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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rif. Benigni-Lago Rotondo-Lago Inferno-Lago Trona-Pescegallo |
5 h |
500 |
E |
Iniziamo
la terza giornata lasciando il rifugio Benigni ed imboccando
il sentiero segnalato per la bocchetta di Trona ed il rifugio Grassi.
Dopo aver tagliato il roccioso versante sud-orientale della cima dei
Piazzotti, il sentiero porta ad solitario vallone che confluisce, da
occidente, nell’alta valle di Salmurano. Incontriamo, sulla nostra
strada, una nuova pozza, prima di accedere al breve corridoio che precede
la bocchetta di Trona (detto anche passo Bocca di Trona
o bocchetta di val Pianella - “buchéta de la val Pianèla” - , m. 2224), che si affaccia sull’alta
valle di Trona. Lasciamo, quindi, definitivamente il sentiero 101, che
prosegue verso il rifugio Grassi, e torniamo in Val Gerola, cominciando
la discesa in valle di Trona. La meta è il già citato lago Rotondo ("làch Redont"). Un sentiero più diretto per il lago si stacca quasi
subito, sulla sinistra, dal sentiero principale, ma ci conviene ignorarlo,
perché piuttosto faticoso e caratterizzato da un passaggio esposto.
Scendiamo, dunque, fino a trovare, ad una quota di poco superiore ai
2000 metri, la deviazione segnalata,
sulla
sinistra, per il lago Rotondo, dato a 40 minuti. I segnavia rosso-bianco-rossi
ci guidano in questa salita, che supera una fascia di massi, sormonta
un primo ripido versante erboso, attraversa un pianoro cui i grandi
massi conferiscono un aspetto lunare e vince, infine, un secondo versante
erboso, prima di guadagnare la conca che custodisce gelosamente il lago
(m. 2256), posto proprio ai piedi del massiccio versante orientale del
pizzo di Trona ("piz di vèspui"). Cose chiare e cose meno chiare sono legate a questo
luogo magico. Chiarissima l’origine glaciale del lago, riposto,
come in uno scrigno, nell’ampia conca scavata dai ghiacciati in
epoca remota. Cerchiamo di immaginare quest’epoca. Tutto iniziò
nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica,
iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione,
che coinvolse tutta la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa,
fino ad una quota superiore ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano
fino alla Brianza. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca
ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, a nord,
solo le cime più alte del gruppo del Masino-Disgrazia. L’azione
di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente
immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare
le rocce sottostanti, scavando e levigando. Fu un’azione che si
esercitò in quattro grandi momenti:
tante
furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000
anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci. La
conca ai piedi del pizzo di Trona conservò traccia di quest’azione,
cioè quelle acque scure che poi furono dall’uomo chiamate lago Rotondo. Fin qui le cose chiare. Ciò che
non è chiaro è la dinamica che ne conserva l’equilibrio,
dal momento che esso non ha immissari visibili, né ci sono nevai
che lo alimentino. Sicuramente i fenomeni di carsismo che caratterizzano
queste montagna posso spiegare questo mistero. Niente affatto misteriosa,
invece, è la destinazione delle acque, che non sono sfuggite
allo sfruttamento idroelettrico, dal momento che una condotta sotterranea
le convoglia nel sottostante lago Inferno. Ma l’aspetto più
misterioso di questo luogo è l’enigmatico rapporto fra
il lago ed il pizzo di Trona. Ecco cosa ne scrive Ivan Fassin, nel volumetto
"Il conglomerato del diavolo" (L'officina del libro, Sondrio,
1991): "Se la vetta è un vertex...il lago è sicuramente
il complementare vortex, voragine e vertigine, spirale che trascina
verso il basso. In pochi luoghi che io conosca questo è chiaro
come qui, ai piedi del pur modesto pizzo di Trona, che si leva regolare
riflettendo le sue rossastre bastionate di roccia in questo cupo laghetto,
tondo e concluso, come un occhio della Terra o forse come imbocco di
misteriose vie sotterranee..."
Il nostro destino è quello di rimanere sospesi fra lago e pizzo,
nel senso che dobbiamo salire ancora, fino ad una selletta posta a 2480
metri, sul crinale che separa la valle di Trona dalla valle dell’Inferno.
Si tratta della bocchetta del Paradisino, cui porta un
ripido
versante occupato in gran parte da sfasciumi: lo vediamo, a monte del
lago, leggermente sulla sinistra, e lo superiamo guidati dai segnavia,
dopo un ultimo difficoltoso passaggio che supera alcune roccette. Diverso
il versante opposto: si tratta di un ripido versante erboso, il Paradisino,
che scendiamo, sempre guidati dai segnavia, con una prima diagonale
verso destra, ed una seconda verso sinistra, fino a toccare la bocchetta
dell’Inferno, fra le due omonime valli sul versante valtellinese
e bergamasco (m. 2306). Perché un nome tanto sinistro? La suggestione
che lo ha ispirato forse è legata dal colore rossiccio delle
rocce, che, con andamento frastagliato e tormentato, salgono, sul vertice
sud-occidentale della valle, al pizzo dei Tre Signori. Più probabilmente
il nome è legato alle numerose miniere di ferro all’imbocco
della valle, le più importanti della catena orobica, sfruttate
già dal XII secolo, ed ai 25 e più forni fusori, dove
i fuochi per la fusione del metallo ardevano incessantemente, conferendo
alla valle, soprattutto di notte, quell’atmosfera sulfurea che
suggerì all’immaginazione popolare l’analogia con
il luogo della dannazione eterna, dove un fuoco ben più terribile
arde senza mai estinguersi. La lavorazione ed il commercio del ferro,
insieme alla produzione del celebre formaggio Bitto, ha costituito una
delle risorse economiche più importanti nella storia della Val
Gerola.
Il
sentiero, sempre segnalato, discende, ora, la valle dell’Inferno,
portandosi sul suo lato sinistro e percorrendo il fianco montuoso che
è sospeso sopra il lago d’Inferno. Ignoriamo,
dunque, una deviazione a sinistra (si tratta della via direttissima
che porta alla vetta del pizzo dei Tre Signori) e superiamo una fascia
di rocce arrotondate, fra le quali si annidano diverse pozze. Eccoci,
infine, nei pressi del lago, posto 2.085 m. di quota. Vale per esso
quanto detto per i laghi di Pescegallo e di Trona: l’originario
lago di origine glaciale è stato ampliato dalla società
Orobia con la costruzione di una diga. È, questo, l’ultimo
dei laghi del Bitto della lunga traversata: inizia, ora, il ritorno
al Bar Bianco. Attraversato, verso destra, il camminamento della diga,
troviamo il sentiero che scende, diretto, alla diga di Trona: di qui
dobbiamo ripercorrere, a rovescio, parte dell’itinerario della
prima giornata, ripassando per il rifugio di Trona Soliva, per Laveggiolo (“Lavegiöl”),
per l’alpe Combana e per l’alpe Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino"). Con due automobili
a disposizione, possiamo evitare questa fatica, lasciandone una a Pescegallo.
In questo caso, dalla diga di Trona proseguiamo la discesa sul lato
opposto, sfruttando il sentiero 118 (che abbiamo già percorso
fino alla deviazione per la Val Tronella), che termina proprio a Pescegallo (m. 1454). In questo secondo caso calcoliamo circa 5 ore di cammino,
ed un dislivello approssimativo in altezza di 500 metri.