La lunga traversata fra Val Gerola e Val Brembana

Terza giornata: dal rif. Benigni a Pescegallo

1. Bar Bianco-Rif. Salmurano

2. Rif. Salmurano-Rif. Benigni

3. Rif. Benigni-Pescegallo

 

 

 

 

 


Se non usi Internet Explorer, clicca qui per ascoltare un commento sonoro; altrimenti accendi le casse se vuoi ascoltare il canto di uccelli in Val Gerola

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Benigni-Lago Rotondo-Lago Inferno-Lago Trona-Pescegallo
5 h
500
E

Iniziamo la terza giornata lasciando il rifugio Benigni ed imboccando il sentiero segnalato per la bocchetta di Trona ed il rifugio Grassi. Dopo aver tagliato il roccioso versante sud-orientale della cima dei Piazzotti, il sentiero porta ad solitario vallone che confluisce, da occidente, nell’alta valle di Salmurano. Incontriamo, sulla nostra strada, una nuova pozza, prima di accedere al breve corridoio che precede la bocchetta di Trona (detto anche passo Bocca di Trona o bocchetta di val Pianella - “buchéta de la val Pianèla” - , m. 2224), che si affaccia sull’alta valle di Trona. Lasciamo, quindi, definitivamente il sentiero 101, che prosegue verso il rifugio Grassi, e torniamo in Val Gerola, cominciando la discesa in valle di Trona. La meta è il già citato lago Rotondo ("làch Redont"). Un sentiero più diretto per il lago si stacca quasi subito, sulla sinistra, dal sentiero principale, ma ci conviene ignorarlo, perché piuttosto faticoso e caratterizzato da un passaggio esposto. Scendiamo, dunque, fino a trovare, ad una quota di poco superiore ai 2000 metri, la deviazione segnalata, sulla sinistra, per il lago Rotondo, dato a 40 minuti. I segnavia rosso-bianco-rossi ci guidano in questa salita, che supera una fascia di massi, sormonta un primo ripido versante erboso, attraversa un pianoro cui i grandi massi conferiscono un aspetto lunare e vince, infine, un secondo versante erboso, prima di guadagnare la conca che custodisce gelosamente il lago (m. 2256), posto proprio ai piedi del massiccio versante orientale del pizzo di Trona ("piz di vèspui"). Cose chiare e cose meno chiare sono legate a questo luogo magico. Chiarissima l’origine glaciale del lago, riposto, come in uno scrigno, nell’ampia conca scavata dai ghiacciati in epoca remota. Cerchiamo di immaginare quest’epoca. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano fino alla Brianza. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, a nord, solo le cime più alte del gruppo del Masino-Disgrazia. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare le rocce sottostanti, scavando e levigando. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi momenti: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci. La conca ai piedi del pizzo di Trona conservò traccia di quest’azione, cioè quelle acque scure che poi furono dall’uomo chiamate lago Rotondo. Fin qui le cose chiare. Ciò che non è chiaro è la dinamica che ne conserva l’equilibrio, dal momento che esso non ha immissari visibili, né ci sono nevai che lo alimentino. Sicuramente i fenomeni di carsismo che caratterizzano queste montagna posso spiegare questo mistero. Niente affatto misteriosa, invece, è la destinazione delle acque, che non sono sfuggite allo sfruttamento idroelettrico, dal momento che una condotta sotterranea le convoglia nel sottostante lago Inferno. Ma l’aspetto più misterioso di questo luogo è l’enigmatico rapporto fra il lago ed il pizzo di Trona. Ecco cosa ne scrive Ivan Fassin, nel volumetto "Il conglomerato del diavolo" (L'officina del libro, Sondrio, 1991): "Se la vetta è un vertex...il lago è sicuramente il complementare vortex, voragine e vertigine, spirale che trascina verso il basso. In pochi luoghi che io conosca questo è chiaro come qui, ai piedi del pur modesto pizzo di Trona, che si leva regolare riflettendo le sue rossastre bastionate di roccia in questo cupo laghetto, tondo e concluso, come un occhio della Terra o forse come imbocco di misteriose vie sotterranee..."
Il nostro destino è quello di rimanere sospesi fra lago e pizzo, nel senso che dobbiamo salire ancora, fino ad una selletta posta a 2480 metri, sul crinale che separa la valle di Trona dalla valle dell’Inferno. Si tratta della bocchetta del Paradisino, cui porta un ripido versante occupato in gran parte da sfasciumi: lo vediamo, a monte del lago, leggermente sulla sinistra, e lo superiamo guidati dai segnavia, dopo un ultimo difficoltoso passaggio che supera alcune roccette. Diverso il versante opposto: si tratta di un ripido versante erboso, il Paradisino, che scendiamo, sempre guidati dai segnavia, con una prima diagonale verso destra, ed una seconda verso sinistra, fino a toccare la bocchetta dell’Inferno, fra le due omonime valli sul versante valtellinese e bergamasco (m. 2306). Perché un nome tanto sinistro? La suggestione che lo ha ispirato forse è legata dal colore rossiccio delle rocce, che, con andamento frastagliato e tormentato, salgono, sul vertice sud-occidentale della valle, al pizzo dei Tre Signori. Più probabilmente il nome è legato alle numerose miniere di ferro all’imbocco della valle, le più importanti della catena orobica, sfruttate già dal XII secolo, ed ai 25 e più forni fusori, dove i fuochi per la fusione del metallo ardevano incessantemente, conferendo alla valle, soprattutto di notte, quell’atmosfera sulfurea che suggerì all’immaginazione popolare l’analogia con il luogo della dannazione eterna, dove un fuoco ben più terribile arde senza mai estinguersi. La lavorazione ed il commercio del ferro, insieme alla produzione del celebre formaggio Bitto, ha costituito una delle risorse economiche più importanti nella storia della Val Gerola.
Il sentiero, sempre segnalato, discende, ora, la valle dell’Inferno, portandosi sul suo lato sinistro e percorrendo il fianco montuoso che è sospeso sopra il lago d’Inferno. Ignoriamo, dunque, una deviazione a sinistra (si tratta della via direttissima che porta alla vetta del pizzo dei Tre Signori) e superiamo una fascia di rocce arrotondate, fra le quali si annidano diverse pozze. Eccoci, infine, nei pressi del lago, posto 2.085 m. di quota. Vale per esso quanto detto per i laghi di Pescegallo e di Trona: l’originario lago di origine glaciale è stato ampliato dalla società Orobia con la costruzione di una diga. È, questo, l’ultimo dei laghi del Bitto della lunga traversata: inizia, ora, il ritorno al Bar Bianco. Attraversato, verso destra, il camminamento della diga, troviamo il sentiero che scende, diretto, alla diga di Trona: di qui dobbiamo ripercorrere, a rovescio, parte dell’itinerario della prima giornata, ripassando per il rifugio di Trona Soliva, per
Laveggiolo (“Lavegiöl”), per l’alpe Combana e per l’alpe Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino"). Con due automobili a disposizione, possiamo evitare questa fatica, lasciandone una a Pescegallo. In questo caso, dalla diga di Trona proseguiamo la discesa sul lato opposto, sfruttando il sentiero 118 (che abbiamo già percorso fino alla deviazione per la Val Tronella), che termina proprio a Pescegallo (m. 1454). In questo secondo caso calcoliamo circa 5 ore di cammino, ed un dislivello approssimativo in altezza di 500 metri.

Copyright 2008 - 2011:
Massimo Dei Cas
Via Morano, 51 23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285 E-mail: m.deicas@tin.it

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Escursioni e camminate (consigli ed indicazioni)
Storia, tradizioni e leggende
Immagini, suoni e parole