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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Laveggiolo-Casera q. 1865-Monte Piazzo
3 h
800
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471). Ci incamminiamo sulla pista che procede verso ovest-sud-ovest, in direzione dell'imbocco della Val Vedrano, lasciandola però non appena vediamo sulla sinistra un sentiero che se ne stacca traversando più basso fino al torrente Vedrano, che supera su un ponticello, per poi salire sul versante opposto e tagliare più volte la pista. Alla fine restiamo sulla pista e giungiamo così alla casera quotata 1865 e proseguiamo sulla pista sterrata. Giunti più o meno sul filo del dosso nel qale la pista si affaccia alla Valle della Pietra, troviamo, a destra della pista, l'evidente scritta "Piaz". Lasciamo dunque la pista o per cominciare la salita a vista verso destra, seguendo la facile cresta di sud-est. Il tratto è abbastanza ripido, ma, raggiunto un primo grande traliccio, la pendenza si fa alquanto più mite. Dopo un tratto quasi pianeggiante, la salita riprende, sempre sul filo del dosso, su traccia che ci porta ad un secondo grande traliccio. Oltrepassato un grande ometto, saliamo alla grande croce che non è proprio sulla cima, ma leggermente più in basso: qualche minuto di ulteriore cammino ci porta alla sommità erbosa del Piaz, a 2269 metri.

AGGIORNAMENTO: la relazione sotto riportata ha un valore "storico" e va aggiornata: da diversi anni, infatti, la pista che si stacca dalla sterrata della Val Vedrano prosegue fino al rifugio Trona Soliva, ed ha quindi sostituito il sentiero preesistente. Nella nuova situazione dobbiamo seguire questa pista prestando attenzione al muraglione sul suo lato destro, fino a trovarvi scritto "Piaz": qui la lasciamo per salire sul ripido versante erboso, seguendo una traccia di sentiero, in direzione di un primo grande traliccio, come sotto descritto.

Il monte Piazzo (“piz di piàz”, m. 2269) è uno dei più panoramici ed insieme facilmente raggiungibili dell’intera Val Gerola: due ottimi motivi per salirci. Aggiungiamone un terzo: fino a quota 1865 possiamo salire in mountain-bike, sfruttando una pista sterrata tracciata di recente, e quindi unire il piacere della camminata a quello della pedalata ad alta quota. Base per l’ascensione è Gerola Alta, nel cuore della Val Gerola. La si raggiunge sfruttando la strada ex statale 405, ora strada provinciale n. 7 della Val Gerola, che si imbocca a Morbegno, staccandosi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra, al primo semaforo all’ingresso della cittadina (per chi proviene da Milano), e seguendo le indicazioni.
Dopo 7 km di salita incontriamo il primo paese della valle, Sacco, e dopo 9 il secondo, Rasura. Superata la galleria del Pic, oltrepassiamo anche Pedesina (km 11,5) ed una seconda galleria nei pressi della val di Pai, ed alla fine siamo a Gerola (m. 1050), a 14,5 km da Morbegno.
Possiamo cominciare da qui la salita, a piedi o in mountain-bike, ma, volendo, è possibile anche proseguire in automobile. In ogni caso dobbiamo imboccare la stradina che sale a Castello e
Laveggiolo (“Lavegiöl”): latroviamo sulla nostra destra, all’uscita dal paese, appena prima del cimitero. Salendo, passiamo fra le case della contrada Foppa, prima di incontrare il ponte che scavalca il torrente Vedrano, che si precipita con tutta la sua furia da roccioni impressionanti. Poco oltre, troviamo, sulla nostra sinistra, un cartello che indica Laveggiolo a 50 minuti di cammino, in corrispondenza della partenza di un sentiero: se siamo a piedi, possiamo sfruttarlo. Dopo un primo tratto verso sinistra, volge a destra, oltrepassa una baita solitaria ed effettua una lunga diagonale in una splendida pineta, prima di tornare ad intercettare la strada asfaltata più in alto. L’unico problema è rappresentato dall’attraversamento di una vallecola che, dopo un recente smottamento, richiede attenzione.
Tornati sulla strada asfaltata, proseguiamo fino al bivio per Castello; due stradine che portano alla piccola frazione si staccano dalla strada principale sulla sinistra, in corrispondenza di un tornante destrorso.
“Castèl” è nucleo assai antico, già citato in un documento del 1323. La frazione è posta a 1300. Da qui, guardando verso sud-ovest, possiamo già vedere distintamente la meta, cioè la cima del Piaz, che sembra ancora assai lontana. Proseguiamo: ignorata la deviazione a destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, m. 1298, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836): se siamo in mountain-bike, potremo sfruttarla per chiudere un bell’anello, scendendo da Case di Sopra a Ravizze, di qui alla ex statale 405, ora strada provinciale, e tornando infine a Gerola. Lo racconteremo più avanti. Dopo un tornante sinistrorso e appena prima del successivo destrorso, troviamo, appena a valle della strada, il bell’oratorio di S. Rocco (“san ròch”, m. 1395), edificato nel 1632 e restaurato nel 1959. Sulla facciata possiamo leggere quest’iscrizione in lingua latina: “Ora pro nobis beate Roche ut mereatum preservari varia peste et epidemie”, cioè “Prega per noi, beato Rocco, perché meritiamo di essere preservati dalle diverse forme di peste ed epidemia”. In queste parole si esprime tutta la paura per un flagello che per secoli, e soprattutto nel Seicento, ha decimato le popolazioni contadine anche nelle nostre valli. Molto bello è il panorama che si apre di fronte alla facciata, soprattutto in direzione della valle della Pietra.
Avanti ancora, fino all’ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla località di S. Giovanni. Ignorata la deviazione, eccoci finalmente alla bellissima frazione di Laveggiolo (
“lavegiöl”, m. 1471; il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili.), dopo circa un’ora di cammino da Gerola (o 30-40 minuti se siamo saliti in mountain-bike). Fino a qui, però possiamo giungere anche in automobile, che lasciamo nel parcheggio nei pressi dell’edicola del parco delle Orobie Valtellinesi.
La pista prosegue anche oltre il paese, in direzione della Val Vedrano, ma è chiusa al traffico veicolare. Se siamo in mountain-bike, la seguiamo, fino all’imbocco della valle, dove pieghiamo a sinistra ed attraversiamo il torrente, per proseguire sul suo lato opposto. Se, invece, siamo a piedi ci conviene lasciarla alla prima deviazione segnalata sulla nostra sinistra, per imboccare un sentiero che scende ad un gruppo di baite, supera una bella fontana e conduce ad un ponticello in legno, sul quale passiamo superando il torrente Vedrano. Oltrepassato il torrente, troviamo sulla nostra sinistra una splendida radura, con un tavolo e due panche, un luogo ideale per una sosta all’insegna della quiete più profonda. Ignoriamo, poi, il sentiero che scende verso sinistra e cominciamo a salire, con diversi tornanti, fino ad intercettare la pista sterrata, che lascia l’imbocco della val Vedrano.
Superata la baita di quota 1725, inanelliamo alcuni tornanti, prima di raggiungere lo spiazzo dove si trova la casera quotata 1865 metri, dove la pista termina. In questo tratto la monotonia della salita è attenuata dal panorama, davvero splendido, soprattutto in direzione nord: si mostra gran parte del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo ai pizzi Torrone, dal monte Sissone al monte Disgrazia. Guardando verso sud ovest dalla casera, vediamo, ormai vicina, la cima del Piazzo, ma il versante che scende da essa appare, da qui, aspro e difficilmente abbordabile. Lasciamo qui la bici, se siamo saliti con questo mezzo, ed imbocchiamo un sentierino che prosegue in direzione sud-est, per aggirare il dosso che scende, in direzione nord-est, proprio dal Piazzo.
Dopo aver oltrepassato alcune barriere paravalanghe, dove è segnala l’indicazione per il rifugio Trona (cui, infatti, si giunge seguendo il sentiero), dobbiamo fare attenzione: più o meno sul filo del dosso, troviamo, su un sasso alla destra del sentiero, un segnavia bianco-rosso-bianco (che si distingue, quindi, da alcuni precedenti, nei classici colori rosso-bianco-rosso). C’è anche una scritta, piuttosto sbiadita ma ancora decifrabile: “Piaz”. È qui, dunque, che dobbiamo lasciare il sentirino per cominciare la salita, che segue la facile cresta di sud-est. Non affatichiamoci troppo a cercare una traccia di sentiero: in realtà se ne trova qualche scampolo qua e là, ma in questo tratto si sale quasi a vista, puntando verso il grande traliccio dell’energia elettrica che supera di molto in altezza, nella sua alterigia d’acciaio, i miti e radi larici.
Questo primo tratto è abbastanza ripido, ma, raggiunto il traliccio, la pendenza si fa alquanto più mite. Dobbiamo proprio passare sotto il gigante d’acciaio, che, visto dal basso, suscita una stranissima impressione. Poi, dopo un tratto quasi pianeggiante, riprende la salita, sempre sul filo del dosso, che ci porta ad un secondo grande traliccio. Fermiamoci un attimo: il panorama lascia senza fiato. Verso sud, ecco davanti a noi, bellissima, la parte occidentale della testata della Val Gerola, dal pizzo di Tronella, a sinistra, al pizzo di Trona ("piz di vèspui", m. 2510), che, scusate il gioco di parole, davvero troneggia, al centro di questa possente sequenza di cime. Alla sua destra, arrotondato e meno appariscente, il più famoso ed alto (ma da qui non si direbbe) pizzo dei Tre Signori ("piz di tri ségnùr", m. 2585). Chiude la sequenza, sulla destra, il pizzo Varrone (m. 2325), che mostra soprattutto il caratteristico Dente del Varrone (che, visto da qui, si confonde con la cima del pizzo). Ai piedi della testata, l’invaso di Trona.
Ci attende, ora, l’ultimo tratto della salita, in direzione della croce, già ben visibile. Oltrepassato un grande ometto, versiamo le ultime gocce di sudore, prima di raggiungerla. La croce, in realtà, non è proprio sulla cima, ma leggermente più in basso: qualche minuto di ulteriore cammino ci porta alla sommità erbosa del Piaz, a 2269 metri. Guardiamo a nord, ora, e lustriamoci gli occhi.
Cominciamo da sinistra. Fra le molte cime, una spicca per il profilo affilato: è il Sasso Manduino (m. 2888), fra Valle dei Ratti e Val Codera. Alla sua sinistra, assai meno pronunciato, il non meno celebre pizzo di Prata (m. 2727), che sovrasta Prata Camportaccio, presso Chiavenna. A destra del Sasso Manduino, si vede l’intera testata della Valle dei Ratti, con le meno evidenti cime di Gaiazzo (m. 2920) e, al centro, il ben visibile pizzo Ligoncio (m. 3033), dove si incontra lo spartiacque di tre valli, quella dei Ratti, la Val Codera e la Val Ligoncio, in
Val Masino. Proseguendo verso destra, vediamo il monte Spluga (m. 2927) e la cima del Desenigo (m. 2845). Ecco, poi, le celeberrime cime del gruppo del Masino: il pizzo Badile (m. 3308), seminascosto dalla cima del Desenigo, il pizzo Cengalo (m. 3367), i pizzi Gemelli (m. 3261) ed il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca (m. 3267), sulla testata della Val Porcellizzo. Ancora, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) centrale ed orientale, sulla testata della valle del Ferro e della Val Qualìdo. Quindi la cima di Zocca (m. 3175) e, ben visibile ed imponente, la cima di Castello, la più elevata del gruppo, con i suoi 3386 metri; insieme alla punta Rasica (m. 3305) ed al pizzo Torrone occidentale (m. 3349), queste cime costituiscono la testata della valle di Zocca; ancora, i pizzi Torrone centrale e orientale (m. 3333), sulla testata della val Torrone, il monte Sissone (m. 3331), le cime di Chiareggio ed il monte Disgrazia (m. 3678), sulla testata della val Cameraccio.
Proseguendo verso destra, appaiono alcune cime della testata della Val Malenco, cioè la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Ancora più a destra, sono ben visibili il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3134). Verso ovest, invece, ci si propone in primo piano il crinale fra val Vedrano e
valle della Pietra ("val de la Préda"), che, dalla cima del Piazzo, scende bruscamente con un gruppo di rocce che ci impediscono di percorrerlo, prima di risalire fino alla cima del pizzo Mellasc ("ul melasc", m. 2465), che si mostra in tutta la sua bellezza in primo piano, togliendoci, però, la visuale sulle Orobie occidentali. Dominiamo, più a destra, anche la val Vedrano, e le cime del suo fianco occidentale, cioè la cima di Fraina ("piz de fòpa", m. 2288) e il monte Colombana ("ul pizzöl", m. 2835).
In direzione opposta, cioè verso est, si mstra un bello spaccato delle Orobie centrali, dal quale emergono la cima ed il passo di Pedena, fra Valle del Bitto di Albaredo e val Budria (
Val Tartano). Verso sud-est possiamo ammirare la sezione orientale della testata della Val Gerola, con i monti Ponteranica (m. 2378) e Valletto (m. 2371). Verso sud, infine, ecco di nuovo la sezione occidentale della medesima testata, con i pizzi di Trona, dei Tre Signori e Varrone. Ai loro piedi, la grande conca dell’alpe di Trona, dove è collocato il rifugio omonimo.
Le due ore circa di cammino da Laveggiolo (con un dislivello approssimativo di 800 metri; calcoliamo, invece, con il percorso misto di mountain-bike da Gerola circa 2 ore ed un quarto) sono, quindi, ampiamente ripagate.
Un suggerimento per chi fosse salito in mountain-bike: al ritorno sfruttiamo la variante già segnalata. Dopo il primo tornante destrorso che si incontra scendendo da Laveggiolo, imbocchiamo la deviazione segnalata, sulla sinistra, per la frazione di Case di Sopra: una comoda pista sterrata ci porta alla frazione e qui termina, in corrispondenza di una chiesetta e di un lavatoio (m. 1298).
La chiesetta è l’oratorio di S. Giovanni Battista, di origine settecentesca. Sul suo campanile troviamo la scritta “Dio mi vede, Dio mi guarda”, e la data 1745. In realtà non possiamo trattenere il pensiero che Dio rivolga, insieme a noi, lo sguardo a nord, verso la superba successione di cime del gruppo del Masino, che anche da qui si mostrano splendidamente: non potrà non essere rapito anche Lui, penseremo, da tanto splendore. O forse la scritta va intesa diversamente: forse è l’oratorio stesso che Dio guarda e veglia: la mano divina, infatti lo ha miracolosamente preservato, in passato, dalle disastrose conseguenze di una violenta valanga, scesa dai ripidi fianchi del versante montuoso. Del resto la Val Gerola, per la sua posizione non lontana dalle correnti umide lariane, è una delle più innevate della catena orobica.
Proprio dalla chiesetta parte un sentierino, non troppo ripido e con fondo abbastanza regolare, sul quale, con un po’ di attenzione ma senza troppa fatica, scendiamo alla sottostante frazione di Ravizze (m. 1209, circa un km sotto), circondati da splendidi prati che, a primavera inoltrata, ci abbagliano con un verde intenso e profumato. Qui troviamo una nuova chiesetta, l’oratorio della Beata Vergine Assunta, anch’esso di origine settecentesca.
Nei suoi pressi, la carrozzabile che ci riporterà, dopo 2 chilometri e mezzo e qualche tornante, alla statale della Val Gerola, alternando il fondo asfaltato a quello sterrato. Nella discesa troviamo anche, ad un tornante destrorso, il cartello che indica la partenza del sentiero per l’alpe Stavello, data a 2 ore e 10 minuti di cammino, e la bocchetta di Stavello (“buchéta de Stavèl”), data a 3 ore e 30 minuti, base di partenza per la facile ed interessantissima ascensione al monte Rotondo ("ul redùnt", m. 2469). Alla fine ci ritroviamo sulla strada statale, poco sopra Pedesina: una pedalata di poco più di 2 chilometri ci riporta a Gerola, dove chiudiamo un anello che, nelle belle giornate regala emozioni difficilmente dimenticabili.

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