Apri qui una fotomappa dell'alta Val Gerola orientale

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Nasoncio-Val Bomino-Passo di Verrobbio
3 h e 30 min.
960
E
Nasoncio-Val Bomino-Passo di Verrobbio-Bocchetta del Forcellino-Lago di Pescegallo-Pescegallo-Nasoncio
7 h
1080
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo verso Gerola Alta. Superata Pedesina, appena prima dell'ingresso a Gerola prendiamo a sinistra e su stradina ci portiamo a Nasoncio (m. 1080), dove parcheggiamo. Proseguiamo a piedi sulla strada che diventa una carrozzabile sterrata la quale taglia, per un lungo tratto, il versante orientale dell’ampio dosso che scende dal monte Motta, portando ad un bivio. Qui ignoriamo la deviazione sulla sinistra, che scende al ponte sul torrente di Bomino, e proseguiamo sulla pista principale, addentrandoci nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524). Qui passiamo dal lato destro al sinistro della valle, per noi che saliamo, seguendo il sentiero che supera la baita inferiore del Solivo (m. 1601). Scavalcate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione (in alto a sinistra) del passo di Verrobbio (m. 2026), fra la Val Bomino e la Val Mora (Val Brembana). Al passo intercettiamo il sentiero segnalato che procede verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio. Procediamo in direzione opposta (destra), verso ovest: perdiamo, così, quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso), raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050), stretta porta che dà accesso alla valle di Pescegallo. Per cenge e balze in qualche punto un po’ esposte scendiamo su marcato sentiero alla conca di Pescegallo ed al lago omonimo (m. 1865). Superiamo la diga percorrendone lo sbarramento e proseguiamo la discesa tagliando un bel prato. Ben presto ci ritroviamo sulla pista sterrata che scende comodamente a Pescegallo. Possiamo però anche scendere per via più breve così: lasciamo la pista al cartello che segnala il sentiero per Pescegallo, scendiamo a destra, verso sud-ovest, tagliando una fascia di prati e cerchiamo con attenzione (segnavia) il sentiero che scende diritto nella pecceta, fino alla parte alta di Pescegallo, dove troviamo una carozzabile che percorsa verso destra ci porta all'ampio parcheggio della località. Portiamoci quindi agli impianti di risalita, sul limite occidentale di Pescegallo, oltrepassiamo l'ampio piazzale e cominciamo a scendere sui prati a valle, lungo una traccia di pista (Percorso salute) che si fa più marcata e scende verso sud in pecceta, stando a sinistra del torrente Bitto. Ignorata una deviazione a sinistra, scendiamo al ponte sul Bitto che ci porta sul lato opposto della valle, alle case della località Fenile (m. 1263). Sendiamo ora sulla carozzabile per Gerola e, lasciate alle spalle le ultime case, cerchiamo sul suo lato sinistro la partenza della storica mulattiera che scende a Gerola per via più diretta, passando per le due cappellette della Volta di Cavài, intercettando la carozzabile ad un suo tornante dx, riprendendo poco più a valle, sempre sul lato sinistro, intercettandola una seconda volta per riprendere subito sul lato opposto e scendere fino alle case di Gerola sul lato opposto del torrente Bitto rispetto al centro ed alla chiesa di San Bartolomeo.


Apri qui una fotomappa del sentiero che dal Bomino Vago, in Val Bomino, sale al passo di Verrobbio

Il passo del Forcellino consente di transitare dall’alta Val Bomino alla valle di Pescegallo, e può essere sfruttato per un interessante anello escursionistico che ha come punto di partenza ed arrivo Gerola.
Raggiungiamo, dunque, Gerola Alta (m. 1050), percorrendo la statale 404 della Val Gerola (per imboccarla, stacchiamoci a destra dalla SS 38 dello Stelvio al primo semaforo - per chi viene da Colico - di Morbegno).
Il primo segmento dell'itinerario ci porta a risalire l'intera valle di Bomino (val de bumign), la più orientale delle quattro valli nelle quali l'alta Val Gerola si divide (le altre sono, da est ad ovest, la valle di Pescegallo, la val Tronella e la
valle della Pietra - "val de la Préda"). Per farlo dobbiamo imboccare la strada asfaltata che si stacca da Gerola in direzione sud, raggiungendo, dopo Valle, la frazione di Nasoncio (m. 1080), collocata sulle propaggini dell'ampio dosso che scende dal monte Motta, a 2 km da Gerola.
Oltrepassata la parte alta della frazione, la strada diventa una carrozzabile sterrata; seguendola, ed ignorando la deviazione a sinistra che conduce al fianco occidentale del lungo dosso di Bema, ci addentriamo nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524). Qui passiamo dal lato sinistro a quello destro orografico della valle (dal destro al sinistro per chi sale), seguiamo il sentiero che supera la baita inferiore del Solivo (m. 1601) e, superate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione del passo di Verrobbio (“buchéta de Bumìgn”, denominata, sul versante bergamasco, “pàs de Véròbi”, m. 2026), che raggiungiamo dopo 3 ore e mezza di cammino da Nasoncio.
Il passo merita una sosta prolungata, perchè presenta diversi motivi di interesse storico, naturalistico ed escursionistico. Innanzitutto qui troviamo numerosi segni delle opere di fortificazione costruite durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio o un'invasione della neutrale Svizzera avrebbe fatto del crinale orobico un fronte di importanza strategica. Perlustrando l'ampia sella del passo, troveremo i resti dei camminamenti, degli edifici fortificati ed anche di una vera e propria grotta scavata nella roccia (lato est del passo), con feritoie per scrutare la valle di Bomino. Troviamo poi nei pressi del passo un grazioso microlaghetto e poco sotto un laghetto (laghetto di Verrobbio).
Intercettiamo, infine, il sentiero che proviene dal passo del Forcellino e prosegue verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio (siamo sulla Gran Via delle Orobie). Ora dobbiamo tagliare tutta l'alta val Bomino, percorrendo proprio questo sentiero, ma verso ovest: perdiamo così quota per un centinaio di metri, per poi riguadagnarla e, superato un tratto assistito da corde fisse (ma non pericoloso), raggiungiamo il passo del Forcellino (m. 2050), stretta porta scavata nel crinale roccioso che separa la valle di Bomino da quella di Pescegallo: qui una targa ci informa che siamo sul sentiero Andrea Paniga, che costituisce la parte occidentale della Gran Via delle Orobie.


Apri qui una fotomappa della discesa dal Forcellino al lago di Pescegallo con le due deviazioni per la cima del Larice

Il sentiero che scende alla conca di Pescegallo serpeggia fra ripide balze e regala scorci panoramici ampi e suggestivi su tutta a valle di Pescegallo e sulla conca di Salmurano. Giunti in prossimità del lago di Pescegallo, prendiamo a destra e dopo un ultimo traverso in piano ci portiamo sul limite del camminamento della diga. Qui un cartello segnala anche un sentierino secondario che si stacca sulla nostra destra (segnavia rosso-bianco-rosso con numerazione 9), salendo su un ripido avvallamento che culmina nel crinale che separa la Valle di Pescegallo dalla Val Bomino. Si tratta di un sentiero che richiede esperienza escursionistica. Quel che ci interessa è la curiosissima leggenda legata a questo ripido vallone erboso, chiamato localmente “la cüna”, cioè “la culla”: vi sarebbe stato ritrovato in un lontano passato un bambino, che era sopravvissuto grazie ad una camoscia che lo aveva allattato. Al bambino sarebbe stato dato il nome di “Spandrio”. Leggenda curiosa, perché è raro trovarne di analoghe sull'arco alpino, costruite sullo schema del bambino selvaggio allattato da animali.
Dall'immaginario alla natura: può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul lago (quando era ancora bacino naturale) stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:
“Il lago Pescegallo o Pizzigallo è situato in una conca amena, che occupa la parte superiore d'una valletta del versante destro dellaValle di Pescegallo, la quale, unendosi, poco sotto le case di Fenile, colla Valle dell'Inferno, forma il lungo ramo della Val Bitto di Gerola.A S. del lago s'innalza il monte Panteranica (2478 m.), a S.E. il monte Colombarolo (2141 m.) e ad E. il pizzo di Verobbio (2026 m.); a S. O. il monte Valletto (2374 m.) ed il pizzo di Salmurano (2376 m.). Dal monte Valletto e dal Colombarolo si distaccano due creste chepiegando verso e N.O. si continuano coi versanti della Valle di Pescegallo.


Val Bomino

Il lago ha forma triangolare e quasi di cuore, colla punta che guarda S.E. e colla parte opposta assai ottusa verso N.N.O. Ha sponde a lieve pendio e mollemente ondulate. le quali, verso E. eN.E. si continuano superiormente col versante erboso della Valle, mentre il fianco opposto è alquanto franoso. Le vette circostanti sono assai scoscese, brulle e biancheggianti, ai cui piedi s'estendono gliangolosi elementi detritici, che da quelle si staccano.
Fra questi detriti scorrono le acque che derivano dalla fusionedelle nevi e dalla lenta filtrazione, lo quali, unendosi più al basso,in piccoli ruscelli,
alimentano il lago, il quale a N. O. si scarica inun abbondante emissario, che piegando tosto ad O. va ad unirsi coltorrente della Valle di Pescegallo.
Circa la natura della roccia, che circondail lago, ho notato comeesso posi sopra due formazioni litologiche differenti. Nella sua metàverso S. le sponde ed i dintorni sono formati di arenaria a granafinissima, di un bel coloro rosso porporino, tempestata qua e là daqualche elemento più grosso e tondeggiante, che talora, per la maggior frequenza, impani) alla roccia un aspetto di vera puddinga. Nell'altra metà invece, verso N. e N.O. predomina una roccia molto schistosa e biancheggiante per abbondanza di moscovite, ed in cui campeggiano grandi noduli di quarzo bianco e giallognolo. Questa roccia ha strati bene evidenti, che s'innalzano quasi perpendicolarmente all'orizzonte, nella direzione da N. a S. Numerose diaclasi fendono perpendicolarmente quegli strati in massi di varie dimensioni, che rovinando albasso, rivestono poi i fianchi ed i piedi dei monti sopra accennati.
Verso N. e N.O. e specialmente presso l'emissario, la roccia in posto emerge sotto forma di cocuzzoli arrotondati, libera da qualunque detrito. Sono questi cocuzzoli che propriamente trattengono le acque del lago, onde esso appare di origine orografica. Situato all'altezza di 1855 m. s. m., come rilevo dalle cartelle topografiche dell'Istituto militare; ed ha una superficie di 31200 m. q. secondo il solito elenco dei laghi compilato dal Cetti.
Io lo visitai il giorno 7 Settembre 1892, e vi giunsi alle ore 2 pom. proveniente dalla Ca S. Marco, pel passo di Verobbio. Le sue acque presentavano un colore oscuro e quasi nero, vedute dall'alto, ed un bell'azzurro intenso, quale é dato dal num. III. della scala Forel, osservate da presso.
La temperatura interna mi risultò di 11°C e l'esterna di 13° 2 C.alle 2 e mezza pom. con cielo coperto e quasi piovoso. Sulla sponda erbosa di E. e di N.E. rinvenni abbondantissima la Parnassia palustris L. e la Euphrasia officinalis L.
Nei seni delle sponde poco profondi vivevano pur copiosi igirini della Rana temporaria Lin. la maggior parte dei quali era d'un color grigiastro, per albinismo parziale, in stato di non troppo avanzata metamorfosi, avendo appena accennate le estremità posteriori.
Sotto i sassi della sponda verso N. trovai parecchi individui di Collus gobio Ag. e ne scorsi parecchi altri di Trutta fario L. i quali, per la gran calma, uscivano colla testa fuori delle acque, in altolago, ad abboccare degli insetti. Presso l'emissario, gli strati della roccia in posto, sono tapezzati qua e là da fittissimo strato verdognolo, di conferve che talora si protendono in fili ramificati verticalmente, osotto piegati rinuosamente, presso l'emissario, dal moto della corrente. Il fondo del lago, nella parte più esterna della regione litorale, è formato di ghiaia, con poco sviluppo di feltro organico, piuttosto copioso di specie diatomologiche. La maggior parte di queste le rinvenni nel sottilissimo strato gelatinoso che, a guisa di patina,  ricopre i ciottoli, dai quali l'asportavo raschiando con una lama di coltello.”

Superiamo quindi la diga (m. 1865), percorrendone il camminamento e proseguiamo la discesa sulla pista sterrata che raggiunge la diga salendo dal villaggio Pescegallo. Possiamo seguirla fino al villaggio, oppure, per abbreviare la discesa, imboccare il sentiero che se ne stacca, sulla destra, in corrispondenza di un ripiano, di una vasca in cemento (segnavia rosso-bianco-rosso) e di un cartello escursionistico (sentiero 146, che porta in 40 minuti al parcheggio di Pescegallo). Il sentiero permette di scendere per via più diretta a Pescegallo, nel cuore di un bel bosco di larici.Nel primo tratto taglia una fascia di galleria paramassi, poi scende a destra sul lato sinistro di una valletta e prosegue in una bosco di larici, dal quale esce con un ultimo ripido tratto su una fascia di prati che lo porta ad intercettare, presso una baita, il punto terminale di una pista, la quale infine porta al parcheggio di Pescegallo.
Raggiunta Pescegallo (m. 1454), restano da coprire 6 km sulla strada asfaltata (o una distanza inferiore, se seguiamo le mulattiere laterali) per tornare a Gerola e da qui a Nasoncio. Se vogliamo evitare questa noiosa discesa, teniamo presente che esiste un servizio di autolinea che ci può venire in soccorso, con due partenze che potrebbero tornarci utili, previste per le 17.25 (16.40 nei giorni festivi) ed alle 18.55, o in orari prossimi a questi.
Teniamo anche presente che se vogliamo scendere per via più diretta possiamo procedere così. Portiamoci agli impianti di risalita, sul limite occidentale di Pescegallo, oltrepassiamo l'ampio piazzale e cominciamo a scedere sui prati a valle, lungo una traccia di pista che si fa più marcata e scende verso sud in pecceta (Percorso vita), stando a sinistra del torrente Bitto. Ignorata una deviazione a sinistra, scendiamo al ponte sul Bitto che ci porta sul lato opposto della valle, alle case della località Fenile (m. 1263). Sendiamo ora sulla carozzabile per Gerola e, lasciate alle spalle le ultime case, cerchiamo sul suo lato sinistro la partenza della storica mulattiera che scende a Gerola per via più diretta, passando per le due cappellette della Volta di Cavài, intercettando la carozzabile ad un suo tornante dx, riprendendo poco più a valle, sempre sul lato sinistro, intercettandola una seconda volta per riprendere subito sul lato opposto e scendere fino alle case di Gerola sul lato opposto del torrente Bitto rispetto al centro ed alla chiesa di San Bartolomeo.
L’intero anello, se percorso integralmente a piedi, richiede circa 7 ore di cammino. Il dislivello da superare in salita è di 1080 metri.


Pista per Pescegallo

Questa discesa diretta ci permette di passare per uno dei luoghi più suggestivi e densi di mistero della valle, la Volta di Cavài, tratto il cui nome è legato ad alcune antiche leggende (o forse ha contribuito a generarle). Si natta che qui si annidassero oscure presenze, “striamenc'” (letteralmente “stregonerie”, “apparizioni di streghe”), che minacciavano e spaventavano i numerosi viandanti da e per Gerola. Pare che diverse volte i cavalli, giunti qui, si rifiutassero di proseguire, facessero dietro-front e tornassero indietro (di qui il nome: “Volta di Cavài”). In particolare accadde un giorno che i cavalli che scendevano per portare a Gerola della calce per la costruzione di una chiesetta (venivano dalla Bergamasca, per il passo di San Marco), qui giunti, si fermarono e si rifiutarono di proseguire. La gente di Gerola e Fenile, stanca di tutto ciò, fece dipingere su un grande masso un affresco che raffigurava la Madonna, ma il masso si frantumò (lo vediamo ancora, proprio a ridosso del sentiero, sul lato sinistro), e tuti capirono che ci aveva messo lo zampino (ed anche qualcosa di più) il diavolo. Ma non si persero d'animo. Nel breve volgere di due anni (1836 e 1837) furono costruite due santelle (gisöi), la prima commissionata da Bartolomeo Ambrosetti e restaurata nel 1986, la seconda commissionata da Carlo e fratelli Spandrio con Giuseppe Acquistapace. Nella prima sono raffigurati la Madonna con Bambino fra i santi Bartolomeo, Giuseppe e, ai lati, Sebastiano e Rocco. Nella seconda sono raffigurati la Madonna con Bambino fra i santi Giuseppe ed Antonio.


Fenile

Si racconta però anche una storia un po' diversa (cfr. Renzo Passerini). Un giorno due ufficiali pagatori salivano da Gerola per portare il compenso agli operai delle miniere di ferro e del forno di Pescegallo. La borsa con i soldi era poggiata sul dorso di due cavalli, che però, alla Vòlta, si imbizzarrirono, si volsero indietro e tornarono a Gerola. I due ufficiali, sconsolati, ridiscesero al paese e provarono a salire in Val Fenile per la più sconnessa via sul lato opposto del fiume, questa volta senza problemi. Vennero poi a sapere che poco dopo di loro erano saliti sulla mulattiera acciottolata due cavalieri, e proprio alla Vòlta erano stati aggrediti e picchiati selvaggiamente da briganti nascosti nei paraggi, forse per aspettare i soldi dei due pagatori. Ringraziarono così il fiuto e la saggezza dei loro cavalli. Secondo questa versione il nome del luogo è legato ai due tornanti che la mulattiera descrive, per la verità appena accennati.

Seconda santella alla Volta dei Cavai

GALLERIA DI IMMAGINI

 

ALTRE ESCURSIONI IN VAL GEROLA

La via del Bitto 1, 2, 3, 4
Il trekking della Val Gerola 1, 2
L'anello di Gerola 1, 2, 3
Tre giorni fra i laghi del Bitto 1, 2, 3
 
   
   

Copyright 2003 - 2017: Massimo Dei Cas

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout