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Il pizzo dei Tre Signori ("Piz di tri Ségnùr") non è una montagna qualunque, ma una specie di simbolo, di icona di questo comprensorio, oltre che, con i suoi 2554 metri, la vetta più elevata della Val Gerola. Quando pensiamo a questa cima oggi ci viene in mente soprattutto l’ampiezza del panorama che essa ci apre. Ma l’importanza di questo gigante, nel passato, era legata soprattutto al suo corpo poderoso, nel quale vennero scavate miniere di ferro, conosciute e sfruttate sin dall'epoca romana. Come scrive Renzo Passerini, in un articolo su “Le vie del bene”, “in località la Sponda, la Costa delle Ferriere, la Costa di Trona ci sono ancora avanzi di gallerie, dentro le quali lavoravano gli antichi “madallari» e più recentemente i «fraini». Sono qui le miniere che si chiamavano di Varrone, Todesca, Cipriana, Arrigona Solo/a, Petazza, Lessetta, Trona, Pina. Di qui veniva il ferro con cui si fabbricavano le armi nelle famose fabbriche di Milano. Di qui il ferro che occorreva all'esercito spagnolo durante la dominazione della Spagna.”
Le miniere di ferro, già sfruttate dal secolo XII, ed i forni fusori nei loro pressi, dove ardeva anche di notte il fuoco che fondeva il metallo, diedero al comprensorio quel peculiare aspetto sulfureo che giustifica il toponimo di Inferno, riferito alla valle sulla quale si affaccia il versante orientale del pizzo.
Dal punto di vista geologico, il pizzo è costituito da conglomerati poligenetici, fra i quali prevale il cosiddetto “Verrucano lombardo”, un insieme di ciottoli porfirici, porfinitici e tufacei. Nella guida “Prealpi bergamasche” del 1900, curata da Guglielmo Castelli, esso è definito come “una enorme cupola di arenaria permiana mista di frammenti di mica, scisti, gneiss ed altre rocce cristalline”. Di questa pietra parla anche Guler von Weineck, governatore delle Tre Leghe in Valtellina fra il 1587 ed il 1588, nella sua opera “Raetia”, scrivendo, con riferimento alla Val Gerola: “In questa valle si trova anche una certa pietra rossa e durissima con cui si fanno i mortai ed altri arnesi consimili…” Molto del fascino di questa montagna è legato anche al suo nome, che gli conferisce un’aria nobile, ieratica.
Basta però solo un po’ di cultura storica per capire che non si è sempre chiamato così. Il suo nome originario è “pizzo Varrone” (“varùn”, che deriva forse dalla radice celtica “var”, “acqua”, e che è passato poi al pizzo che si trova poco a nord). Poi, dal 1512, la Valtellina passa sotto il dominio delle Tre Leghe, e da allora sulla cima del pizzo convergono i confini dei domini della Serenissima Repubblica Veneta (versante orobico bergamasco), del ducato di Milano (montagne del lecchese) e, appunto, delle Tre Leghe. Ecco l’origine dei Tre Signori che danno il nome al pizzo. Di storia, il pizzo, ne ha vista proprio tanta. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora.


Pizzo di Trona .

La bocchetta di Trona ("buchéta de Truna", m. 2092), che si apre poco a nord del pizzo, fu, infatti, fin da epoche antichissime, il più agevole valico che congiungeva, attraverso la Valsassina, il milanese alla Valtellina: solo in tempi molto più recenti, infatti, la via del lago di Como divenne praticabile. Per la cosiddetta Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, quindi, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Sempre sotto lo sguardo impassibile e disincantato del pizzo che gli uomini, con presunzione, hanno battezzato dei Tre Signori, ma che è in realtà il signore di queste montagne. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato. All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432.
Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera. Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo. È l’ultimo transito significativo di armati dell’età moderna. Poi più nulla per diversi secoli, fino al transito, nel novembre del 1944, della 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che ripiegava in Valtellina per sfuggire ad un rastrellamento nazi-fascista in Vassassina e che sarebbe passata in territorio elvetico dopo aver attraversato Val Gerola, Costiera dei Cech, Val dei Ratti e Val Codera. Oggi passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto (solido) davvero indesiderato.


Pizzo di Trona e pizzo dei Tre Signori

L'ascensione al pizzo non è difficile. Lasciamo, al proposito, la parola alla "Guida alla Valtellina", edita dal CAI di Sondrio nel 1884: "Da Gerola è facile la salita al Pizzo dei Tre Signori... Essa è stata più volte compiuta da gentili signore e signorine. ". Vediamo, dunque, come procedere.

SALITA PER LA VIA NORMALE (PARETE NORD-OVEST

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Laghi di Trona ed Inferno-Bocchetta di Piazzocco-Pizzo dei Tre Signori
4 h
1230
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1450). Parcheggiamo qui ed incamminiamoci sul sentiero che si trova ad ovest degli impianti di risalita (indicazioni per l'anello dei laghi). Il sentiero entra subito in una pineta, sale e raggiunge presso una baita isolata la deviazione a sinistra per la Val Tronella. La ignoriamo e proseguiamo uscendo dal bosco. Superato il torrente Tronella cominciamo a salire con ripidi tornanti un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì, per poi prendere a destra e raggiungere, con un tratto pianeggiante verso nord-ovest il dosso panoramico con una pozza e la baita di quota 1835 (il Pich). Il sentiero prosegue volgendo a sinistra e salendo gradualmente verso l'imbocco della Val Pianella, in direzione sud-ovest. Scende quindi ad un avvallamento e risale al camminamento dello sbarramento del lago di Trona. Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una cavità nella roccia (corda fissa). Infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno (m. 2085). Anche qui attraversiamo il camminamento e sul lato opposto seguiamo le indicazioni per la bocchetta del Varrone, salendo verso sinistra (ma evitando di imboccare sulla sinistra il sentiero più basso per la valle dell'Inferno). Giunti alla bocchetta del Varrone (m. 2126) vediamo poco sotto, a destra, il rifugio Falc. Saliamo ancora seguendo le indicazioni per la bocchetta di Piazzocco (m. 2252), che raggiungiamo dopo una salita, con qualche tornantino, su un largo sentiero. Qui ignoriamo la deviazione che scende (sentiero del Cardinale) e proseguiamo su debole traccia verso sud-sud-est. Dopo un primo tratto troviamo un segnavia rosso-bianco-rosso (primo di una lunga serie). Poco oltre, una paretina rocciosa può dare qualche problema: la possiamo facilmente aggirare scendendo di pochi metri sulla destra. Incontriamo poi una piccola finestra sul crinale alla nostra sinistra, dalla quale si mostra il pizzo di Trona. A quota 2330 termina la fascia di pascoli e ci troviamo di fronte al largo versante settentrionale del pizzo, che risaliamo un po’ a zig-zag, destreggiandoci fra facili rocce e canalini (i segnavia, rosso-bianco-rossi e bianco-gialli, e gli ometti dettano il percorso) e raggiungendo dopo brevissima discesa una nuova più larga porta del crinale, a quota 2415: la croce di vetta è ormai ben visibile, in alto, davanti a noi. Nel primo tratto dell'ultima salitastiamo sulla sinistra, per poi piegare a destra, su facili roccette. Passiamo, quindi, a sinistra di un nevaietto ed approdiamo ad un’ultima piana erbosa (m. 2490), che adduce ad una terza porta (bocchetta alta di Foppagrande, m. 2450), cui giungiamo dopo brevissima discesa. Ci attende l’ultimo strappo: il sentiero risale, in diagonale, verso sinistra, zigzagando, il ripido versante di terriccio e piccoli sassi; poi piega a destra e di nuovo a sinistra: mani a terra, dobbiamo superare alcune facili roccette, prima di trovarci proprio sotto la cima. Dopo un brevissimo tratto a destra, il sentiero termina ad una placca non difficile, superata la quale siamo alla pianetta della cima del pizzo dei Tre Signori (m. 2554).


Apri qui una fotomappa dell'itinerario di salita al pizzo dei Tre Signori dalla bocchetta di Piazzocco

Stacchiamoci dalla SS 38 dello Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza della rotonda all'ingresso a Morbegno (per chi viene da Milano). Ad una nuova rotonda prendiamo di nuovo a destra, superiamo un ponte e ci portiamo alla partenza della provinciale della Val Gerola. Dopo 15 chilometri, siamo a Gerola Alta (m. 1053), e dobbiamo scegliere fra due possibili itinerari, che si congiungono al rifugio F.A.L.C., e che partono da Pescegallo o da Laveggiolo.
Il primo, piuttosto articolato, ha come punto di partenza il Villaggio Pescegallo (m. 1454), dove termina, oltrepassata Gerola, la strada provinciale n. 7 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile, dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio Salmurano. Alle sue spalle inizia un sentiero, segnalato da due cartelli e da segnavia rosso-bianco-rossi (percorso 8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel bosco. I cartelli indicano i due percorsi 144 (sentiero dell’Homo Salvadego, con il rifugio Benigni dato a 2 ore e 15 minuti ed il rifugio Trona Soliva a 2 ore e 30 minuti) e 148 (con il lago di Trona dato ad un’ora e 40 minuti ed il lago Rotondo a 3 ore): la direttrice che ci interessa è quella lago di Trona-lago Inferno-Bocchetta di Piazzocco. Entrati in una bel bosco di abeti rossi, dopo un tratto di severa pendenza raggiungiamo la pianetta di quota 1550, dove troviamo un pannello che ci parla delle diverse conifere che possiamo trovare nei boschi della valle.
Poco dopo, a quota 1590, usciamo dal bosco presso una baita isolata sul Dossetto: qui alcuni cartelli segnalano la deviazione, a sinistra, per la Val Tronella ed il rifugio Benigni (dato ad un’ora e 50 minuti) e la prosecuzione del sentiero principale, con il lago di Trona dato ad un’ora e 10 minuti. Proseguendo diritti, passiamo, quindi, a monte di un roccione liscio e, dopo alcuni strappetti, raggiungiamo una splendida radura (m. 1620): guardando in alto, davanti a noi, vediamo sulla destra il tondeggiante torrione di Tronella (m. 2311, il “pìich”) e, alla sua sinistra, i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247). Superiamo, poi, tre torrentelli (altrettanti rami del “bit de trunèla”, il torrente che scende dalla Val Tronella) e saliamo, con qualche tornantino, ad un ampio versante occupato da un pascolo (m. 1660). Entriamo in un ampio recinto per il bestiame (delimitato da un basso muretto perimetrale) uscendone verso sinistra. Alla nostra sinistra la Val Tronella si mostra ora in tutta la sua bellezza: sul suo lato sinistro vediamo anche la costiera che la delimita ad est, costituita dalla cosiddetta Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina).
Inizia ora una salita faticosa: inanellando un tornante dopo l’altro, guadagniamo quota sul ripido versante a monte dei pascoli. Dopo una prima serie di tornantini, effettuiamo un traverso a sinistra; segue una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, all’ultimo dei quali  (m. 1810) si stacca, sulla sinistra, il sentiero che si addentra in Val Tronella (si tratta della Gran Via delle Orobie, che giunge fin qui da destra e prosegue per il lago di Pescegallo, dato ad un’ora e 10 minuti, il passo di Verrobbio, dato ad un’ora e 50 minuti, ed il passo di San Marco, dato a 2 ore e 50 minuti). Se invece proseguiamo sul sentiero principale i cartelli danno il lago di Trona a 30 minuti, il lago Zancone a 50 minuti, il lago Rotondo ad un’ora e 50 minuti ed il rifugio Trona Soliva ad un’ora. Di questi luoghi noi toccheremo solo il primo. Proseguiamo, dunque, verso destra, con un ultimo strappo, poco prima della fine del quale notiamo un sentierino che si stacca dal nostro sulla sinistra; non ci sono cartelli, solo la scritta, su un masso, “1/2 luna”, perché esso porta proprio ai piedi del celeberrimo e suggestivo uncino di roccia del torrione della Mezzaluna. Ignorata la deviazione, per un bel tratto proseguiamo diritti, con diversi saliscendi, allietati dallo spettacolo delle cime del gruppo del Masino, che si mostrano, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, proprio davanti a noi. Cominciano a moltiplicarsi anche le indicazioni della segnaletica “orizzontale”: su diversi massi troviamo le indicazioni “Pizzo 3 S” e “Rifugio Falc”.
Passiamo, così, leggermente a valle della baita quotata 1857 e raggiungiamo uno splendido terrazzo sul filo del dosso che scende, verso nord, dalla costiera Mezzaluna-Tronella. Alle nostre spalle il picco roccioso denominato pizzo del Mezzodì (m. 2116); davanti a noi una pozza e la baita quotata 1835 metri. Sul fondo, lo splendido scenario del gruppo del Masino. Un luogo davvero stupendo. Il cartello della G.V.O. nella quale ci siamo immessi, dà ora il lago di Trona a 20 minuti ed i rifugi Falc e casera di Trona ad un’ora. Ora il sentiero cambia nettamente direzione: prendiamo a sinistra e percorriamo quindi, dopo una breve salitella, un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest, avvicinandoci alla soglia della Valle di Trona, circondati da splendidi larici. Guardando a destra, vediamo bene il fianco occidentale dell’alta Valle della Pietra, con la bocchetta di Trona (la riconosciamo per il traliccio nei suoi pressi) e, alla sua destra, l’ampio terrazzo dell’alpe di Trona soliva, dominato dalla forma regolare del pizzo Mallasc (“melàsc”, m. 2465); alla sua sinistra, invece, in primo piano si mostra una delle più belle cime del comprensorio, il cono arrotondato del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, cioè il pizzo del vespro, sul quale, guardando da Gerola, il sole indugia la sera, m. 2510). Usciti all’aperto, troviamo i cartelli (m. 1890) che segnalano la deviazione a sinistra (sentiero 148) per il lago Zancone ("làch sancùn", dato a 20 minuti) ed il lago Rotondo ("làch redont", dato ad un’ora e 20 minuti). Noi, invece, restiamo sulla G.V.O. (un cartello dà Laveggiolo a 2 ore e 10 minuti, l’alpe Combana a 4 ore e 20 minuti e l’alpe Culino a 5 ore e 10 minuti, ma nessuna di queste mete ci interessa).
Inizia ora una ripida discesa; passiamo, poi, fra due grandi massi erratici rossastri, superiamo una pianetta e scendiamo al camminamento dello sbarramento artificiale di Trona, bacino utilizzato dall'ENEL (1805 m). Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri.
Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione e, se si vuole optare per questa via, più breve, anche se più faticosa, bisogna aguzzare la vista. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una “truna” (cavità: da qui il toponimo “Trona” frequente in questa zona, con riferimento alle miniere di ferro): qui una corda fissa ci aiuta a non finirci dentro; infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno, sul suo lato sinistro (m. 2085); attraversiamo il camminamento e troviamo, sul lato opposto, un sentierino che sale ad intercettare il sentiero che arriva fin qui per un più ampio giro, e che ora descriviamo.
Torniamo, dunque, al bivio presso la baita di quota 1888 e proseguiamo, questa volta, sul sentiero principale (che, per la verità, per un bel pezzo sarà poco marcato), cioè seguendo l’indicazione su un masso “Pizzo 3 s – lago Inferno. Saliamo per un tratto su sfasciumi, passiamo a sinistra di un grande masso e proseguiamo con un tratto pianeggiante. Dopo uno strappetto che ci porta a tagliare uno speroncino roccioso, attraversiamo un torrentello che scende da una bella gola di rocce arrotondare e siamo alla baita quotata 1914 metri. La oltrepassiamo, procedendo diritti e passando sul limite destro di un pianoro acquitrinoso. Quando il prato comincia a salire, dobbiamo stare attenti ad un secondo bivio (la traccia qui è debolissima): la traccia di destra prosegue per il rifugio di Trona, mentre noi dobbiamo prendere a sinistra (indicazione su un masso “pizzo 3 s e rifugio Falc). Un po’ più in alto la traccia si fa più marcata e, salendo ancora, intercetta un sentiero ben marcato che proviene, da destra, dall’alpe di Trona.


Rifugio FALC

Lo seguiamo verso sinistra, puntando alla diga dell’Inferno, di cui possiamo vedere lo sbarramento. Il sentiero effettua un lungo traverso sul ripido fianco occidentale della Val della Pietra, avvicinandosi alla Valle dell’Inferno. Per buona parte il percorso si snoda sulla viva roccia, perché camminiamo sul dorso arrotondato di grandi roccioni, tenendoci sempre in prossimità del versante montuoso: gli abbondanti segnavia ci aiutano a non perderlo. Ad un certo punto raggiungiamo una sorta di corridoio, con un grande roccione alla nostra sinistra, sul quale si trova una targa ormai illeggibile. Qui ecco un nuovo bivio: un sentiero prende a destra, invertendo la direzione, e torna all’alpe di Trona; il sentiero che ci interessa, invece, pur piegando anch’esso a destra, procede in direzione opposta. Tagliamo, poi, un ripido versante erboso, superando un paio di punti esposti, insidiosi con fondo bagnato: attenzione! Ci ritroviamo, così, alti sopra il camminamento della diga dell’Inferno, che vediamo alla nostra sinistra, e ci raggiunge, da sinistra, il sentierino, già citato, che sale proprio dal camminamento.
Procediamo diritti, piegando poi leggermente a destra, e ci ritroviamo alla bocchetta del Varrone (m. 2126), la larga sella che si apre appena  ad ovest e leggermente a monte del lago dell’Inferno, fra il pizzo Varrone (“varùn”, m. 2325), a sud, e la cima quotata 2191, a nord. È, questa, una delle tre porte che si aprono fra alta Val Varrone ed alta Val Gerola: la principale si trova più a nord, ed è la bocchetta di Trona; della terza, cioè della bocchetta di Piazzocco, diremo fra poco. Queste tre porte hanno un’importanza storica enorme, avendo costituito per secoli il più agevole accesso alla bassa Valtellina, prima che venisse aperta la strada che segue la riva orientale del Lario.
Poco sotto la bocchetta, sul versante dell’alta Val Varrone, cioè alla nostra destra, vediamo il rifugio F.A.L.C. (m. 2120, detto, dialettalmente, "cà dul bóla"), edificato dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurato il 18 settembre 1949. F.A.L.C. è un acronimo dell'espressione beneaugurante latina Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori. Una serie di cartelli illustra i diversi itinerari che si dipartono dalla bocchetta. Procedendo in piano a sinistra possiamo tagliare il fianco occidentale della valle dell’Inferno, per poi salire alla bocchetta dell’Inferno in un’ora, per poi piegare ad est e portarci al rifugio Benigni in 3 ore. Il sentiero opposto, che scende verso destra e passa per il rifugio Falc, porta, invece, in 20 minuti alla bocchetta di Trona e, per via alta, in 5 ore a Premana; per altra via possiamo scendere, in un’ora, al rifugio Casera Vecchia di Varrone oppure traversare, sempre in un’ora, al rifugio Santa Rita, sulla Via del Bitto. Salendo, invece, verso destra (sud-ovest) ci portiamo in 20 minuti alla bocchetta di Piazzocco, dalla quale possiamo salire al pizzo dei Tre Signori con un’ulteriore ora di cammino, oppure proseguire per il Pian delle Parole (dato ad un’ora e 40 minuti da qui) o al rifugio Grassi (dato a 2 ore).


Val Gerola e pizzo di Trona

Procediamo, dunque, verso la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher", m. 2252), che raggiungiamo dopo una salita, con qualche tornantino, su un largo sentiero. Qui un cartello segnala il sentiero (Sentiero del Cardinale) che, scendendo leggermente, sulla sinistra, porta in un’ora e 20 minuti al Pian delle Parole ed in un’ora e 40 minuti al rifugio Grassi. Non viene indicata, invece, la direzione per la salita al pizzo dei Tre Signori: dobbiamo individuare un sentiero meno marcato, a sinistra di quello citato, che procede verso sud-sud-est, salendo, leggermente a destra e quasi a ridosso del crinale che delimita ad ovest la valle dell’Inferno. Prima di incamminarci verso la cima, possiamo risalire, anche solo per un tratto, il facile versante erboso (percorso anche da traccia di sentiero) che culmina nel cocuzzolo (sormontato da una piccola croce: si tratta della cima denominta "Varrone delle vacche") che fronteggia il torrione del pizzo Varrone: guardato da qui, il pizzo dei Tre Signori mostra un profilo ben più imponente e significativo rispetto a quello, piuttosto sfuggente, mostrato dalla valle dell’Inferno.
Ma torniamo al sentierino per la cima. Solo dopo un primo tratto troviamo un segnavia rosso-bianco-rosso (primo di una lunga serie) che ci rassicura sulla bontà della scelta. Poco oltre, una paretina rocciosa può dare qualche problema: in tal caso la possiamo facilmente aggirare scendendo di pochi metri. Ci attende, poi, una piccola finestra sul crinale alla nostra sinistra, dalla quale si mostra in tutta la sua eleganza il pizzo di Trona, sul versante orientale della valle dell’Inferno, accompagnato dalla cima gemella di soli 20 metri più bassa (il cosiddetto "falso Trona", m. 2490), alla sua destra. A quota 2330 termina la fascia di pascoli e ci troviamo di fronte al largo versante settentrionale del pizzo, che dovremo risalire un po’ a zig-zag, destreggiandoci fra facili rocce (i segnavia, rosso-bianco-rossi e bianco-gialli, e gli ometti dettano il percorso: è essenziale non lasciarlo per evitare di trovarsi in punti esposti a salti anche vertiginosi). Passiamo a sinistra di un canalino con un nevaietto, poi prendiamo leggermente a sinistra, seguendo un corridoio che ci porta ad una pianetta molto panoramica. Saliti per un tratto, prendiamo a destra, seguendo un secondo corridoio, poi di nuovo a sinistra, risalendo un canalino fra roccette. Raggiunta una piccola conca prendiamo a destra, poi ad una nuova piccola conca ancora a sinistra. Dopo aver seguito verso sinistra un facile corridoio, prendiamo di nuovo a destra per risalire un caratteristico corridoio fra roccette (cerchiamo di memorizzare, soprattutto in vista del ritorno, il suo punto di arrivo).
Dopo un breve tratto a sinistra ed uno a destra, ci affacciamo ad una nuova più larga porta del crinale, alla quale giungiamo dopo brevissima discesa, a quota 2415: la croce di vetta è ormai ben visibile, in alto, davanti a noi. A sinistra, invece, è sempre grandioso lo scenario della costiera che va dal pizzo di Trona alla sella erbosa del Paradiso. Anche questa porta va curata in discesa, perché, pur essendo larga, è assai esposta su entrambi i lati. Ci attende, ora, la salita dell’ultimo grande costolone roccioso che porta alla vetta. Colpisce, guardandolo, sul suo limite di destra, il curiosissimo dito roccioso che termina con una sorta di unghia affilata.


Lago d'Inferno e pizzo di Trona

Nel primo tratto di salita stiamo sulla sinistra, per poi piegare a destra, su facili roccette. Passiamo, quindi, a sinistra di un nevaietto ed approdiamo ad un’ultima piana erbosa (m. 2490), che adduce ad una terza porta (bocchetta alta di Foppagrande, m. 2450), cui giungiamo dopo brevissima discesa. Ci attende l’ultimo strappo: la croce ci sembra ormai vicina, diritta sopra la nostra testa. Stando sul lato destro della porta e guardando in basso (con cautela), vediamo il caratteristico lago di Sasso, in alta Val Biandino. Il sentiero risale, in diagonale, verso sinistra, zigzagando, il ripido versante di terriccio e piccoli sassi; poi piega a destra e di nuovo a sinistra: mani a terra, dobbiamo superare alcune facili roccette, prima di trovarci proprio sotto la cima. Dopo un brevissimo tratto a destra, il sentiero termina ad una placca non difficile, superata la quale siamo alla pianetta della cima (attenzione, però: se la roccia è bagnata o le calzature non sono adeguate, anche questa placca può rivelarsi più ostica del previsto; in ogni caso si può giungere in vetta anche stando un po’ più sulla destra e risalendo un versante di terriccio e sassi e piegando poi a sinistra su facile e brevissima cengia di roccia).  
Eccoci, finalmente, al coronamento delle nostre fatiche (4 ore circa di cammino, per un dislivello approssimativo in salita di 1230 metri). Ai 2554 metri della vetta, accanto alla grande croce, eretta il 3 agosto del 1913 dal Cardinal Ferrari, modificata e benedetta il 19 luglio del 1935 dal cardinale Schuster e restaurata il 28 agosto del 1978 dal C.A.I. di Introbio, troviamo anche un piccolo altare, sul quale è apposta una piastra di bronzo che ci permette di individuare, traguardandole, le cime che da qui si possono vedere. Infatti il panorama è spettacolare, paragonabile, sul versante orobico, solo a quello che si apre dal monte Legnone.
Seguiamo le indicazioni della piastra, in un giro di orizzonte da nord, in senso orario. A nord si profilano le cime più celebri del gruppo del Masino: i pizzi Badile (esattamente a nord, m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678), che si eleva proprio alle spalle del pizzo di Trona (m. 2510). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Ecco, poi, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136). Alla sua destra, sul fondo, si scorge il gruppo dell’Ortles, con l’Ortles (m. 3902), il Gran Zebrù (m. 3857) ed il Cevedale (m. 3769). Più a destra la cima della Presanella (m. 3558) ed il gruppo dell’Adamello (m. 3554). Ci avviciniamo ormai all’est, e si mostra, in primo piano, il monte Ponteranica (m. 2380), sulla testata orientale della Val Gerola, e, alle sue spalle, nella sezione centro-orientale delle Orobie, il pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2914). Dietro questa cima si intravvede il pizzo di Coca, la vetta più alta delle Orobie, con i suoi 3050 metri.
Eccoci ad est: sul versante orobico bergamasco ed alle sue spalle si vedono la punta della Presolana (m. 2521), il pizzo Arera (m. 2519), il pizzo Alben (m. 2019), il monte Venturosa (m. 1999) ed il monte Soda Dura (m. 2010). Ecco a sud, dove si vedono la Val Cava (m. 1254), il monte Zucco Campelli (m. 2159), il monte Resegone (m. 1875), il monte Due Mani (m. 1562) ed il monte Barro, sopra Lecco (m. 929). Se la giornata è limpida e se abbiamo uno sguardo d'aquila, scorgeremo, sul fondo, il luccichìo della Madonnina del Duomo di Milano. Seguono il monte Colchignone (m. 1473), il monte Punta del Toro (m. 1935), la Grigna Meridionale (m. 2184), la Grigna Settentrionale (m. 2410) e lo Zucco di Cam (m. 2192). Proseguendo verso ovest, siamo proiettati alle lontane cime della Val d’Aosta: dopo il Gran Paradiso (m. 4061), ad ovest si vedono il monte Rosa (m. 4634) ed il monte Cervino (m. 4478). Torniamo assai più vicino a noi con il Cimone di Margno (m. 1801) ed il monte Muggio (m. 1754). Un altro salto indietro, addirittura nelle alpi Svizzere (Oberland Bernese), dove spiccano le due eleganti punte della Jungfrau (m. 4158) e del Finsteraarhorn (m. 4274). Eccoci di nuovo in Valtellina, con il monte Legnone (m. 2609), che chiude ad ovest la catena orobica, ed il pizzo Alto (m. 2512), anch’esso sulla testata della Val Lésina. Ed eccoci tornati in Val Gerola, con il monte (o pizzo) Rotondo (m. 2496) ed il pizzo Mellasc (m. 2456). Poco più a destra il pizzo Tambò (m. 3279) ed il pizzo Stella (m. 3163), in Valchiavenna, alle spalle del Sasso Manduino (m. 2888) e della testata della Valle dei Ratti, che culmina nel pizzo Ligoncio (m. 3038). E con queste cime siamo tornati a nord, ed al pizzo Badile, che segue, sulla destra. C’è da dire che queste sono solo le più importanti cime che da qui si vedono.    
Ma sul panorama splendido di cui si gode dal questa cima, cediamo di nuovo la parola alla Guida alla Valtellina: "Il panorama è superbo. A sud il monte precipita ripidissimo nella valle Brembana di cui si vede tutto il corso fin dove il Brembo si getta nell'Adda. Ai piedi delle Prealpi si scorge Bergamo alta, più in giù Treviglio, Crema, Cremona. Volgendo ad occidente appare a piè del monte la Valsassina, che, aprendosi, permette la vista di Lecco e del suo lago; più in là si vede il lago d'Annone, e tutta la Brianza, Milano, Monza e Novara, poi Pallanza sul lago Maggiore, parte del lago di Lugano e il lago di Como da Argegno a Lenno. La catena dell'Alpi e la catena Orobia s'abbracciano tutte collo sguardo da questa vetta..."
Probabilmente sulla cima troveremo anche compagnia, perché questa è una vetta molto frequentata da escursionisti, che salgono soprattutto dal versante bergamasco o lecchese. Può anche darsi che ad accoglierci sia qualche stambecco. Stupirà, forse, la sua presenza, ma è facilmente spiegabile.
Quattro sono le specie di ungulati presenti nelle montagne orobiche, caprioli, cervi, camosci e stambecchi. Mentre le prime tre sono cacciabili, gli stambecchi, invece, per ora fanno storia a sé, in quanto sono stati reintrodotti in questo ambiente nel 1989 (per la precisione in due nuclei, nella zona del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Coca) a partire da esemplari provenienti dal Parco del Gran Paradiso, in Valle d’Aosta, e quindi sono tuttora protetti. Per questo non temono la presenza dell’uomo e non fuggono neppure se questo si porta ad una distanza relativamente modesta; spesso si lasciano anche toccare. Li si vede, quindi, tener fede alla loro fama di eccellenti arrampicatori (si dice metaforicamente, di una persona che è uno stambecco quando si muove con agilità e disinvoltura fra rocce e balze), stazionando o spostandosi anche su versanti ripidi e molto esposti.
Può capitare di vederli anche sulle vette più alte, come quella del Pizzo dei Tre Signori. Si riconoscono facilmente per la coppia di corna, nel maschio molto sviluppate (possono superare il metro di lunghezza) e percorse da serie di anelli, e per gli atteggiamenti che, se interpretati antropomorficamente, potrebbero apparire al limite della spavalderia e dell’esibizionismo.  Si tratta di abili scalatori, ma anche di animali sedentari, poco veloci e piuttosto silenziosi (qualche volta emettono un belato che assomiglia a quello di capra domestica). Le femmine e i giovani vivono in branchi abbastanza numerosi, distinti da quelli dei maschi adulti, più ridotti. E’ interessante ricordare che gli stambecchi, a causa dell’attività venatoria, furono ad un passo dall’estinzione nel territorio alpino italiano agli inizi dell’Ottocento, cioè circa due secoli fa, quando solo poche decine di individui sopravvivevano nella reale riserva di caccia dei Savoia, l’attuale Parco Nazionale del Gran Paradiso. Oggi è, invece, relativamente facile vederli a quote abbastanza elevate sul versante orobico che va dalla Val Gerola al monte Legnone. Si tratta di una colonia ormai ben rappresentata in esemplari di tutte le età (una sessantina nella zona del Pizzo dei Tre Signori). Ogni volta che li avvistiamo, ci rammentano che la montagna non è solo degli uomini, ma anche delle molte specie animali che la animano di una vita sempre diversa e sorprendente.


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Per completezza di esposizione, vediamo, infine, come raggiungere la bocchetta del Varrone partendo da Laveggiolo, sopra Gerola. A Gerola lasciamo la statale in corrispondenza del cimitero posto all'uscita dal paese, prendendo a destra e percorrendo una strada che ci porta a Laveggiolo (“Lavegiöl”, m. 1471), dove lasciamo l'automobile per imboccare una strada sterrata che attraversa la bassa val Vedrano e comincia a risalire il fianco nord-orientale del Piazzo. Lasciamo, però, quasi subito la strada quando incontriamo un cartello che segnala un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi) che se ne stacca sulla sinistra e scende ad attraversare, su un ponticello in legno, il torrente Vedrano. Dopo una ripida risalita, il sentiero intercetta di nuovo la pista sterrata sul versante opposto della valle. Seguiamola, dunque, fino ad un tornante dx ed al successivo sx, dove troviamo la ripartenza del sentiero (sempre segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi), che sale con diversi tornanti nel bosco, intercettando alla fine un sentiero che proviene da destra. Seguendolo verso sinistra, ci affacciamo al versante alto occidentale della Valle della Pietra, cominciando una serie di saliscendi, in direzione sud-sud-ovest, che ci portano al rifugio di Trona Soliva (m. 1907).


Laveggiolo

Qui si aprono due possibilità. Vediamo la prima. Dal rifugio, proseguendo diritti, senza scendere, saliamo, poi, facilmente alla bocchetta di Trona (m. 2092), che appare ai nostri occhi dopo che abbiamo aggirato un dosso. Siamo sulla storica via del Bitto, che congiunge Gerola ad Introbio. Prendiamo, ora, a sinistra e seguiamo le indicazioni per il rifugio S. Rita, perdendo leggermente quota in direzione sud (sinistra), fino ad incontrare l'indicazione di una deviazione a sinistra, per il rifugio F.A.L.C.; seguiamola e, risalito un canalino, raggiungiamo in breve il rifugio, appena sotto la bocchetta del Varrone.
Dal rifugio di Trona possiamo anche proseguire scendendo leggermente verso sinistra, per poi prendere, seguendo le indicazioni dei cartelli, il sentiero di mezza costa che sale leggermente verso destra (è quello che abbiamo intercettato salendo da Pescegallo e dalla diga di Trona) e ci porta diritto alla bocchetta del Varrone. Teniamo presente che la salita da Laveggiolo, pur essendo meno varia e suggestiva panoramicamente, ci consente di risparmiare circa mezzora di cammino (oltre che un centinaio di metri di dislivello).

 

SALITA PER IL SENTIERO DEL CARDINALE E LA BOCCHETTA ALTA DI FOPPAGRANDE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Laghi di Trona ed Inferno-Bocchetta di Piazzocco-Sentiero del Cardinale-bocchetta alta di Foppagrande-Pizzo dei Tre Signori
5 h
1310
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1450). Parcheggiamo qui ed incamminiamoci sul sentiero che si trova ad ovest degli impianti di risalita (indicazioni per l'anello dei laghi). Il sentiero entra subito in una pineta, sale e raggiunge presso una baita isolata la deviazione a sinistra per la Val Tronella. La ignoriamo e proseguiamo uscendo dal bosco. Superato il torrente Tronella cominciamo a salire con ripidi tornanti un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì, per poi prendere a destra e raggiungere, con un tratto pianeggiante verso nord-ovest il dosso panoramico con una pozza e la baita di quota 1835 (il Pich). Il sentiero prosegue volgendo a sinistra e salendo gradualmente verso l'imbocco della Val Pianella, in direzione sud-ovest. Scende quindi ad un avvallamento e risale al camminamento dello sbarramento del lago di Trona. Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una cavità nella roccia (corda fissa). Infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno (m. 2085). Anche qui attraversiamo il camminamento e sul lato opposto seguiamo le indicazioni per la bocchetta del Varrone, salendo verso sinistra (ma evitando di imboccare sulla sinistra il sentiero più basso per la valle dell'Inferno). Giunti alla bocchetta del Varrone (m. 2126) vediamo poco sotto, a destra, il rifugio Falc. Saliamo ancora seguendo le indicazioni per la bocchetta di Piazzocco (m. 2252), che raggiungiamo dopo una salita, con qualche tornantino, su un largo sentiero. Qui non proseguiamo diritti sul sentiero che sale al Pizzo dei Tre Signori, ma scendiamo verso destra (indicazioni del Sentiero del Cardinale), seguendo il sentiero segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi (con numerazione 41). Nel primo tratto ci abbassiamo verso ovest, destreggiandoci fra lisci roccioni e strisce di pascolo. Poi volgiamo a sinistra (sud) ed attraversiamo un avvallamento, mentre alla nostra destra vediamo il suggestivo lago di Sasso, originati da una frana caduta all’ingresso della piana ai piedi del versante nord-occidentale del pizzo dei Tre Signori. Passiamo così accanto al rudere di un baitello dal suggestivo nome di baitello del Mago o di Piazzocco (m. 2140). Raggiungiamo poi i grandi massi con la Grotta del Cardinale, ai piedi del grande vallone che scende dalla bocchetta alta di Foppagrande. Lasciamo qui il Sentiero del Cardinale e seguiamo le esigue tracce (segnalate) che risalgono il largo vallone, tenendo più o meno la parte mediana, fino alla larga sella della bocchetta alta di Foppagrande (m. 2450). Qui ci raccordiamo con la via normale che abbiamo lasciato alla bocchetta di Piazzocco. Pieghiamo a destra ed affrontiamo l’ultimo strappo: il sentiero risale, in diagonale, verso sinistra, zigzagando, il ripido versante di terriccio e piccoli sassi; poi piega a destra e di nuovo a sinistra: mani a terra, dobbiamo superare alcune facili roccette, prima di trovarci proprio sotto la cima. Dopo un brevissimo tratto a destra, il sentiero termina ad una placca non difficile, superata la quale siamo alla pianetta della cima del pizzo dei Tre Signori (m. 2554).

Se vogliamo salire al pizzo per una più larga via, allungando l'escursione di un'ora buona, ma visitando luoghi di grande suggestione, legati alla memoria del Cardinal Ferrari, possiamo sfruttare la variante che si appoggia alla bocchetta alta di Foppagrande.


Apri qui una fotomappa del sentiero del Cardinale e per litinerario che sale alla bocchetta alta di Foppagrande

Il beato Andrea Carlo Ferrari, popolarmente conosciuto come Cardinal Ferrari, fu vescovo di Como dal 1891 al 1894 e poi arcivescovo di Milano. Vale la pena di ricordare la singolare ed amatissima figura di questo arcivescovo, noto per la sua semplicità e per le sue umili origini contadine. Basti raccontare un aneddoto. Quando era ancora vescovo di Como (1891-94) venne in visita pastorale in Valtellina e passò per un impervio sentiero in Val Fabiolo (Val di Tartano), la Rusanìda. Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più. In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a cürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini).
La mattina del 20 agosto 1913 faceva ritorno dal Pizzo dei Tre Signori (dove venne collocata una croce sostituita poi nel 1935 dalla grande croce che ancora oggi lo presidia) quando fu sorpreso, sul sentiero che corre a valle della bocchetta di Foppagrande ed a monte della conca del Lago di Sasso, da un violento temporale. Riparò in una spelonca naturale originata da due enormi massi erratici. Fu quella, da allora, la grotta del Cardinal Ferrari ed il sentiero venne chiamato sentiero del Cardinal Ferrari. Esso traversa l’alto versante orientale dell’estremo lembo di Val Biandino, la conca del lago di Sasso, dalla bocchetta di Piazzocco, a nord, al Pian delle Parole, a sud, appena sotto l’imponente bastionata di Piazzocco.
Se vogliamo percorrerne almeno una parte procediamo così. Ci portiamo alla bocchetta di Piazzocco come sopra descritto.
Qui troviamo un pannello illustrativo dell’Alta Via della Val Varrone e tre cartelli escursionistici. Ignoriamo la direzione per il pizzo dei Tre Signori e prendiamo a destra, imboccando il sentiero del Cardinale che porta al Pian delle Parole (dato ad un’ora e 20 minuti) ed al rifugio Grassi (dato adun’ora e 45 minuti). Scendiamo seguendo il sentiero segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi (con numerazione 41) e nel primo tratto ci abbassiamo verso ovest, destreggiandoci fra lisci roccioni e strisce di pascolo. Poi volgiamo a sinistra (sud) ed attraversiamo un avvallamento, mentre alla nostra destra vediamo il suggestivo lago di Sasso, originati da una frana caduta all’ingresso della piana ai piedi del versante nord-occidentale del pizzo dei Tre Signori. Passiamo così accanto al rudere di un baitello dal suggestivo nome di baitello del Mago o di Piazzocco (m. 2140).
Procediamo fra magri pascoli ed in breve raggiungiamo un ripiano occupato in parte da enormi massi scaricati dalla parete meridionale del pizzo dei Tre Signori. Due di questi, appoggiati l’uno sull’altro, hanno dato origine alla grotta del Cardinal Ferrari, segnalata da una targa. Guardando a nord, cioè a monte, possiamo ammirare lo splendido scenario della massiccia parete meridionale del pizzo dei Tre Signori, che mostra nella parte alta un curioso ago e più in basso il torrione chiamato pizzo di San Giovanni. A sinistra della parete si vede l’ampio canalone che sale verso sud-est ai piedi della massiccia bastionata di Piazzocco, e culmina nella bocchetta alta di Foppagrande. Una traccia discontinua lo risale fino alla bocchetta, dove intercetta la cosiddetta “via normale” di salita al pizzo dei Tre Signori per la parete settentrionale (quella che abbiamo lasciato alla bocchetta di Piazzocco).

Lasciamo qui il Sentiero del Cardinale e seguiamo questa traccia, restando più o meno al centro del vallone, districandoci fra molti grandi massi e guadagnando la larga sella della bocchetta alta di Foppagrande m. 2450). Da qui seguiamo l'ultima parte della salita alla cima, dettata dai segnavia, fra canalini e facili roccette, fino alla cima del Pizzo dei Tre Signori.
Al ritorno percorriamo interamente la via norma, quindi dalla bocchetta alta di Foppagrande procediamo seguendo con attenzione i segnavia, scendendo qualche canalino e facile roccetta, fino alla bocchetta di Piazzocco.


Panorama verso nord dalla bocchetta alta di Foppagrande

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