perse “Ghiacciaio della Vergine”. La leggenda vuole che nessun uomo possa risalire questo canalone e mettere piede sul ghiacciaio se nella sua mente vi è il pensiero di altra donna che non sia questa Vergine purissima: ogni altro pensiero lo respinge indietro, con dense nubi che gli fanno perdere l’orientamento e scariche di ghiaccio che lo trascinano in basso. E le donne devote di Chiareggio pregano sempre la Vergine perché le protegga. Noi non ci spingeremo certamente tanto in alto, per cui non corriamo alcun pericolo se il pensiero cade su qualche persona cara di sesso femminile.
Per un buon tratto restiamo a poca distanza dal ramo principale del torrente, poi ce ne allontaniamo; su un sasso levigato troviamo un cordiale “Benvenuti”. Iniziamo a salire più decisamente, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi; possiamo osservare, alla nostra sinistra, la scura parete della grande morena solcata da numerosi smottamenti. Raggiunto, poi, un masso sul quale è segnata una grande freccia bianco-rossa, a quota 2160, dobbiamo prestare attenzione: anziché procedere, salendo diritti, nella direzione della freccia e dei segnavia rosso-bianco-rossi, dobbiamo volgere a destra, seguendo due bolli rossi. Oltre i bolli, non troviamo più segnali, se non qualche ometto, ma il sentiero è abbastanza evidente. In alto, davanti a noi, il ghiacciaio non si vede più, perché è nascosto da una grande placca di roccia.
La salita ci porta proprio ai piedi di questa placca, e qui prendiamo a destra, fino a guadagnare il filo di una piccola morena secondaria, che poi seguiamo per un breve tratto, piegando quindi di nuovo a destra e salendo sul filo di una seconda piccola morena. Alcuni ometti ci indicano la direzione da tenere. Saliamo per un tratto e prendiamo di nuovo a destra: finalmente il ghiacciaio riappare, ed ora non abbiamo più dubbi sulla direzione da tenere per raggiungere la sua fronte.
Ci ritroviamo, alla fina, a sinistra di uno sperone di ghiaccio ricoperto di materiale, che costituisce il punto più basso del ghiacciaio (nell’agosto del 2006; ma il ghiacciaio ha la sua vita, e forse anche la sua morte, per cui le cose cambiano). Eccoci, infine, al cospetto dell’attuale fronte della "védrècia de la venténa" (o "ventìna"), a 2225 metri. Nella sua parte di destra esso mostra un salto, sotto il quale si intuisce una sorta di piccola grotta. Dai suoi recessi il ghiacciaio lascia defluire numerosi rivoli che si incontrano e scendono a valle con impeto, nei diversi rami del torrente (acqua de la venténa).


Vedretta della Ventina

Non vi è luogo nel quale si capisca meglio che il ghiacciaio è vivo di questo. L’immagine spontanea che ne abbiamo, quella cioè di una massa compatta di ghiaccio, una sorta di immenso ghiacciolo, non potrebbe essere più falsa. Intuiamo, qui, i suoi segreti cunicoli, e l’acqua che vi scorre, come il sangue nelle vene, ed i movimenti delle grandi placche che si assestano e riassestano, come muscoli intorpiditi che periodicamente si scuotono, e le fessure che lo percorrono, come giunture ed articolazioni. Ci pare di sentire, quasi, la sua paura, paura di animale che si ritira, si rintana, indietreggia verso più alte e sicure quote, là dove sente essere la sua più autentica dimora. Sentiamo, quasi, il suo lento dissanguarsi, nel gorgogliare irridente delle gelide acque. Un po’ per rispetto, un po’ per prudenza, evitiamo di mettere piede sul suo corpo, e prendiamo la via del ritorno.
La distruzione del ponticello che serviva a passare sull’altro lato del torrente e la problematicità del guado ci consigliano di lasciar perdere il ramo del sentiero glaciologico che scende sul lato opposto della valle (cioè su quello occidentale) e di tornare per la medesima via di salita (consiglio che troviamo scritto anche nel pannello segnaletico nei pressi dei rifugi Gerli-Porro).
Dopo circa tre ore, o poco meno, dalla partenza da Chiareggio, eccoci, dunque, di nuovo alla piana dei rifugi Gerli-Porro e Ventina. Il dislivello complessivo superato non è eccessivo: 640 metri circa.

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Alpe di Zocca

ALPE ZOCCA ED ALPE SENTIERI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiareggio-Rifugi Gerli-Porro e Ventina-Alpe Zocca-Alpe Sentieri-Chiareggio
3 h e 30 min.
850
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965). Poco oltre il rifugio, sulla destra, troviamo un ponte in legno che ci porta sul lato opposto del torrente Ventina, a ridosso del versante boscoso. Seguendo la segnalazione di un cartello, imbocchiamo il sentiero segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e da bolli gialli che sale deciso nel bosco verso ovest con diversi tornantini. A quota 2090 raggiungiamo una pianetta ed il sentiero volge a sinistra, uscendo alla macchia, con andamento quasi pianeggiante. Qui viene intercettato da un sentierino che proviene da sinistra, e riprende a salire gradualmente, svoltando a destra. Raggiungiamo, così, il limite meridionale dell’alpe Zocca (m. 2180), passando a sinistra di un'ampia conca. Superate alcune formazioni rocciose, sulla sua destra, il sentiero passa a sinistra di una seconda e più ampia piana. Il sentiero passa a sinistra di una baita (m. 2198), prima di attraversare una sorta di porta che dà accesso alla parte terminale dell’alpe. Raggiunto il limite dell’alpe, cominciamo a scendere, oltrepassando una pozza. Dobbiamo stare attenti, poi, a non scendere diritti per l’invitante corridoio erboso che ci sta davanti: dobbiamo piegare a destra, seguendo i segnavia. Passiamo a destra di un'ampia radura, pieghiamo a destra e dopo una svolta a sinistra, scendiamo fino al limite dell’alpe Sentieri (m. 2031). Scendiamo, quindi, alle baite più basse, in una splendida conca di prati; oltre l’ultima baita un ometto di pietre bianche indica la ripartenza del sentiero, che, dopo una svolta a destra, scende con alcuni tornantini fino ad una radura (m. 2015), che percorriamo interamente. Al termine della radura, dobbiamo stare attenti a non proseguire in piano, ma a scendere, sulla sinistra, seguendo i segnavia ed iniziando una lunga serie di tornantini. La discesa termina poco sotto quota 1700, sulla ganda del torrente della Val Sissone, che attraversiamo su un ponte di legno. Il sentiero, quindi, prende a destra ed intercetta la pista che si addentra in Val Sissone. La seguiamo verso destra e raggiungiamo il ponte sul Mallero, oltre il quale la pista attraversa la pineta di Pian del Lupo e ci riporta al parcheggio di Chiareggio.


Apri qui una panoramica dell'alta Valmalenco dall'alpe Zocca

Una seconda possibilità escursionistica è costituita dalla salita all'alpe Zocca e Sentieri con ritorno diretto a Chiareggo, anello interessante e relativamente poco frequentato (si consiglia, quindi, per gli amanti della montagna solitari). Poco a monte del rifugio Gerli-Porro troviamo un ponte in legno che ci porta sul lato opposto del torrente, a ridosso del versante boscoso. Qui un cartello segnala la partenza del sentiero (numerato 324) per l’alpe Zocca (data a 50 minuti) e l’alpe Sentieri (data ad un'ora e 20 minuti), dalla quale possiamo scendere a Chiareggio (2 ore e 40 minuti). Il sentiero parte a pochi metri (è quello che sale deciso nel bosco, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi e da bolli gialli, non quello che procede pianeggiante sul limite dei prati dell’alpe). Per un buon tratto non ci dà respiro: si arrampica, con serrati tornantini, nel bosco di larici, in direzione ovest; durante qualche sosta, possiamo dare un’occhiata al versante orientale della Val Ventina, che ci propone, da sinistra, il Torrione Porro (m. 2435), la depressione del bocchel del Cane (m. 2541), la punta Rosalba (m. 2803), l’imponente e massiccia cima del Duca (m. 2968), il passo Ventina (m. 2675) e la piramide regolare e scura del pizzo Rachele (m. 2998); restano, invece, nascosti, sulla destra, il ghiacciaio della Ventina ed il pizzo Cassandra.


Val Ventina

A quota 2090 raggiungiamo una pianetta ed il sentiero volge a sinistra, uscendo alla macchia, con andamento quasi pianeggiante. Qui viene intercettato da un sentierino che proviene da sinistra, e riprende a salire gradualmente, svoltando a destra. Raggiungiamo, così, il limite meridionale dell’alpe Zocca, e comprendiamo anche il motivo di tale denominazione: il sentiero passa, infatti, leggermente alto (siamo a quota 2180) rispetto ad una conca che si stende alla sua sinistra. Si tratta del fondo di un laghetto interrato, che è diventato terreno di torbiera.
Superate alcune formazioni rocciose, sulla sua destra, il sentiero passa a sinistra di una seconda e più ampia zocca, il cuore dell’alpe, un luogo che dire incantevole è dir poco. Non ci si può non sedere di fronte a questa splendida conca verde, ad assaporare il profondo silenzio ed il suggestivo panorama. Non si vedono più, a destra, il passo Ventina (pas de la venténa) ed il pizzo Rachele, ma, in compenso, possiamo ammirare, a sinistra, la punta di Fora (m. 3363) e la triade dei pizzi Tramoggia (piz di tremögi, m. 3441) e Malenco (m. 3438) e della Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico).


Alta Valmalenco

Il sentiero prosegue e passa a sinistra di una baita (m. 2198), prima di attraversare una sorta di porta che dà accesso alla parte terminale dell’alpe. Si apre, davanti a noi, anche lo stupendo scenario della Valle del Muretto, presidiata, a sinistra, dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214). Dopo essere passati a monte di una terza zocca, più piccola, raggiungiamo una grande baita diroccata, con la scritta “Museo Valmalenco”.
Raggiunto il limite dell’alpe, cominciamo a scendere, oltrepassando una pozza. Dobbiamo stare attenti, poi, a non scendere diritti per l’invitante corridoio erboso che ci sta davanti: dobbiamo piegare a destra, seguendo i segnavia. In generale, non pensiamo mai di scendere a vista per i boschi: finiremmo sopra salti rocciosi insormontabili. Nella discesa, passiamo a destra di un’ampia radura, sul cui fondo appare, bellissima, la parte settentrionale della testata della Val Sissone (val de sisùm), con il monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, in Valmalenco; m. 3331) e le cime di Rosso (m. 3366) e di Vazzeda (m. 3301). Poi il sentiero, per un breve tratto, piega a destra e, sul fondo, davanti a noi, scorgiamo, per pochi istanti, il caratteristico tetto rosso dei rifugi Gerli-Porro.


Apri qui una panoramica sulla Val Ventina dal sentiero

Dopo una svolta a sinistra, scendiamo fino al limite dell’alpe Sentieri (alp di sèntée, m. 2031), incorniciata dall’intera testata della Val Sissone: ecco quindi apparire, a sinistra del monte Sissone, la piramide della punta Baroni (m. 3203) e, alla sua sinistra, le cime di Chiareggio centrale (m. 3107) e sud-orientale (m. 3093). Si vedono anche, più a sinistra ancora, il passo di Mello (buchèl de san martìn, o martìgn, m. 2992) ed uno scorcio del monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431). Alle nostre spalle, invece, della Val Ventina resta solo una finestra piccolissima, che mostra il Torrione Porro emergere dai larici che delimitano l’alpe.
Scendiamo, quindi, alle baite più basse, in una splendida conca di prati; oltre l’ultima baita un ometto di pietre bianche indica la ripartenza del sentiero, che, dopo una svolta a destra, scende con alcuni tornantini fino ad una radura (m. 2015), che percorriamo interamente; di fronte a noi, i pizzi Tremoggia e Malenco e la Sassa d’Entova. Al termine della radura, dobbiamo stare attenti a non proseguire in piano, ma a scendere, sulla sinistra (seguiamo sempre i segnavia; in questo caso ne vediamo uno, sbiadito, sul tronco di un albero).
Inizia, ora, una lunga discesa nella quale inanelliamo una serie che ci sembra interminabile di tornantini. A quota 1920 si congiunge al nostro sentiero un sentierino che proviene da destra. A quota 1720 intercettiamo un sentiero che proviene da sinistra, e continuiamo a scendere. Il rumore del torrente che scende dalla Val Sissone si fa sempre più fragoroso. La discesa termina poco sotto quota 1700, sulla ganda del torrente della Val Sissone, che attraversiamo su un ponte di legno. Il sentiero, quindi, prende a destra ed intercetta la pista che si addentra in Val Sissone, in corrispondenza di un cartello che indica, nella direzione dalla quale proveniamo, la deviazione per l’alpe Sentieri. Non ci resta che percorrere la pista verso destra, fino a raggiungere il ponte sul Mallero. Attraversata, poi, la pineta di Pian del Lupo (cattiva trasposizione in italiano di cià lla lòp, o ciàn de la lòp, vale a dire il piano della loppa, o lolla, materiale di scarto derivato dalla cottura del ferro: niente a che fare con i lupi, dunque!), ci ritroviamo al parcheggio di Chiareggio, nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Questo anello, che comporta un dislivello complessivo di 850 metri, richiede approssimativamente 3 ore e mezza di cammino.

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SENTIERO DEL LARICE MILLENARIO, LAGO PIROLA E TORRIONE PORRO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiareggio-Rif. Gerli-Porro-Larice millenario-Torrione Porro-Lago Pirola-Alpe Pirola-Alpe Zocche-Chiareggio
5 h
930
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965). Poco oltre il rifugio, sulla sinistra, troviamo il cartello che segnala la partenza del sentiero per il lago Pirola. Il sentierino sale molto ripido, in una macchia di pini mughi, in direzione est-sud-est, fino ad una quota di circa 2030 metri. Qui la pendenza si fa meno severa: approdiamo, infatti, ad un versante più dolce, e proseguiamo salendo verso est, dapprima fra grandi massi, poi fra radi larici. Passata una valletta, troviamo un cartelli, "Larice millenario", che segnala, a destra, poco sotto, il larice millenario (m. 2160). Piegando verso sinistra (direzione nord-est) ci avviciniamo salendo alla soglia dei 2320 metri, attraverso la quale accediamo all’altipiano del lago Pirola. Appena prima della soglia, vediamo, su due massi, l’indicazione “Lago”, sulla destra, e “Torione”, sulla sinistra. Andiamo a sinistra seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci portano sul filo del crinale e ci guidano nel superamento di una un piccolo passaggio che ci impone, senza eccessiva difficoltà, qualche elementare passo di arrampicata. Poi, il sentiero sale facile e pacato ai 2435 metri della cima del Torrione Porro. Ridiscesi al bivio, dobbiamo salire seguendo le indicazioni per il lago, fino ad un secondo bivio: le indicazioni di sinistra si riferiscono al percorso che conduce al lago Pirola, mentre quelle di destra al percorso che sale al bocchel del Cane. Andiamo a sinistra ed effettuiamo una diagonale che scende, diretta, verso il limite orientale del lago (direzione nord-est), che ora comincia ad appare, in tutta la sua ampiezza, alla nostra sinistra. Questo percorso si districa, con una certa fatica, in una fascia di grandi massi, e oltrepassa anche un passaggino che richiede un po’ di attenzione. Il sentierino raggiunge quindi un versante erboso e piega a sinistra (ovest), raggiungendo il camminamento della diga di sbarramento del lago Pirola. Raggiunto il suo limite, passiamo a destra della casa (chiusa) dei guardiani dello sbarramento e scendiamo in diagonale verso destra, tagliando le roccette affioranti ed i magri pascoli a valle del bastione roccioso;, superata una prima baita, raggiunge i prati dell’alpe Pirola (m. 2096). Due frecce molto evidenti, su due massi, con la scritta “Alpe Zocche – Chiareggio” indirizzano al limite basso dei prati, dove troviamo il sentiero che, con fondo buono, scende in un bel bosco di larici, verso sud, fino a tagliare, da sinistra a destra, il torrentello, che forma, a monte, un’altra bella cascata. I segnavia ci accompagnano sempre nella discesa. Dopo una radura ed un tratto con corde fisse, scendere ai prati dell’alpe Zocche (alp di zòchi, m. 1775). Pieghiamo a sinistra, in direzione della baita sul bordo dei prati: qui il sentiero riparte, prendendo inizialmente a destra, per poi piegare a sinistra, effettuando l’ultima diagonale che ci riporta al ponte di Chiareggio.


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Nel 1884 la “Guida alla Valtellina”, curata da Fabio Besta ed edita a cura della sezione Valtellinese del CAI, presentando le più importanti opportunità escursionistiche offerte dalla Valmalenco, vi includeva l’escursione al lago Piròla, descritta in questi termini: “Una gita facile e breve da Chiareggio conduce per la Valle Vantina, a sud-ovest, al lago Pirola. Si attraversa prima il Mallero (màler) al di sotto del punto di congiunzione tra i due torrenti di Valle Ventina e Valle delle Disgrazie, e si sale lungo il fianco destro della Valle Ventina per un sentiero assai comodo. Arrivati all’alpe Ventina (alp de la venténa; nel 1544: "alpis de leventina"), dove termina l’immenso ghiacciaio che porta lo stesso nome, si abbandona la valle, salendo a sinistra fino al lago, che giace in un altopiano, da cui si scorge Chiareggio e il passo del Muretto (pas de mürét, l'antico monte dell'Oro), con gran parte della Valmalenco. Questo lago è notevole per l’abbondanza di pesci, la profondità del fondo, e la ripidezza delle sponde, sicché presenta l’aspetto di un gran crepaccio ripieno d’acqua”.


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Alcune cose, da allora, sono cambiate. La Valle delle Disgrazie ha un nome meno sinistro (Val Sissone, val de sisùm), l’itinerario di salita in Val Ventina (val de la venténa) è diverso, il punto di arrivo nella valle, da cui parte la salita al lago, non è più il limite inferiore del ghiacciaio, che si è, di molto, ritirato, ma è sede di due rifugi, il Gerli-Porro ed il Ventina, ed infine uno sbarramento sul versante nord-occidentale del lago ha innalzato il livello massimo potenziale delle acque, che vengono sfruttate per la produzione di energia idroelettrica.
Mutamento di non poco conto, che tuttavia non tolgono la sostanza del fascino connesso con la visita all’ampio altipiano che ospita il lago. Un’escursione che ha, fra gli altri pregi, quello della non eccessiva difficoltà ed impegno fisico e che si presta ad alcune interessantissime varianti.


Apri qui una fotomappa del bacino del lago Pirola

Per effettuare l'escursione, saliamo, seguendo il percorso sopra esposto, da Chiareggio alla Val Ventina. Sul tratturo, come già detto, ci sono solo due tornanti, l'uno consecutivo all'altro, sx e dx. Appena dopo il tornante destrorso troviamo, su un masso alla nostra sinistra, l'indicazione che segnala la partenza del sentiero per il lago Pirola: potremmo seguirlo per raggiungere la nostra meta, oppure sfruttarlo per il ritorno. Esso porta al lago, come quello che parte dal ponte di Chiareggio, passando per la panoramica alpe Pirola (alp o curt de la piröla). Raccontiamo, invece, l’itinerario che procede in senso inverso. Continuiamo, dunque, a salire verso i rifugi dell'alpe Ventina. La pista attraversa una fascia di materiale franoso, che scende da un evidente canalone posto in alto, a sinistra. Alla sua destra, il profilo scuro del Torrione Porro, di cui torneremo a parlare.


Apri qui una fotomappa del Sentiero del Larice millenario

Proseguiamo, trovando, alla nostra sinistra, un secondo sentiero, segnalato, per il lago Pirola (sigla LP): si tratta di un sentiero che si congiunge con quello che parte più in basso.
Al termine del tratturo, ci troviamo di fronte i rifugi Gerli-Porro e Ventina. Più o meno a metà strada fra i due rifugi, sulla sinistra (cioè verso il monte), troviamo, segnalata da due cartelli, la partenza del sentierino che si inerpica sul fianco montuoso che ci separa dall’ampio altipiano del lago Pirola. I cartelli indicano le due direttrici escursionistiche cui il sentiero introduce: quella per il bocchel del Cane, Lagazzuolo e S. Giuseppe (complessive 4 ore) e quella, che ci interessa, per il Torrione Porro, il lago Pirola e Chiareggio (anche in questo caso, 4 ore complessive). Viene segnalato anche il sentiero del Larice millenario, che coincide per buona parte cin quello per il Torrione Porro o il lago Pirola. Prima di iniziare la salita, guardiamo in alto, a sinistra: visto da qui, il Torrione Porro mostra il suo ardito salto roccioso occidentale. la domanda sorge spontanea: come si fa a ragiungerne la vetta? lasciamola, per ora, in sospeso.
Il sentierino sale molto ripido, in una macchia di pini mughi, in direzione est-sud-est, fino ad una quota di circa 2030 metri. Qui la pendenza si fa meno severa: approdiamo, infatti, ad un versante più dolce, e proseguiamo salendo verso est, dapprima fra grandi massi, poi fra radi larici. Alla nostra destra, particolarmente bello è il colpo d’occhio sulla Val Ventina; sul suo fondo distinguiamo facilmente l’ampia curva della vedretta della Ventina, sovrastata dal pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226); alla loro sinistra si mostra, scura ed imponente, la piramide del pizzo Rachele. In primo piano, in alto, sulla destra, incombe, invece, il severo versante settentrionale della cima del Duca.
Passata una valletta, troviamo un cartello, "Larice millenario", che segnala, a destra, poco sotto, un larice millenario (m. 2160), sotto cui è stato posto il cartello "1000". Si tratta di un esemplare straordinario, la cui datazione ne fa risalire l'origine all'anno 1007. Sembra incredibile, ma questo albero vede la luce quando la civiltà europea si trova ancora nel cuore del Medio-Evo, alla svolta decisiva dell'anno Mille, quando, fugate le paure per la fine del mondo ipotizzata dalle profezie del "mille e non più mille", la storia esce dalle ombre dell'alto Medio-Evo e prepara la fioritura del basso Medio-Evo.
Lontano dai clamori della storia e della cronaca, cresce per dieci secoli sopravvivendo ad eventi epocali ed a decine di generazioni. Ha perso gran parte della sua chioma, ma pare goda ancora di salute discreta. Così come gode di un ragguardevole primato: è il più vecchio fra gli alberi italiani di cui è stata rilevata la datazione, ed uno dei più vecchi in Europa.
Gran bella soddisfazione, con un unico cruccio: avrà sentito certamente molti escursionisti parlare del mitico monte Disgrazia, che se ne sta appena là, sul lato opposto della valle, ma lo ha dovuto solo immaginare, perché da qui ancora non si vede, nascosto com'è dal pizzo Ventina (o meglio, si intravvede solo uno scorcio della Punta Kennedy).


Il Larice millenario (al centro dell'immagine) e la Val Ventina

Nella zona sono presenti diversi altri vegliardi verdi, larici secolari che non possono competere con il patriarca, ma hanno comunque età da primato. Ulteriore elemento di interesse è l'altitudine di questa macchia di larici straordinari, che sfiora i 2200 metri. Ciò prova che nel Medio-Evo e forse fino al Seicento la temperatura media delle Alpi era piuttosto elevata e consentiva la colonizzazione di zone così alte. Poi il brusco calo delle temperature dal Seicento all'Ottocento, nella cosiddetta Piccola Età Glaciale, determinò un abbassamento del limite del bosco. In alcune zone, però, il bosco si è diradato, ma non è scomparso, come in Val Ventina.


La fascia dei larici secolari e del larice millenario

Piegando verso sinistra (direzione nord-est) ci avviciniamo alla soglia dei 2320 metri, attraverso la quale accediamo all’altipiano, che si apre di fronte a noi in tutta la sua solitaria bellezza: ovunque, massi color ocra, fra i quali solo qualche rara isola di pascolo testimonia la presenza di una qualche forma di vita. Davanti a noi, sul lato opposto, la ben visibile depressione del Bocchel del Cane (buchèl del caa(n), m. 2551), il valico per il quale si può scendere in Val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra) e, passando per il laghetto di Lagazzuolo, a San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp). Sulla sinistra della sella, distinguiamo la formazione rocciosa che richiama la testa di un cane, a cui si deve la denominazione del passo. A destra del valico, invece, si impongono i corrugati versanti della punta Rosalba e della cima del Duca.


Lago Pirola

Appena prima della soglia, vediamo, su due massi, l’indicazione “Lago”, sulla destra, e “Torione”, sulla sinistra. La prima si riferisce all’itinerario classico che porta al lago Pirola, mentre la seconda segnala un itinerario secondario, ma non meno interessante, che porta alla cima del Torrione Porro. Se guardiamo in direzione di questa seconda indicazione, cioè verso sinistra, non vediamo nient’alto se non una poco pronunciata elevazione, alla quale conduce un facile crinale. Nulla che suggerisca l’idea di un torrione. In realtà proprio quello è il Torrione Porro, che mostra, dalla piana dell'alpe Ventina, un bel più ardito profilo. Il suo nome locale, però, non ha attinenza con quello di origine alpinistica: viene chiamato, infatti, "el castèl" o "sasa del gaiùm".
La salita al torrione richiede solo un allungamento di mezzora nei tempi complessivi dell’escursione: da non perdere, dunque. Pieghiamo, quindi, a sinistra, seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci portano sul filo del crinale e ci guidano nel superamento di una un piccolo passaggio che ci impone, senza eccessiva difficoltà, qualche elementare passo di arrampicata. Poi, il sentiero sale facile e pacato ai 2435 metri della cima. Qui troviamo un tempietto ed una targa posta alla memoria di Bruna Forni. Maria Grazia Moroni e Bruno Gianetti, periti il 15 maggio 1966. Alla sua destra, una seconda targa, alla memoria di Ezio Bianchi, posata dagli amici dello Sci Club Alpino di Lentate sul Seveso.


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La cima è estremamente panoramica. Mettiamoci, quindi, comodi (evitando, però, di sporgerci sui salti di roccia oltre il limite del tempietto) e passiamo in rassegna le cime che si aprono di fronte al nostro sguardo, partendo da sud-ovest e procedendo in senso orario. Il punto di partenza non è scelto a caso: in questa direzione, infatti, lo sguardo incontra il possente versante nord-orientale del monte Disgrazia (m. 3678), coperto, in parte, dalla punta Kennedy (m. 3295) e dal pizzo Ventina (m. 3261). Segue la testata della Val Sissone, che propone, defilato, il monte Pioda (sciöma da piöda, m. 3431), il passo di Mello (buchèl de san martìn, o martìgn, m. 2992), la cima di Chiareggio sud-orientale (m. 3093), la cima di Chiareggio centrale (m. 3107), la cima di Chiareggio nord-occidentale o punta Baroni (m. 3203), il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330) e le cime di Rosso (m. 3366) e di Vazzeda (m. 3301). E ancora, la Val Bona (val buni), che culmina nella sella del Forno (“buchèl bas”, in passato, “la buchèta”, “buchèta del fùren” o “buchèta del fórn”, più recentemente; m. 2775), circondata dalla cima di Val Bona (m. 3033), a sinistra, e dal monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), a destra.


Laghetto in Val Pirola

Poi la valle del Muretto, con il passo omonimo (m. 2582), il monte Muretto (m. 3104) e, in primo piano, a nord, il massiccio versante meridionale della punta Fora (sasa de fura o sasa ffura, m. 3363). Proseguendo verso destra, ecco la caratteristica triade dei pizzi Tramoggia (piz di tremögi, m. 3441) e Malenco (m. 3438) e della Sassa d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), che ci nascondono buona parte dei giganti della testata della Valmalenco. Di questi, infatti, vediamo solo, in una esigua finestra, uno scorcio del pizzo Bernina (m. 4049), della Cresta Güzza (m. 3869) e dei pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3995).
Ci si mette, quindi, il monte Senevedo (m. 2561) a chiudere la visuale sull’angolo di nord-est della Valmalenco. Ai piedi del monte, vediamo, finalmente, l’ampia depressione occupata dal lago Pirola. Colpisce il l'intenso color turchese delle sue acque, che produce un singolare contrasto cromatico con le tonalità delle rocce e del paesaggio che lo circonda. Siamo, ora, al panorama orientale: qui è l’altipiano ad aprirsi di fonte a noi, con le due selle terminali, la bocchetta di Ceresone (denominazione erronea per il "buchèl del ceresùncul"), a sinistra (m. 2500) ed il bocchel del Cane (buchèl del càa(n)), a destra (m. 2551). Più a destra, le già menzionate punta Rosalba (m. 2803) e cima del Duca (m. 2968). Ed infine, il panorama meridionale, occupato dalla Val Ventina, sul cui limite di sinistra si vede appena il passo omonimo (m. 2675), e che propone, poi, il pizzo Rachele (m. 2998) ed il pizzo Cassandra (m. 3226). L’ampio giro è concluso, e ci ha ampiamente convinto della bontà di questa breve digressione.
Dobbiamo, però, tornare, ora, al percorso principale, cioè alla porta di accesso all’altipiano, scendendo dal torrione per la medesima via di salita. Tornati al bivio, dobbiamo salire seguendo le indicazioni per il lago, fino ad un secondo bivio: le indicazioni di sinistra si riferiscono al percorso che conduce al lago Pirola, mentre quelle di destra al percorso che sale al bocchel del Cane.


Pozza nella conca del lago Pirola

Seguendo le prime, dovremmo effettuare una diagonale che scende, diretta, verso il limite orientale del lago (direzione nord-est), che ora comincia ad appare, in tutta la sua ampiezza, alla nostra sinistra. Questo percorso si districa, con una certa fatica, in una fascia di grandi massi, e oltrepassa anche un passaggino che richiede un po’ di attenzione. È meglio seguire un itinerario più ampio, che ci porta alla scoperta di una perla nascosta che l’altipiano nasconde alla nostra vista. Quale? Lo vedremo.
Intanto procediamo in una direzione intermedia fra quella diretta per il lago (nord-est) e quella per il bocchel del Cane (sud-est), quindi procediamo verso est, salendo molto gradualmente e cercando il percorso meno faticoso, che sfrutta al massimo i lembi di pascolo. Restiamo, così, un po’ più alti rispetto alla grande conca di sfasciumi alla nostra sinistra, e puntiamo alla soglia di una seconda conca, che intuiamo aprirsi ai piedi di una fascia di rocce nerastre facilmente riconoscibili, davanti a noi, a metà fra la bocchetta di Ceresone ed il bocchel del Cane.
Raggiunto il limite della conca, scopriamo che si tratta di un piccolo pianoro occupato da uno splendido laghetto (m. 2373), guardato, sul fondo, da un salto di rocce nerastre e, in alto, dalla punta quotata m. 2648. Portiamoci sulla riva opposta del laghetto, quella orientale, e guardiamo verso ovest: alle spalle delle quiete acque, di un azzurro intenso, si eleva, scura, la mole familiare del monte Disgrazia, che sembra stemperare la sua severità, di fronte ad uno spettacolo così gentile. Uno scenario davvero raro. Qui la solitudine regna sovrana, e questo è uno dei luoghi in cui ci può cogliere il solengo o solastro, quel senso di profonda solitudine, che è anche malinconia, inquietudine e timore, che coglie l’uomo quando si sente come sperso in luoghi remoti, mai visti, apparentemente così lontani dagli scenari noti e familiari. Un sentimento che ci induce, forse, dopo una breve sosta, a riprendere il cammino.
Lo facciamo lasciando il lago dal lato opposto rispetto a quello dal quale l’abbiamo raggiunto, cioè verso nord. Lasciato il pianoro, ci affacciamo ad un ampio canalone occupato da pascoli a massi, dal quale scende un torrentello. Pieghiamo, quindi, a sinistra e cominciamo a scendere, lungo il canalone, tenendo il lato destro (per noi che scendiamo). Alle nostre spalle, in alto, la bocchetta di Ceresone, mentre davanti a noi ecco un nuovo colpo d’occhio di grande suggestione: il canalone muore in un dolce pianoro che porta alla riva orientale del lago Pirola (lach o lèch de la piröla), contenuto dai bastioni rocciosi di scisti anfibolitici a nord e di serpentine a sud, ed incorniciato dalle cime di Rosso e di Vazzeda. Alto sopra il lago, sulla sinistra, il Torrione Porro, con alle spalle il monte Sissone.
Nella parte bassa del canalone ci riportiamo sul lato destro del torrentello. Guardando sul ripido versante erboso alla nostra destra, vediamo un sentiero, che scende al pianoro terminale (segnavia rosso-bianco-rossi): ci siamo, infatti, ricongiunti all’itinerario segnalato dall’indicazione “Lago”. Prendiamo a destra, guadagnando rapidamente quota e tagliando il fianco erboso, fino a raggiungere il filo del bastione roccioso che costituisce il naturale sbarramento, a nord, del lago Pirola (m. 2283), che ora ci appare in primo piano, in tutta la sua bellezza. Lo percorriamo interamente, incontrando anche una piccola ed incantevole pozza, fino al camminamento dello sbarramento artificiale, che interessa solo l’ultima parte del suo bastione settentrionale. Abbiamo così chiuso un grande arco che abbraccia gran parte dell'altipiano del lago Pirola.


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Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Col Lago Pirola torniamo nelle piaghe alte (2283 m), all'alta spianata rupestre (rocce lisciate, resti di grandiose morene, frane più recenti) sopra Chiareggio, ai piedi della Cima del Duca e della Punta Rosalba, e tra gli spuntoni dei monti Senevedo, Torrione Porro e altri minori. Un altro di quei plateau abbandonati in età preistorica dai ghiacciai, a una quota troppo alta per essere colonizzati dal pascolo (qui anche, come si è già detto, per la natura sterile della roccia serpentinosa). In compenso è il regno del colore rosso-bruno caratteristico dell'aspetto superficiale di queste formazioni, sicché lo strano lago, di forma allungata e disposto ad occupare una fossa al confine tra formazioni rocciose diverse (solo escavazione glaciale o una vera e propria frattura?) fa un contrasto singolare colle sue acque profonde di un blu intenso. Peccato che una breve diga artificiale si inserisca, con il suo biancore e la linea troppo regolare, nell'irregolare dorsale che costituisce la barriera verso valle, un varco sul vuoto, oltre il quale si levano le punte gemelle della Cima di Rosso e del Monte Vazzeda. Vi si giunge per percorsi diversi, tutti piuttosto faticosi, anche se ben segnalati.


Alta Valmalenco

In ogni modo, caduto ormai in disuso un antico sentiero che saliva direttamente da Chiareggio, si deve percorrere un tratto della strada per il Rifugio Porro, staccandosene poco prima del Rifugio stesso; si può arrivare al lago anche da monte - per dir così - salendo dal piano del Ventina, tra i due rifugi, su una erta morena coperta all'inizio di mughi, poi, dopo un tratto pianeggiante di massi enormi, in un breve lari-ceto e ancora tra rocce, vallette, scarsi isolotti di prato selvatico, fino a un passaggio da cui si scende al lago. Si tratta di una meta ben nota, anche per la vicinanza ai rifugi e al centro turistico di Chiareggio, malgrado i 700 metri di dislivello da superare. Dalle vicinanze si gode una veduta eccezionale sul versante est del Monte Disgrazia e sulla valle e il Ghiacciaio del Ventina.
L'eccessiva asperità della montagna non ha consentito il collegamento tra questi ultimi sistemi lacustri del Gruppo del Disgrazia. Si può però rammentare che un non troppo difficile percorso può collegare, attraverso il Bocchel del Cane (2530 m), il Lago Pirola col Lagazzuolo; e, previa discesa fin quasi ai rifugi e risalita (non è tanto consigliabile la traversata in quota che si svolgerebbe su un sistema interminabile di «gande») al Passo Ventina (2675 m) si può passare al bacino di Sassersa. In ogni caso si tratta di percorsi fortemente panoramici, il che compensa alquanto della fatica.”


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Riprendiamo, ora, il racconto dell'escursione.
Oltre il camminamento, vediamo una bocchetta, di pochi metri più alta, raggiunta da un sentierino. L’impressione è che sul versante opposto vi sia una diversa via di discesa in Val Ventina, ma, se ci affacciamo, vediamo solo un ripido canalone. Torniamo al limite orientale del camminamento: alla nostra destra parte il sentiero che utilizzeremo per la discesa. Guidati dai segnavia, passiamo a destra della casa (chiusa) dei guardiani dello sbarramento e tracciamo una diagonale verso destra, tagliando le roccette affioranti ed i magri pascoli a valle del bastione roccioso, prima di entrare in una selva di larici. Qui il sentiero piega a sinistra e, superata una prima baita, raggiunge i prati dell’alpe Pirola (m. 2096), ove, a monte di alcune baite, possiamo osservare una bella cascata.
Ora dobbiamo scegliere fra due possibili prosecuzioni della discesa. La prima sfrutta un sentiero che riprende sul limite di sinistra (per noi) dei prati (al di là del torrentello che corre nel mezzo dell’alpe) e, tagliando il versante nord-occidentale che scende dal Torrione Porro (direzione ovest prima, sud poi), scende fino ad intercettare il tratturo che da Chiareggio sale al rifugio Gerli-Porro, poco prima del rifugio stesso (si tratta di quel sentiero che si divide, nell’ultima parte, in due rami, e di cui abbiamo parlato descrivendo la salita al rifugio). L’escursione, in questo caso, si chiude, ovviamente, sfruttando il tratturo per tornare al rifugio o scendere a Chiareggio.
Più interessante, anche se leggermente più lunga, è la discesa a Chiareggio per il sentiero che scende, in direzione nord-est, all’alpe Zocche, piegando poi a sinistra (direzione nord-est) e raggiungendo il ponte di Chiareggio nei pressi della partenza del tratturo per il rifugio Gerli-Porro (si tratta del sentiero già citato all’inizio di questa relazione). Vediamone lo sviluppo. La partenza del sentiero è segnalata da due frecce molto evidenti, su due massi, con la scritta “Alpe Zocche – Chiareggio”.
Sul limite basso dei prati troviamo, quindi, il sentiero che, con fondo buono, scende in un bel bosco di larici, fino a tagliare, da sinistra a destra, il torrentello, che forma, a monte, un’altra bella cascata. I segnavia ci accompagnano sempre nella discesa. In alcuni tratti la selva si apre e ci regala stupendi scorci sulla triade Tremoggia-Malenco-Entova. Raggiungiamo anche una splendida radura, nella quale si trovano alcune minuscole pozze, un posto incantevole, tranquillo, nel quale sicuramente non corriamo il rischio di essere presi dal solengo. Nella successiva discesa incontriamo un punto nel quale l’acqua, correndo su alcune rocce affioranti, le rende insidiose: alcune corde fisse ci agevolano nel superarlo. Guardando in basso, vediamo un suggestivo scorcio di Chiareggio. Poi, per un tratto, il sentiero corre a ridosso di alcuni rocciosi, prima di piegare leggermente a sinistra e scendere ai prati dell’alpe Zocche (alp di zòchi, m. 1775), altro luogo decisamente incantevole e bucolico. All’alpe giunge anche, da destra, un sentiero che proviene dall’alpe Parolina, posta più ad oriente.
Noi, invece, dobbiamo tagliare a sinistra, in direzione della baita sul bordo dei prati: qui il sentiero riparte, prendendo inizialmente a destra, per poi piegare a sinistra, effettuando l’ultima diagonale che ci riporta al ponte di Chiareggio. Questo anello comporta, nella versione ampia che comprende la salita al Torrione Porro, un dislivello in salita approssimativo di 930 metri, e richiede circa 5 ore di cammino.


Apri qui una fotomappa della Val Ventina

È interessante, infine, leggere il racconto della salita al lago Pirola effettuata da Bruno Galli Valerio, naturalista ed alpinista che molto amò queste montagna, il 27 agosto 1904: “Verso le tre, passiamo sulla riva destra del Mallero e cominciamo a salire per un sentiero ripidissimo a zig-zag lungo il torrente che scende dall'alpe Pirola. L'alpe Pirola è abbandonata. Per lei è cominciato il sonno invernale. Risalendo attraverso pascoli, raggiungiamo una cresta: sotto di noi, a picco appaiono le acque azzurro cupo del lago Pirola (2427 m.). Il vento le increspa e si sente il rumore dell'acqua che batte contro le roccie. Sulla nostra sinistra, le gande salgono ai passi del Ceresone e del Can, al di là del quale si vede una piccola vedretta. Davanti a noi sta imponente, il Disgrazia. A destra, la vedretta del Vazzeda, la Cima di Rosso e il Monte del Forno. Un bel quadro, incorniciato da una splendida cornice. Per una costa scivolosa di fieno selvatico, raggiungiamo l'estremità del lago che sta sotto al Bocchel del Can e seguiamo le gande della riva sud. Le ombre della sera cominciano a stendersi sul lago e diffondono un'infinita malinconia. Giunti all'estremità del lago, verso Val Ventina, ci portiamo di nuovo all'alpe Pirola e alle sei e mezzo, a Chiareggio troviamo la minestra fumante sulla tavola.” (B. Galli Valerio, Punte e Passi, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, ed. CAI, 1998).

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LA TRAVERSATA A SAN GIUSEPPE PER IL BOCCHEL DEL CANE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi Gerli-Porro e Ventina-Lago Pirola-Bocchel del Cane-Lago ed alpe di Lagazzuolo-San Giuseppe
4 h e 30 min.
590
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965). Poco oltre il rifugio, sulla sinistra, troviamo il cartello che segnala la partenza del sentiero per il lago Pirola. Il sentierino sale molto ripido, in una macchia di pini mughi, in direzione est-sud-est, fino ad una quota di circa 2030 metri. Qui la pendenza si fa meno severa: approdiamo, infatti, ad un versante più dolce, e proseguiamo salendo verso est, dapprima fra grandi massi, poi fra radi larici ed estremi lembi di pascolo. Piegando verso sinistra (direzione nord-est) ci avviciniamo alla soglia dei 2160 metri, attraverso la quale accediamo all’altipiano del lago Pirola. Appena prima della soglia, vediamo un primo bivio: su due massi, l’indicazione “Lago”, sulla destra, e “Torione”, sulla sinistra. Andiamo a destra e ci portiamo ad un secondo bivio: le indicazioni di sinistra si riferiscono al percorso che conduce al lago Pirola, mentre quelle di destra al percorso che sale al bocchel del Cane. Andiamo ancora a destra e ci avviciniamo alla rampa di sfasciumi che sale al bocchel del Cane. Seguendo con attenzione i segnavia saliamo verso sud est fino alla sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri. Scendiamo in un canalone sempre verso sud-est, poi pieghiamo a sinistra procedendo verso nord-est. Ci affacciamo al più ampio vallone sul cui fondo riposa il lago Lagazzuolo. Dopo un buon tratto, cambiamo per due volte direzione, dapprima verso destra, poi verso sinistra. Piegando infine gradualmente a destra, superiamo l'ultimo tratto della discesa in direzione sud-est, e siamo alla riva settentrionale del lago di Lagazzuolo (m. 1992). Sotto il lago alcune baite, fra cui il rifugio Lagazzuolo. Dalle baite dobbiamo scendere prendendo leggermente a destra e portandoci sul limite del bosco, dove troviamo un marcato sentiero che scende deciso su un ampio dosso nel quale culmina il versante meridionale della selvaggia Val Orsera. L'andamento complessivo è in direzione nord-est, ma nella discesa si inanella una serie cospicua di tornantini. Nell'ultimo tratto ad un traverso a sinistra ne segue uno a destra, ed eccoci, infine, fuori dal bosco, presso la riva del torrente Mallero, che scavalchiamo su un ponte. Una successiva breve salita ci porta nei pressi della chiesetta di San Giuseppe (m. 1420).

L'escursione sopra descritta può avere un esito diverso: se disponiamo di due automobili, infatti, dal lago Pirola possiamo puntare al Bocchel del Cane e di qui discendere fino a San Giuseppe, la località che si trova sulla strada Chiesa Valmalenco-Chiareggio. Si tratta di una traversata alta impegnative ed affascinante, più spesso percorsa in senso contrario.
Per effettuarla, dobbiamo salire alla conca del lago Pirola, per la via sopra descritta, oppure seguendo il sentiero che parte nei pressi dei due rifugi, segnalato da due cartelli (entrambi del sentiero 321/1), che danno il lago Pirola ad un'ora e mezza, il Torrione Porro ad un'ora e mezza, il Bocchel del Cane a 2 ore e 20 minuti e San Giuseppe a 4 ore e 50 minuti. Una volta raggiunto il oago, dobbiamo portarci alla piana a sud del medesimo; qui troviamo tre cartelli che segnalano il trivio: dal sentiero per il quale siamo saliti si scende all'alpe Ventina ed ai rifugi in 50 minuti, procedendo verso nord-est si raggiunge il lago Pirola in 20 minuti, all'alpe Pirola in 50 minuti ed a Chiareggio in un'ora e 50 minuti; procedendo verso sud-est, infine, si sale al Bocchel del Cane (su un grande masso, a poca distanza, si distingue la scritta "Boc... Cane"; i segnavia rosso-bianco-rossi segnano il percorso). Quindi non dobbiamo tagliare a sinistra, per raggiungere il sentiero che si porta allo sbarramento che chiude a nord il lago. Seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, dobbiamo, invece, procedere verso destra (direzione sud-est, poi alternativamente est e sud-est), puntando all'evidente bocchetta disegnata a sinistra della punta Rosalba (più a sinistra, cioè a nord del Bocchel del Cane, si vede un secondo invitante intaglio, la bocchetta di Ceresone, che però non serve ai nostri scopi). La salita, soprattutto nell'ultimo tratto, avviene su terreno impervio: sono i segnavia ad indicarci il tracciato più razionale, che si districa fra nevaietti e massi di dimensioni rilevanti. Non contiamo troppo sulla "fornicatio lapidum", per usare un'espressione dello scrittore romano Seneca, cioè sull'abbraccio che rinserra ciascuna pietra alle altre: non è detto che tutte le pietre su cui posiamo il piede siano stabili. L'atmosfera di questi luoghi è, comunque, unica: le rocce, dal colore rossastro, regalano un contrappunto cromatico affascinante con il blu del cielo. Alle nostre spalle, la punta Rosalba, che mostra il suo corrugato ed aspro fianco di nord-ovest, sembra degnare appena di uno sguardo scettico la presunzione degli escursionistici che osano violare luoghi riservati non ad uomini, ma ad aquile e marmotte.
Alla fine, i nostri sforzi sono coronati, e siamo alla sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri. Si tratta del punto più alto della nostra escursione, e, gustando la meritata sosta, possiamo contemplare lo scenario che fra poco si chiuderà alle nostre spalle, cioè la splendida compagine delle cime che scandiscono il fianco occidentale dell'alta Valmalenco, vale a dire, partendo da nord (alla nostra destra) il monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), la cima di Val Bona (m. 3033), le cime di Vazzeda (m. 3301) e di Rosso (m. 3366), il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330), la punta Baroni (m. 32003) e le cime di Chiareggio. Scendendo, avremo, poi, modo di vedere sempre meglio, a sinistra, la severa mole del monte Disgrazia (m. 3678), che mostra il ghiacciaio della parete nord e, sul fianco orientale, l'impressionante canalone della Vergine. Ancora più a sinistra appariranno il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226), il ghiacciaio ed il passo della Ventina (pas de la venténa), che unisce la valle omonima, nella quale scendiamo, alla val Sassersa (sono i luoghi più memorabili della seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco).
Di nuovo in cammino, procedendo verso sud-est e seguendo rigorosamente i segnavia: la pendenza, sempre severa, e la natura del terreno, disseminato di massi fra i quali spesso ci si deve districare, impongono una costante attenzione. Scendiamo seguendo un canalone e, gettando l'occhio alla nostra destra, scorgiamo un grazioso laghetto, di color turchese intenso, che se ne sta, appartato e distante, a 2256 metri. Il laghetto, denominato erroneamente sulla guida CAI-ITC "Lagazzuolo superiore", viene chiamato localmente "lagösc" ed è dominato dai contrafforti del monte Braccia ("bràcia", m. 2909), il cui spigolo di nord-est degrada in una serie di cime minori, fra le quali si apre, a quota 2293, la bocchetta di Girosso (giròos), che pone in comunicazione l'alpe di Girosso (giròos) superiore (m. 2183) con la val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra). Volgendo lo sguardo a sinistra, ecco la lunga dorsale che divide la Valmalenco dalla Val di Togno: vi spicca l'inconfondibile profilo del pizzo Scalino (m. 3323). Più a sinistra ancora, alle spalle della dorsale compresa fra il Sasso d'Entova (m. 3329) ed il Sasso Nero (umèt, m. 2919), occhieggiano, per un breve tratto, le più famose ed alte cime della Valmalenco, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049).
Dopo un buon tratto di discesa, la traccia piega a sinistra, procedendo verso nord-est. Ci affacciamo al più ampio vallone sul cui fondo riposa, in un'amena conca, il lago Lagazzuolo, anch'esso di un caratteristico color turchese intenso. Dopo un buon tratto, cambiamo per due volte direzione, dapprima verso destra, poi verso sinistra. Piegando infine gradualmente a destra, superiamo l'ultimo tratto della discesa in direzione sud-est, e siamo alla riva settentrionale del lago di Lagazzuolo (lagazzö). Si tratta di una piccola perla naturalistica, che offre, agli escursionisti che spesso vengono fin quassù per riposare lungo le sue rive circondate da radi larici, lo spettacolo riposante delle sue acque, di un bel colore azzurro turchese intenso.
Una sosta, dopo la prima ora o poco più di cammino, non ci sta certo male.
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Situato a una quota assai più bassa, ancora nell'area della vegetazione e circondato infatti da un rado ma suggestivo lariceto, il Lago Lagazzuolo, non poi così piccolo come sembra indicare il nome, presenta acque gelide e azzurrissime, raccolte su un gradone, il più basso prima di una serie di rapide e cascate, percorso dal torrentello della Val Orsera, affluente di destra del Mallero, all'altezza di S. Giuseppe in Val Malenco.
In verità il torrente rinasce appena a monte del lago, in un bel sistema di resorgive tra grandi piastroni di serpentino, ai piedi di una ciclopica morena che adduce al sovrastante terrazzo della valle (dove c'è un altro laghetto, molto piccolo e quasi ignorato anche dalle carte, spesso ghiacciato fin tardi) e quindi alla testata sotto le ripide pendici della Cima del Duca e del Monte Braccia, in un ambiente selvaggio e desolato.
A me sembra che, tra tutti i laghi (non pochi) della Val Malenco, esso si presenti come il più tipico laghetto alpino per la forma irregolarmente rotondeggiante, il colore straordinario, l'apertura/chiusura degli orizzonti. A monte si offre infatti una veduta scenografica di pendici erte, rupi incombenti; a valle (N-E) si ammira il non lontano gruppo del Tremogge e le rossastre rocce del Sasso Nero, cuore geografico e geologico della Val Malenco, oltre la vallata, sopra i fitti boschi di Senevedo, Entova e Palù - questi ultimi purtroppo devastati dalle piste di sci -.
Più lontano campeggia il Pizzo Scalino. Arrivarci non è poi così difficile: due orette da S. Giuseppe. Con Entova, dove addirittura si passa in jeep, è sicuramente tra i più facilmente raggiungibili per il turista che soggiorni in Val Malenco.”
La discesa, sempre indicata dai segnavia, prosegue in direzione dell'alpe Lagazzuolo (est). Dalle baite dobbiamo scendere prendendo leggermente a destra e portandoci sul limite del bosco, dove troviamo un marcato sentiero che scende deciso su un ampio dosso nel quale culmina il versante meridionale della selvaggia Val Orsera. L'andamento complessivo è in direzione nord-est, ma nella discesa si inanella una serie cospicua di tornantini. Nell'ultimo tratto ad un traverso a sinistra ne segue uno a destra, ed eccoci, infine, fuori dal bosco, presso la riva del torrente Mallero, che scavalchiamo su un ponte. Una successiva breve salita ci porta nei pressi della chiesetta di San Giuseppe, presso il cui parcheggio abbiamo lasciato la seconda automobile d'appoggio. La traversata richiede 4 ore (o poco più) di cammino; il dislivello approssimativo è di 590 metri.

 

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LA TRAVERSATA A PRIMOLO PER IL PASSO DELLA VENTINA ED IL VALLONE DI SASSERSA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi Gerli-Porro e Ventina-Passo della Ventina-Laghetti di Sassersa-Vallone di Sassersa-Alpe Pradaccio-Primolo
6 h
710
E
SINTESI. Entrati in Chiareggio (m. 1612), lo attraversiamo interamente, seguendo le indicazioni per il parcheggio, al quale scendiamo, sulla sinistra, proprio al suo limite occidentale. Il parcheggio è costituito dall’ampia spianata che si stende sulle rive del Mallero (màler); percorriamolo interamente verso sinistra (cioè nell’opposta direzione di marcia rispetto a quella tenuta per attraversare il paese), fino al suo limite, e qui lasciamo l’automobile (m. 1590). Procediamo verso est fino al ponte che ci porta sul lato opposto del Mallero e qui prendiamo a destra, percorrendo un tratturo che sale gradualmente. Ignorate deviazioni a sinistra e destra, dopo un ultimo strappo raggiungiamo il rifugio Gerli-Porro (m. 1965).Proseguiamo seguendo le indicazioni per il passo Ventina ed i triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco, verso l'interno della valle (sud), passando sotto il rifugio Ventina e su un ponticello in legno. Superato un secondo ponticello, proseguiamo, fra massi, terreno morenico e radi larici, fino al fondo della piana, puntando alla grande morena davanti a noi. Dopo un primo tratto di salita sul filo della morena, a 2000 metri dobbiamo prestare attenzione ad un bivio, perché l’Alta Via ed il Sentiero Glaciologico si separano. Restiamo sul filo della morena, poi puntiamo, con una salita ripida, al passo Ventina, riconoscibile dal caratteristico gendarme di roccia che lo presidia. Nella salita attraversiamo anche un nevaietto, prima di prodigare gli ultimi sforzi, su traccia che si snoda con pendenza molto ripida, fra faticosissimo tericcio e sassi mobili, raggiungendo il passo della Ventina (m. 2675). La discesa nel vallone di Sassersa, verso sud-est, non comporta particolari problemi: seguendo i segnavia, siamo infine al laghetto inferiore di Sassersa (m. 2370). Passiamo a destra del lago e scendiamo nel vallone di Sassersa tenendo la direzione sud-est, attraversiamo, da destra a sinistra, il centro del vallone (sentiamo l'acqua scorrere sotto i massi) e siamo ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra, proseguendo nella discesa che termina all'alpe Pradaccio (m. 1720). Qui seguiamo i cartelli, andiamo a sinistra ed imbocchiamo il sentiero che, scendendo verso sud-est, ci porta, infine, a Primolo (m. 1241).


Val Ventina

I rifugi Gerli-Porro e Ventina sono anche punto di arrivo della seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco, che da essi può, ovviamente, essere percorsa anche al contrario. Vediamo come, proponendo una variante che termina non al rifugio Bosio in Val Torreggio, ma a Primolo, sopra Chiesa in Valmalenco (anche in questo caso la disponibilità di due automobili serve ottimamente allo scopo).
Dal rifugio Gerli-Porro, dunque, procediamo seguendo le indicazioni per il passo di Ventina (pas de la venténa, m. 2675), che permette di scendere in Val Sassersa (val de sasèrsa). Un cartello (sentieri 301 e 305) dà il passo di Ventina a 2 ore e 40 minuti, i laghetti di Sassersa a 3 ore e 20 minuti e Primolo a 6 ore). Passiamo, dunque, proprio sotto il rifugio Ventina e, sfruttando un ponticello, scavalchiamo un ramo del torrente che scende proprio dal ghiacciaio. Su un grande masso accanto al ponticello è posto il cartello che segnala la posizione più avanzata della fronte raggiunta in epoca storica, forse nel XVII secolo. Con uno sforzo di immaginazione, proviamo a raffigurarci l’intera valle che ci sta di fronte occupata da un’immane massi di ghiaccio.
Scavalcato, su un ponticello, un secondo ramo del torrente, proseguiamo, fra massi, terreno morenico e radi larici, seguendo i segnavia (ce ne sono di diversi tipi: i triangoli gialli dell’Alta Via, le bandierine rosso-bianco-rosse e bianco-rosse, ma anche strisce di color blu). Terminata la piana, cominciamo a salire in direzione del filo della grande morena principale, ben visibile, sulla parte sinistra della valle. Dopo un primo tratto di salita, a 2000 metri dobbiamo prestare attenzione ad un bivio, perché l’Alta Via ed il Sentiero Glaciologico si separano. La prima prosegue guadagnando il filo della morena e percorrendolo quasi interamente, prima di puntare, con una salita ripida, al passo Ventina, riconoscibile dal caratteristico gendarme di roccia che lo presidia. Nella salita attraversiamo anche un nevaietto, prima di prodigare gli ultimi sforzi, su traccia che si snoda con pendenza molto ripida, fra faticosissimo tericcio e sassi mobili.
Raramente un passo viene tanto benedetto una volta raggiunto: così accade per il passo della Ventina (m. 2675), che chiude, dietro di noi, il bellissimo scenario dell'alta Valmalenco, particolarmente suggestivo per la visuale perfetta sulla Valle del Muretto. Davanti, uno scenario soprendente e diverso: un enorme bracere, uno smisurato catino nel quale sono caoticamente riversate rocce incandecsenti di tutte le dimensioni. E' la Val Sassersa, la valle del sasso Arso. Uno scenario sulfureo, quasi infernale, se non fosse per la goccia turchese di uno dei laghetti di Sassersa, che scorgiamo sul suo fondo.
La discesa, verso sud-est, non comporta particolari problemi: seguendo i segnavia, siamo infine al laghetto inferiore di Sassersa (m. 2370); salendo di poco verso destra, scoviamo anche i rimanendi due, quello medio e quello superiore, tre autentiche perle di incomparabile bellezza, meste lacrime in questo luogo aspro e sulfureo.
Prima di proseguire nel cammino, però, ascoltiamo una leggenda legata ai laghetti di Sassersa: ce la racconta Ermanno Sagliani, nell'opera "Tutto Valmalenco" (Edizioni Press, Milano):
"Due giovani fratelli, Giacomo e Giuseppe, pastori negli alpeggi soprastanti Primolo, si erano invaghiti di Alina, graziosa e capricciosa figlia di un notabile malenco. Spesso la fanciulla crudele si scherniva di loro e li sottoponeva ad umilianti prove d'amore, non decidendosi mai né per l'uno né per l'altro. Un giorno finalmente disse che avrebbe sposato il più coraggioso, colui cioè che fosse riuscito a raggiungere l'alta vetta d'una cuspide di roccia e ghiaccio dell'alta Val Sassersa, forse il Pizzo Cassandra.
I due giovani competitori partirono per la montagna con cuore intrepido e pieno di speranza; ma non fecero più ritorno. Le ore, i giorni trascorsero nell'attesa e Alina, presa da rimorso, decise di andar loro incontro. Risalì il faticoso vallone di Sassersa e, giunta stremata all'alto circo della valle dov'è ora il primo laghetto, chiamò invano i due giovani. Pentita del suo crudele capriccio pianse amare lacrime. Proseguì il cammino, poco più in alto, e qui, dopo aver invocato nuovamente e vanamente, s'abbandonò ancora ad un pianto disperato. Salì ancora, oltre una balza, e ormai senza lacrime, singhiozzò e cadde sfinita dal dolore.
Da quel giorno, nei luoghi del pianto di Alina, rimasero tre laghetti: i laghetti di Sassersa. ll primo, nero come il lutto; il secondo, verde come gli occhi di Alina e il più grande per via delle abbondanti lacrime; il terzo, piccolo e azzurro come il cielo che accolse il pentimento della fanciulla. Davanti il Pizzo Cassandra, dove perirono Giacomo e Giuseppe, sorse una cima a due punte, detta dai contadini malenchi i Gemellini, oggi Pizzo Giumellino. Le montagne, circostanti presero un color rossigno come il sangue dei due fratelli caduti."


Laghetto di Sassersa

Dalla suggestione dell'immaginario alla nettezza della scienza, che ci insegna come si generarono questi laghetti. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano fino alla Brianza. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come grandi isolotti di roccia, le cime medio-alte della valle, formando una sorta di arcipelago frastagliato, un dedalo di percorsi fra ghiaccio e roccia. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita da ritmi difficilmente immaginabili, nell’arco di migliaia di anni, cominciò a modellare le rocce sottostanti, scavando e levigando. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi momenti: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci. Ritiro che lasciò, in alcune conche scavate dai ghiacciai, buona parte dei laghetti alpini di quota medio-alta.
Di nuovo in cammino: i segnavia ci indirizzano al percorso che si affaccia sul largo vallone di Sassersa. Passiamo a destra del lago di Sassersa, scendiamo tenendo la direzione sud-est, attraversiamo, da destra a sinistra, il centro del vallone (sentiamo l'acqua scorrere sotto i massi) e siamo ad un bivio: la traccia di destra riattraversa il vallone e traversa all'alpe Giumellino, per poi scendere all'alpe Airale ed al rifugio Bosio (seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco). Possiamo, ovviamente, scegliere questa opzione, oppure proseguire verso sinistra, avvicinandoci al fianco roccioso del vallone. In questo secondo caso a quota 1960 metri, troviamo, proprio in mezzo al sentiero, una sorta di sasso della memoria, sul quale diverse persone hanno inciso qualcosa che vorrebbe essere una traccia del loro passaggio. Il sentiero, con fondo sempre buono, scende, zigzagando, fra i pini mughi, che ci fanno simpatica compagnia, portandosi a ridosso del fianco roccioso di sinistra (per noi) del vallone, dove alcune formazioni rocciose con placche nerastre sembrano osservarci meno amichevolmente. I segnavia sono assai abbondanti, e di diverso tipo: triangoli gialli, bandierine bianco-rosse e rosso-bianco-rosse.
Infine, dopo un tratto in una macchia di pini mughi, sbuchiamo sul limite occidentale dei prati dell'alpe Pradaccio (m. 1720). Qui seguiamo i cartelli ed imbocchiamo il sentiero che, scendendo verso sud-est, ci porta, infine, a Primolo, dove,dopo circa 6 ore di cammino, termina la bellisisma traversata (il dislivello in altezza è di circa 710 metri).


Alpe Pradaccio

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

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