Grosio (gròs) è uno dei più illustri ed antichi paesi del terziere superiore di Valtellina. Se dovessimo cercare qualcosa che caratterizzi questo paese, ci potrebbero venire in mente diversi elementi. Forse il più noto è la particolare grazia delle donne che una radicata tradizione vuole donate dalla Serenissima Repubblica di Venezia, fra le migliori schiave armene, in segno di riconoscenza ai Grosini che bene avevano operato in diversi ambiti. Melchiorre Gioia, serissimo studioso e scienziato sociale di impronta illuministica, scrive, nel 1805: “Le forme greche degli uomini a Bormio, delle donne a Grosio e Grosotto fermano con ragione gli sguardi degli stranieri”. (“Discussione economica sul dipartimento del Lario”). Gli fanno eco, nel 1834, gli “Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio”: “Distinguesi non pertanto fra le altre di Valtellina la popolazione di Grossotto e di Grosio per vestire più proprio e per certa esattezza e pulizia degli indumenti e della persona nelle dònne combinata a certe forme marcate di corpo e bel colorito di salute. Portano esse un cappello alto di feltro con piccola ala simile a quello di cui fanno uso gli uomini che imprime alle fisionomie loro un aria disinvolta ed aperta non senza attrattive. Vestono una gonnella succinta con falda di panno rosso alla parte inferiore che lascia vedere gran parte delle gambe calzate egualmente di rosso e dona loro sveltezza e brio”. Completa il trittico questa lapidaria descrizione della Guida CAI del 1884: “Anche gli abitanti sono di tipo bello e robusto, e vi è tradizionale la riputazione di avvenenza del sesso femminile”.
Ma, al di là di queste note che potrebbero apparire di fin troppo facile colore, ciò che forse davvero contraddistingue la gente di Grosio è un’innata simpatia ed attitudine all’ospitalità, non comune fra le popolazioni di montagna, abituate, da secoli, a guardare con occhio di primo acchito diffidente a coloro che vengon da fuori.


Castello di Grosio

La zona di Grosio fu sicuramente frequentata fin da epoche remote e preistoriche. Lo provano le celebri incisioni rupestri (o petroglifi) scoperti dall’archeologo Davide Pace sulla cosiddetta Rupe Magna nel 1966, che risalgono a quattro fasi preistoriche principali, databili rispettivamente al IV-III millennio a.C. (Neolitico ed Età del Rame), al II millennio a.C. (Età del Bronzo), ai secoli XII-VIII a.C. ed infine ai secoli VIII-VI sec. a.C. (Età del Ferro). La rupe è posta presso il punto di confluenza della Val Grosina nell’alta Valtellina, in un’area che probabilmente ebbe un grande valore rituale in epoca preistorica e fino al VI sec. a.C., per poi diventare centro di insediamento permanente. Un’area di rilievo primario, crocevia delle direttrici sud-ovest-nord-est (solco principale della Valtellina) e sud-est-nord-ovest (passo del Mortirolo, che congiunge Valcamonica e Valtellina, e Val Grosina).
Il passaggio - e forse anche l'insediamento - di qualche nucleo di Liguri e di Celti in epoche successive è ampiamente documentato nei nomi di varie località, nel lessico e, forse, in alcuni fenomeni fonetici. È probabile che come mezzi di sussistenza essi abbiano ben presto affiancato alla pratica della caccia quella della pastorizia come assesterebbero alcune figure zoomorfe identificabili in caprini presenti sulla Rupe Magna, mentre l'agricoltura giunse molto più tardi e fu per lungo tempo secondaria alle altre due attività.” (Gabriele Antonioli, in “Inventario dei Toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi – Territorio comunale di Grosio”, edito per la Società Storica Valtellinese a Sondrio nel 1983, corredato da ottima cartina).
Per venire ad epoche più recenti, il ritrovamento di due tombe rupestri nella località anticamente chiamata Torraccia testimoniano della presenza longobarda. Intorno al Mille il borgo di Grosio apparteneva alla pieve di Mazzo.
Sulla storia della Grosio altomedievale possiamo seguire quanto scrive Egidio Pedrotti, ne "La storia di Grosio nelle sue pergamene" (Sondrio, Tip. Bettini, 1958):
"
Il Patrono di Grosio è S. Giorgio e nessuno ignora come questo Santo, ebbe speciale culto presso i Longobardi. Al professor Bognetti sembra che esso sia stato di regola in rapporto con l'insediamento di arimanni o di eserciti di quella nazionalità : per conseguenza è da supporre che attorno alla chiesa di S. Giorgio in Grosio, vi sia stato un gruppo di liberi longobardi armati, per la difesa contro attacchi venuti da oltre monte. Essi avranno ottenuta subito, una certa preminenza sopra degli indigeni, costituiti da lavoratori della terra : ma non ne cancellarono la personalità. Nei documenti di Grosio non si accenna nè a servi nè a coloni. Non mi sembra argomento sicuro per accogliere le teorie dello Schneider ed affermare che il territorio e la popolazione di Grosio abbiano costiuita una arimannia che fra i liberi longobardi abbia assorbito gli indigeni.
Non sarei alieno del pensare ad una azione liberatrice esercitata dal cristianesimo che mitigava l'egoismo padronale e sollevava la personalità degli oppressi. Sotto l'egida della Chiesa, il lavoro non veniva più, come un tempo, calcolato simbolo di servaggio, ma simbolo di disciplina e di ordine morale. Il diploma di Lotario fu da molti, che lo credettero interamente genuino, considerato come una prova che sin dal 775 le pievi in esso ricordate eran state donate da Carlomagno all'abate di S. Dionigi di Parigi: Grosio fu fatto dipendere con Mazzo da quella famosa badia. Il sospetto di una interpolazione fatta in tempi più recenti toglie però forza a quella argomentazione che serviva di base ad un'altra che cioè i diritti del monastero parigino siano poi passati al vescovo di Coira. Niente prova che Grosio abbia mai formato parte del ducato di Rezia, sebbene vi fossero possibilità di dirette comunicazioni fra il territorio grosino e il poschiavino. Indiscutibili documenti provano invece che sino a Bormio si stese la Valtellina e che la Valtellina compreso Grosio faceva parte del regno italico.
"
Il castello di S. Faustino, di cui ora restano pochi ruderi ed il campanile romanico della chiesa Castellana, venne eretto fra X e XI secolo, non lontano dalla rupe. Immaginiamo lo scenario di quel tempo. La Valtellina era allora divisa nelle pievi, circoscrizioni religiose e civili dove gli arcipreti curavano le anime ed i capitani assicuravano il rispetto della legge con la forza delle armi. Nel 1006 l’Imperatore Enrico II, per fronteggiare l’influenza di Milano, donò al Vescovo di Como, Everardo, che si contrapponeva a Milano, metà del viscontado di Valtellina, con le pievi di Ardenno, Berbenno, Tresivio, Villa e Mazzo (pieve, quest’ultima, alla quale apparteneva il territorio di Grosotto). Vassalla del vescovo di Como era potente famiglia dei Venosta. Nonostante successivi dissidi fra questa famiglia e Como, proprio ai Venosta venne affidata l’amministrazione del castello di S. Faustino, posto in posizione strategica per il controllo del transito dall’alta Valtellina verso Tirano. Il castello sorgeva sul colle di Groxio (termine che probabilmente deriva da quello di origine ligure “crös” - qualcuno ricorderà Creuza de mar di De Andrè -, cioè “incavo”, “solco”, “sentiero”, con riferimento alla forra del torrente Roasco che scorre immediatamente a sud). Due villaggi sorsero alle dipendenze del castello, Gros-sura e Gros-sotto: ecco spiegata l’origine dei nomi di Grosio e Grosotto.
Il toponimo di Grosio si trova citato in un atto di vendita del 1025 (“Grause Superiore”) ed in un documento dell’anno 1080, nel quale si menzionano quattro massarizi nella pieve di Mazzo, “in Grausura” (Grosio), “in Grausuto” (Grosotto) e “in loco et fundo Serni”. In un atto del 1150 il vescovo di Como Arditone o Ardizzone si riserva il “castrum de Grosio cum villis de Grossura et de Grossupto”.
Scrive, di nuovo, il Pedrotti (op. cit.): "Con la pace del 1151 fra Artuico Venosta e il vescovo Ardizzone, Grosio entrava nella zona di influenza dei Venosta, senza diventarne una proprietà. Restò sempre legata a Como. Qui la cittadinanza si imperniava attorno al Vescovo, ma già dietro a questi si affermava il Comune, che a poco a poco doveva trarre a se stesso i diritti già esercitati da quello, non in virtù della sua dignità spirituale, ma come primo cittadino e come ministro del governo regio...
Possiamo con sicurezza affermare, ed ebbero assai torto a nega il Quadrio ed il Romegialli, che la Valtellina e per conseguenza Grosio, furono parte del «Distretto di Como». Molte famiglie comasche, come quelle dei de Piro, dei Lambertenghi, dei Quadrio e Bugnoni migrarono in Grosio e si contrappongono agli indigeni come nobiles, entrando nell'amministrazione comunale... mentre i Venosta, mantenendo essi una condizione di privilegio, restavano ai di fuori della Vicinanza di Grosio."


Lago di Malghera

Nel successivo duecento, dunque, il borgo è organizzato nelle strutture comunali: sappiamo da un documento che il 30 dicembre 1292 il comune di Grosio, riunito dal saltaro al suono della campana in assemblea, alla presenza del decano Giorgio Mantelus fu Armano e di Giacomo de Genzo, rappresentante di Corrado Rusca podestà di Grosio, vendette le alpi di Campo Gazano e di Sacco.

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Il trecento portò importanti novità. Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti; negli statuti di Como di quel medesimo 1335 Grosio come “comune loci de Grosupra”. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio."
Ecco di nuovo il Pedrotti (op. cit.): "
Nel 1335 Grosio fu soggetta ad Azzone Visconti: e fu avvenimento di grande portata. Quando nel secolo XIV si riorganizzò l'amministrazione della Valtellina, Grosio divenne elemento costitutivo del terziere, al quale mandava i propri rappresentanti. Ogni terziere ebbe i suoi Consoli di giustizia, a cui spettava come giurisdizione onoraria la nomina dei tutori e l'abilitazione di estrarre documenti dalle imbreviature dei notai morti: ... Grosio formava parte del Terziere superiore dal quale invece era staccato Sondalo. Tirano come centro del Terziere era sede del Podestà e da questo dipendeva anche Grosio."
Con il passaggio nel 1335 della città e del vescovado di Como ad Azzone Visconti, signore di Milano, anche Valtellina e Valchiavenna passarono sotto il dominio milanese registrando però resistenze nel Bormiese, che preferiva stare con il vescovo di Coira. Anche la tregua di quattro anni dopo durò poco, tanto che nel 1343 e ’44 un esercito arrivò da Milano e nel 1348 fu bloccato il commercio del vino e Bormio dovette cedere e pagare un censo di 400 fiorini d’oro. Per controllare i Bormini i Visconti decisero quindi di costruire un nuovo castello a Grosio, poco a est del precedente, che era stato voluto dal vescovo. E si rivelò utilissimo per sottomettere i Bormini che, dopo la rivolta antiviscontea di Valtellina e Valchiavenna, nel 1375 ancora resistevano a Galeazzo Visconti, a cui dovettero cedere con la forza l’anno dopo. Il nuovo castello di Grosio fu affidato alla custodia dei Venosta, già feudatari vescovili nel vicino castello di San Faustino, e allora favorevoli ai Visconti, da cui ebbero molti privilegi, anche nel secolo successivo, come la concessione nel 1416 a Olderico Venosta, castellano di Grosio, dell’introito del dazio e del pedaggio nel territorio grosino (solo nel XVII secolo i Venosta otterranno di far precedere al loro il cognome Visconti). Tutta la Valtellina fu chiamata a concorrere nelle spese di custodia di questa difesa.” (Guido Scaramellini, “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni”, 2004).
In quel periodo Grosio era suddiviso nelle cinque contrade di Adda, Piatta, Ravoledo, Tiolo, Viale. Verso la fine del secolo, e precisamente nel 1395, è attestata la presenza di ordinamenti comunali, poi riformati nel 1515, che riportiamo così come sono descritti nelle Istituzioni Storiche del Territorio Lombardo (1999), a cura di Roberto Grassi: “Il comune di Grosio aveva l’elemento fondamentale nella vicinanza, convocata dal decano o console al suono della campana o della maiona. Si era vicini per nascita, dopo una permanenza della famiglia di due generazioni, o per cooptazione con giuramento. La vicinanza o sindacato generale veniva convocata (in alternativa anche i sindacati per contrada) per la nomina di sindaci e procuratori alle liti; la riunione aveva validità con la presenza del decano e di almeno due terzi dei capifamiglia; i consiglieri erano obbligati a partecipare alle riunioni consiliari o in caso di impedimento a delegare una persona atta a sostituirli.
L’organo deliberante della comunità di Grosio era il consiglio, che solitamente si riuniva nella stua della caneva della casa comunale: era composto dal decano e dai quattro consiglieri, cinque dalla fine del XVI secolo, cioè uno per contrada. Facevano poi parte del consiglio in via ordinaria altri dieci uomini, due per contrada, detti uomini di consiglio, e nei casi più importanti altri quindici uomini ripartiti proporzionalmente tra le contrade, che formavano il consiglio allargato.
Il decano era l’esecutore delle deliberazioni, i consiliari, eletti dalla vicinanza, costituivano la giunta esecutiva. Né il decano né i consiglieri avevano la rappresentanza del comune: dovendo agire in giustizia, per la tutela dei propri interessi si nominavano dei procuratori, o sindaci. Il nuovo decano del comune di Grosio veniva estratto a sorte annualmente da una rosa di tre uomini scelti dagli elettori designati, anch’essi a sorte, per ciascuna contrada in una lista indicata dal consiglio uscente. Il decano, all’atto dell’elezione, doveva giurare sopra le sacre scritture di accettare la carica e di esercitarla rettamente e di far rispettare gli statuti. Colui che non avesse accettato la carica era assoggettato al pagamento di un’ammenda di cinquanta scudi d’oro da destinarsi la monte di pietà ed era esonerato da ogni incarico per i dieci anni successivi.
Il decano aveva il diritto di scegliere l’attuario, designando la persona a suo parere più adatta; l’incarico dell’attuario, che poteva essere reiterato, non era rinunciabile. L’attuario doveva ordinatamente tenere il libro del dare e dell’avere, annotare le ordinazioni fatte in consiglio, scrivere le licenze concesse, le querele, le contravvenzioni, le violazioni ai capitoli degli statuti, formare gli elenchi di prestatori d’opera e delle persone che ricevevano l’elemosina, annotare inoltre il bestiame alpeggiato o inviato sui maggenghi. I quinternetti delle taglie e gli scodiroli dei fitti del capitolo dell’elemosina erano invece tenuti dall’archivista, che a volte poteva coincidere con l’attuario.
Il comune di Grosio dovette avere originariamente un solo caneparius, che raccoglieva le rendite comunali; un saltarius, custode dei beni comunali e dei privati in custodia del comune, e che convocava i vicini; alcuni accolladori, che vegliavano sulla distribuzione dei terreni ad accolam, fungevano da agrimensori e da stimatori per formare il censo dei terreni; e alcuni stimatores, che valutavano le doti matrimoniali. Nel XVI secolo, tra gli ufficiali di comunità eletti dal consiglio nella prima riunione annuale, i saltari avevano il compito di notificare al decano le contravvenzioni rilevate nella loro opera di sorveglianza sui boschi, sul monte Rovaschiera, e nell’esecuzione delle altre incombenze loro affidate dal decano o dagli altri ufficiali della comunità; convocavano infine i consiglieri sia nel territorio comunale, sia fuori, dietro rimborso delle spese. L’ufficiale preposto alla riscossione delle taglie era l’esattore, che a norma degli statuti poteva procedere all’esecuzione forzata dei beni nei confronti dei debitori insolventi.
Nel comune di Grosio esisteva il capitolo dell’elemosina, che curava la distribuzione di pane e vino ai poveri in determinate festività e che non aveva personalità giuridica, ma all’occorrenza era rappresentato dal sindaco e tre consiglieri. La gestione del capitolo, soprattutto la riscossione delle rendite consistenti in fitti di lasciti che venivano pagati in pane, vino, formaggio, grano, castagne, cera, denari, era affidata ad un sindaco, eletto annualmente dal consiglio ordinario.”
Nel quattrocento la comunità di Grosio si emancipò dal legame con la plebana di mazzo. La chiesa di San Giorgio, della cui esistenza si ha notizia dal 1257, era retta "ab antiquo" da un beneficiale alle dirette dipendenze dell'arciprete di Mazzo. Questa situazione si conservò fino al 12 marzo 1426, quando fu eretta in parrocchiale dal vescovo di Como Francesco Bossi, con distacco dall'arcipresbiterale di Mazzo. La separazione venne ratificata nel 1469 dal vescovo Branda Castiglioni. Della chiesa di Grosio furono dipendenti, come risulta dalla visita pastorale del vescovo Filippo Archinti (1614), le chiese di San Gregorio, di Ravoledo, di Santa Maria Elisabetta di Tiolo e dei Santi Faustino e Giovita nel castello di Grosio. Nel 1653, però Ravoledo si costituì in parrocchia autonoma.
Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero per loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. Correva l’anno di grazia 1487. Un esercito proveniente da Coira (Lega Caddea, o della Casa di Dio) e dalla lega delle Dieci Diritture, in tutto sei o settemila fanti, con 400 cavalli ed una schiera di donne al seguito, scendendo dalla Valdidentro, si presentò, il 27 febbraio, alle porte di Bormio. Al loro comando Giovanni Loher, Ermanno Capaul e Nicola Buol. Le truppe del duca Ludovico il Moro rinunciarono a difendere la città, che venne saccheggiata. Era il primo di una serie di episodi destinati a ripetersi quasi in serie: gli invasori avevano in animo di fare bottino pieno discendendo per intero la valle, a titolo di risarcimento per la mancata esenzione dai dazi doganali da parte del governo ducale. Una debole difesa alla stretta di Serravalle fallì, costando la vita a quaranta soldati ducali. Ecco, dunque, i temutissimi fanti grigioni, con quelle facce arcigne che sembrava fatte della stessa lega degli elmetti e delle pancere di ferro, eccoli presentarsi di fronte a Grosotto, con le minacciose lance e balestre. Narrano, però, le cronache che le milizie degli invasori si mossero a pietà alla vista della dolente processione uscita dal paese per appellarsi alla cristiana misericordia. La minaccia sventata venne interpretata come grazia miracolosamente concessa dalla Beata Vergine Maria, alla quale si erano rivolte le ferventi preghiere dei grosottini. Si disse anche che la Madonna era apparsa ai fieri soldati, inducendoli a pietà (che peraltro non avrebbero nella successiva calata avuto per Tirano e Teglio). Probabilmente ai Grosini, vista la proverbiale rivalità, non andò giù del tutto che il miracolo fosse riservato ai dirimpettai. Le truppe grigione proseguirono, mettendo a ferro e fuoco Tirano e Teglio ed entrando in Sondrio. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.

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Si trattò solo di un preludio, di un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre, di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna (compreso, stando a quanto riferisce il Besta, quello di Grosio). Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio. Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Grosij" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1377 lire (per avere un'idea comparativa, Grosotto fece registrare un valore di 1237 lire, Sondalo 1931, Mazzo 886); gli orti sono stimati 85 lire; prati e pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 6597 pertiche e sono valutati 3846 lire; campi e selve, estesi 2175 pertiche, sono valutati 2119 lire; due segherie ed una fucina sono stimate 19 lire; boschi e terreni comuni sono stimati 412 lire; 161 pertiche di vigneti sono stimate 207 lire; gli alpeggi, che caricano 1000 mucche, vengono valutati 200 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 7747 lire (per avere un'idea comparativa, Grosotto fece registrare un valore di 8312 lire, Sondalo 10211, Mazzo 6527).
Balza all’occhio l’elevato numero dei capi d’alpeggio (soprattutto comparati rispetto a quelli degli altri comuni), che segnala nelle pratiche di monticazione il nucleo più importante dell’economia grosina. Il comune di Grosio era molto ricco di alpeggi: Cassaruolo, Verna, Vermolera, Malghera, Eita, Val Sacco, Piano delle Montanelle, Strambelli, Piano Cadino, Bergamasco, Solera, Lavinale, Pedruna, Martinuccio, Piana, Dosso Bello, Starello, Braccio, Montarica. Ma cediamo la parola a Gabriele Antonioli (ne Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Grosio”, Sondrio, Società storica valtellinese, 1983):
Per questi pesanti gravami e per l'esiguità dei terreni del fondovalle, oltre che per quanto già detto, l'agricoltura ebbe sempre un molo complementare nell'economia locale. La vera ricchezza di Grosio furono sempre i suoi alpeggi e il Grosino è per atavica vocazione essenzialmente allevatore e di conseguenza mercante di bestiame.
Negli estimi del 1528 le alpi della comunità sono cosi denominate: Sacho (comprendente anche Malghera e Pedruna), Riacio (corrispondente a Vermulera), Eyta et Cassaurolo, Redascho et Bergamascho, Lavinale (forse Cigoz), Piano Cadino (comprendente Pìfer, Strambéi e Lavazé) et Salinis (Frasöl). Le alpi furono sempre un bene della comunità e il Comune, con leggi ben precise, ne regolava i periodi di monticazione e i criteri sfruttamento. Il capitolo 30 degli Statuti di Grosio, nella edizione del 1607, stabilisce a questo proposito quanto segue: «E ancora statuito et ordinato che ogn'anno alli 12 di giugno ognuno col suo bestiame sia tenuto ascendere in detti alpi a ciò deputati, con questo che non si faccia malga maggior di vacche 40 tra bestiame grosso et minuto, mettendo cinque bestie minute per una vacca... Et si descenda asco di dette alpi la vigilia di S.ta Maria di Settembre sotto pena di uno scuto d'oro per ogni persona che non ascenderà al termine predetto... et che descenderà inanzi il predetto giorno et per ogni volta».
Lo sfruttamento razionale di questo patrimonio e dei prati maggenghi privati permetteva alla popolazione di allevare nel 1526 un numero di capi di bestiame considerevole, tanto più se rapportato alle statistiche attuali e se si tiene conto che allora si consumava solamente il foraggio che veniva prodotto all'interno dei confini comunali. Ecco i dati statistici desunti dall'estimo del 1526:


Passo di Verva

Contrade

Fuochi

Vacche

Manze

Vitelli

Buoi

Capre

Pecore

Equini

Piatta

59

126

40

58

5

125

155

1

Viale

90

133

56

90

11

135

299

-

Adda

51

79

28

25

3

55

117

-

Ravoledo

78

238

78

102

13

281

346

-

Tiolo

55

74

19

31

2

58

93

-

Totale

333

650

221

306

34

654

940

1

Da questo prospetto risultano praticamente assenti gli equini in quanto per il traino e il lavoro dei campi venivano usati esclusivamente i buoi e le mucche … Inoltre, in questo censimento non figura nessun suino! Evidentemente questo tipico settore dell'allevamento si è sviluppato solo in epoche più recenti.”
Come spesso accade nelle comunità alpestri, la condivisione della pur ampia Val Grosina con i comuni vicini determinò controversie e momenti di forte tensione, non tanto con la comunità di Grosotto, come pure si potrebbe pensare (stante la proverbiale rivalità fra i due centri), quanto con quella di Sondalo. Oggetto della contesa fu l’alpeggio di Redasco, sfruttato dai Sondalini ma rivendicato dai Grosini. Si alternarono sentenze di segno diverso, e si giunse ad episodi tragici: alcuni Grosini nel 1545 incendiarono la “casera di sundalìn” ed uccisero, nei pressi del ponte di Grosio, Niccolò detto Monaco, di Sondalo. Solo il 22 luglio del 1598 la contesa venne definitivamente composta da una sentenza che riconobbe ai Sondalini il diritto di utilizzare l’alpeggio di Redasco, in cambio di un forte indennizzo da pagare ai Grosini.
Anche la zona del passo di Verva, che si apre sul fondo della Val Grosina e contente un facile accesso alla Val Verva (laterale della Val Viola Formina) e che ora segna il confine fra i comuni di Grosio e Valdidentro, in passato fu oggetto di contesa, per i preziosi pascoli, fra il comune di Grosio e quello di Bormio, contesa che portò anche ad una faida nel 1375 e che venne definitivamente composta con un atto notarile del 1547, che sanciva i confini degli alpeggi di “Verva et Davoxde”, del comune di Bormio, e di “Cassaurolo et Verva”, del comune di Grosio. Il passo di Verva merita una breve presentazione che renda giustizia della sua importanza storica, per lo più disconosciuta. L’origine del nome stesso può segnalarne l’importanza: deriva, forse, dal nome personale “Vervinius” che, a sua volta, contiene una radice etrusca simile a quella di “Berbenno” (anche se non è da escludere l’origine da “vevra”, “spineto”). Per la sua accessibilità relativamente facile (è posto a 2301 metri) e la sua posizione strategica (si apre fra il gruppo della cima Piazzi, ad est, ed il gruppo Cima Viola-Punta di Dosdè ad ovest), il passo rappresentò, in passato, una valida via alternativa di accesso al livignasco ed alle regioni di lingua tedesca, rispetto a quella che passava per il fondovalle valtellinese. Immaginiamo che un mercante veneziano di 4 o 5 secoli fa, che si trovasse nel bresciano (Brescia, dal Quattocento alla fine del Settecento, apparteneva ai domini della Repubblica di Venezia), avesse progettato di valicare le Alpi: la via più breve sarebbe stata quella di risalire la Valcamonica, valicare il Mortirolo, scendere a Grosio, risalire l’intera val Grosina fino al passo di Verva (per il quale passava una buona mulattiera), scendere lungo la breve Val Verva, che confluisce nella Val Viola Bormina, percorrere quest’ultima fino ad Arnoga e raggiungere il Livignasco per il passo del Foscagno. Ma dei particolarissimi rapporti fra Grosio e Venezia, di cui già si è accennato all’inizio, torneremo a dire più avanti.
Riprendendo il filo del racconto storico, torniamo ad allargare lo sguardo alla storia dell’intera valle. Non fu, in generale, il Cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Nella prima metà del XVI secolo il comune era suddiviso nelle cinque contrade di Adda, Piatta, Ravoledo, Tiolo, Viale. Probabilmente verso la fine del Cinquecento vi entrarono, dopo un lungo periodo di controversie, i nobili Venosta e Quadrio, che fino alla metà del secolo avevano goduto di propri diritti e privilegi, spesso in contrapposizione con i vicini. Dopo questo ingresso, le famiglie nobili ebbero invece il diritto di eleggere i propri rappresentanti nei consigli e di partecipare a pieno titolo, pur perdendo i loro privilegi, alla vita della comunità.
Un quadro della situazione di Grosio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini). Ecco cosa scrive su Grosio: “Il secondo comune del terziere superiore è Grosio. bella borgata sulla destra dell'Adda, cui appartiene la frazione di Ravoledo, posta su un poggio dietro al quale si apre una valle, in direzione del monte bormiese, detto Dosdè. Il torrente che percorre questa valle si chiama Roasco, e confluisce nell'Adda sotto Grosio, a nord (sic). Alcuni anni or sono precipitò sopra Grosio una frana di macigni, che arrecò grave danno di vite umane, di bestiame e di poderi. Oltrepassata l'Adda, circa mezz'ora al disotto di Sondalo, sta il villaggio di Surcai e tre gittate d'archibugio al disotto di questo. sorge Tiolo: ma ambedue questi villaggi sono compresi nel comune di Bormio. Da Tiolo una strada maestra. valicando il Mortirolo„alto e selvaggio monte. conduce alla Val Camonica, in territorio veneto; per altro è inaccessibile d'inverno. In Grosio il personaggio più ragguardevole è il signor Marco Antonio Venosta, di nobile ed antico lignaggio; egli è sposato ad una gentildonna Von Mont aus Lugnitz, famiglia presso cui egli fu allevato nella sua giovinezza.”


Piana di Eita

Le Tre Leghe Grigie concessero al vescovo di Como Feliciano Ninguarda, per la sua origine morbegnese, il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini.
Ecco cosa scrive di Grosio: “A un miglio oltre Grosotto, salendo verso Bormio, c'è il famoso paese di Grosio, con circa trecento famiglie e diverse frazioni e vicinanze a lui incorporate e spettanti alla stessa comunità con circa cinquecento famiglie tutte cattoliche. Nel paese vi è la chiesa parrocchiale dedicata a S. Giorgio Martire e, come dicono, separata dall'arcipretura di Mazzo. Nel tratto tra Grosotto e Grosio, distante mezzo miglio da Grosio vi è un castello diruto; sul colle vi è la chiesa dedicata ai SS. Faustino e Giovita, dotata di beneficio; il diritto di presentare il beneficiario spetta agli eredi di Olderico Quadrio e agli eredi del nobile Castelli Venosta; presso la chiesa vi sono alcuni fabbricati rustici. Sulla sinistra del colle a un miglio da Grosio vi è la frazione di Rovoledo, con la chiesa dedicata a S. Gregorio, unita alla parrocchiale. un'altra chiesa dedicata a S. Giacomo Apostolo, essa pure unita alla parrocchiale. Fuori dal paese per un miglio in linea retta risalendo la Valtellina verso Bormio, vi è la frazione di Tiolo, con una elegante e ben ornata chiesa dedicata alla Visitazione della B. V. Maria ad Elisabetta, ben provvista di paramenti. Questa chiesa è talmente venerata che con le elemosine dei pellegrini che vi convengono si mantiene un apposito sacerdote che vi celebra quasi ogni giorno. A Grosio si trovano i seguenti sacerdoti: prete Antonio Rodolfi di Grosio, curato della chiesa parrocchiale, di sessantaquattro anni; prete Bartolomeo Bugnoni di Grosio, cappellano del curato, di trentadue anni; prete Bernardo Compera di Grosio, di trentaquattro anni, cappellano della confraternita di S. Caterina, la cui cappella con l'oratorio per gli scolari è nella chiesa parrocchiale; prete Ottavio Rumoni di Grosio, di quarantasette anni; prete Giovanni Giacomo Comperti di Grosio, di sessantasei anni, cappellano della chiesa dell'Annunciazione della B. Vergine, nella frazione di Tiolo; prete Sdoreto di Grosio, facente funzione di cappellano nella chiesa parrocchiale di Tegli; diacono Giacomo Sala di Grosio, che abita a Venezia al servizio del Rev. Arcivescovo di Spalato; suddiacono Giovanni Giorgio Bugnoni; suddiacono Andrea Comperti di Grosio.”
Dunque, secondo questo resoconto nel 1589 la comunità di Grosio contava 500 fuochi, ovvero circa 2.500 abitanti.
Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere di Grosio: “Grosio dista da Sondalo sei miglia; è situato in pianura; prospero per clima limpido, acque pulitissime, cereali, bestiame, discreto castagneto. La viticoltura è però debole, tuttavia la gente beve il vino gradevole dei colli vicini, magari criticando il proprio. I maggiorenti si servono anche di quello importato, più forte; il popolo minuto riempie la propria mensa con latticini. Qui si chiude la "cella" retica. La montagna che sovrasta il paese a settentrione, per le fenditure delle rupi e la friabilità della roccia, minaccia sempre la rovina del paese; quella invece che si trova ad oriente confina con la Valcamonica e serve a pastori e boscaioli.
Industriosi e robusti oltre ogni dire sono gli abitanti (ne conta poco meno di milletrecento), abilissimi
nella mercatura e negli affari; sono altresì prestanti per bellezza, forza, ingegno e perciò sono per ogni verso quelli più dotati della pieve. Grosio ha una valle a settentrione, ottimamente attrezzata su entrambi i versanti per i lavori estivi, e che per un'estensione di dieci miglia nutre innumerevoli greggi e produce in gran copia ogni genere di pastura. Si congiunge sia coi monti di Bormio sia con quelli di Poschiavo, ed è abitata anche durante la stagione più fredda. Vi scorre il Roasco, torrente montano, il quale, una volta raccolte a mezza valle le acque sgorganti da due diverse sorgenti dalle catene ghiacciate, spumeggiando tra rocce inaccessibili, confluisce nell'Adda nella piana di Grosotto. La chiesa del paese di Grosio è parrocchiale, dedicata a S. Giorgio, mediocremente dotata di suppellettili in argento e in seta ed è cadente per l’antichità. C’è un altro oratorio, quello di San Francesco, recentemente costruito a spese di privati, unito alla chiesa parrocchiale. Altre due chiesette sono sulla montagna che volge verso la suddetta valle: una di san Giacomo, all’interno della valle, una seconda di San Gregorio nel paese di Ravoledo, abitato da ottanta famiglie. Nella stessa Grosio di sta costruendo una chiesa grande e di pregevole architettura dedicata a S. Giuseppe; se a Dio piacerà, la chiesa raggiungerà lo splendore dei più insigni monumenti della zona.
Nella piana di Grosio si erge un ameno colle, sorretto da rocce non raggiunte dalla vite, e con una modesta spianata sulla sommità, dove si innalza una roccia con una chiesetta dedicata ai Santi Faustino e Giovita. La località dista da Grosio un miglio e si trova entro i confini di Grosotto: l’oratorio infatti fa da confine fra i due paesi. La natura del luogo suggerì una roccia: la tecnica vi aggiunse un doppio giro di mura, torri, fossati, nei quali l’Adda stessa si insinua per un lungo tratto: fu costruita un tempo in modo assai fortificato e aggraziato dai Venosta quando erano
potenti; in seguito, poiché la potenza eccessiva non serviva ad allontanare le ostilità, bensì a provocarle tra la gente della regione e a opprimere i buoni costumi, uccisi i capi, abbattuta e infine smantellata per ordine dei Reti, giace nelle proprie ceneri, segno dell'antica grandezza. Un'altra frazione della comunità di Grosio si trova oltre l'Adda sulla strada che porta verso Sondalo: si chiama Tiolo, è abitata da settanta famiglie. Vi è una chiesa celebre, dedicata alla visitazione di Maria Vergine a Elisabetta: dista da Grosio due miglia.”

Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625; vi si legge (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000): "Il terzo comune è quello di Grosio, dove, a meno di 200 metri dal paese, si trovano i due castelli di Grosio e di S. Faustino. Prima del 1526, data in cui i Signori Grigioni smantellarono questi ed altri castelli della Valtellina e della Contea di Chiavenna, tali dimore erano abitate dalla famiglia Venosta. Dipendono pure dal comune di Grosio Tiolo di sotto, paese da cui parte una via ben percorribile che conduce al passo del Mortirolo e alla Val Camonica, le contrade di Vernuga e Ravoledo e la Val Grosina, che giunge fino al monte Dosdè."

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa. Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata dal grosottino Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che, partendo proprio da Grosio e Grosotto, fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”:
Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.” La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Anche Grosio venne colpida duramente.
Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Grosotto e Grosio dovettero sobbarcarsi ingenti spese per l’alloggiamento delle truppe francesi, che oltretutto non si comportavano sempre con modi improntati a cortesia e correttezza. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Le conseguenze di questo periodo terribile furono assai dure. “Quanti, spinti dalla necessità, lasciavano Grosio in quel periodo, si dirigevanoverso la Repubblica di San Marco. Forse inizialmente tale scelta fu favorita dal fatto che esistevano convenzioni particolarmente vantaggiose tra lo Stato ospitante e il Governo delle Tre Leghe di cui i Valtellinesi erano sudditi, ma questo flusso continuò anche successivamente, pur se con minore intensità, fino agli inizi di questo secolo. Verona, Vicenza e soprattutto Venezia diedero lavoro ai nostri emigranti alcuni dei quali, benché svolgessero in genere umili lavori di facchinaggio, seppero farsi comunque una solida posizione economica e acquistare benemerenze importanti. I legami col paese d'origine rimasero sempre particolarmente vivi e sentiti. Molti vi ritornavano periodicamente portando oltre al gruzzolo dei risparmi anche qualche scampolo di gusto esotico come il filo di granate, il fazzoletto di seta, i bottoni di filigrana e gli orecchini con la «bròca», arricchendo e caratterizzando così il costume delle loro donne. Altri si accasavano definitivamente in questi territori, ma tutti quanti si interessavano sempre ai problemi comunitari. Solo a partire dal 1850 l'emigrazione andò progressivamente cambiando mete, spostandosi verso il vicino Cantone dei Grigioni dove gradualmente si è qualificata, specie nel settore edilizia. (Gabriele Antonioli, op. cit.). La significatività del moto migratorio può essere ben rappresentata da due dati: i Grosini a Venezia all'inizio del Seicento erano oltre 200, detenevano praticamente il monopolio dello scarico delle merci nel porto di Venezia ma praticavano anche molte altre attività, raggiungendo anche posizioni di prestigio.
A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
A metà del settecento, secondo la testimonianza dello storico Francesco Saverio Quadrio, Grosio comprendeva le contrade di Vernuga e Rovoledo, la Valle di Settentrione e Tiolo di sotto.
Ecco il testo integrale dello storico, tratto dalla sua opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina”:


Grosio

"Grosio (Clusium). Questo Luogo non è distante da Sondalo, che sei Miglia: ed ha diverse Contrade a se suggette, che sono Vernuga, e Rovoledo. Ad esso pure s'aspetta una Valle da Settentrione, longa ben dieci miglia, che felicissima essendo di pascoli, alimenta infinite Greggie; e somministra ogni genere di Grascina a que' Popoli in copia, e ad altri ancora. I Confini di essa si toccano col Monte Davoste, con que' di Poschiavo, e di Bormio: e può comodamente abitarsi per la sua felicità anche nel più rigido Verno. Il Roasco è il Fiume, che tutta la scorre da capo a fondo, il quale accresciuto alla metà di essa di due altri Fonti, esce gonfio poi nel Territorio di Grossoto a deporre le sue Acque nell'Adda. A Grosio s'aspetta altresì Tiolo di Sotto, onde la trita Via.si piglia per lo Monte detto Mortirolo nella Val Camonica. Non molto poi discosto da esso Grosio sopra un vago Rialto, che alla pubblica Via sovrasta, un Castello si vede di grandezza non picciola, dentro al quale la sua Chiesetta era chiusa a San Faustino dedicata, e però detto il Castello di S. Faustino ugualmente, che il Castello di Grosio, che fu lungo tempo Abitazion de' Venosti. La natura, e il sito del Luogo dovette qui persuaderne la Fabbrica; che con doppio ricinto di Mura, con Bastioni, Torri, e Fosse, e coll'Adda stessa ivi derivata l'Arte aveva quasi invincibile reso. E comunque diroccato poi fosse per voler de' Grigioni, a ogni modo il dolor forse di vedere sì bella Fortezza rovinata, fece risparmiarne gran parte: poichè forse di tutte quelle in detta Valle distrutte, niuna è rimasa men disformata, che questa. Altro Luogo fortificato pur quivi aveva sul Ridosso d'un Monte, tral detto Castello, e Grosio dal medesimo Lato, dove una Torre oggi pure si vede, tuttochè tronca. Fiorirono ivi già i Negri, i Venosta, ed altri."
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delle Tre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Grosio contava allora 2131 abitanti.

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Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Grosio fu incluso nel IV cantone di Bormio. come comune di III classe, con 1.687 abitanti. Nel 1807 Grosio, con 1.547 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Grosio, con 677 abitanti, Vernuga, con 120, Tiolo, con 250 e Novaledo, con 500.
Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Grosio figurava (con 2.987 abitanti totali, 1.687 da solo) come comune principale del III cantone di Tirano, unitamente al comune aggregato di Grosotto (ma l’aggregazione fu solo provvisoria, forse con grande sollievo per entrambi).
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Fra il 1845 ed il 1858 venne scavato un nuovo alveo artificiale per l'Adda tra Berbenno e Ardenno e, nel suo corso inferiore, tra Dubino e il Lario, che pose le basi per la bonifica ed il successivo ricupero agricolo della piana della Selvetta e del piano di Spagna. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga, la prima grande strada che attraverso le Alpi centrali mettesse in comunicazione la pianura lombarda con la valle del Reno. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda. Agli ultimi anni della dominazione asburgica (1855) risale anche la carozzabile che da Tresenda saliva all'Aprica; la strada fu, poi, prolungata fino a Edolo nei primi anni del nuovo Regno d'Italia, mettendo in comunicazione la valle dell'Adda con la Valcamonica.
Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e visi mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.” Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Grosio contava 2628 abitanti, che crebbero costantemente fino alla vigilia della prima guerra mondiale, passando a 2813 nel 1871, 3195 nel 1881, 3873 nel 1901 e 4227 nel 1911.
Alle guerre risorgimentali parteciparono i Grosini Besseghini Pietro (1859-60-61-65), Besseghini Protasio (1866), Borsi Pietro (1870), Caspani Stefano (1870), Carnini Antonio (1860-61), Caspani Giacomo (1860-61), Cimetti Giobbe (1866), Capetti Giuseppe (1866), Della Bosca Pietro (1860-61), Franzini Bartolomeo (1870), Ghilotti Giuseppe (1860-61), Ghilotti Giovanni (1866), Ghilotti Pietro (1866), Ghilotti Pietro (1866), Pruneri Giovanni (1870), Pruneri Antonio (1860-61), Pini Cristoforo (1866), Pini Antonio (1866), Pruneri Giuseppe (1866), Rizzi Stefano (1866), Rinaldi Giovanni (1866), Rinaldi Antonio (1866-70), Strambini Giacomo (1860-61) e Valmadre Antonio (1870).
Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita a cura del CAI nel 1884:
In fondo al lungo rettilineo della via nazionale vedesi la bella ed ampia facciata della Chiesa di S. Giuseppe coll'elegante campanile che si eleva a fianco. È opera pregevole del secolo decimosettimo ed è da circa sessant'anni la chiesa parrocchiale della vicina borgata di Grosio (3195 ab.). Non molto lontano, in mezzo alla campagna, vedesi campo santo e la nuova cappella sepolcrale dei Visconti-Venosta, famiglia antica, venuta in Valtellina da Val Venosta nel secolo duodecimo, che diede poi in ogni tempo alla nuova patria uomini chiari. Grosio, da cui ebbe nome il vicino castello, è borgata antichissima: il comune è assai ricco di boschi e di pascoli; l' industria vi è principalmente rappresentata da una vecchia e meritamente rinomata fonderia di campane appartenente alla famiglia Pruneri.
Grosio è patria di Cipriano Valorsa, valente pittore del secolo decimo sesto. Nei pressi del borgo, sotto il monte, mostrasi ancora una casa che vuolsi fosse stata sua; soprale porta è dipinta la sacro famiglia, e il pregevole affresco, che ha la data 1566, viene dal suo biografo ed ammiratore, Nicolò Zaccaria, attribuito a lui. Nella chiesa di Rovoledo, piccolo villaggio sulla strada che da Grosio conduce in Val Grosina, vi hanno lodati affreschi attribuiti pare al Valorsa e vi ha anche, sull’altar maggiore, una tela di Pietro Ligari.
Le contadine dl Grosio e della Valle Grosina vestono singolare costume che dà risalto alla bella e robusta persona. Portano, corno le donne del Friuli, il cappello virile inclinato sull'orecchio; hanno il corpetto aperto, che lascia veder la camicia bianca, un corto guarnello di lana increspata, le calza rosse a fiorami celesti, le scarpe basse col fiocchetto.”
A Grosio veggonsi per l’ultima volta le viti e i gelsi; poco più oltre anche il grano turco scompare e la valle assume un carattere interamente alpestre. La strada nazionale varca l'Adda, e quindi per lungo tratto sale erta lasciando a destra bellissimi castagneti e il villaggio di Tiolo, da cui parte una strada per il Mortirolo. Lungo l'opposta sponda dell'Adda puossi ammirare una bella morena, veramente grandiosa, cbe segna, come afferma il geologo Stoppani, il punto dove sostarono i ghiacciai della Valtellina dopo essersi ritirati dalla pianura lombarda. Poco più oltre trovasi Bolladore, stazione di posta, dove vi hanno due buoni alberghi alpini molto frequentati in questi ultimi anni.”

Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

 

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Latteria sociale
(anno di fondazione, kg. di formaggio e di burro prodotti)

Alpeggi comunali (fra parentesi: estensione in ettari, numero di bovine, ovine, caprine e reddito in Lire)

Tiolo
Grosotto
351
476
3335
166587
9126
1878,
930 kg e
1860 kg

Pedruna (300, 123, 147, 0, 456,60);
Malghera (250, 121, 125, 0, 647,95);
Val di Sacco (450, 202, 5, 451, 1375,52);
Biancadino (380, 107, 131, 235, 494,35);
Frasolo (200, 49, 87, 0, 208,11);
Avedo (400, 139, 188, 425, 715,73);
Eita (320, 97, 121, 226, 472,08);
Cassavrolo (180, 56, 57, 0, 237,80);
redasco (200, 108, 100, 0, 301);
Menarolo (150, 30, 69, 0, 118,23);
Lainate (100, 86, 54, 9, 172,64)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che Grosio dovette pagare alla prima guerra mondiale, nella quale caddero il tenente Pini dott. Pietro, l’aviere di battaglia Sala Giorgio, il sergente maggiore Queti Giacomo, i sergenti Rinaldi Pietro, Rinaldi Martino, Bazzeghini Bortolo, Biatieri Pietro e Varenna Cristoforo, i caporal maggiore Besio Stefano, Cimetti Pietro, Ghilotti Giacomo, Pini Guglielmo, Pini Cristoforo, Sala Matteo, Sala Giovanni e Strambini Pietro, i caporali Sassella Pietro e Sala Battista, i soldati Baitieri Matteo, Besio Giorgio, Besseghini Protasio, Caspani Giacomo fu Martino, Caspani Giacomo fu Pietro, Caspani Stefano, Cecini Bortolo, Cecini Martino, Cimetti Bortolo, Cimetti Antonio, Cimetti Giorgio, Curti Domenico, Curti Pietro, Curti Angelo, Cusini Antonio, Cusini Martino, Cusini Pietro, Franzini Antonio, Franzini Stefano, Ghilotti Domenico fu Domenico, Ghilotti Martino, Ghilotti Giovanni, Ghilotti Domenico fu Tommaso, Ghilotti Giuseppe, Pini Giuseppe, Pini Giovanni, Pini Bortolo, Pini Michele, Pini Giorgio, Queti Matteo, Queti Giuseppe, Queti Giovanni, Pruneri Ottorino, Rinaldi Giuseppe, Rinaldi Francesco, Robustelli Enrico, Sala Giorgio, Sala Martino di Martino, Sala Martino fu Martino, Sassella Martino, Strambini Giovanni, Strambini Antonio, Varenna Giuseppe e Valmadre Mario.

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Il primo dopoguerra vide un andamento demografico oscillante: dai 4219 abitanti del 1921 si scese ai 3978 del 1931, per risalire ai 4356 del 1936.
Ecco l’ampia presentazione che di Grosio ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”:
Grosio - Notizie artistiche. -A circa km. 2 oltre Grosotto, lasciando a sinistra le maestose rovine del castello Visconti-Venosta, bruciato dai Bernesi nel 1620, si giunge al borgo di Grésio, in ant. Grosium (m. 661 - ab. 2151-4221 - P. T. telef. - staz. climat. - alb. Gilardi, con carb. di calcio e benz., rimessa, articoli fotogr., cam. osc., caffè, rist. - ost. - meccan. - farmacia -Banca Picc. Cred. - soc. elettr. intercom. - latt. turn. -coop. allev. bestiame - circ. agric. coop. - unione elettr., coop. murat. - asilo infant. - soc. music. - casa di socc. pei vecchi fondata dal march. Emilio Visconti Venosta - coop. fam. agric. - coop. di cons. smobilit. - antica fonderia di campane Prùneri).
Questo borgo conta parecchi edifici del 500 e del 600, come il palazzo Visconti-Venosta, di recente restaurato e arredato in armonia con lo stile dell'edificio (questo palazzo è ricco di preziose opere d'arte, fra le quali due grandi ante di legno, pare provenienti da S. Carlo di Semogo, con 12 belle figure a tempera, e l'iscrizione die 19 Marti 1527 e attribuite al Valorsa; l'ing. A. Giussani però non lo ritiene possibile essendo il Valorsa ancora vivo nel 1602 in cui vendette una sua casa in Grosio, come risulta da un registro), la casa Pini-Manara, già Negri, che possedeva una bellissima stufa intagliata del sec. XVI, che ora si trova nel museo di St. Moritz. Grosio aveva un castello sino dal 1204. Fu bruciato dai Grigioni nel 1487 o dai Bavaresi nel 1621. Ben conservato è l'arch. Comunale. La parrocchiale, del 1647, dedicata a S. Giuseppe, con grandioso campanile, possiede un artistico porta-braciere in ferro, una croce processionale d'argento di molto pregio; uno stendardo in raso con S. Giorgio, del 400; un paramento in nero del 1506; due lampadari di Murano nel 1650 e molti lodevoli intagli di un Valorsa, fratello del Cipriano. È pure assai ricca di paramenti ed argenterie del XVII sec. Molto belli un inginocchiatoio di legno intarsiato in avorio con riporti in bronzo, che si trova in sacristia, e le due pile di marmo, del 1674, con statue di S. Giuseppe e di M. V. in bronzo.
In Grosio si trovano non poche pitture di Cipriano Valorsa, che vi ebbe i natali. Questo artista, fiorito nel 500, e che dipinse in tutta la Valtellina per oltre sessant'anni, è senza dubbio il più valente pittore valtellinese, a torto ignorato dalla maggior parte degli scrittori d'arte. Ecco quanto di lui scrive Gio. Gavazzeni nel suo ricordato manoscritto: «Seguace dello stile di Gaud. Ferrari e di Fermo Stella, compositore e disegnatore assai corretto, di linee semplici ed eleganti, fine sempre in ogni suo dipinto, tavole, tele ed affreschi, dando ognora alle sue figure (specie di soggetto sacro) una certa dolcezza d'espressione veramente mistica e toccante, è, in detto difficile sistema di lavoro, di una forza di colorito, grazia e perizia tecnica tale da competere coi maestri più rinomati del suo tempo». Di lui don Santo Monti, nella menzionata sua opera, scrive (a pag. 334): «Cipriano Valorsa, se non profondità di sentimento, mostra una singolare gaiezza e venustà di forme nelle sue fresche e sorridenti figure, così da farlo ritenere il primo fra i pittori valtellinesi, e da meritarsi, confermato dal profondo critico Morelli, il titolo di Raffaello di Valle Tellina, datogli pel primo dal già menzionato sac. Nicolò Zaccaria nel suo opusc. «Cipriano Valorsa» (Sondrio, A. Moro e C., 1883). Di lui parlano pure con vivo interesse, in Arte e Storia, il Frizzoni (1897), e il conte Malaguzzi Valeri sulla Rassegna d'arte (anno VI, n. 8 e 9). Del Valorsa parlarono pure Fr. Saverio Quadrio nella sua opera Dissertazioni artistiche-storiche sulla Valtellina (Milano 1756), il pittore sondriese Pietro Martire Rusconi in un manoscritto posseduto dall'ing. comm. Gius. Paribelli di Sondrio, Luigi Gandola nel suo Albo degli Uomini illustri Valtellinesi, Guglielmo Felice Damiani, Ant. Giussani, e qualche altro.
Una grande e bella tela del 500 rappresenta S. Giorgio, S. Giacomo Maggiore e S. Gregorio Magno. Della fine del 500 è la grande ancona dell'altar maggiore. Vi è un bell'affresco dietro il battistero: un paliotto con splendida fascia ricamata e la Deposizione ritenuta del Valorsa. Sotto l'altare, su un affresco con S. Gregorio, vi è la data del 1421. La chiesa possiede un cuoio scolpito e dipinto a figure e a ornati; paramenti splendidi per ricami d'oro e d'argento; una pianeta ricamata proveniente da un convento domenicano di Parigi; altra di velluto verde su fondo marrone del 1674. Gli intarsi degli stalli del coro sono ritenuti del sec. XVI. Pregevole è l'ancona di un altare laterale, tutta a intagli e dorature, ella scritta : «1494 Die VIII Martii. Andreas De Passeris de Turno fecit hoc opus». La parte centrale, la Natività, è bellissima: ai lati sono le statue di S. Giorgio e di S. Antonio; in alto il Padre Eterno; in basso i dodici Apostoli in altrettanti medaglioni. Il Passeri vi lasciò anche due piccoli vetri. Elegante è il campanile di stile lombardo, a finestre bifore.
L'inferriata del vicino ossario si ritiene opera di un Valorsa del 600. Sono pure di Cipriano Valorsa i seguenti dipinti: a) nel cimitero, antichissimo, gli stupendi medaglioni di santi e sante dei tre archi nella cappella ridotta ad ossario; la medaglia in mezzo alla volta che figura il Padre Eterno. Ivi si osservano anche dipinti bizantini ben conservati, in cima ad una scala di pietra; — b) nella casa del Valorsa ai piedi dello Storile, dove principia la strada di Val Grosina: la stupenda B. V. col B. nudo e ridente, con un atteggiamento molto naturale e vivace, e S. Giuseppe che li contempla in estasi, dipinto sopra la porta colla data del 1561 e le parole: Regina cieli Imtare calamici; questa preziosa pittura comincia a deperire per mancanza di riparo.
La chiesa di Ravoledo, posta a circa mezz'ora di salita per la strada di Val Grosina, contiene una croce processionale del princ. del 500, ed altra del 600, un quadro ad olio di P. Ligari nell'ancona del'altare maggiore, ed è ricca di pitture di C. Valorsa. Sono suoi gli affreschi con Gesù morto, sostenuto dalla M. e la Maddalena, nella lunetta sopra la porta maggiore; il Gesù cogli Apostoli nel coro, ritenuto fra le più lodevoli sue opere; le medaglie di santi sotto l'arco; il Redentore con angeli graziosissimi e la data del 1565 sopra l'arco; varie medaglie a chiaroscuro con la Creazione del mondo, di Adamo ed Eva, la loro caduta, la loro cacciata dal Paradiso terrestre, la Morte di Abele, S. Agata, S. Agnese, la Maddalena, dipinti sullo zoccolo sotto gli apostoli, nonché il suo solito fregio in basso, più elegante e fine in alto, fatto a laminette brune piegate e ritorte. Simile fregio adorna anche l'esterno della casa antica e severa dei Visconti-Venosta. Di questa famiglia merita di esser vista la moderna cappella mortuaria nel cimitero di Grosio, nonchè il campanile dell'antichissima chiesa dei Ss. Faustino e Giovita, annessa al Castello.
Uomini illustri. — A Grosio nacque nel 1236 Corrado Venosta, che fu capo dei Ghibellini di Valtellina ed ebbe grande influenza sulle vicende dei suoi tempi. Sconfisse i Guelfi, fra cui i Vitani a Corno, ove fu nominato podestà.


Cima Piazzi

Sono suoi discendenti i fratelli Gino Visconti-Venosta, valoroso ed integerrimo patriota ed elegante scrittore, morto a Milano nel 909, il cui libro «Le mie memorie» rimarrà a prova della sua opera a pro della Patria; il march. Emilio, senatore, illustre patriota e più volte ministro degli esteri del regno d'Italia, gran collare dell'Annunciata, che contribuì non poco, nel suo ultimo Ministero, a ripristinare gli amichevoli rapporti tra Italia e Francia alla conferenza d'Algesiras. Sono di Grosio il pitt. Bartolomeo dei Venosta che nel 1519 dipinse nella chiesa, ora rovinata, dei Ss. Pietro e Paolo di Bormio; lo scultore del 600 Cristoforo Brunoro. Sono di sua mano diversi avelli e varie figure e fiori nell'interno ed esterno della chiesa di S. Giuseppe in Grosio, Battista Ferrari teologo e canonista del 1600."
Presso la Biblioteca, nella Villa Visconti Venosta, sono riportati i seguenti nomi di caduti nella guerra di Abissinia (1935-36): Caspani Bortolo (soprannome Prina, classe 1910), Gilardi Benedetto (classe 1910) e Rinaldi Giuseppe (Cech, classe 1891). Nella Guerra dei Balcani (1939-1945) caddero Cimetti Domenico (Becoriu-Menegona, classe 1918), Franzini Bortolo (Marmariu, classe 1911), Rinaldi Stefano (Gianela, classe 1912) e Sala Antonio (Pretor, classe 1912). Sul fronte Russo (1941-1945) caddero o furono dichiarati dispersi Bazzeghini Giuseppe (Quata, classe 1918), Besseghini Domenico (Pus-ciavin, classe 1916), Beseghini Giuseppe (Scutumela, classe 1922), Borsi Giuseppe (Slofa, classe 1918), Cecini Giacomo (Sgoben-lalu, classe 1918), Cecini Martino (Trusiu, classe 1916), Confortola Enrico (classe 1912), Della Bosca Attilio (Gavelin, classe 1920), Ghilotti Pietro (Laura, classe 1921), Mosconi Giacomo (Spaca, classe 1922), Pini Albino (Col, classe 1922), Pini Giuseppe (Dria, classe 1917), Pini Martino (Squitarola, classe 1922), Pini Michelangelo (Fra, classe 1922), Pini Pietro (Cian, classe 1916), Pini Pietro (Bernes, classe 1915), Pini Stefano (Brighelu, classe 1918), Pruneri Achille (Scari, classe 1913), Pruneri Severino (Geremia, classe 1893), Rinaldi Giuseppe (Cech Chesler, classe 1916), Robustelli Stafano (Pipi, classe 1916), Sala Matteo (Cac, classe 1922), Sala Paolo (Scariot, classe 1913), Sala Pietro (Sciuschina, classe 1920), Strambini Battista (Sghit, classe 1915), Strambini Battista (Cirol, classe 1916), Strambini Giovanni (Sghit, classe 1920), Valmadre Antonio (Stupin, classe 1916), Varenna Giuseppe (Rudina, classe 1917) e Varenna Luigi (Rudina, classe 1921).


Malghera

Morirono per cause di guerra, sempre nella Seconda Guerra Mondiale, Besio Martino (Fanfu, classe 1905), Caspani Giuseppe (Gotu, classe 1914), Franzini Pietro (Besturlu-Margnoch. classe 1900), Franzini Stefano (Gherbal, classe 1912), Mosconi Cristoforo (Tetarola-Tota, classe 1910), Pini Guido (Pastoch-Gagia, classe 1917), Pruneri Stefano (Mocen, classe 1909), Rinaldi Martino (Rusin, classe 1908), Salandi Mario (Zafagna, classe 1918), Sassella Giacomo (Malchet, classe 1895) e Strambini Pietro (Relu, classe 1910). Caddero, infine, nella guerra partigiana Branchi Teresa-Lazzarotti (civile, classe 1895, ANPI Sondrio), Caspani Agnese (Perlu, classe 1925), Cecini Antonio (Sgoben-Gnognu, classe 1915), Della Bosca Giuseppe (civile, ANPI Sondrio, classe 1897), Franzini Bortolo (Piona, classe 1918), Ghilotti Severino (Spirt, classe 1928), Pini Giacomo (Ciaroli, classe 1923), Pini Giuseppe (Bresan, classe 1920), Pini Guglielmo (classe 1918), Pini Mario (Pigna, classe 1919), Sala Luigi (Zani, classe 1918), Valmadre Emilio (classe 1916) e Zubiani Antonio (Matusc, classe 1916).
Nel secondo dopoguerra la popolazione crebbe costantemente fino alle soglie del nuovo millennio: dai 4495 abitanti del 1951 si passò a 4598 nel 1961, 4676 nel 1971, 4781 nel 1881 e 4966 nel 1991; poi vi fu una lieve flessione: 4827 abitanti nel 2001 e 4788 nel 2006.
Ecco la vivace presentazione del paese che, in un veloce trittico, Renzo Sertoli Salis propone nel volumetto “Valtellina fra mito e storia” (Bissoni, Sondrio, 1969): “Qui a Grosio — nome che invano l'abate Quadrio si sforzava di far derivare da un inesistente etrusco o pseudoetrusco Clusium quasi a nobilitare chi di nobiltà certamente non abbisogna — l'aria si fa più fina, il costume della gente più particolare (e non solo perchè sussiste ancora per qualche esemplare quello femminile) e le stesse case nelle viuzze ai lati della via principale più tagliate alla montanara.


Val Grosina

A Grosio — dove le campane son buone perchè sede di una nota fabbrica — i temi sentimentali dei personaggi son soprattutto tre: Cipriano Valorsa, il pittore la cui casa si mostra ancora ai piedi del monte Storile, i Visconti Venosta e cioè i già nominati Emilio lo statista e Giovanni lo scrittore, infine i protagonisti della Resistenza dell'aprile 1945.
Se la scoperta del testamento dí quell'artista che un sacerdote di ormai molti lustri fa, Niccolò Zaccaria, additò per primo e con una locuzione fin troppo fortunata come il Raffaello della Valtellina porterà — secondo il metodo filologico — a parzialmente limitarne il troppo largo e troppo facile catalogo fin qui redatto secondo un preteso metodo attributivo, rimane pur sempre il fatto che di un monumento al Valorsa il suo borgo nativo manca.
Più vicini invece, anche nelle pietre, i ricordi dei Visconti Venosta o per lo meno di Emilio et pour cause, non fosse che per l'ospedale civile che alla famiglia si intitola e che dal ministro cacciatore fu generosamente dotato. Ma chi vuol rendersi conto delle fattezze del personaggio anche senza penetrare nei sacri ricordi di famiglia del palazzo avito non avrà che salire le scale del municipio e ivi imbattersi in una statua marmorea.
Qui il saggio negoziatore di Algesiras, il fautore del nostro riavvicinamento alla Francia dell'innocente «giro di valzer» siede in tutta la sua diplomatica, stavo quasi per dire ieratica, solennità: dove la gran barba che gli cinge il volto suggerisce un tema di perduta ricerca come quello delle foggie dell'onor del mento nel corso dei secoli: ricerca che, se anche sia stata fatta in qualche parte del mondo, dovrà pur sempre inserirsi da un lato nel costume e dall'altro nella storia dell'arte.
La lapide commemorativa della Resistenza è immurata invece all'esterno del municipio e completa, come si è detto, il terzetto tematico di «Grossura». Da qui, nell'aprile 1945, mosse dunque la riscossa valligiana contro il tedesco invasore e i fascisti.

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La presentazione del paese non può non concludersi con quella della Val Grosina, una delle più belle della catena retico, per buona parte compresa entro i confini comunali.
Ecco come la presenta, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Da Grosio si sale per una comoda mulattiera nella incantevole Valle Grosina, percorsa dal fiume Roasco, passando per Ravoledo. In un paio d'ore si giunge ai casolari di Fusine, ove la valle si biforca: a sinistra, rimontando la valle, sia pel passo Malghera (m. 2539), sia pel passo di Sacco in fondo alla valle omonima (m. 2751), si scende a Poschiavo. Sull'alpe Malghera vi è una chiesetta con annessa casa (m. 1970), ove, d'accordo colla fabbriceria, si può trovar rifugio. A destra la strada continua pianeggiante per lunga tratta, in mezzo a ridenti prati e boschi, finchè in altre due ore, dopo aver toccato Avédo, si arriva al dosso e alle case d'Eita (m. 1703) e al rifugio omonimo, aperta. col concorso della fabbricera della chiesetta d'Éita e del Club Alpino (sez. di Milano). Ad Avédo sbocca la valle Vermoléra, che si prolunga a sera, salendo la quale, si raggiunge in tre ore la capanna Dosdè (m. 3250), da dove si può fare l'ascesa al corno Dosdè, alle cime Viola, del Sasso ecc., e pel passo Dosdè (m. 2850) scendere in val Viola Bormina, o, per quello di Sacco, in vai Viola Poschiavina. Dalla capanna Rita, risalendo a nord la vai Verva, è dato compier e l'ascensione del corno Sinigaglia,(m. 3318), del Redasco (punte Elsa e Maria) e di altre belle cime, fra le quali bellissima la non pericolosa cima di Piazzi (m. 3439), tutta circondata da vedrette, e che presenta uno dei panorami più splendidi; oppure scendere pel passo di Verva (m. 2314) in L val Viola e a Bormio. Poco sotto la capanna Dosdè a m. 2550 si stende l'ampio lago Nero. Le chiavi dei rifugi di Éita e di Dosdè, sono a Grosio, ove si trovano anche guide e portatori. Le forze d'acqua di Val Grosina sono sfruttate con larghi impianti dal comune di Milano.
Ed ecco, infine, come viene presentata la valle nella II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884:
"La valle Grosina. — La valle di Grosio a buon diritto si pone fra le più amene. Vi conducono buone strade mulattiere, da Grosotto e da Grosio luogo le due opposte sponde del Roasco a mezza. Dopo non molto la vallo si biforca; un ramo procede al nord , e im esso al di sopra delle cascine di Pognaldo, sbocca la Vai Vermolera che scende nella direzione da ovest a est; l'altro ramo prosegue a occidente, e poi, dopo Campo Pedruna, piega a nord sotto il nome di Valle di Sacco. Si forma così quasi un completo cerchio di valli, in mezzo alle quali sorge il Sasso Campana.
Una descrizione minata di questo bellissimo e solitario bacino è impossibile a farsi; esso è un labirinto di valli, di balze, di varchi, di boschi, di pascoli, sormontati da ghiacciai e da cime superbe. E tutto quest'avvicendarsi delle pia disparate ferme sotto le quali puossi contemplare il creato, e la ricchezza della flora, e la moltitudine dei minerali rendono questa valle gradita non meno all’alpinista, che al botanico e al geologo. Anche gli abitanti sono di tipo bello e robusto, e vi è tradizionale la riputazione di avvenenza del sesso femminile.
Se da Grosio si entra poi per Rovoledo nella valle si giunge in circa due ore a Fusine e al Ponte. Varcando il torrente e continuando verso ovest, dopo altre due ore, si arriva a Campo Pedrona. Da quest'alpe un sentiero risale la sponda destra del Roasco, attraversa la valle Malghera, dalla quale due passi non difficili, ai due opposti fianchi del Pizzo Sassalbo (2684 mq), mettono a Poschiavo, indi entra nella Valle di Sacco, passa vicino ad una pittoresca chiesuola dove varca il torrente, poi continua lungo la sponda sinistra seguendo le falde del Piano Sortivo, spazioso pascolo sopra dossi sporgenti, quasi contrafforti del Sasso Campana, e, valicando una serie di terrazzi, giunge dopo altre quattro ore di cammino, in cima alla vallo, al Passo di Sacco. Al di là stendesi la Valle Viola Poschiavina, e l'occhio riposa volentieri sui placidi laghetti che riflettono le frastagliato creste del Pizzo Teo (3050 m.) e le altre nevose vette circostanti. Dal passo un sentiero battuto guida in poco più d'un'ora all’Alpe Saoseo, e di là a Pisciadello e a Poschiavo. Se invece dalle Fusine si sale a destra la Valle Grosina settentrionale, si arriva in due ore per Eita ai casolari di Cassavrolo, o proseguendo al nord in un'ora e mezzo si giunge al facile Passo di Verva, per cui si scende nella Vai Viola e quindi a Semogo e a Bormio. Vicino al passo sta un laghetto. Da questo passo una compagnia di alpinisti valtellinesi salì, anni sono, con molti stenti alla Cima o al Pizzo di Dosdè (3230 m.), che sorge dirupatissimo a occidente. Giunti al filone traversarono la vedretta, non erta ma pericolosa, che scende lo Valle di Dosdè e di là si portarono ai piedi dell'estremo cocuzzolo scalabile in breve tempo.
Da questo valico si salì pure da diversi alla Cima dei Piazzi (3500 m.) che sorge a oriente. Conviene, al di là del passo, salire a destra, poi costeggiare a sinistra il ghiacciaio, quindi inerpicarsi per le balze che separano da Cordonè. La salita e la discesa richiedono molte precauzioni e molta pratica delle roccia.
Da Cassavrolo, volgendo ad est e camminando faticosamente a balzi e a salti sui macigni di un esteso franamento, si sale in tre ore al Passo di Zandila (circa 2720 m.), da dove si discende rapidamente alle baite omonime, sulla via montana che guida a Sondalo. Le cime dell'attraente Valle di Grosio attendono tuttora il loro illustratore. Noi non sappiamo dire di ascensioni che siano state fatte al Pizzo Lomello (2604 m.), al Sassalbo (2684 m.), al Pizzo di Sena (3073 m.) e al Pizzo di Teo (3050 m.) che le rinserrano a occidente: né alla Cima di Saoseo (3270 m ) né a quella di Lago Spalmo (3270 m.) che lo chiudono a nord.”

BIBLIOGRAFIA

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Sinigaglia, Giorgio, "Nelle Alpi di Val Grosina", riedito nella collana Archivio del Centro Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, Bormio, 2002

Vannuccini, Mario, “Monti e valli della Comunità Montana Valtellina di Tirano ”, Lyasis edizioni, 2002

Antonioli, Gabriele, "Valgrosina arcaica. Dal lessico alla toponomastica per giungfere alle più antiche attestazioni documentarie" (in Bollettino del Centro di Studi Storici dell'Alta Valtellina, 2003)

Simonelli, Giovanni Mario, "Tracce arcaiche in Val de Sach (Valgrosina)" (in Bollettino del Centro di Studi Storici dell'Alta Valtellina, 2003)

CARTE DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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