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Conca nei pressi del lago di Pescegallo

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Nasoncio-Val Bomino-Passi di Verrobbio e del Forcellino-Lago di Pescegallo-Rif. Salmurano
6-7 h
950
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo verso Gerola Alta. Superata Pedesina, appena prima dell'ingresso a Gerola prendiamo a sinistra e su stradina ci portiamo a Nasoncio (m. 1080), dove parcheggiamo. Proseguiamo a piedi sulla strada che diventa una carrozzabile sterrata la quale taglia, per un lungo tratto, il versante orientale dell’ampio dosso che scende dal monte Motta, portando ad un bivio. Qui ignoriamo la deviazione sulla sinistra, che scende al ponte sul torrente di Bomino, e proseguiamo sulla pista principale, addentrandoci nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524). Qui passiamo dal lato destro al sinistro della valle, per noi che saliamo, seguendo il sentiero che supera la baita inferiore del Solivo (m. 1601). Scavalcate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione (in alto a sinistra) del passo di Verrobbio (m. 2026), fra la Val Bomino e la Val Mora (Val Brembana). Al passo intercettiamo il sentiero segnalato che procede verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio. Procediamo in direzione opposta (destra), verso ovest: perdiamo, così, quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso), raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050), stretta porta che dà accesso alla valle di Pescegallo. Per cenge e balze in qualche punto un po’ esposte scendiamo su marcato sentiero alla conca di Pescegallo ed al lago omonimo (m. 1865). Superiamo la diga percorrendone lo sbarramento e proseguiamo la discesa tagliando un bel prato. Lasciamo alla nostra destra la traccia che scende per via diretta al Villaggio Pescegallo e ci ritroviamo sulla pista sterrata che scende con percorso più ampio al medesimo villaggio. Quando questa comincia a volgere a destra la lasciamo per imboccare, sulla sinistra, un sentiero segnalato che attraversa in direzione sud-ovest un bellissimo bosco di radi larici e, puntando verso sud-ovest, termina nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848).


Apri qui una fotomappa dell'alta Val Gerola orientale

La valle del Bitto di Gerola, che ospita gli splendidi alpeggi dove nasce il più famoso formaggio di Valtellina, il Bitto, appunto, è, dopo la Val Lésina, la seconda grande valle orobica che si incontra percorrendo la Valtellina dalle sue porte occidentale verso la sua sezione mediana. Tuttavia nei secoli passati tale valle è stata legata al versante orobico bergamasco, alla Val Brembana, alla Valsassina ed alla Val Varrone, assai più che alla bassa Valtellina. E ciò fin dai suoi primi insediamenti: come scrive Cirillo Ruffoni, nell’introduzione al volume su Gerola della collezione degli inventari dei toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi, “la tradizione orale vuole che i primi abitanti di Gerola siano venuti dagli opposti versanti della Val Brembana e della Valsassina, per l’estrazione e la lavorazione del ferro e per dedicarsi all’attività dell’allevamento. I legami con i paesi d’origine sarebbero stati saldi per parecchio tempo, tanto che i morti venivano portati là per la sepoltura”. Viva rimase per molto tempo anche la tradizione dei matrimoni che univano giovani dei due versanti orobici, ed in particolare della Val Gerola e di Ornica. La storia politica si incaricò, poi, di dividere ciò che la storia delle genti aveva unito: agli inizi dell’età moderna, infatti, e precisamente dal secondo decennio del secolo XVI correvano, fra questi monti, i confini di tre diversi domini, quello della Lega Grigia, in terra di Valtellina, quello della Serenissima Repubblica di Venezia, sul versante della Val Brembana, quello, infine, della Spagna, signora del Ducato di Milano, in Valsassina ed in Val Varrone. Confini che si incontravano proprio sui 2554 metri della più alta delle cime della Val Gerola, che, per questo, prese il nome di Pizzo dei Tre Signori (“ul piz di tri ségnùr”, dove oggi si incontrano i confini delle province di Sondrio, Lecco e Bergamo).
In tre giorni un discreto camminatore può percorrere i luoghi più belli e suggestivi della civiltà del Bitto, lungo un percorso che può essere definito anello di Gerola Alta.
Non possiamo, però, raccontare l’escursione senza prima aver presentato gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Ecco, dunque, il racconto della prima giornata, che inizia a Gerola e termina al rifugio Salmurano. Raggiungiamo Gerola Alta (“giaröla”, da “gèra”, ghiaia, con allusione alle devastanti alluvioni del Bitto, m. 1050), percorrendo la statale provinciale n. 7 della Val Gerola (per imboccarla, stacchiamoci a destra dalla SS 38 dello Stelvio al primo semaforo - per chi viene da Colico - di Morbegno). Il primo segmento dell'itinerario ci porta a risalire l'intera valle di Bomino, la più orientale delle quattro valli nelle quali l'alta Val Gerola si divide (le altre sono, da est ad ovest, la valle di Pescegallo o di Fenile, la val Tronella e la valle della Pietra), citata, per la prima volta, in un documento del 1343 (“in valle bomini”).
Per farlo dobbiamo imboccare la strada asfaltata che, poco prima di Gerola, si stacca dalla strada statale in direzione sud, raggiungendo, dopo Valle, la frazione di Nasoncio (“nasùnc”, m. 1080). Si tratta di un grazioso nucleo, già citato in un documento del 1321, che parla di una contrada “de Naxongio”, e collocato sulle propaggini dell'ampio dosso che scende dal monte Motta. Il suo nome deriva, forse, dal latino "nasunculus", "piccolo naso", con allusione a qualche protuberanza del terreno.
Superate le cà de sot, dove si trova la chiesetta, le cà di bétée e le cà di tàrch, la strada diventa una carrozzabile sterrata che taglia, per un lungo tratto, il versante orientale dell’ampio dosso che scende dal monte Motta, portando ad un bivio. Qui ignoriamo la deviazione sulla sinistra, che scende al ponte sul torrente di Bomino e conduce al fianco occidentale del lungo dosso di Bema, e proseguiamo sulla pista principale, addentrandoci nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524: l’alpe, privata, è denominata, nel dialetto locale, “bumìgn a vaga”; ricordiamo che “vago” significa “ombroso”, e si contrappone a “solivo”). Qui passiamo dal lato sinistro a quello destro idrografico della valle (dal destro al sinistro, per noi che saliamo), seguendo il sentiero che supera la baita inferiore del Solivo (m. 1601, alpeggio anch’esso privato, denominato “bumìgn a sulìva”); scavalcate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione del passo di Verrobbio (m. 2026), fra la Val Bomino e la Val Mora (Val Brembana), chiamato, con voce dialettale, sul versante bergamasco, “ul pas de véròbi” e, su quello della Val Bomino, ”la buchéta de bumìgn”.
Il passo merita una sosta prolungata, perché presenta diversi motivi di interesse storico, naturalistico ed escursionistico. Nell’età moderna si passava, di qui, dal territorio governato dalla Lega Grigia a quello della Repubblica di Venezia, che comprendeva, fra i suoi domini, Bergamo ed il suo territorio. Ma troviamo, qui, anche altri segni di una storia più recente: si tratta delle opere di fortificazione costruite, per volontà del generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio (oppure un passaggio delle truppe austro-ungariche attraverso il territorio elvetico: la Svizzera aveva sì proclamato la propria neutralità, ma di questa Cadorna non si fidava troppo) avrebbe fatto assumere al crinale orobico un’importanza strategica per impedire che l’esercito austro-ungarico dilagasse nel milanese. Perlustrando l'ampia sella del passo, troveremo, infatti, i resti dei camminamenti, degli edifici fortificati ed anche di una vera e propria grotta scavata nella roccia (lato est del passo), con feritoie per scrutare la valle di Bomino. Troviamo, infine, nei pressi del passo, un grazioso microlaghetto, che suggerisce pensieri più ameni e pacifici.
Al passo intercettiamo il sentiero che proviene, sulla nostra destra (ovest), dal passo del Forcellino e prosegue verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio (si tratta di un segmento della Gran Via delle Orobie, e precisamente, della sua sezione occidentale, denominata Sentiero Andrea Paniga). Ora dobbiamo tagliare tutta l'alta val Bomino, percorrendo proprio questo sentiero, ma in direzione inversa, cioè verso ovest: perdiamo, così, quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso), raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050, “ul furscelìgn”), stretta porta scavata nel crinale roccioso che separa la valle di Bomino da quella di Pescegallo: qui una targa ci conferma che siamo sul sentiero Andrea Paniga. Si apre davanti ai nostri occhi la sezione orientale della testata della Val Gerola: vi riconosciamo, da sinistra (est), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371); sul fondo, davanti a noi, ad ovest, la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina).
Per cenge e balze in qualche punto un po’ esposte scendiamo, quindi, alla conca di Pescegallo, nella quale culmina la valle omonima. Il toponimo “pecegallo”, con le varianti “pezegallo” e pexegallo”, è già citato nel secolo XIV; esso, come la voce dialettale “péscégàl”, designa la parte alta della Valle di Fenile (denominata anche Valle di Pescegallo) e non ha niente a che fare né con i pesci (nonostante la presenza di un lago artificiale, il lago di Pescegallo, appunto), né con i galli, in quanto deriva da “pesc”, abete, e “gal”, il gallo cedrone, uno degli animali più tipici delle Orobie (simbolo del Parco delle Orobie Valtellinesi).
Scendendo, possiamo osservare, alla nostra destra, un evidente avvallamento, denominato “la cüna”, cioè “la culla”, con riferimento ad una leggenda secondo la quale qui sarebbe stato ritrovato un bambino allevato da una femmina di camoscio, e poi chiamato Spandrio. Il sentiero, ben segnalato e marcato, porta allo sbarramento artificiale dell’ENEL, che ha sostituito un preesistente laghetto. Siamo in un altro dei luoghi tipici della civiltà del Bitto, l’alpeggio comunale anticamente denominato “péscégàl dal làach”. La conca è dominata da una testata che, pur non proponendo vette di significativa elevazione, si caratterizza per le forme gotiche e bizzarre, quelle, da sinistra, delle cime già citate: il pizzo della Nebbia (denominato così non a caso: questa zona, come l’intero comprensorio delle montagne del Bitto, è, infatti, frequentata volentieri da dense foschie che salgono dalla bergamasca), delle tre cime di Ponteranica e dell’inconfondibile dente del monte Valletto.
Fermiamoci, ora, per conoscere meglio la storia del lago di Pescegallo (m. 1865). Può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul lago (quando era ancora bacino naturale) stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:
“Il lago Pescegallo o Pizzigallo è situato in una conca amena,che occupa la parte superiore d'una valletta del versante destro dellaValle di Pescegallo, la quale, unendosi, poco sotto le case di Fenile, colla Valle dell'Inferno, formail lungo ramo della Val Bitto di Gerola.A S. del lago s'innalzail monte Panteranica (2478 m.), a S.E.il monte Colombarolo (2141 m.) e ad E. il pizzo di Verobbio (2026 m.);a S. O. il monte Valletto (2374 m.) ed il pizzo di Salmurano (2376 m.). Dal monte Valletto e dal Colombarolo si distaccano due creste chepiegando verso e N.O. si continuano coi versanti della Valle di Pe­scegallo.
Il lago ha forma triangolare e quasi di cuore, colla punta cheguarda S.E. e colla parte opposta assai ottusa verso N.N.O. Ha sponde a lieve pendio e mollemente ondulate. le quali, verso E. eN.E. si continuano superiormente col versante erboso della Valle, mentre il fianco opposto è alquanto franoso. Le vette circostanti sono assai scoscese, brulle e biancheggianti, ai cui piedi s'estendono gliangolosi elementi detritici, che da quelle si staccano.
Fra questi detriti scorrono le acque che derivano dalla fusionedelle nevi e dalla lenta filtrazione, lo quali, unendosi più al basso,in piccoli ruscelli, alimentanoil lago, il quale a N. O. si scarica inun abbondante emissario, che piegando tosto ad O. va ad unirsi coltorrente della Valle di Pescegallo.
Circa la natura della roccia, che circondail lago, ho notato comeesso posi sopra due formazioni litologiche differenti. Nella sua metàverso S. le sponde ed i dintorni sono formati di arenaria a granafinissima, di un bel coloro rosso porporino, tempestata qua e là da qualche elemento più grosso e tondeggiante, che talora, per la maggior frequenza, impani) alla roccia un aspetto di vera puddinga. Nell'altra metà invece, verso N. e N.O. predomina una roccia molto schistosa e biancheggiante per abbondanza di moscovite, ed in cui campeggiano grandi noduli di quarzo bianco e giallognolo. Questa roccia ha strati bene evidenti, che s'innalzano quasi perpendicolarmente all'orizzonte, olla direzione da N. a S. Numerose diaclasi fendono perpendicolarmente quegli strati in massi di varie dimensioni, che rovinando albasso, rivestono poi i fianchi ed i piedi dei monti sopra accennati.
Verso N. e N.O. e specialmente presso l'emissario, la roccia inposto emerge sotto forma di cocuzzoli arrotondati, libera da qualunque detrito. Sono questi cocuzzoli che propriamente trattengono le acque del lago, onde esso appare di origine orografica. Situato all'altezza di 1855 m. s. m., come rilevo dalle cartelle topografiche dell'Istituto militare; ed ha una superficie di 31200 m. q. secondo il solito elenco dei laghi compilato dal Cetti.
Io lo visitai il giorno 7 Settembre 1892, e vi giunsi alle ore 2 pom. proveniente dalla Ca S. Marco, pel passo di Verobbio. Le sue acque presentavano un colore oscuro e quasi nero, vedute dall'alto, ed un bell'azzurro intenso, quale é dato dal num. III. della scala Forel, osservate da presso.
La temperatura interna mi risultò di 11°C e l'esterna di 13° 2 C.alle 2 e mezza pom. con cielo coperto e quasi piovoso. Sulla sponda erbosa di E. e di N.E. rinvenni abbondantissima laParnassia palustris L. e la Euphrasia officinalis L.
Nei seni delle sponde poco profondi vivevano pur copiosi igirini della Rana temporaria Lin. la maggior parte dei quali era d'un color grigiastro, per albinismo parziale, in stato di non troppo avanzatametamorfosi, avendo appena accennate le estremità posteriori.
Sotto i sassi della sponda verso N. trovai parecchi individui di Collus gobio Ag. e ne scorsi parecchi altri di Trutta fario L. i quali, per la gran calma, uscivano colla testa fuori delle acque, in altolago, ad abboccare degli insetti. Presso l'emissario, gli strati della roccia in posto, sono tapezzati qua e là da fittissimo strato verdognolo, di conferve che talora si protendono in fili ramificati verticalmente, osotto piegati rinuosamente, presso l'emissario, dal moto della corrente. Il fondo del lago, nella parte più esterna della regione litorale, è formato di ghiaia, con poco sviluppo di feltro organico, piuttosto copioso di specie diatomologiche. La maggior parte di queste le rinvenni nel sottilissimo strato gelatinoso che, a guisa di patina,  ricopre i ciottoli, dai quali l'asportavo raschiando con una lama di coltello.”
Poi, dal 1948 al 1951, venne costruito l'attuale invaso artificiale, che ha una capienza di 1.100.000 metrio cubi e serve l'impianto di Gerola, passato, dal 1963, alla gestione ENEL.

Superiamo, quindi, la diga (m. 1865), percorrendone lo sbarramento, e proseguiamo la discesa tagliando un bel prato. Lasciamo alla nostra destra la traccia che scende per via diretta al Villaggio Pescegallo e ci ritroviamo sulla pista sterrata che scende con percorso più ampio al medesimo villaggio (m. 1454), punto di arrivo della linea di autoservizi che serve la Val Gerola. Lasciamo, però, ben presto la pista per imboccare, sulla sinistra, seguendo le indicazioni, un sentiero che attraversa un bellissimo bosco di radi larici e, puntando verso sud-ovest, termina nei pressi del rifugio Salmurano (m. 1848), sul limite dell’alpeggio comunale “péscégàl li fopi” (italianizzato in “Foppe di Pescegallo”). Il rifugio, collocato al termine della seggiovia che parte dal Villaggio Pescegallo, è il punto di arrivo della prima giornata di questa traversata della Val Gerola, giornata che comporta, prendendosela comoda (come peraltro si deve fare: siamo immersi in mondo che ci costringe a correre, almeno in montagna scegliamo un andamento lento), circa 6 ore di cammino (il dislivello approssimativo, in altezza, è di 950 metri).

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CARTA DEL PERCORSO

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