Lago di Pescegallo

PESCEGALLO-LAGO DI PESCEGALLO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Lago di Pescegallo
1 h e 30 min.
440
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1425). Parcheggiamo qui e seguiamo i cartelli che indicano l'itinerario per il lago di Pescegallo. Saliamo su una stradina, quando la salita termina prendiamo una sterrata che se ne stacca sulla destra, seguiamola fino al termine (baita casera di Pescegallo, a 1595 metri). Saliamo alle spalle della baita, su ripido sentiero che entra nel bosco (segnavia rosso-bianco-rossi). Ne esce ad un vallone, piega a sinistra, passa per alcuni paravalanghe ed una vasca in cemento ed intercetta una pista sterrata. Poco oltre siamo agli edifici della diga di Pescegallo.


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Fra le più classiche e semplici escursioni che hanno come base Pescegallo (la famosa località climatica e sciistica in alta Val Gerola) quella al lago di Pescegallo (lach de Péscégàl) è quasi d'obbligo. In un'ora e mezza circa si sale alle rive del lago (di origine naturale, ma oggi sbarramento artificiale dell'ENEL) dove d'estate non manca chi vuole godersi l'aria fresca dell'alta quota (siamo a 1865 m.).
Per Raggiungere il Villaggio di Pescegallo (etimologicamente: il pésc del gàl, cioè l'abete del gallo cedrone) dobbiamo staccarci dalla statale 38 alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano), prendendo a destra. Dopo una seconda rotonda ed il ponte sul Bitto, raggiungiamo la partenza della strada provinciale della Val Gerola. Percorrendola, passiamo per Sacco, Rasura, Pedesina e Gerola Alta. Proseguendo diritti verso l'alta valle, seguiamo la strada fino al suo termine, all'ampia spianata del Villaggio Pescegallo (m. 1425).


Pescegallo

Parcheggiamo l'automobile al suo ingresso, sul lato orientale (di sinistra per noi). A poca distanza vediamo due cartelli, uno giallo e più datato della Comunità Montana di Morbegno (che dà il lago di Pescegallo ad un'ora ed il passo di San Marco a 3) ed uno più recente (sentiero 146 o Sentiero della natura: il lago di Pescegallo è dato ad un'ora e 20 minuti).


Apri qui una fotomappa dell'alta Val Gerola orientale

Ci incamminiamo su una stradina che passa a sinistra del torrente di Pescegallo. Al termine della salita siamo ad un ponticello. Qui lasciamo la stradina, che comincia a scendere, ed imbocchiamo, sul lato opposto del ponte, una pista sterrata che se ne stacca sulla destra. Dopo pochi tornanti usciamo dal bosco di larici e siamo ad una baita (la casera di Pescegallo, a 1595 metri). Seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi ci portiamo appena a monte della baita e prendiamo a destra, salendo diritti i ripidi prati alle sue spalle. Superato un casello dell'acqua, troviamo un largo sentiero che sale diritto verso sud-est ed entra nel bosco di larici. Il sentiero, ben segnalato, guadagna quota ed esce dal bosco sul lato sinistro (per noi) di un ampio avvallamento. Qui pieghiamo a sinistra e, superato un dossetto, ci portiamo ad una fascia di paravalanghe. Qui troviamo un vecchio cartello che segnala un bivio: andando a destra si traversa al rifugio Salmurano, mentre procedendo a sinistra si sale al lago di Pescegallo. Andiamo dunque a sinistra.


Lago di Pescegallo

Poco più avanti ci affacciamo al gradone glaciale che ospita il lago, ma non lo vediamo ancora. Ad una vasca in cemento prendiamo a destra e dopo brevissima salita intercettiamo la pista che sale fin qui da Pescegallo (si stacca più in basso dalla pista principale Pescegallo-Salmurano). Possiamo ovviamente salire fin qui sfruttandola, ma il percorso è più lungo ed il fondo, ghiaioso ed in pessime condizioni, non è certo riposante per i piedi. Procediamo sulla pista, passando poco sopra una baita solitaria. Cominciamo a vedere le strutture della diga. Passiamo a destra di un ampio ripiano acquitrinoso e ad un cartello che segnala il lago di Pescegallo ed il passo di San Marco lasciamo la pista, salendo un dosso erboso alla nostra destra. Finalmente il lago ci appare, ampio e tranquillo. Procedendo verso sinistra passiamo per le case dei guardiani e ci portiamo al camminamento della diga (m. 1865), mentre procedendo diritti scendiamo alla riva occidentale del lago. La conca di Pescegallo è coronata da cime non altissime, ma dalle forme suggestive. Da oriente (sinistra) vi si trovano le cime di Ponteranica (“piz de li férèri”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2370) ed il monte Valletto (“ul pizzàl” o “ul valét”, m. 2371). Qualche notizia interessante sul lago quando ancora era naturale ci viene offerta dal dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:


Lago di Pescegallo

Il lago Pescegallo o Pizzigallo è situato in una conca amena,che occupa la parte superiore d'una valletta del versante destro della Valle di Pescegallo, la quale, unendosi, poco sotto le case di Fenile, colla Valle dell'Inferno, forma il lungo ramo della Val Bitto di Gerola. A S. del lago s'innalza il monte Panteranica (2478 m.), a S.E. il monte Colombarolo (2141 m.) e ad E. il pizzo di Verobbio (2026 m.); a S. O. il monte Valletto (2374 m.) ed il pizzo di Salmurano (2376 m.). Dal monte Valletto e dal Colombarolo si distaccano due creste che piegando verso e N.O. si continuano coi versanti della Valle di Pescegallo.
Il lago ha forma triangolare e quasi di cuore, colla punta che guarda S.E. e colla parte opposta assai ottusa verso N.N.O. Ha sponde a lieve pendio e mollemente ondulate. le quali, verso E. e N.E. si continuano superiormente col versante erboso della Valle, mentre il fianco opposto è alquanto franoso. Le vette circostanti sono assai scoscese, brulle e biancheggianti, ai cui piedi s'estendono gli angolosi elementi detritici, che da quelle si staccano. Fra questi detriti scorrono le acque che derivano dalla fusione delle nevi e dalla lenta filtrazione, lo quali, unendosi più al basso,in piccoli ruscelli, alimentano il lago, il quale a N. O. si scarica in un abbondante emissario, che piegando tosto ad O. va ad unirsi col torrente della Valle di Pescegallo.


Lago di Pescegallo

Circa la natura della roccia, che circonda il lago, ho notato come esso posi sopra due formazioni litologiche differenti. Nella sua metà verso S. le sponde ed i dintorni sono formati di arenaria a grana finissima, di un bel coloro rosso porporino, tempestata qua e là da qualche elemento più grosso e tondeggiante, che talora, per la maggior frequenza, impani) alla roccia un aspetto di vera puddinga. Nell'altra metà invece, verso N. e N.O. predomina una roccia molto schistosa e biancheggiante per abbondanza di moscovite, ed in cui campeggiano grandi noduli di quarzo bianco e giallognolo. Questa roccia ha strati bene evidenti, che s'innalzano quasi perpendicolarmente all'orizzonte, olla direzione da N. a S. Numerose diaclasi fendono perpendicolarmente quegli strati in massi di varie dimensioni, che rovinando al basso, rivestono poi i fianchi ed i piedi dei monti sopra accennati.
Verso N. e N.O. e specialmente presso l'emissario, la roccia in posto emerge sotto forma di cocuzzoli arrotondati, libera da qualunque detrito. Sono questi cocuzzoli che propriamente trattengono le acque del lago, onde esso appare di origine orografica. Situato all'altezza di 1855 m. s. m., come rilevo dalle cartelle topografiche dell'Istituto militare; ed ha una superficie di 31200 m. q. secondo il solito elenco dei laghi compilato dal Cetti.


Lago di Pescegallo

Io lo visitai il giorno 7 Settembre 1892, e vi giunsi alle ore 2 pom. proveniente dalla Ca S. Marco, pel passo di Verobbio. Le sue acque presentavano un colore oscuro e quasi nero, vedute dall'alto, ed un bell'azzurro intenso, quale é dato dal num. III. della scala Forel, osservate da presso. La temperatura interna mi risultò di 11°C e l'esterna di 13° 2 C.alle 2 e mezza pom. con cielo coperto e quasi piovoso. Sulla sponda erbosa di E. e di N.E. rinvenni abbondantissima la Parnassia palustris L. e la Euphrasia officinalis L. Nei seni delle sponde poco profondi vivevano pur copiosi i girini della Rana temporaria Lin. la maggior parte dei quali era d'un color grigiastro, per albinismo parziale, in stato di non troppo avanzata metamorfosi, avendo appena accennate le estremità posteriori.
Sotto i sassi della sponda verso N. trovai parecchi individui di Collus gobio Ag. e ne scorsi parecchi altri di Trutta fario L. i quali, per la gran
calma, uscivano colla testa fuori delle acque, in alto lago, ad abboccare degli insetti. Presso l'emissario, gli strati della roccia in posto, sono tappezzati qua e là da fittissimo strato verdognolo, di conferve che talora si protendono in fili ramificati verticalmente, o sotto piegati rinuosamente, presso l'emissario, dal moto della corrente. Il fondo del lago, nella parte più esterna della regione litorale, è formato di ghiaia, con poco sviluppo di feltro organico, piuttosto copioso di specie diatomologiche. La maggior parte di queste le rinvenni nel sottilissimo strato gelatinoso che, a guisa di patina, ricopre i ciottoli, dai quali l'asportavo raschiando con una lama di coltello.

Giunti gin qui, possiamo completare l'escursione sfruttando un sentiero che ci permette di effettuarne il giro. Procedendo diritti, passiamo vicino alla riva meridionale. Il sentiero passa poi un po' alto sulla riva orientale e gira a sinistra, seguendo quella settentrionale. Salendo un po', intercettiamo il più marcato sentiero che sale al passo del Forcellino. Lo seguiamo fino al limite del camminamento della diga che sfruttiamo per tornare al punto di partenza.


Fortificazioni al passo di Verrobbio

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Apri qui una fotomappa della salita dal lago di Pescegallo al Forcellino con le due deviazioni per la cima del Larice

LAGO DI PESCEGALLO-FORCELLINO-PASSO DI VERROBBIO-PASSO DI SAN MARCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lago di Pescegallo-Forcellino-Passo di Verrobbio-Passo di San Marco
2 h e 30 min.
490
E
SINTESI. Dal lago di Pescegallo (m. 1865) percorriamo il camminamento della Diga, prendiamo a destra (cartello per il Forcellino, sentiero 161), saliamo con diversi tornanti sul ripido versante, varchiamo l'intaglio del Forcellino (m. 2050), scendiamo sul versante di Val Bomino con diversi tornati, traversiamo in piano, passiamo a sinistra del laghetto di Verrobbio e saliamo al vicino passo di Verrobbio (m. 2026). Oltre il passo seguiamo il marcato sentiero che scende sul versante di Val Nera e poi traversa quasi in piano al rifugio Ca' San Marco, dal quale saliamo al passo di San Marco (m. 1985).


Val Bomino

Se abbiamo tempo e gamba possiamo proseguire l'escursione puntando al passo di Verrobbio, che si trova in cima alla Val Bomino, situata ad est della valle di Pescegallo. Procediamo così. Dalla casa dei guardiani imbocchiamo il camminamento della diga. Sul lato opposto troviamo il cartello del sentiero 161, che dà il passo del Forcellino a 30 minuti, il passo di Verrobbio a 50 minuti ed il passo di San Marco ad un'ora e 50 minuti (le prime due indicazioni sono per la verità un po' ottimistiche o, se preferite, atletiche: aggiungiamo 20-30 minuti complessivi).
Un secondo cartello segnala il più difficile sentierino che, raggiunto il crinale, in 40 minuti porta al monte Motta. Lo vediamo salire lungo un ripido avvallamento erboso che merita di essere osservato per la curiosa leggenda cui è legato. È chiamato localmente “la cüna”, cioè “la culla”: vi sarebbe stato ritrovato in un lontano passato un bambino, che era sopravvissuto grazie ad una camoscia che lo aveva allattato. Al bambino sarebbe stato dato il nome di “Spandrio”. Leggenda curiosa, perché è raro trovarne di analoghe sull'arco alpino, costruite sullo schema del bambino selvaggio allattato da animali.
Volgiamo però le spalle al ripido vallone, prendiamo a destra e proseguiamo sul marcato sentiero, nel primo tratto quasi pianeggiante, che si dirige verso sud-est, correndo quasi parallelo alla riva orientale del lago, fino ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra. Il sentiero comincia ad inanellare tornanti sul ripido versante che separa l'alta Valle di Pescegallo dall'alta Val Bomino: è sempre largo, ma il fondo è piuttosto sconnesso e faticoso. Guardando in alto, non riusciamo ad indovinare dove si trovi il sospirato passo. Dopo un'ultima svolta a destra (qui dal sentiero si stacca un sentierino che sale ripido in direzione del versante), all'improvviso siamo allo stretto intaglio di roccia del Forcellino (m. 2050). Sul lato opposto si apre la solitaria Val Bomino. Sullo sfondo occhieggiano alcune fra le più famose cime del gruppo del Masino, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro e, la cima di Zocca e la cima di Castello.


Sentiero per il passo di Verrobbio

Il sentiero, sempre marcato (la sua origine è militare, e capire il perché giunti al passo di Verrobbio) comincia a perdere rapidamente quota, con diversi tornanti. Un passaggio su rocce che spesso vengono solcate da acque insidiose è protetto da corde fisse. Dopo un ultimo tornante dx, il sentiero, dopo aver perso un centinaio di metri di quota, comincia a traversare in piano l'alto versante meridionale della valle, dove non è raro trovare greggi di capre che pascolano più in alto e lasciano di tanto in tanto rotolare in basso qualche masso che può costituire un pericolo. Attraversato un corpo franoso, il sentiero sale per breve tratto ed aggira uno speroncino roccioso. Sul lato opposto appare chiaramente l'ampia sella erbosa del passo di Verrobbio (“buchéta de Bumìgn”, denominata, sul versante bergamasco, “pàs de Véròbi”, m. 2026). Il sentiero sale in diagonale le ultime balze erbose, passa a sinistra del laghetto di Verrobbio e dopo l'ultima breve salita raggiunge il ripiano erboso del passo, che si affaccia sulla Val Nera (Val Brembana).


Passo di Verrobbio

Colpiscono le fortificazioni militari, trinceramenti ed una cavità della roccia per osservare il versante di Val Bomino. Si tratta di un segmento importante del Sentiero Cadorna, cioè di quel complesso di fortificazione costruite durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio o un'invasione dalla neutrale Svizzera che avrebbe fatto del crinale orobico un fronte di importanza strategica per evitare uno sfondamento nella pianura padana. Oggi sembra remotissima l'eco di quei tempi lontani più di un secolo: solo le nebbie che spessissimo sostano qui e non se ne vogliono andare sembrano intonarsi perfettamente alla profonda malinconia che il ricordo di quei tempi suscita.


Laghetto di Verrobbio

Ma l’importanza storica di questo passo ha radici molto più antiche. Fino al 1593, anno dell’apertura della celebre via Priula, il passo di Verrobbio fu forse il più importante valico orobico, perché di qui passava l’importantissima via commerciale che da Bergamo (cioè, dal 1428, dalla Serenissima Repubblica di Venezia) si portava alla Valtellina ed ai paesi di lingua germanica, al nord. Una via assai frequentata nel Medio Evo, chiamata, con nome latino, “Via Mercatorum”, via dei mercanti. Da Bergamo saliva al Averara, dove si trovava una dogana, e da Averara, per la Val Mora, al passo di Verrobbio, dal quale si scendeva a Morbegno (per questo il passo era chiamato anche passo di Morbegno). Alla fine del Cinquecento la più comoda Via Priula, che nel primo tratto si sovrapponeva alla prima ma poi in alta Val Mora se ne distaccava salendo al passo di San Marco e scendendo per la Valle del Bitto di Albaredo a Morbegno, soppiantò la Via Mercatorum, che però non ha perso il suo fascino storico.
Poco ad ovest del passo troviamo un grazioso microlaghetto, nel quale non riescono a specchiarsi le lontane cime che si mostrano a nord-ovest. Si tratta delle cime del versante occidentale della Val Chiavenna e della Valle Spluga, che culminano nel pizzo Tambò, sulla destra.


Laghetto di Verrobbio

Poco prima del passo un sentiero si stacca sulla sinistra da quello principale, e scende in Val Bomino. Alcuni cartelli segnalano appunto questo sentiero (161: Nasoncio è data a 2 ore), ma anche il difficile (molto difficile ed esposto) sentiero che percorre il crinale dei monti Verrobbio e Cimetto ed infine l'agevole ed importante sentiero che traversa in 50 minuti circa al passo di San Marco (la sigla G.V.O. segnala che stiamo percorrendo la Gran Via delle Orobie). Se abbiamo tempo, lo possiamo imboccare, scendendo nel primo tratto oltre 150 metri, per poi procedere quasi in piano fino allo storico rifugio di Ca' San Marco (m. 1830), posto oltre un centinaio di metri più in basso rispetto al passo di San Marco (m. 1985). In un'ora circa o poco più possiamo dunque traversare dal passo di Verrobbio a quello di San Marco.

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TRAVERSATA LAGO DI PESCEGALLO-RIFUGIO SALMURANO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lago di Pescegallo-Rif. Salmurano
30 min.
100
E
SINTESI. Dal lago di Pescegallo (m. 1865) imbocchiamo la pista che scende a Pescegallo. Dopo il primo tratto vediamo sulla sinistra due cartelli che segnalano il sentiero che se ne stacca e traversa, fra larici e macereti, il versante, affacciandosi sulla conca di Salmurano e terminando al rifugio Salmurano (m. 1930).


Conca di Salmurano

Una seconda possibile escursione dal lago di Pescegallo è quella che traversa alla conca gemella di Salmurano, più ad ovest, dove si trova il rifugio omonimo. Per effettuarla imbocchiamo la pista che scende verso Pescegallo. Ignorata la segnalazione sulla destra del sentiero che scende diretto a Pescegallo (quello che abbiamo descritto per la salita), proseguiamo scendendo per un tratto, fino a trovare, sulla sinistra della pista, due cartelli che segnalano un sentierino che se ne stacca, tagliando verso sud-ovest, fra macereti e radi larici. In breve aggiriamo il dosso oltre il quale si apre l'ampia conca di Salmurano. Il sentiero prosegue verso sud e termina proprio al rifugio Salmurano (m. 1930), sul limite nord-orientale della conca. La traversata richiede circa mezzora. Il ritorno a Pescegallo sfrutta la comoda pista che sale fino al rifugio.

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LAGO DI PESCEGALLO-MONTE SALMURANO O MONTE DI SOPRA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lago di Pescegallo-Monte Salmurano-Passo dell'Avaro-Rifugio Salmurano-Pescegallo
4 h
420
EE
SINTESI. Dal lago di Pescegallo (m. 1865) non ci portiamo al camminamento ma procediamo in direzione opposta, a destra (ovest) seguendo un sentierino che scende verso la riva occidentale del lago. Noi, però non scendiamo, ma lo lasciamo andando ancora a destra, cioè continuiamo verso ovest, restiamo sul dosso erboso ed attacchiamo un più pronunciato dosso di larici, rocce lisce e macereti, a sud-ovest del lago. Saliamo tenendo più o meno il centro del dosso, superiamo un larice solitario semibruciato ed approdiamo ad un ampio pianoro erboso. Qui non andiamo diritti, ma prendiamo a sinistra e, appena possibile, riprendiamo, piegando leggermente a destra, l’andamento sud-sud-ovest fino ad affacciarci ad un valloncello superato il quale ci attende una larga fascia di massi erratici e sfasciumi, che va attraversata in diagonale, puntando ad un enorme masso erratico con la sommità colonizzata da erbe ed arbusti. Oltre il masso risaliamo un modesto dosso erboso e, seguendo una debole traccia di sentiero, aggiriamo a valle una formazione rocciosa e, prendendo leggermente a destra, tagliamo a mezza costa un valloncello alla nostra sinistra, fino a raggiungere una spianata erbosa. Risaliamo diritti il facile versante a sinistra di un torrentello, fino ad una nuova conca con un nevaietto, ai piedi del quale guadiamo il torrentello da sinistra a destra, per poi risalire un canalino erboso. Al termine della salita ritroviamo la traccia di sentiero che prosegue verso destra, passando a monte di un nuovo nevaietto, fino ad una selletta, che introduce ad una pianetta, poco sotto la cima di Salmurano. La traccia descrive ora una semicirconferenza verso sinistra, fino ad un terzo nevaietto (sotto di noi ne vediamo uno più grande, che alimenta un micro laghetto); poi procede diritta verso sinistra, in direzione del crinale, superando un passaggio esposto, che richiede attenzione (potremmo, però, evitarlo salendo direttamente al crinale). Alla fine ci ritroviamo sul crinale ed alla nostra destra vediamo la cima del monte Salmurano (m. 2269). Scendiamo ora sul crinale opposto (sentierino), verso sud-sud-est, ad una sella. Una breve risalita ci porta all'anticima del monte, oltre la quale scendiamo ancora sul crinale verso sud-sud-est per breve tratto, piegando poi a destra (est) e, disceso un versante un po' ripido, intercettando il sentiero 101 che, percorso verso destra, ci porta al passo dell'Avaro (m. 2099). Qui lasciamo il sentiero 101 e prendiamo a destra, ignorando una deviazione a sinistra e proseguendo nell'ampia conca di Salmurano, in direzione (sud) di un grande manufatto in cemento e degli impianti di risalita, fino a raggiungere il ben visibile rifugio Salmurano (m. 1848). Qui imbocchiamo la pista sterrata che ridiscende a Pescegallo oppure il sentierino segnalato che dal rifugio volge ad est e traversa tornando al lago di Pescegallo.


Lago di Pescegallo

Il monte Salmurano (conosciuto sul versante bergamasco come Munt de Sura, m. 2269) è l'arrotondata cima erbosa che dal lago di Pescegallo si disgingue facilmente guardando verso destra (sud-ovest) e può essere raggiunto con un'escursione non difficile, ma da affrontare con attenzione perché non segnalata. Vediamo come.
Giunti in vista degli edifici dell'ENEL alla diga di Pescegallo, non seguiamo il sentiero per il Forcellino ma lo lasciamo prendendo a destra e seguendo un sentierino che poi scende sulle rive del lago. Noi, però, non scendiamo, ma andiamo ancora a destra (ovest), restiamo sul dosso erboso ed attacchiamo un più pronunciato dosso di larici, rocce lisce e macereti, a sud-ovest del lago. Saliamo tenendo più o meno il centro del dosso e sfruttando le rocce scoperte ed i corridoi erbosi per evitare i fastidiosi rododendri. Puntiamo, quindi, un grande larice solitario, facilmente riconoscibile perché nella parte alta è stato sfrondato da un fulmine, mentre conserva i rami nella parte bassa.


Monte Valletto

Oltrepassato il larice, proseguiamo diritti, gettando ogni tanto un’occhiata alle spalle per godere dell’ottimo colpo d’occhio sul lago di Pescegallo. Alla nostra sinistra, invece, incombe la bizzarra ed imponente protuberanza rocciosa che si protende sulla conca di Pescegallo dal crinale con le cime di Ponteranica: si tratta del monte di Pescegallo. Ad un certo punto approdiamo ad un ampio pianoro erboso, davvero incantevole e suggestivo, dove si trovano anche resti di pozze interrate dagli eriofori. Ora, però, dobbiamo stare attenti ed evitare di proseguire diritti, perché il pianoro termina ad un pericoloso salto roccioso di cui dalla nostra posizione non ci rendiamo conto (non lasciamoci ingannare da alcuni larici, che sono piantati proprio sullo strapiombo). Dobbiamo, quindi, piegare decisamente a sinistra, con due possibili itinerari: avvicinarci molto al versante della testata della valle (sud), là dove arriva anche un valloncello, e portarci ad un secondo pianoro dove si trova anche una bella pozza; prendere a sinistra ma, appena possibile, riprendere, piegando leggermente a destra, l’andamento sud-sud-ovest ed affacciandoci ad un valloncello superato il quale ci attende una larga fascia di massi erratici e sfasciumi, che va attraversata in diagonale, puntando alla parete nord del monte Valletto, ben visibile sulla testata della valle. Anche nel primo caso dobbiamo attraversare la fascia di massi, ed è, questa, la parte più noiosa della salita.


Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima del monte Salmurano

Per avere un punto di riferimento, cerchiamo, sul lato opposto della fascia, un enorme masso erratico con la sommità colonizzata da erbe ed arbusti (ma dal punto nel quale siamo non lo possiamo ancora notare), e puntiamo a raggiungerlo. Il masso, che ha la forma piuttosto regolare di una scatola scura, più larga che alta, non si trova a ridosso del versante montuoso, ma sul limite dei pascoli, visivamente sotto la verticale della bocchetta erbosa a sinistra del monte Salmurano (che, a sua volta, è l’arrotondata elevazione che vediamo più a destra sul crinale); è, inoltre, non molto a sinistra di un grande larice solitario che sembra piantato in mezzo ai massi.


Conca di Pescegallo

Dopo la faticosa traversata (nella quale ci potrà capitare di imbatterci in un piccolo ometto), ci possiamo riposare, se la giornata è calda ed il sole picchia, all’ombra della sua parete settentrionale, godendo anche dell’ottimo panorama che già da qui si apre: vediamo, davanti a noi, i pizzi Tambò e Stella, in Valchiavenna, e, alla loro destra, il gruppo del Masino dal pizzo Badile al monte Disgrazia.
Lasciato l’ospitale masso, risaliamo un modesto dosso erboso e, seguendo una debole traccia di sentiero, aggiriamo a valle una formazione rocciosa e, prendendo leggermente a destra, tagliamo a mezza costa un valloncello alla nostra sinistra, fino a raggiungere una spianata erbosa. Siamo appena a sinistra del torrente che scende dal versante alto della valle; invece di guadarlo, risaliamo diritti il facile versante alla sua sinistra, fino ad una nuova conca con un nevaietto, ai piedi del quale guadiamo il torrentello da sinistra a destra, per poi risalire un canalino erboso. Al termine della salita ritroviamo la traccia di sentiero che prosegue verso destra, passando a monte di un nuovo nevaietto, fino ad una selletta, che introduce ad una pianetta, poco sotto la cima di Salmurano. La traccia descrive ora una semicirconferenza verso sinistra, fino ad un terzo nevaietto (sotto di noi ne vediamo uno più grande, che alimenta un micro laghetto); poi procede diritta verso sinistra, in direzione del crinale, superando un passaggio esposto, che richiede attenzione (potremmo, però, evitarlo salendo direttamente al crinale). Alla fine ci ritroviamo sul crinale ed alla nostra destra vediamo la cima del monte Salmurano, ormai vicinissima: pochi passi sul crinale che sale dolcemente e siamo al cartello “Val Brembana”, piantato sulla cima.


Conca di Salmurano

Per questa via la salita da Pescegallo alla cima richiede più tempo (diciamo tre ore), mentre il dislivello approssimativo è solo di poco superiore (840 metri circa). Ovviamente possiamo sfruttare la più semplice via di salita come via per il ritorno, procedendo così. Scendiamo dal monte Salmurano sul crinale opposto (sentierino), verso sud-sud-est, ad una sella. Una breve risalita ci porta all'anticima del monte, oltre la quale scendiamo ancora sul crinale verso sud-sud-est per breve tratto, piegando poi a destra (est) e, disceso un versante un po' ripido, intercettando il sentiero 101 che, percorso verso destra, ci porta al passo dell'Avaro (m. 2099). Qui lasciamo il sentiero 101 e prendiamo a destra, ignorando una deviazione a sinistra e proseguendo nell'ampia conca di Salmurano, in direzione (sud) di un grande manufatto in cemento e degli impianti di risalita, fino a raggiungere il ben visibile rifugio Salmurano (m. 1848). Qui imbocchiamo la pista sterrata che ridiscende a Pescegallo. L'anello richiede circa 5 ore di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 820 metri).  

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ANELLO DI PONTERANICA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lago di Pescegallo-Porta sul crinale-Laghetti di Ponteranica-Passo dell'Avato-Rifugio Salmurano-Pescegallo
5-6 h
730
EE
SINTESI. Dal lago di Pescegallo (m. 1865) percorriamo il camminamento della Diga, prendiamo a destra (cartello per il Forcellino, sentiero 161), saliamo fino a trovare ben presto, ad un tornante sx, un sentierino che se ne stacca a destra e traversa ad un baitello solitario. Proseguiamo salendo verso destra, su traccia molto discontinua. Il versante è ripido, ma non difficile. Dobbiamo prestare attenzione a stare sul lato di destra, non lontani dai contrafforti rocciosi della cima di Pescegallo. Raggiungiamo così una sorta di ripiano che ci introduce ad una conca nella quale, nonostante la quota relativamente modesta, si apre un singolare scenario di alta quota. La conca si apre ad est (sinistra, per noi) della cima di Pescegallo (m. 2328), che spicca, con la sua forma pronunciata, alla nostra destra. Saliamo ancora, diritti, tagliando due nevai. Non ci sono segnavia, ma diversi ometti ci aiutano. Quando la pendenza si fa più marcata, dobbiamo procedere diritti, seguendo una debole traccia che ci porta ai piedi di un ripido canalino di sfasciumi, che saliamo non senza fatica fino a guadagnare una stretta porta sul crinale (m. 2330). Ci affacciamo così al versante di Val Brembana, alti sull'ampio ripiano dei laghetti di Ponteranica. Andiamo a destra, passiamo per un grande ometto, scendiamo su sentierino tagliando il versante, intercettiamo un sentiero più marcato, lo seguiamo verso sinistra e siamo ai laghetti di Ponteranica. Passiamo a destra del laghetto meridionale (m. 2105) e scendiamo sul sentiero 109 ad intercettare il sentiero 101. procedendo a destra passiamo a destra del monte Avaro ed all'alpeggio dell'Avaro, superiamo alcuni valloncelli e siamo ad un bivio: prendiamo a destra, saliamo al passo dell'Avaro (m. 2099) e scendiamo nella conca di Salmurano, fino al rifugio Salmurano (m. 1930). Da qui possiamo imboccare il segnalato sentiero che va a destra e traversa al lago di Pescegallo oppure, seguendo la pista che qui termina, scendere infine a Pescegallo (m. 1425).


Salita alla bocchetta di quota 2330 m.

Una terza possibilità escursionistica che ha come base il lago di Pescegallo richiede esperienza ed allenamento. Si tratta della traversata ai laghetti di Ponteranica, sul versante della Val Brembana, con ritorno su quello valtellinese per il passo di Salmurano. Potrebbe essere chiamata anello di Ponteranica, perché circonda le tre cime omonime. Il primo tratto coincide con l'itinerario di salita al Forcellino. Procediamo così.
Dalla casa dei guardiani imbocchiamo il camminamento della diga. Sul lato opposto troviamo il cartello del sentiero 161, che dà il passo del Forcellino a 30 minuti, il passo di Verrobbio a 50 minuti ed il passo di San Marco ad un'ora e 50 minuti. Prendiamo a destra e proseguiamo sul marcato sentiero, nel primo tratto quasi pianeggiante, che si dirige verso sud-est, correndo quasi parallelo alla riva orientale del lago, fino ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra. Il sentiero comincia ad inanellare tornanti sul ripido versante che separa l'alta Valle di Pescegallo dall'alta Val Bomino. Ben presto, però, ad un tornante sx, vediamo un sentiero che se ne stacca prendendo a destra. C'è anche un cartello divelto che segnala il Sentiero della Natura.


Bocchetta sul crinale (sella di quota 2330 m.)

Il sentierino punta ad un ben visibile (se la visibilità è quantomeno discreta; purtroppo questa zona propone talora densi nebbioni che rendono problematico l'orientamento e quindi sconsigliabile la traversata) baitello. Proseguiamo salendo verso destra, su traccia molto discontinua. Il versante è ripido, ma non difficile. Dobbiamo prestare attenzione a stare sul lato di destra, non lontani dai contrafforti rocciosi della cima di Pescegallo. Raggiungiamo così una sorta di ripiano che ci introduce ad una conca nella quale, nonostante la quota relativamente modesta, si apre un singolare scenario di alta quota. La conca si apre ad est (sinistra, per noi) della cima di Pescegallo (m. 2328), che spicca, per la sua forma pronunciata ed i singolari spuntoni, alla nostra destra. Saliamo ancora, diritti, tagliando due nevai.


Monte Valletto

Non ci sono segnavia, ma diversi ometti ci aiutano. Quando la pendenza si fa più marcata, dobbiamo procedere diritti, seguendo una debole traccia che ci porta ai piedi di un ripido canalino di sfasciumi, che saliamo non senza fatica fino a guadagnare una stretta porta sul crinale. Ci affacciamo così al versante di Val Brembana, alti sull'ampio ripiano dei laghetti di Ponteranica. Procedendo verso destra (ovest) raggiungiamo un grande ometto. Siamo a 2330 metri e vediamo più in basso, a destra, i laghetti di Ponteranica, verso i quali cominciamo a scendere, in direzione sud, sfruttando un sentiero che taglia il ripido versante erboso ed una fascia di roccette. Passando sopra un salto roccioso appena a monte dei laghetti, intercettiamo, ai piedi dell'imponente monte Valletto, un sentiero più marcato. Lo seguiamo verso sinistra, scendendo fino alle balze che separano il laghetto settentrionale da quello meridionale di Ponteranica (m. 2105).
Ora prendiamo a destra (segnavia del sentiero 109), passando ad ovest del laghetto meridionale e tagliando il fianco del monte Triomen. Ci allontaniamo così dal ripiano glaciale che ospita i laghetti e scendiamo un dosso erboso, fino ad intercettare il più marcato sentiero 101 (Sentiero delle Orobie Occidentali). Proseguiamo verso destra, passando a destra della cima erbosa del monte Avaro (m. 2088), preceduta da una gentile pozza. Il nome del monte è legato ad una leggenda che vale la pena di raccontare.
Gran brutto vizio, l’avarizia. È uno dei sette peccati capitali, che ti manda diritto diritto all’inferno. A volerla vedere da un differente punto di vista, è una malattia dalla quale difficilmente si guarisce, una malattia che rende chi ne è affetto odioso a tutti. Di avari ce ne sono dappertutto. Ed anche Cusio, incantevole borgo posto in cima alla Val Averara, aveva il suo. Un “Avarù”, avarone, di quelli che, quando c’era da tenersi in tasca il denaro, ne sanno una più del diavolo. Ma quando il diavolo ci vuole mettere lo zampino, allora anche per un avaro la situazione si fa difficile. Ecco cosa accadde.
L’avaro possedeva l’alpeggio ai piedi del monte Triomen e poco a monte di una modesta e graziosa elevazione erbosa. Un pascolo piuttosto … avaro, pieno di sassi com’era. Le sue bestie non trovavano granché, ed erano patite e stentate. E ben gli stava, commentavano i Cusiesi: "Chèl che s' fa 'l vé rendì", quel che si fa viene reso. Il nostro taccagno era tanto odioso che il suo alpeggio ed il vicino monte vennero chiamati (e si chiamano ancora oggi) “Monte Avaro”. Il disprezzo dei suoi compaesani non lo disturbava più di tanto; lo disturbava, invece, eccome, la scarsa resa del suo alpeggio. Si rodeva tanto che un giorno gli scappò l’esclamazione “Darei l’anima al diavolo per un alpeggio pulito e verdeggiante!”


Apri qui una panoramica sul Monte Avato e sulla Val Brembana

Non puoi dire cose del genere senza conseguenze: la terrà tremò e si squarciò ed il diavolo in persona gli si presentò sotto le classiche sembianze di un rosso caprone. Senza preamboli, andò al dunque: in cambio dell’anima gli avrebbe ripulito l’alpeggio per bene. Neppure un sassolino ci sarebbe rimasto. L’avaro, che avaro era, ma non stupido, sentì puzza di bruciato, e non solo perché dalle viscere della terra esalava un pizzo di zolfo da far paura. Per la prima volta nella sua vita la prospettiva di un enorme guadagno lo lasciò titubante. Aveva imparato che gli affari apparentemente più vantaggiosi possono nascondere le più grandi perdite. Cos’era quella storia dell’anima? All’anima non aveva mai pensato sul serio, ma ora venne preso dal sospetto che si trattasse di qualcosa di molto prezioso, e che forse la stava svendendo. No, meglio tenersela. Ma come rinunciare alla magnifica prospettiva di un alpeggio ricchissimo? Ebbe come un lampo, come un’illuminazione: si sarebbe tenuto anima e pascolo ingannando il diavolo. “Ad una condizione, messere: avrete la mia anima se saprete portare a termine il lavoro a regola d’arte questa notte, prima che i rintocchi dell’Ave Maria mattutina dal campanile di Cusio si diffondano per tutta la valle”, disse. “E così sia pattuito”, tuonò il caprone.


Apri qui una panoramica sul monte Avaro

La sfida iniziò, L’avaro era sicuro di sé; del resto, di persone molto furbe non si dice che ne sanno una più del diavolo? Troppi i massi, impossibile ripulire tutto in una sola notte: sul far dell’alba si sarebbe trovato, senza spesa alcuna, un bel pezzo dell’alpeggio ripulito, e tanto gli bastava. Ma il diavolo era ancora più sicuro di sé, perché dalle viscere della terra richiamò una schiera di compari diavoli, che si misero al lavoro di buona lena. Uno spettacolo davvero unico e suggestivo quello delle diaboliche ombre al lavoro all’incerto chiarore della luna, ma l’avaro non era certo nello stato d’animo di poterselo godere perché, minuto dopo minuto, era sempre meno convinto di uscire vincitore dalla sfida.


La pozza presso il monte Avaro e, sul fondo, il monte Triomen

Erano ormai prossime le sei di mattina, l’ora dell’Ave Maria, e la sfida si giocava sul filo di lana. Ai diavoli mancava solo un masso da rimuovere, il più grande. L’avaro si vide perso, e corse a precipizio scendendo sul sentiero per Cusio, per far suonare l’Ave Maria un po’ prima dell’ora canonica. Giunto in paese, si precipitò alla casa del sagrestano, chiedendo le chiavi del campanile per poter dar di mano alla corda della campana. Stremato, si attaccò alla corda cadendo quasi a corpo morto, e la campana diffuse il suo suono nell’aria che ancora pareva immersa nel torpore del sonno.


Il grande masso con l'impronta del diavolo

La sfida ebbe termine: ma com’era andata? Non lo poteva sapere. Per qualche istante rimase lì, immobile: se il diavolo avesse vinto, sarebbe subito sceso a reclamare la sua anima. Ma nessuno si affacciò all’uscio del campanile, se non il sacrestano assonnato che non capiva quel che stava accadendo. “Dio sia lodato!” scappò detto all’avaro, con grande stupore del sacrestano, che non gli aveva mai sentito usare parole così devote. Quando la luce ebbe preso pieno possesso della valle, l’avaro si incamminò, titubante, verso il suo pascolo. Che spettacolo! Che splendore! Tutto ripulito, tranne che per il masso erratico più grande, che sembrava leggermente smosso, ma era ancora lì. L’avrebbe abbracciato, se avesse potuto, quell’enorme masso sotto il quale tante volte avevano trovato riparo pecore e capre. Non gli avrebbe mai staccato gli occhi di dosso, a quella fredda pietra che lo aveva salvato. E fu allora che vide l’impronta dello zoccolo del diavolo. Fu un giorno grandioso: da allora si guadagnò la fama dell’avaro che aveva ingannato il diavolo.
E la sua anima? Non sappiamo cosa ne sia stato, dopo la morte, non sappiamo se il diavolo si sia preso la sua rivincita o se sia rimasto scornato. Quel che sappiamo è che il monte Avaro ancora oggi sorride, con la sua incantevole pozza, a tutti quanti passano sul vicino sentiero. A poca distanza una fascia di massi, e l’enorme macigno con l’impronta del diavolo. E se poi qualcuno pensa che all’avaro sia andata troppo bene, si consoli, perché della leggenda esiste una seconda versione, secondo la quale la sfida fu vinta dal diavolo, che si portò via sghignazzando maleficamente la sua anima.
Chissà. Intanto gustiamo lo scenario bucolico, impreziosito dalla pozza, posto a 1997 metri di quota, nel quale si specchia il monte Triomen (m. 2251).

Più avanti ci affacciamo alla verde e stupenda conca che si stende ai piedi del monte Valletto. La conca è occupata da alcuni grandi massi erratici, fra i quali sono stati ricavati dei ricoveri per pastori e bestiame. Fra questi, il masso del diavolo della leggenda.
Oggi qui regna la solitudine, spezzata solo dagli escursionisti che, soprattutto nelle giornate festive, qui non sono, per la verità, rari. Superiamo quindi alcune ripide vallecole e siamo al passo dell'Avaro (m. 2099): mentre il sentiero 101 prosegue diritto, noi lo lasciamo prendendo a destra e varcando il passo che ci porta nella parte alta della conca di Salmurano, sul suo lato orientale. Un marcato sentiero scende verso nord. Poi la traccia si fa più debole, ma procediamo senza problemi, puntando al ben visibile rifugio Salmurano (m. 1848), sul limite della conca, sempre sul lato destro. Dal rifugio, infine, torniamo a Pescegallo sulla pista che termina proprio al rifugio stesso (oppure, se vogliamo tornare al lago, dal rifugio imbocchiamo il sentiero segnalato che va a destra e traversa al lago medesimo).


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