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Visita ai cinque splendidi laghi dell'alta Val Gerola

Gerola Alta

 

Bocchetta
di Stavello
 

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Traversata Gerola-Albaredo

Anello di Gerola 1, 2, 3

Pizzo dei Tre Signori 

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Rif. Salmurano-Rif. Benigni-Val Pianella-Lago Rotondo-Bocchetta Paradiso-Valle e lago dell'Inferno-Laghi di Trona e Zancone-Pescegallo
7 h
1400
E
Pescegallo-Val Tronella-Laghi di Trona e Zancone-Lago Rotondo-Bocchetta Paradiso-Valle e lago dell'Inferno-Lago di Trona-Pescegallo
5 h
1100
E

Uno dei più classici e begli itinerari nel territorio del comune di Gerola ha come meta lo splendido sistema di laghetti che comprende cinque specchi d’acqua, di diverse dimensioni, due dei quali chiusi da uno sbarramento artificiale (si tratta delle dighe di Trona e dell’Inferno), uno minore, poco a monte del lago di Trona (si tratta del laghetto Zancone) e due collocati in altrettanti piccoli altipiani, quello dei Piazzocchi, nei pressi del rifugio benigni, ed il nascosto e stupendo lago Rotondo ("làch Redont"), ai piedi del severo cono del pizzo di Trona. Possiamo toccare i cinque laghetti con un bell’itinerario ad anello. Se esso risultasse, nella versione integrale, troppo lungo, lo si può ridurre tagliando fuori il lago dei Piazzocchi.
Raggiungiamo dunque Gerola Alta (m. 1053), staccandoci dalla SS 38 dello Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza del semaforo di ingresso (per chi viene da Lecco) a Morbegno. Dopo 15 chilometri, siamo a Gerola, e proseguiamo per il Villaggio Pescegallo (m. 1454), dove termina l'ex-statale 405 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile, dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio Salmurano.
Ora dobbiamo scegliere se percorrere l’anello nella versione più impegnativa o in quella ridotta (anch’essa, per la verità, abbastanza impegnativa). Nel primo caso, dobbiamo salire al rifugio Benigni. Ci conviene scegliere l’itinerario che passa per il passo di Salmurano, piuttosto che quello che risale la Val Tronella, per evitare un passaggino esposto che quest’ultimo impone. Percorriamo, dunque, la pista sterrata che sale al Pianone dell’alpe Salmurano, terminando nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848), collocato al termine della seggiovia che parte da Pescegallo. Ora dobbiamo risalire l'alpe, per raggiungere il passo di Salmurano (m. 2017), il cui incavo è già ben visibile sulla parte occidentale (destra) dell'ampia conca, denominata Pianone. Per farlo abbiamo due possibilità: seguire una traccia che sale nel centro della conca fino al punto di arrivo della sciovia, per poi piegare a destra e guadagnare il passo, oppure seguire un sentiero che corre lungo il fianco occidentale della conca, congiungendosi al primo in prossimità del valico. In ogni caso ci ritroveremo di fronte alla graziosa statua della Madonnina, sul cui sfondo si disegnano verso nord, se la giornata è limpida, le più famose cime del gruppo del Masino-Disgrazia.
Si apre di fronte ai nostri occhi la conca terminale dell'alta valle Salmurano, che, insieme alla valle dell'Inferno, confluisce nella valle di Ornica (val Brembana, provincia di Bergamo). La conca è chiusa, a sud-ovest (destra), dall’arrotondato pizzo di Giacomo. Dobbiamo ora dirigerci verso destra (ovest), seguendo il sentiero che, perdendo leggermente quota, punta al piede di un grande intaglio nella parete rocciosa, il canalone del Forno ("canalìgn di piazzoc'"), percorso da un ruscello e piuttosto ripido. La risalita del canalone è più semplice di quel che sembra guardando dal passo: richiede comunque qualche modesto passo di arrampicata e va fatta seguendo il percorso dettato dai segnavia rosso-bianco-rossi. Giunti alla sua sommità, ci ritroviamo in un piccolo pianoro e, seguendo il sentiero, affrontiamo un ulteriore strappo, prima di guadagnare un secondo e più ampio pianoro, sul quale sono collocati il rifugio Benigni (m. 2282), in territorio bergamasco, ma a poca distanza dal confine con la provincia di Sondrio, ed il lago dei Piazzotti.
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
All'estremità orientale del comprensorio, su un piccolo altopiano, c'è un laghetto dalle limpide acque azzurre, che verso est sembrano sconfinare col cielo. L'impressione è accentuata dal breve dislivello tra il piano del lago e il modesto rilievo delle vette circostanti, una corona dentellata e aperta sul lato nord-est. Così le acque di questo la ghetto situato in terra bergamasca defluiscono in Val Tronella e di lì verso la Val Gerola: una particolarità già sottolineata da Nangeroni anni orsono, e che dà un tocco di singolarità – non dirò di mistero - a questo piccolo bacino. Altre sorprese riservano i dentellati spalti circostanti, sia che si salga ad affacciarsi verso la Val Trona, dalla cima occidentale di Piazzotti, sia che ci si voglia avventurare at traverso il Pizzo di Mezzaluna verso il Buco di Tronella, o infine gettare uno sguardo nella Val Tronella dal Dente di Mezzaluna. L'hortus conclusus del piccolo altopiano si rivela un punto di osservazione panoramico del tutto eccezionale.”

L'ampio pianoro è un piccolo gioiello nascosto nel cuore delle Orobie occidentali. Innanzitutto rappresenta un osservatorio suggestivo sul versante retico, soprattutto sulle cime del gruppo Masino-Disgrazia. Poi, accanto al bel lago dei Piazzotti (che spesso diventa, d'estate, una sorta di succursale di una spiaggia marina, dato l'affollamento delle persone intente a prendere il sole), ce ne sono altri due, più piccolo e posto più a monte: vale la pena di visitarli, sono due piccole perle. In terzo luogo, con un piccolo sforzo supplementare, possiamo facilmente salire dal pianoro alla Cima Occidentale di Piazzotti, dirigendoci, verso sud-ovest, alla volta della ben visibile croce della cima (m. 2349). Infine vale la pena di ricordare che a nord ed a poca distanza dal rifugio termina un canalino che immette nella bellissima val Tronella (è possibile scendervi, ma con molta cautela, perché, nel primo tratto di discesa, i deve superare un passaggino esposto, da evitare in presenza di neve o con rocce bagnate), dalla quale possiamo tornare a Pescegallo.
Vediamo, ora, come proseguire in questo anello dei laghi. Nei pressi del punto al quale giunge il sentiero che abbiamo percorso per salire al rifugio, ne parte un secondo verso sud-ovest (destra), che compie un ampio arco per aggirare il fianco sud-orientale della cima Occidentale dei Piazzotti. Tagliamo, così, il fianco nord-orientale di un ampio ed un po' desolato vallone, dove si trova anche una baita solitaria e malinconica. Si tratta della baita della Mezzaluna, ai piedi del fianco meridionale del complesso di cime della Mezzaluna o dei pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247). Il nome significa "spianata a forma di luna", e si riferisce alla forma arcuata del vallone. Il sentiero porta, quindi, ad una prima bocchetta, che ci immette in un piccolo pianoro, attraversato il quale giungiamo alla bocchetta di val Pianella (“buchéta de la val Pianèla”), o passo Bocca di Trona, a 2224 metri.
Ci affacciamo così nella selvaggia val Pianella, i cui fianchi sono chiusi a destra dal Torrione della Mezzaluna e dal Torrione di Tronella (m. 2311) ed a sinistra dall'inconfondibile profilo conico del Pizzo di Trona (m. 2510). Disceso il primo tratto, giungiamo alla deviazione segnalata per il lago Rotondo. Potremmo proseguire nella discesa ignorandola e puntando ai laghi Zancone e Trona, che si trovano nella parte terminale della valle, ma davvero non possiamo tagliar fuori il più bello fra i laghi di Val Gerola, anche se ciò ci impone una nuova salita.
Ma, prima di raccontarla, vediamo come giungere fin qui per altra via, cioè percorrendo la variante più breve dell’anello, che esclude il lago dei Piazzotti. Torniamo, quindi, agli impianti di risalita di Pescegallo. Alle spalle dell’edificio da cui parte la seggiovia, verso ovest, inizia un sentiero, segnalato con segnavia rosso-bianco-rossi (percorso 8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel bosco. Incontriamo presso una baita isolata, dopo una prima salita, la deviazione a sinistra, segnalata, per la Val Tronella. Superato il torrente che scende da questa valle e cominciamo a salire un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì (è il tratto più faticoso dell'escursione,perché la pendenza è severa), per poi raggiungere, con un tratto verso nord-ovest che permette di tirare il fiato, il dosso panoramico con la baita di quota 1835, un'alpe panoramica ingentilita da un piccolo specchio d'acqua. Fermiamoci un attimo e guardiamo verso sud: sfilano davanti al nostro sguardo tutte le vette del gruppo del Masino, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone, le cime di Chiareggio e, eminente per mole ed altezza, il monte Disgrazia.
Ora il sentiero cambia nettamente direzione, volgendo a sinistra: percorriamo, quindi, un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest, fino ad incontrare, sulla sinistra, la deviazione a sinistra per il lago Zancone ("làch Sancùn") ed il lago Rotondo. Ci stacchiamo, quindi, dal sentiero principale, che scende al bacino artificiale utilizzato dall'ENEL (1805 m), e percorriamo il sentiero che si inoltra nella valle, passando a sinistra dei laghi di Trona e Zancone e salendo fino al punto nel quale si incontra, ad una quota approssimativa di 2000 metri, la già citata e segnalata deviazione (a destra, per chi sale) che conduce al lago Rotondo.
Cominciamo, ora, la salita al lago, in direzione ovest, raggiungendo un primo pianoro, posto a circa 2100 metri. Il paesaggio qui è veramente lunare: alcuni grandi massi contribuiscono a rendere lo scenario più selvaggio, quasi si trattasse di un luogo mai toccato da piede d'uomo. Ci attende ora un secondo tratto di salita, non meno aspro del primo, per sormontare il ripido declivio erboso che ci separa dal terrazzo che ospita la gemma più preziosa che l'itinerario ci riserva, il misterioso e nascosto lago Rotondo (m. 2256), di cui non è ancora chiara la dinamica che ne conserva l'equilibrio, dato che non ha immissari visibili. Il lago è dominato dalla poderosa mole del Pizzo di Trona, e vale la pena di perdere un po' di tempo per percorrerne le rive e gustare la severa bellezza di questo luogo remoto ed affascinante.
Ecco cosa ne scrive Ivan Fassin, nel volumetto "Il conglomerato del diavolo" (L'officina del libro, Sondrio, 1991): "Se la vetta è un vertex...il lago è sicuramente il complementare vortex, voragine e vertigine, spirale che trascina verso il basso. In pochi luoghi che io conosca questo è chiaro come qui, ai piedi del pur modesto pizzo di Trona ("piz di vèspui", cioè il pizzo del vespro, sul quale il sole indugia la sera, m. 2510), che si leva regolare riflettendo le sue rossastre bastionate di roccia in questo cupo laghetto, tondo e concluso, come un occhio della Terra o forse come imbocco di misteriose vie sotterranee..."
A questo punto potremmo tornare sui nostri passi, ai laghi Zancone e Trona, puntando poi a sinistra e seguendo il sentiero che porta al lago dell’Inferno, ultimo dei cinque laghi del sistema. Più interessante, anche se più faticoso, è però l’itinerario che sfrutta una bocchetta alta sul crinale fra la val Pianella e la valle dell’Inferno, per scendere poi nella parte alta di quest’ultima, alla bocchetta omonima. Vediamo come. Dobbiamo chiamare a raccolta le energie residue, dunque, perché c'è ancora da salire: per portarci alla valle dell'Inferno dobbiamo, infatti, salire alla bocchetta alta collocata poco al di sotto dei 2500 metri (il punto di massima elevazione dell’anello), sfruttando un canalone detritico, lungo il quale il tracciato di salita è dettato dai segnavia. La salita, data la natura del terreno e la quota, è abbastanza faticosa. Alla fine ci sono da sormontare, con qualche passo di facile arrampicata, anche alcune roccette, e la bocchetta è conquistata. C'è un senso di soddisfazione, dopo tanti sforzi, come di liberazione, che sembra echeggiare nella stessa denominazione della bocchetta, che infatti è chiamata la bocchetta Paradiso. Bocchetta che si affaccia sulle ombre dell'inquietante valle dell'Inferno.
Sul versante opposto ci attende un più riposante, ma sempre piuttosto ripido, declivio erboso: seguiamo, dunque, scrupolosamente i segnavia, che ci guidano nella rapida discesa la quale, con un ultimo tratto verso sinistra, ci porta alla ben visibile bocchetta dell’Inferno (“buchéta de la val l Inferen”, m. 2306), per la quale passa il confine fra territorio della provincia di Sondrio e di Bergamo. Ecco, dunque, la valle dell'Inferno, denominazione dettata dal colore rossastro delle rocce (colore dovuto alla presenza del conglomerato assai duro e pregiato, denominato Verrucano lombardo), ma, forse, anche da un clima un po' sinistro, quasi che nell'aria aleggiasse una minaccia indefinita o l'inespressa sofferenza di anime segregate qui da un verdetto di dannazione eterna. Suggestione dei nomi!
Sia come sia, incontriamo subito l'indicazione della via direttissima al Pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così, dopo il 1512 - prima era chiamato pizzo Varrone - perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca): infatti è proprio la poderosa mole del celebre colosso orobico a chiudere la valle a sud-ovest. Noi, invece, seguiamo il sentiero che comincia a discendere la valle, in direzione della grande diga dell'Enel (m. 2085). Ci aspetteremmo di percorrerne il lato destro, ed invece il tracciato piega a sinistra e, superato un piccolo e grazioso specchio d'acqua, corre lungo il versante sinistro della valle, tenendosi piuttosto alto rispetto al lago, ed attraversando alcuni punti un po' esposti. Incontrata una deviazione a sinistra per il rifugio F.A.L.C., la ignoriamo, seguendo invece il sentiero che conduce allo sbarramento del lago Inferno.

Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal già citato volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
All'estremità occidentale il comprensorio di Trona si chiude, sotto le vette del Pizzo Tre Signori e del Pizzo Varrone, con una sorta di corridoio costituito dai due valloni d'Inferno. bergamasco e valtellinese, posti in continuità e separati da una alta bocchetta (Bocchetta d'Inferno, appunto). Nel vallone che scende verso la Val Gerola c'era un laghetto, ingrandito ora dall'intervento umano che ha eretto una diga in una gola più a valle. Il livello del lago si è alzato di 30-35 m, la superficie è ora molto più estesa, ma permane il colore cupo delle acque, che va dall'azzurro intenso al viola, a seconda delle ore e della luce. Un lago lungo, affiancato da scogliere dirupate, come confitto e incastrato tra il Pizzo Varrone e il Pizzo di Trona, ai piedi di una gradonata ciclopica che scende dal passo e dal Pizzo Tre Signori, che campeggia sullo sfondo.”

Attraversato il camminamento da sinistra a destra, imbocchiamo, poi, il sentiero, segnalato, che scende deciso verso destra, in direzione del lago di Trona, passando, nel primo tratto, in un angusto corridoio roccioso e sul corpo di una grande frana, per intercettare, alla fine, un più tranquillo sentiero che proviene, da destra, proprio dalla diga di Trona. Seguendolo verso destra, raggiungiamo, infine, lo sbarramento della diga. Oltrepassato il camminamento, affrontiamo un breve strappo, per sormontare un gradino roccioso, fino al comodo sentiero che, percorso verso sinistra, porta al terrazzo erboso del Pich (si tratta dell’itinerario descritto per la versione breve dell’anello, che ora dobbiamo percorrere a rovescio). Se, però, abbiamo percorso la variante lunga dell’anello, manca ancora all’appello il lago Zancone, che dobbiamo, quindi, visitare, prima di chiuderlo: in tal caso, invece di prendere a sinistra, prendiamo a destra, imboccando la deviazione segnalata che si inoltra nella valle di Trona e raggiungendo, in breve, lo splendido specchio d’acqua, posto poco a monte del lago di Trona. Sostando sulle sue rive, potremo cercare se sia ancora vero quel che scrive la Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio edita nel 1884: "Nei laghetti di Gerola...guizza una trota di piccola forma e di una carne rosso-sanguigna, che è squisitissima".
Può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sui laghi di Trona (allora naturale) e Zancone stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:
Questi due bei laghi sono posti a poca distanza fra loro nel ramodestro della Valle dell'Inferno, che si congiunge più sotto con quelladi Pescegallo, a formare la Val Ritto di Gerola. Sono separati da alcuni cocuzzoli di roccia in posto, formati di arenaria o conglomerati verdi, che si estendono, alternartisi fra loro, nelle sponde dei duo laghie di tutta la valletta che si apre fra il pizzo di Trona (2508 m.), che sorge a S. ed il pizzo Tronella (2514 m.) ad E. NellaCarla geologica della Lombardia del Prof. Taramelli i due laghi sono rappresentati nella generale formazione del gneis; ma più giustamente sono figurati dal Dott. Melzi nelle arenarie e conglomerali grossolani. I versanti che si staccano dai monti sopra accennati e che convergono fra loro a formare la valletta, che racchiude i laghi, sono assai scoscesi, ove balze e dirupi si succedono dai vertici più elevati fin presso le acque, le quali occupano le cavità più inferiori della stretta spaccatura, che diede origine alla Valle. I due laghi sono dunque formati per dilacerazione prodotta nel sollevamento della catena orobica. Valgono pertanto qui le stesse osservazioni che feci a proposito dell'origine del lago Venina, poiché il Curioni li crede, come quello, ed il vicino lago dell'Inferno, formali in depressioni prodotte da movimento del suolo.
Il primo di questi laghi, che s'incontra risalendo la Valle, è quello di Trona, detto anche delle Trote dal Curioni, nel luogo sopra citato, come riportano pure le carte dell'Istituto militare di Firenze; forse per l'abbondante pesca che di tali pesci si faceva mia volta in questo lago; nome che ora è affatto in disuso.
Esso ha forma ellittica, disposto colla maggior lunghezza nel senso della Valle. Le sue sponde sono ripide assai, onde la regione litorale presenta nella porzione più esterna ben poca quantità di limo o di feltro organico visibile, il quale è piuttosto copioso alla profondità di 5 e 6 metri a poca distanza dalla sponda, dove ho calato l'apposito bidon Forel, per farne conveniente pesca. È posto all'altitudine di 1563 m. e presenta la superficie di 30000 m. q. Le sue acque hanno una bella colorazione verde azzurrognola,rappresentata dal num. V della scala Forel.
Lo visitai il giorno 8 Settembre 1892 ed alle ore 10 aut. trovai che la temperatura delle sue acque era di 8 gradi C. mentre l'esterna era di 12 gradi, essendo il cielo piovigginoso.
Ha per affluente l'emissario del lago Zancone, posto alquanto più sopra, verso S.E., e scarica le sue acque per una stretta gola che mette nel torrente della Valle dell'Inferno.
Questo lago era un tempo assai popolato di Trutta fario Lin. ma l’uso deplorevole della dinamite ne distrusse, alcuni anni or sono, una straordinaria quantità. I pochi individui sopravissuti si moltiplicarono rapidamente, sicché torna dì qualche profitto la pesca che vi fanno alcuni alpigiani di Gerola, nel mese di Maggio, aprendo nel ghiaccio ampi buchi pei quali lasciano calare le reti, essendo a quell'epoca, per la sua posizione topografica, tuttavia gelato. Sarebbe cosa più che mai utile pertanto il ripopolare anche questo lago dell'ottima trota, con artificiale immissione di avannotti, che vi prospererebbero certamente fino ad uguagliare, se non a superare, l'antica popolazione. Fu certamente cattivo consiglio quello di importarvi il Collus gobio Linn.. come si fece in parecchi laghi della Valtellina, il quale é necessario anzitutto di distruggere, poiché divora le uova della trota.
Il lago Zancone è posto alquanto più in alto del lago di Trona ed occupa l'ultima porzione della valletta sopra menzionata, chiusa a S.E. da nude e scoscese roccie che s'innalzano assai rapidamentesulle acque. Ha pur esso forma ellittica, che si dirige colla maggior lunghezza nel senso della Valle, alla quale pone termine verso S. E. Non ha vero affluente e le sue acque derivano dalla fusione delle nevi e dalla filtrazione attraverso gli abbondanti detriti che rivestono le scoscese pendici ed il piede dei monti circostanti.
Lo smagliante colore celeste–chiaro delle sue acque, paragonabile al num. II della scala Forel. produce assai gradito contrasto colla selvaggia nudità delle roccie che lo circondano. È posto all'altezza di 1778 m. sul mare, cioè 315 metri più alto del lago di Trona, ed ha una superficie di 24.000 m. q.

Feci le osservazioni termiche alle ore 2 pom. con cielo sempre piovoso ed osservai nelle acque una temperatura di 7 gradi e 30 C., mentre nell'aria erano 13 gradi C. In alcuni seni verso la punta N.O. rinvenni numerosi individui di Rana temporaria Lino, ed i girini si trovavano tuttavia nello stato di incipiente metamorfosi. Pare che in questo lago non viva la Trutta fario Línn., ma si potrebbe certo molto utilmente tentarvi una artificiale immissione di avannotti, trovandosi io condizioni non troppo differenti da quelle del lago di Trona. Il feltro organico infatti vi abbonda anche qui, ad una certa profondità, e dall'esame che ne feci risultò costituito di alghe non del tutto differenti da quello del lago di Trona; per la qual cosa ho creduto potere esporre insieme le Diatomee di questi due laghi.”

Riprendiamo il cammino sulla larga mulattiera, che ci conduce al Pich, piccolo alpeggio estremamente panoramico, ingentilito da un piccolo specchio d'acqua. Da qui, proseguendo verso destra, scendiamo, poi, all’ampio e ridente pianoro che si stende ai piedi della bassa val Tronella. Seguendo il sentiero segnalato attraversiamo uno splendido bosco di conifere usciti dal quale ci ritroviamo a Pescegallo.
Quante ore di cammino sono necessarie per chiudere questo indimenticabile anello? 7, circa, per la versione lunga, 5 per quella più breve. Nel primo caso il dislivello in altezza è di circa 1400 metri, nel secondo di circa 1100 metri.


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