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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rif. Bar Banco- Lago di Culino-Laveggiolo-Rif. Trona Soliva-Diga di Trona-Pich-Sorgente Tronella-Rif. Salmurano |
8 h |
1400 |
E |
Ogni
laghetto alpino conferisce all’ambiente che lo ospita un carattere
di compiutezza ed armonia, tanto che un’escursione che lo raggiunga
sembra che non abbia bisogno di prosecuzione per considerarsi conclusa
e per sé significativa. Eppure, dietro questa facciata di quiete
idilliaca, si cela una storia travagliata, una dinamica che affonda
le sue radici in epoche remote, e si proietta in un futuro lontano.
Nel mezzo, la vita, lo splendore, ma anche il progressivo invecchiamento
di questi specchi d’acqua, destinati, quale più, quale
meno rapidamente, alla scomparsa. Fra le valli del versante orobico
valtellinese la Valle del Bitto di Gerola è, senz’altro,
la più ricca di laghetti, per bellezza e varietà, e non
solo per numero, superiori a quelli di ogni altra valle. Tre giorni
sono il tempo necessario e sufficiente per visitarli tutti, in una lunga
traversata che tocca buona parte dell’ampia valle che si apre
alle spalle di Morbegno, nella bassa Valtellina.
Traversata che inizia e si conclude all’agriturismo Bar
Bianco, sopra Rasura, il secondo paese, dopo Sacco, ed il primo
comune che si incontra, a 9 km da Morbegno, salendo in valle lungo la
ex statale 405, ora strada provinciale, (che si imbocca, per chi proviene da Milano, staccandosi
sulla
destra, dalla ss. 38 dello Stelvio, al primo semaforo posto all’ingresso
di Morbegno). All’agriturismo ci si può portare con l’automobile,
salendo alla parte alta di Rasura e prendendo a sinistra ad un bivio:
una strada asfaltata, che si fa sterrata nell’ultimo tratto, ci
porta, dopo 6 km, direttamente al piazzale che lo serve (m. 1506). Dai
prati a monte dell’agriturismo, sulla sinistra, parte un evidente
tratturo che, dopo un tratto assai ripido, intercetta un largo sentiero.
Prendendo a destra, giungiamo alle baite quotate 1606 e, ignorando una
segnalazione sulla destra (“Cima Rosetta 124 B”), proseguiamo,
salendo in diagonale, ignorando una deviazione a sinistra ed oltrepassando
la baita del Prato (m. 1705), fino ad un casello dell’acqua, dove
i cartelli della Gran Via delle Orobie indicano la direzione per il lago di Culino ("lach de cülìgn”, toponimo che deriva da "aquilino") e la cima della Rosetta.
Attraversata una macchia di larici, eccoci ad una nuova baita (m. 1801)
e ad un bivio: seguendo le indicazioni della G.V.O. proseguiamo nella
salita, fino ad approdare, dopo un paio di tornanti, all’ampio
terrazzo di pascoli dell’alpe di Culino, dove, presso una baita,
si trova il caratteristico laghetto (m. 1959). Il piccolo bacino che
lo ospita è di probabile origine morenica, ai piedi dell’ampia
conca che si apre a monte della Valmala ("val màla", detta anche "val del pich"). A sud del laghetto si trova
un’ampia torbiera, cioè quel caratteristico terreno di
natura palustre che circonda molti laghetti di questo tipo, anzi, li
stringe in un vero e proprio assedio, il cui esito, anche se in tempi
ben più lunghi rispetto a quelli della singola esistenza umana,
è già scritto: la capitolazione.
La torbiera è un vero e proprio tipo di suolo, di natura puramente
o prevalentemente organica, con una componente minerale nulla o trascurabile;
tuttavia ha anche le caratteristiche di un substrato sedimentario, simile
a quello dei carboni fossili. Essa si forma nei pianori chiusi da bordi
rialzati, dove l’acqua, ristagnando, determina zone umide in cui
il l'azione di decomposizione viene rallentata dalla scarsa ossigenazione
e dall'ambiente acido. Si accumula, così, uno strato di materiale
vegetale che prende il nome di torba ed è
caratterizzato da un
elevato contenuto di carbonio organico. Questo rende la torba un ottimo
combustibile, con un potere calorico che può
essere superiore a quello del legno, e proprio come combustibile è
sempre stata raccolta ed utilizzata. Nella torbiera, accanto a muschi
e sfagni, prosperano carici e giunchi, spesso vivacizzati dai pennacchi
degli eriofori, simili a batuffoli di cotone. La torbiera, nella sua
lenta ma inesorabile avanzata, è destinata ad essere la principale
causa dell’interramento futuro di questo laghetto: le specie vegetali
producono una quantità più o meno considerevole di materiale
vegetativo, i cui resti morti tendono ad accumularsi sul fondale, determinando
un suo graduale innalzamento. La diminuzione della profondità
dello specchio d’acqua offre, a sua volta, nuovi spazi che, quando
sono prossimi al pelo dell’acqua, vengono rapidamente colonizzati
da altre piante.
Si assiste, così, al graduale avanzamento, verso il centro del
lago, della vegetazione, costituita da comunità diverse che si
associano e si alternano nel processo di interramento. Le truppe d’assalto
sono quelle più acquatiche, mentre in retroguardia stanno quelle
meno igrofile, che colonizzano il suolo meno imbevuto d’acqua.
Intorno al laghetto di Culino le briofite, e gli sfagni in particolare,
hanno creato un vasto aggallato, che si comporta come una zattera semigalleggiante
e si espande verso le sue acque. Ci si mettono, infine, anche, anche
le vere e proprie piante acquatiche, come lo Sparganium Angustifolium,
che, approfittando delle acque ferme e poco profonde del laghetto, ne
ricopre gran parte della superficie. Possiamo immaginare, dunque, quale
sarà lo scenario futuro, anche se i nostri occhi non lo verranno
mai: al laghetto si sostituirà una piana di torbiera, simile
ad altre più illustri ed estese piane, come il pianone della Val Porcellizzo, ai
piedi dei pizzi Badile e Cengalo, o, sempre in Val
Masino, la piana di Preda Rossa, ai piedi del monte Disgrazia. La citazione
di queste cime non è casuale: dall’alpe Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino"), infatti,
si gode di un ottimo colpo d’occhio che abbraccia il gruppo del
Masino-Disgrazia (gran parte della Val Gerola, peraltro, possiede questa
felice particolarità panoramica). A proposito di panorama: è
a portata di mano, si può ben dire, ad un quarto d’ora
di cammino, la segnalata cima della Rosetta (m. 2147), dalla quale si
offre un panorama a 360 gradi di grande impatto e suggestione. Non possiamo
mancare di cogliere un’occasione così propizia.
Ridiscesi
all’alpe Culino, ci rimettiamo in cammino, per riagganciare l’Alta
Via delle Orobie, dalla quale ci siamo staccati alla baita quotata m.
1801. Per farlo, guadagniamo il modesto e panoramico dosso erboso alle
spalle del lago, per scendere, sul versante opposto, ad una splendida
conca solitaria, che ospita anch’essa una torbiera. Prendendo
come riferimento la baita isolata quotata 1959 metri, proseguiamo verso
sinistra, passando a valle della stessa, fino ad intercettare, presso
un casello dell’acqua, un marcato sentiero che taglia il fianco
del crinale che delimita a sud l’alpe Culino. Il sentiero ci porta
alla parte più alta dei prati dell’alpe Ciof, dai quali
dobbiamo scendere alla casera quotata 1732 metri. Qui ritroviamo la
Gran Via delle Orobie (denominata anche, nella sua sezione occidentale,
Sentiero Andrea Paniga) e, seguendo il cartello indicatore, prendiamo
a destra, in direzione dell’alpe Combana (data a 30 minuti) e
di Laveggiolo (“Lavegiöl”, frazione sopra Gerola Alta, centro principale della valle,
data a 2 ore e 20 minuti). La facile traversata a Laveggiolo, lungo
il fianco occidentale della Val Gerola, non ci riserva altri incontri
lacustri, ma ci permette di attraversare splendidi boschi di larici,
caratterizzati da giochi di luce ed intrecci cromatici davvero suggestivi.
Oltrepassata l’alpe Combana (m. 1698), attraversiamo il solco
della bella e selvaggia valle di Pai, fino ad intercettare la pista
sterrata che porta ai 1471 metri di
Laveggiolo, un incantevole grumo
di baite posto all’imbocco della val Vedrano.
Da Laveggiolo parte una pista sterrata che si addentra
nella Val Vedrano: lasciamola, appena possibile, sulla sinistra, scendendo
ad attraversare il torrente Vedrano e risalendo sul versante opposto,
fino ad intercettarla nuovamente. La pista guadagna quota con diversi
tornanti, e termina ad una piazzola, a quota 1865, lasciando il posto
al sentiero che prosegue la traversata in direzione del rifugio
di Trona Soliva (preannunciato da abbondanti segnalazioni).
Con qualche saliscendi, rimanendo a monte dei bei boschi di larici che
ricoprono il fianco occidentale della valle della Pietra ("val de la Préda"), raggiungiamo,
alla fine, facilmente il rifugio, a quota 1907, dopo 5-6 ore dalla partenza
dal Bar Bianco. Se guardiamo, durante la sosta ristoratrice, verso sud-sud-est,
vedremo il secondo incontro lacustre, annunciato dallo sbarramento della diga di Trona. Si tratta, infatti, di un bacino artificiale,
che ha ampliato, però, un precedente lago naturale, incorniciato,
sulla sinistra, dalla costiera con il pizzo di Tronella, il torrione,
il dente ed il pizzo della Mezzaluna, e sulla destra dal profilo imponente,
regolare e tondeggiante del pizzo di Trona ("piz di vèspui", m. 2510), alla cui destra
si riconosce appena, defilato e poco pronunciato, il più celebre
pizzo dei Tre Signori (m. 2554), che deve il suo nome all’incontro
dei confini storici della terra di Valtellina, possesso,
nell’età moderna, dei Grigioni, della bergamasca, possesso
della Repubblica Veneta, e della terra dell’alto Lario, possesso
degli Spagnoli, signori del Ducato di Milano.
Sempre seguendo le indicazioni della Gran Via delle Orobie, ad un bivio
lasciamo sulla destra il sentiero che sale alla bocchetta di Trona ("buchéta de Truna": si
tratta dell’antichissima Via del Bitto, da Morbegno ad Introbio,
in Valsassina, il più agevole collegamento storico fra il lecchese
e la Valtellina) e ci portiamo allo sbarramento della diga di Trona.
Due parole sul toponimo “Trona” vanno, a questo punto, spese,
visto che lo
abbiamo trovato riferito ad un lago-bacino artificiale,
ad un pizzo e ad una importante bocchetta. Esso significa “cavità”,
“caverna”, e si giustifica con riferimento non solamente
alla presenza di cave di minerale ferroso, assai sfruttate, in passato,
ma anche alla natura particolare di queste montagne, ricche di cavità
naturali che determinano, fra l’altro, fenomeni di carsismo, per
cui i corsi d’acqua appaiono e scompaiono, in un gioco difficile
da decifrare.
Ma torniamo alla diga, posta a 1805 metri di quota. In origine vi era,
qui, un laghetto di origine glaciale; nei primi anni Quaranta del secolo
scorso, però, la società Orobia ne modificò l’assetto
costruendo la diga, attualmente gestita dall’ENEL, che ha una
capacità di 5.196.000 metri cubi d’acqua, e rappresenta
il maggior serbatoio per la produzione di energia elettrica in Val Gerola.
L'acqua viene raccolta anche dal versante della bergamasca (Val Biandino)
ed alimenta la centrale di Gerola. Non disperiamo, però, di poter
ammirare, in questa zona, uno scenario interamente naturale. Esso c’è,
immediatamente a monte della diga, nascosto alla nostra vista.
Si tratta del laghetto di Zancone, uno dei più
belli delle Orobie. Per raggiungerlo dobbiamo attraversare il camminamento
della diga verso sinistra, salire per un tratto fino al sentiero che
proviene da Pescegallo, procedere verso destra, sul fianco orientale
della valle, fino a trovare, su un grande masso scuro, la scritta
“Lago
Rotondo”. Lasciamo, ora, il sentiero che si addentra nella valle
di Trona, prendendo a destra e scendendo al già visibile specchio
d’acqua del laghetto, posto a 1856 metri di quota, e risparmiato,
rispetto al progetto originario, che prevedeva il suo inglobamento nel
bacino artificiale di Trona. Alle spalle delle sue rive paludose si
stagliano le rocce rossastre della testata della valle. Alcuni massi
affiorano, a mo’ di isolotti, e dalle sue acque quiete sembra
spirare un profondo senso
di pace. Può avere, un lago così pacifico, dei nemici?
Qui il processo di interramento e l’assedio dei nemici vegetali
sembra assai meno temibile, ma non è assente. Le acque un po’
più profonde paiono assicurare allo splendido laghetto un futuro
più rassicurante rispetto a quello di Culino.
La zona è assai interessante anche dal punto di vista geologico,
in quanto presenta estesi affioramenti della cosiddetta formazione di
Collio. Tutta la fascia orobica era, in epoche remote, occupata da paludi
e laghi, il cui materiale di deposito si è poi saldato in conglomerati
che ora affiorano nelle zone più elevate della catena, in seguito
al processo di sollevamento che ha originato la catena alpina. E’
questa, dunque, l’origine di rocce risalenti al Permiano Inferiore,
quali la già citata Formazione di Collio, sedimentazione continentale
fluviale e lacustre, prevalentemente costituita da arenarie verdi o
nere, ed il Conglomerato di Ponteranica, costituita dai conglomerati
di ciottoli, da vulcaniti e da arenarie rossastre formatisi nelle zone
marginali e poco profonde degli stessi bacini lacustri. In questi tempi
remoti, dunque, quelle che ora sono rocce
costituivano il fondo di laghi
e fiumi. Durante il Permiano Superiore si formarono anche quei depositi
alluvionali che diedero origine all'attuale cosiddetta formazione del
Verrucano lombardo, la roccia rossastra che conferisce una dominante
cromatica a queste montagne: si tratta di un conglomerato costituito
da detriti portati a valle da corsi d'acqua che confluivano nelle grandi
pianure. Per questo motivo queste arenarie, verdi, rosse o nere, antichissimi
fondali bassi o rive sabbiose di bacini lacustri, conservano un’impronta
interessantissima della vita di circa 250 milioni di anni fa. In particolare,
sono state scoperte in questa zona le impronte fossili di rettili preistorici
di piccole o medie dimensioni: i più grandi, di 7-8 cm., potrebbero
essere paragonabili alle attuali iguane, e costituiscono gli antenati
dei dinosauri.
Dopo
questa divagazione geologica, torniamo sui nostri passi, riportandoci
sul sentiero che dalla diga di Trona procede verso Pescegallo, portandosi
sul filo del lungo dosso che scende verso nord dal pizzo di Tronella.
Qui troviamo una caratteristica pozza le cui acque assumono, in autunno,
una colorazione rossastra. Le pozze alpine, spesso ignorate e neglette,
meriterebbero un discorso a parte. Sono, infatti, un po’ le sorelle
minori del laghetti alpini, in quanto anch’esse si sono originate
dall’azione erosiva dei ghiacciai, laddove questi hanno scavato
delle conce nella roccia, che hanno, poi, permesso la raccolta dell’acqua,
impedendo che filtrasse nel terreno o defluisse verso valle. Sono state
sempre assai preziose come fonte alla quale abbeverare il bestiame.
Poi, complice anche l’abbandono dei pascoli, il loro delicato
ecosistema si è
alterato e molte di esse hanno cominciato ad
interrarsi. Questa pozza, collocata sul Pich, panoramicissimo
dosso quotato 1835 metri, poco a monte rispetto ad una baita isolata,
sembra, però, resistere tenacemente a questo processo di lento
soffocamento. Proseguendo sul sentiero, aggiriamo il dosso, e ci affacciamo
alla parte orientale dell’alta Val Gerola, costituita dalle valli
di Tronella e Pescegallo (oltre che dalla Val Bomino, che però
da qui resta nascosta). Dopo un breve tratto pianeggiante, inizia una
ripida discesa, che ci porta ad una fascia di pascoli più bassa,
dove dobbiamo prestare un po’ di attenzione, perché il
sentiero riprende sulla sinistra scendendo ad una conca inferiore. Attraversato
un torrentello, continuiamo a scendere, fino ad una baita solitaria,
dove troviamo un cartello che indica, sulla destra, la deviazione per
la val Tronella.
Lasciamo, quindi, il sentiero per Pescegallo e cominciamo a salire in
questa splendida valle, fra pascoli e splendide macchie di larici. Il
panorama, alle nostre spalle, è davvero emozionante. La salita
ha come meta la sorgente Tronella (che sgorga dal “böc’ de Trunelìna”, m. 1808), presso
la quale un piccolo sbarramento ha costituito un laghetto artificiale.
La sorgente scaturisce dal cuore stesso delle rocce sulla costiera orientale
della valle, caratterizzata dalla caratteristica formazione denominata
Denti della Vecchia o Rocca di Pescegallo. Tutte le montagne di questa
zona, data la natura delle rocce, di cui si è detto, sono state
finemente modellate, dagli agenti atmosferici, in guglie, torrioni e
spigoli; acqua e vento hanno conferito loro quell’aspetto così
gotico e curioso che fa pensare a scenari dolomitici. Ne abbiamo una
riprova guardando
anche
verso destra: lo sguardo, in particolare, è subito attratto dal
singolare torrione della Mezzaluna (m. 2333), che deve il suo nome non
alla forma (che un po’ assomiglia ad uno spicchio di luna), ma
alla sottostante, sul versante della bergamasca, valletta e baita della
Mezzaluna (che significa spianata, o pianetta -"mesa"- a forma
di luna). Il laghetto di Tronella, soprattutto nella mesta quiete del
primo autunno, è un luogo che non si dimentica.
Proprio qui i cartelli segnalano un trivio: proseguendo nella salita
in val Tronella si guadagna, dopo un ultimo ripido canalino, l’altopiano
dei Piazzotti, dove si trova, nei pressi del lago dei Piazzotti, il
rifugio Benigni; prendendo a destra torniamo ad intercettare il sentiero
Pescegallo-Diga di trona; prendendo a sinistra, infine, effettuiamo
la traversata alla valle di Salmurano ed all’omonimo rifugio.
È quest’ultima la soluzione che fa al caso nostro, anche
se segnaliamo che una salita diretta al rifugio Benigni consentirebbe
di abbreviare a due giorni la traversata dei laghi del Bitto (lasciando,
però, fuori il lago di Pescegallo, il laghetto di Verrobbio ed
i laghetti di Ponteranica). In cammino, dunque, sul sentiero che taglia
il versante settentrionale che scende dal pizzo di Tronella e si affaccia
all’ampia conca verde della valle di Salmurano, intercettando
la pista sterrata che da Pescegallo sale al rifugio Salmurano,
posto a 1830 metri. Qui termina la prima giornata della traversata dei
laghi del Bitto, dopo circa 8 ore di cammino, necessarie per superare
un dislivello approssimativo in altezza di 1400 metri.