Sentiero che scende a Castello

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Gerola Alta - Castello - Laveggiolo
1 h e 30 min.
420
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta dove parcheggiamo sulla destra poco oltre la chiesa di S. Bartolomeo (m. 1053). Ci incamminiamo sulla strada, passando a sinistra del cimitero, oltre il quale prendiamo a destra, imboccando la carozzabile per Laveggiolo. Dopo breve salita, oltre le case della Foppa alla prima palina "Antiche mulettiere" la lasciamo imboccando un sentiero sulla destra. Superato il ponte del Gat dal Lüf, saliamo ad intercettare una stradella. Saliamo a sinistra e siamo di nuovo sulla carozzabile, che seguiamo verso destra. In breve un nuovo cartello ci manda al sentiero che se ne stacca sulla sinistra e sale ripido con tornantini a Castello (m. 1307). Passaimo fra lavatoio a sinistra e chiesetta della Madonna della Neve a destra, salendo fra le case ed intercettando la stradina asfaltata che sale da Gerola. Sul lato opposto una nuova palina segnala la ripartenza del sentierino che risale ripido una fascia di prati e porta al ripiano di San Rocco. Attraversata una nuova stradina asfaltata, imbocchiamo il sentiero (nuova palina) che sale diretto alle case di Laveggiolo (m. 1471). Qui prendiamo a sinistra, imboccando la pista per la Val Vedrano. Dopo breve tratto la lasciamo imboccando a sinistra il sentiero che traversa scendendo al torrente Vedrano. Attraversato un ponticello, sul lato opposto prendiamo il sentiero alla nostra sinistra (non quello diritto; indicazione per Castello su un masso) e scendiamo a destra del torrente, fino ai prati dove un nuovo ponticello ci riporta sul lato sinistra della valle. Qui troviamo la pista sterrata che sale gradualmente e riporta a San Rocco. Da qui torniamo a Gerola per la medesima via di salita.


Gerola Alta

Ad occidente di Gerola Alta (giaröla) la Val Vedrano (val vedràa) confluisce nella Valle del Bitto di Gerola. Il versante settentrionale della bassa Val Vedrano ospita le frazioni alte di Gerola, Castello e Laveggiolo, adagiate su splendidi terrazzi panoramici e chiamate frazioni "di sopra". Una facile escursione, godibilissima soprattutto in primavera avanzata ed in autunno, permette di visitarle, gustandone colori e suggestioni. Lasciamo dunque la ss 38 dello Stelvio alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano), superando il ponte sul Bitto ed una seconda rotonda, fino a raggiungere il punto di partenza della provinciale della Val Gerola, che imbocchiamo e percorriamo passando per Sacco, Rasura e Pedesina, prima di raggiungere Gerola Alta (m. 1053).
Superata la chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, parcheggiamo sulla destra della strada ed incamminiamoci sulla strada verso sud (cioè verso Pescegallo), passando accanto al cimitero. Subito dopo, però, lasciamo la strada per Pescegallo ed imbocchiamo la strada che se ne stacca sulla destra, salendo, verso nord, alle frazioni alte di Gerola. Incontriamo ben presto il nucleo della Foppa (la fòpa, nucleo già citato nel 1321 come abitato stabilmente dalla famiglia di ser Guarisco figlio di Menezaro Ruffoni), poi troviamo, sul lato destro della strada, una palina con la scritta “antiche mulattiere”.
Lasciamo dunque la carozzabile imboccando il largo sentiero che dopo breve tratto entra nel bosco, passando a destra di una vasca in cemento e raggiungendo l'antico ponte in pietra del Gat dal Lüf, cioè del “guado del lupo” (già menzionato in un documento del 1323 come ponte “ad vadum lupi”). La presenza del ponte testimonia che in passato questa mulattiera, chiamata “strada de Castèl”, era la via più importante che univa Gerola alle sue frazioni alte. Il riferimento al lupo non stupisce, considerato che nei secoli passati questo predatore era di casa nelle montagne telline. Non era peraltro frequente che si avvicinasse tanto, se non nei periodi più rigidi, agli abitati, per insidiare gli animali domestici.
Sotto il ponte corre il torrente Vedrano, che in passato alimentava segherie e mulini (mentre oggi viene captata dalla centralina proprio sotto il ponte e convogliata alla centrale di Panigai, a Pedesina). Oltre il ponte, la mulattiera propone un tornante dx ed uno sx, uscendo poi all'aperto in corrispondenza di una stradella che, percorsa salendo verso sinistra, ci riporta alla carozzabile, appena a monte del ponte nuovo sul Vedrano, dove vediamo la nuova centralina idroelettrica del comune di Gerola. Saliamo per un breve tratto sulla carozzabile, fino a notare un cartello escursionistico (sentiero 141) che dà Laveggiolo a 50 minuti. Indica la partenza di un sentiero sulla sinistra (palina “Antiche mulattiere”), che in realtà è la prosecuzione della mulattiera Gerola-Castello-Laveggiolo.


Chiesetta della Madonna della Neve

Saliamo sul sentiero, che procede con diversi tornanti fra radi alberi, passando per una baita isolata. Superato un rudere di baita realizzato con la tecnica del blockbau (su una base in muratura le pareti sobo realizzate con tronchi con incrocio ad incastro negli angoli), usciamo alla parte bassa dei prati di Castello (castèl). Il sentierino, passando a destra di un ripetitore, li risale fino alle case del nucleo. Stando sul lato sinistro, giungiamo alla chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, a S, Giovanni Nepomuceno ed a S. Venanzio (gésa de castèl, m. 1307). La sua origine è legata alla donazione, del 12 settembre 1745, di un terreno con una casa, effettuata in favore della Chiesa da Maria Ruffoni di Castello. Venne quindi costituita nel 1746 una commissione per raccogliere i fondi che permisero la costruzione della chiesetta, dal 1746 al 1747.
A sinistra della chiesa si trova un suggestivo lavatoio, vicino al punto di partenza della pista che si dirige verso il centro della Val Vedrano. Su un pannello leggiamo che “i lavatoi erano un tempo luogo di incontro e socializzazione fra gli abitanti del borgo, in primo luogo fra le donne che vi si recavano per fare il bucato all'aria aperta. I panni erano lavati con il sapone prodotto in casa utilizzando il grasso degli animali e la soda caustica; si sbiancavano lenzuola e panni con la lesiva, un liquido ottenuto facendo bollire in grandi paioli la cenere di legna con acqua."


Castello

Proseguiamo ignorando la pista a sinistra del lavatoio ed imboccando la stradella alla sua destra, che sale fra le case di Castello. Alla nostra destra vediamo subito l'edificio del forno settecentesco, segnalato da un secondo pannello, sul quale leggiamo: “A piano terra si trova un locale con le pareti nere di fumo, su cui si apre maestosa la bocca del grande forno (2,5 metri di diametro) fatto a cupola. Sopra di essa si trova lo scarico, attraverso il quale il fumo viene incanalato verso l'esterno…. La cottura del pane era un procedimento piuttosto lungo, perché richiedeva un paio di giorni affinché il forno giungesse lentamente a temperatura, quindi si infornavano le pagnotte che nel frattempo le donne avevano impastato e preparato nelle loro case. Per questo, il forno era generalmente di uso comunitario: quando veniva acceso, tutte le famiglie venivano a cuocere il loro pane e ne lasciavano poi ai proprietari una piccola quantità come pagamento. Il pane veniva ottenuto con farina di segale, di frumento o anche di mais, spesso mescolate in varia misura. La segale era coltivata nei campi rivolti verso sud, tutto intorno alle case di Castello e verso Laveggiolo, mentre il frumento e il mais venivano coltivati nei campi di pianura. Il raccolto veniva poi macinato nei mulini di Castello e Laveggiolo, disposti lungo il corso del torrente Vedrano. A volte, soprattutto per le feste o per le occasioni importanti, il pane veniva arricchito con castagne, fichi, uva passa, frutta secca, residui della fusione dello strutto (graséi) e persino con patate, per ottenere le bisciole locali dal gusto inimitabile."


Castello

Proseguiamo salendo fra le case, ornate di ballatoi ancora ben tenuti, ed intercettiamo la carozzabile che sale fin qui da Gerola. Non seguiamo la pista sterrata che scende verso sinistra, ma cerchiamo la palina delle “Antiche mulattiere” che segnala, presso una fontanella, la ripartenza del sentiero, che ora si chiama “strada de lavegiöl”, perché sale a Laveggiolo. Si tratta in realtà di un sentierino appena accennato che risale i ripidi prati a monte di Castello. Una sosta ci permette di dominare questo nucleo. Non vediamo traccia (e non ve ne sono neppure nei documenti storici che risalgono al tardo Medio Evo) della fortificazione che dovrebbe aver dato il nome alla frazione. La salita termina al grazioso ripiano (la fòpa) che ospita la chiesetta di San Rocco (san ròch), costruita nel Settecento dagli abitanti di Laveggiolo nel luogo dove esisteva una precedente cappella (infatti in un documento del 1580 di legge “al giexolo de san Rocho”). E' probabile che in questa piana vennero sepolti i morti delle due ondate di peste del 1630 e 1636, le più crudeli, che dimezzarono gli abitanti delle frazioni.
Il colpo d'occhio verso sud-ovest è splendido: si gode la vista della valle di Pescegallo e della sua testata, con le cime o pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372). Alla sua sinistra il monte Motta ed uno scorcio della Val Bomino.


Chiesetta di San Rocco

Alle spalle della chiesa intercettiamo una nuova stradina asfaltata. Il sentiero riprende sul lato opposto (nuova palina), e sale diretto i ripidi prati a valle di Laveggiolo (lavegiöl, m. 1471). Ci ritroviamo così alla piazzetta dove termina la carozzabile che da Gerola sale a Laveggiolo. Dai più antichi documenti tardomedievali (nel 1321 viene menzionato “de Lavizolo”, nel 1520 “de Lavegiolo”) il nucleo risulta abitato da tre nuclei familiari, tutti Ruffoni, discendenti dal capostipite ser Ugone. Il panorama è davvero eccellente, ed a nord lo sguardo raggiunge il gruppo del Masino ed il monte Disgrazia.


Chiesetta di San Rocco

Seguiamo ora le indicazioni del cartello della GVO (Gran Via delle Orobie) e del Sentiero della Memoria, e procediamo nella direzione per il rifugio Trona Soliva ed il rifugio Falc. Imbocchiamo quindi la pista sterrata, chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati, che sale gradualmente verso la media Val Vedrano, ma ben presto la lasciamo per imboccare il sentiero, segnalato da un cartello (di nuovo Sentiero della Memoria, GVO e rifugio Trona Soliva) che se ne stacca sulla sinistra, traversando verso il centro della valle. Passiamo così a sinistra di una baita e raggiungiamo il torrente Vedrano, presso un ponticello. Ci portiamo così sul lato meridionale della valle, ad uno spiazzo nel quale troviamo anche un tavolo in legno con due panche.


Laveggiolo

Ora dobbiamo lasciare il sentiero che comincia a salire e va ad intercettare la pista per il rifugio Trona Soliva, per seguire invece (indicazione “Castello” su un masso) il sentierino che scende vero sinistra (est), procedendo un po' alto rispetto al torrente Vedrano. La discesa termina ad un prato. Vediamo alla nostra sinistra un ponticello in legno, che ci riporta sul lato sinistro (nord) della valle. Una breve salita ci porta quindi alla pista sterrata che, procedendo in leggera salita o in falsopiano, ci riporta a San Rocco. Da qui ridiscendiamo a Gerola per la medesima via di salita.


Tavolo presso il ponticello sul torrente Vedrano

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