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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Gerola-Valle della Pietra-Rif. Trona Soliva |
2 h e 30 min. |
850 |
E |
Laveggiolo- Rif. Trona Soliva |
2 h |
480 |
E |
Laveggiolo-Rif. Trona Soliva-Bocchetta di Trona-Bocchetta della Cazza-Rif. S. Rita |
3 h |
670 |
E |
Laveggiolo-Rif. Trona Soliva-Bocchetta di Trona-Rif. Falc |
2h e 40 min. |
690 |
E |
Non
è azzardato affermare che la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") è, dal
punto di vista storico, il più importante fra i numerosi valichi
che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza
ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via
del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione
terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario,
il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad
essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una
strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX.
Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio
da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina),
ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via
gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto
che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o,
più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone)
e Val Gerola, eppure è così.
Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica
di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina,
ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri).
Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine
fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di
circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno,
con
un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta).
In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio,
portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.
All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta
dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati. Poi più nulla. Ora
passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.
Una nota linguistica: il toponimo "Trona"
è, in questi luoghi, tanto diffuso da essere riferito, oltre
alla bocchetta, ad un pizzo, ad un lago ed ad un'alpe; esso deriva da
"truna", che significa "ricovero", "luogo riparato",
ma anche "cunicolo", e si riferisce, qui, ai cunicoli delle
miniere di ferro sfruttate in passato.
Per raggiungere la bocchetta di Trona abbiamo due possibilità
di fondo: una prima, più impegnativa, parte da Gerola e risale
la valle della Pietra ("val de la Préda"), ed una seconda, più agevole, parte da
Laveggiolo e passa per il rifugio di Trona Soliva. Raccontiamo la prima.
Portiamoci all’uscita di Gerola verso sud (alta valle) e, ignorata
la deviazione sulla destra per le frazioni di Castello e di Laveggiolo (“Lavegiöl”),
proseguiamo fino al ponte sul torrente che scende dalla valle della
Pietra. Appena prima del ponte, stacchiamoci dalla strada sulla destra,
percorrendo per un breve tratto una strada asfaltata che ci conduce
ad un secondo ponte, superato il quale ci troviamo sul lato sinistro
(per noi) della valle della Pietra. Percorriamo, così, per un
buon tratto una bella mulattiera, fino ad intercettare una pista sterrata,
che, tagliando un bel bosco di larici, ci porta ad una radura con alcune
baite, a quota 1250. Qui troviamo un ponte che ci riporta sul lato destro
della valle, dove seguiamo per un tratto l’argine del torrente,
prima di cominciare a salire in un bosco, trovando, a quota 1450 circa,
un bivio. Un cartello ci informa che entrambi i rami portano al rifugio
di Trona, quello di destra in un’ora, quello di sinistra in un’ora
e mezza. Il primo, infatti, sale deciso sul fianco
della valle, in un bellissimo bosco, per poi sbucare, a quota 1700,
su un ampio dosso, occupato dai prati e da qualche larice solitario,
e salire, con traccia debole, fino ad intercettare, a quota 1900, la
mulattiera che da Laveggiolo effettua la traversata all’alpe di
Trona Soliva.
Noi dobbiamo, però, seguire la traccia di sinistra, che, dopo
qualche metro, supera un primo torrentello che scende dal fianco orientale
della valle, per poi incontrarne, più in alto, un secondo. Stiamo
salendo, con diversi tornanti, su una bella mulattiera, con fondo lastricato
di pietre, in uno scenario che non manca di elementi di asprezza, legati
alle slavine che hanno reso irregolari le macchie e la vegetazione.
Intorno a quota 1580 incontriamo una deviazione, sulla sinistra: si
tratta di un sentiero che punta verso il bacino artificiale di Trona.
Noi proseguiamo sul tracciato principale, che in alcuni punti è
scavato nella
roccia, ed a quota 1620 metri circa varchiamo in senso
opposto, cioè da sinistra a destra, il torrentello incontrato
più in basso, che in questo punto scende, molto suggestivamente,
da una lunga roccia, dalla pendenza non accentuata, con un fresco scroscio.
Più in alto, ritroviamo per la terza volta, a quota 1780 metri,
il corso d’acqua, e lo varchiamo da destra a sinistra, per poi
cominciare a risalire un largo dosso che porta al limite inferiore dei
pascoli di Trona, passando a destra della casera nuova di Trona (m.
1830).
Al termine della salita, ci troviamo ad un quadrivio, nel quale alcuni
cartelli ci chiariscono un po’ le idee. Abbiamo, infatti, intercettato
la Gran Via delle Orobie, che, percorsa verso destra porta al rifugio
di Trona Soliva, mentre in senso opposto si dirige al bacino artificiale
di Trona. C’è, però, anche un sentierino che si
stacca dalla Gran Via e punta deciso, in salita, alla bocchetta di Trona,
ed è quello che ci interessa. Se, però, vogliamo prima
sostare al rifugio di Trona Soliva, ottenuto riadattando la casera vecchia
di Trona (m. 1907), prendiamo a destra.
Il rifugio è già ben visibile, ai piedi dell’ampio
e luminoso anfiteatro di alpeggi che si dispiega ai piedi del versante
orientale del pizzo Mellasc (m. 2465). Lo raggiungiamo dopo un ultimo
tranquillo tratto: sono trascorse circa due ore e mezza dalla partenza,
ed abbiamo superato 850 metri in altezza. Il
panorama dal rifugio è
bellissimo: guardando a sud, riconosciamo lo sbarramento della diga
di Trona e, alla sua destra, la mole imperiosa del pizzo omonimo (m.
2510). Alle spalle della diga si vede bene anche il solco della valle
della Pietra, risalendo la quale si trova il bellissimo lago Zancone ("làch Sancùn", m. 1856) e la bocchetta di Trona (m. 2324). Più a sinistra,
il Torrione di Tronella (m. 2311), nel quale culmina la frastagliata
costiera che divide le valli di Trona e di Tronella.
Vediamo, ora, come giungere al rifugio da Laveggiolo (seconda possibilità), e, infine, come
proseguire dal rifugio alla bocchetta. Raggiunta, dunque, Gerola Alta sfruttando la provinciale n. 7 della Val Gerola, in uscita dal paese, subito dopo la chiesa di S. Bartolomeo ed il piccolo cimitero, lasciamo la strada principale e prendiamo a destra, su strada asfaltata che sale alle frazioni alte ad ovest del paese. Dopo pochi tornanti passiamo a destra della località Castello (“castèl”, nucleo già citato in un documento del 1323); ignorata la deviazione a destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836), incontriamo, quindi, nel successivo tratto la chiesetta secentesca di San Rocco (“san ròch”, m. 1395), su un poggio panoramico che guarda all’alta Val Gerola. I successivi tornanti destrorso e sinistrorso ci portano, infine, a Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470), dove troviamo un parcheggio al quale lasciare l’automobile.
L’antico nucleo è citato già in un documento del 1321, dove risulta costituito da tre nuclei famigliari, tutti Ruffoni, che discendono da un unico capostipite, tal ser Ugone. È collocato su una fascia di prati
assai panoramica (il colpo d’occhio sul gruppo del Masino e sulla testata della Val Gerola è davvero suggestivo), nella parte mediana del lungo dosso che scende verso est dalla cima del monte Colombana (“ul pizzöl”, m. 2385). Il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili.
Dalla spianata del parcheggio, dove si trova anche un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi, parte una pista sterrata che si dirige verso l’imbocco della Val Vedràno (“val vedràa”), il cui torrente, omonimo, confluisce nel Bitto poco a nord di Gerola.
Si tratta di una pista chiusa al traffico; un gruppo di cartelli vicino a quello di divieto di accesso ci segnala, fra l’altro, che imboccando la pista percorriamo un tratto della Gran Via delle Orobie (G.V.O.) e insieme del Sentiero della Memoria (a ricordo del ripiegamento della 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che effettuò, nel novembre del 1944, la traversata Valsassina-Val Gerola-Costiera dei Cech-Valle dei Ratti-Val Codera-Svizzera), che ci porta, in un’ora e mezza, al rifugio di Trona Soliva; da qui, poi, con un’ulteriore ora di cammino, possiamo portarci al rifugio Falc. Incamminiamoci, dunque, sulla pista, fino a trovare, dopo un breve tratto, sulla sinistra, un cartello della G.V.O. che segnala la partenza di un sentiero (segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi) che se ne stacca per portarsi, con tracciato più diretto, al guardo del torrente Vedrano. Lo
imbocchiamo e, dopo una breve e poco marcata discesa, procediamo quasi in piano, superando alcune baite; ad un bivio, presso una fontanella ed un casello del latte, ignoriamo la traccia meno marcata che sale verso destra (indicazione “Vedrano” su un masso), procedendo diritti. Superati in rapida successione due modesti corsi d’acqua, usciamo dal bosco e superiamo un torrentello, per poi scendere leggermente fino al ponticello di travi in legno che ci permette di superare il torrente Vedrano (m. 1541).
Sul lato opposto della valle troviamo subito, a destra, un’amena radura, con un tavolo in legno e due panche per chi volesse sostare; un’indicazione su un masso (“Castello”) segnala che giunge fin qui anche un sentiero che parte più in basso, dalla località Castello. Il sentiero, che qui diventa larga mulattiera, prende a salire sul fianco boscoso della valle, ingentilito da luminosi larici e, dopo un traverso a sinistra, propone una sequenza di tornanti dx, sx, e dx, prima di intercettare, a quota 1595, la medesima pista sterrata che abbiamo lasciato poco dopo Laveggiolo. Dopo un tornante a destra ed il successivo a sinistra, percorriamo un lungo traverso, superando un primo traliccio, un torrentello ed un secondo traliccio (si tratta della linea ad alta tensione che scavalca il crinale orobico in corrispondenza della bocchetta di Trona), presso una radura. Passiamo, poi, accanto alla baita isolata quotata 1725 metri. Una sosta ed uno sguardo alle nostre spalle ci permette di ammirare l’ottimo colpo d’occhio sulle cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo al monte Disgrazia.

Clicca qui per aprire una panoramica sul gruppo del Masino visto dalla pista per il rifugio Trona
Dopo il successivo tornante a destra, troviamo, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera che abbiamo lasciamo un bel tratto sotto. Saliamo per un tratto verso sinistra, poi affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx ed usciamo dalla macchia di larici, attraversando una piccola radura fino ad una roccia affiorante, per poi volgere di nuovo a destra. Dopo un ultimo tornante a sinistra, raggiungiamo una radura con un tavolo in legno e due panche: siamo alla “furscèla” (m. 1888), cioè alla forcella, piccola bocchetta sul crinale che dal Piazzo (“piz di piàz”, m. 2269) scende verso est.
Ci affacciamo, così, sulla soglia settentrionale dell’ampio bacino dell’alpe di Trona e si apre davanti a noi l’intera testata della Val Gerola, che mostra, da est (sinistra), il monte Verrobbio (m. 2139), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371), la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia,
“ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina), i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il pizzo di Tronella (“pìich”, m. 2311), il regolare ed imponente cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, m. 2510) ed infine il più famoso ma non evidente, per il suo profilo tondeggiante e poco pronunciato, pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca).
Dopo qualche saliscendi, raggiungiamo un grande traliccio, a monte del quale si trova un frangi-valanghe in cemento, su cui è scritto “Rifugio di Trona 10 min.” Pochi metri più avanti, infatti, dopo una semicurva ci appare la struttura del rifugio: ci vien da pensare che 10 minuti è stima ottimistica, e ci vorrà almeno un quarto d’ora. Dopo aver superato il punto nel quale ci intercetta, salendo da sinistra, il sentiero che sale diretto dal fianco orientale della Val della Pietra (segnalazione su un masso), ci attende un’antipatica discesa (infatti ogni discesa diventa salita al ritorno!), che ci porta ad attraversare un torrentello, prima di riprendere a salire. Attraversato il torrentello, alziamo lo sguardo verso il crinale nel quale culminano gli alpeggi: vedremo, alla sommità di una sorta di enorme scivolo erboso, il profilo sfuggente del pizzo Mellasc. Poi un ultimo tratto con qualche saliscendi ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (“casèri végi”, la Casera vecchia di Trona sulla carta IGM, m. 1907), sede di una scuola permanente, da giugno
a settembre, di arrampicata, escursionismo e naturalismo, oltre che di corsi ed attività su prenotazione. Appena oltre il rifugio, si trova un bivio: il sentiero di sinistra (prosecuzione della G.V.O. e del Sentiero della Memoria) scende alla Casera nuova di trona (“li caséri”), dalla quale si può salire diritti alla diga di Trona e poi prendere a sinistra (Tronella e Pescegallo), si può salire a destra (rifugio Falc e pizzo dei Tre Signori) e si può, infine, scendere a sinistra in Valle della Pietra, fino a Gerola; il sentiero di destra, invece, non segnalato da cartelli, sale alla bocchetta di Trona.o
sud ovest dalla casera, vediamo, invece, la cima del Piazzo, bel terrazzo
panoramico sulla Val Gerola.
Per salire alla bocchetta di Trona dal rifugio proseguiamo diritti, seguendo il sentiero che assume, nel primo tratto, la direzione sud-ovest,
per poi volgere a sinistra, dopo aver attraversato un torrentello, ed
aggirare un crinale che si stacca dalla quota 2302 e scende verso nord-est.
Oltrepassato il crinale, ci troviamo ai piedi di un ampio e facile canalone e lo risaliamo, passando alti, sulla destra, rispetto alla baita isolata di quota 2019 ("baita de varùn"), e guadagnando i 2092 metri della bocchetta di Trona, riconoscibile
anche per il grande traliccio che sembra vegliarla. Soffermiamoci, ora,
ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga
testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra,
il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca,
le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il
monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.
Sul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto,
che propone, in primo piano, l’ampia
conca dell’alta Val
Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio
Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta
nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno,
che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione
delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire
facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole
importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada
del Ferro, poi denominata Strada di
Maria Teresa.
A monte della bocchetta, appena sopra di noi, troviamo, invece, il rudere
dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto
delle fortificazioni della linea Cadorna: si temeva, infatti, che, in
caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, o di invasione
della Svizzera, gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso
la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica
doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili
direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere
da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne,
dopo la guerra, una cappella. Sorse qui anche, nel 1924, Casa Pio XI,
rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi
incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani
un punto di appoggio. Per visitare l’ex-colonia Pio XI dobbiamo
salire di qualche decina di metri dalla bocchetta, perché è
collocato a quota 2122.
Le possibilità di proseguire l’escursione dalla bocchetta,
però, non si esauriscono qui: potremmo puntare
ad una visita
al rifugio F.A.L.C. o al Santa Rita. Nel secondo caso, seguendo le indicazioni
per il rifugio S. Rita,
scendiamo per un tratto verso sinistra, per poi effettuare una lunga
traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, ignorando la deviazione
per il rifugio F.A.L.C. e quella successiva per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher").
La traversata permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325),
il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente
del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima
principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa,
alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio S. Rita. Il dislivello
complessivo da Laveggiolo è di 670 metri circa, mentre il tempo
approssimativo è di tre ore.
Se siamo giunti fin qui, non possiamo assolutamente perdere l’occasione
per visitare lo stupendo lago di Sasso. Poco prima di raggiungere il
rifugio, giungendo dalla Val Varrone, si trova una deviazione a sinistra,
segnalata da un cartello, che permette di imboccare un sentiero il quale
compie una traversata sul fianco erboso della costiera Val Varrone -
Val Biandino, perdendo con gradualità quota e portando al baitello
del Lago. Poco oltre si comincia a salire dolcemente, si passa sul lato
opposto del torrente Troggia e si raggiunge in breve il pianoro terminale
della valle, occupato dal bellissimo lago di Sasso (m. 1922), che deve il suo
nome alla sua forma, oppure ai
grandi massi che vi sono caduti dentro
dal versante destro. Il panorama è dominato dal pizzo dei Tre
Signori (m. 2554). La traversata richiede circa mezzora.
Vediamo, infine,
come raggiungere, dalla bocchetta di Trona, il rifugio
F.A.L.C. In questo caso, dopo il primo tratto di discesa in direzione
del S. Rita, seguiamo la deviazione sulla sinistra, segnalata, e risaliamo
lungo un canalino di roccette, fino a giungere, in breve, al piccolo
edificio del rifugio Falc, a quota 2115.
Dal rifugio
si può proseguire, su itinerario segnalato, per il pizzo
dei Tre Signori (m. 2554), oppure scendere alla diga dell’Inferno
(m. 2085), proseguendo poi per quella di Trona (m. 1805), dalla quale
un sentiero, che taglia in direzione nord-ovest il fianco montuoso,
riporta al rifugio di Trona Soliva (si tratta di un tratto della già
segnalata Gran Via delle Orobie). Insomma, ce n’è per tutti
i gusti e tutte le possibilità.
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