Val di Campo e Valletta dal monte Vago (clicca qui per ingrandire)

LAGHI DELLA VALLETTA E PASSO DI VAL MERA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Alpe Vago-Val di Campo-Valletta-Passo di Val Mera
2 h e 30 min
890
EE
SINTESI. Da Livigno dobbiamo imboccare la strada per il passo della Forcola ed il confine svizzero. Lasciate alle spalle le ultime baite di Livigno, prestiamo attenzione ai cartelli: quando vediamo quello che dà il passo a 6 km, proseguiamo per breve tratto fino a trovare, sulla nostra sinistra, l’ampio parcheggio del park siglato P7 (area di sosta attrezzata per picnic). Proseguiamo sulla strada fino al successivo parcheggio, al quale lasciamo l'automobile, per imboccare la strada sterrata sulla nostra sinistra (est) che porta all'alpe Vago. Appena a monte delle baite dell'alpe Vago siamo ad un bivio, segnalato da cartelli: ignoriamo il sentiero di sinistra, che risale la Val Nera, e prendiamo a destra, per la Val di Campo, appunto. Attraversato il torrente di Val Nera, procediamo salendo alla sua destra, in quella che è segnata sulle carte come Valle Vago. Dopo qualche saliscendi incontriamo il cartello che annuncia la cascata del torrente di Val di Campo che si getta in quello di Val Nera. Vediamo la cascata raggiungendo la biforcazione della Valle Vago. Il sentiero piega a destra ed entra in Val di Campo, e sale verso sud-sud-ovest, restando sul lato destro (per noi) del torrente della valle, su sentiero ben visibile che ci fa giungere in vista del suo circo terminale, costituito da grandi colate di sfasciumi scaricate dai rossastri versante del monte Vago e del pizzo Orsera. Alla nostra sinistra scende il torrente che esce dai laghi della Valletta. Noi stiamo alla sua destra e, giunti a ridosso del versante di sfasciumi, prestiamo attenzione ai segnavia: la traccia piega a sinistra e taglia un versante di sfasciumi e nevaietti, fino a portarsi alla sommità del dosso che culmina nella quota 2647. Ci affacciamo così, in posizione rialzata, al corrodoio della Valletta. Sotto di noi, alla nostra sinistra, il lago settentrionale della Valletta (m. 2592), il più grande. La traccia non scende al lago, ma prosegue diritta, verso sud, quasi in piano, portandosi a ridosso del lago meridionale della Valletta (m. 2646). Tagliando gli sfasciumi appena a monte del lago, alla sua destra, in breve siamo al Passo di Val Mera (m. 2671), dove ci attende il cippo di confine n. 2. Ci affacciamo, infatti, all'elvetica Val Mera, tributaria della Val di Campo (Valle di Poschiavo). Il sentiero attraversa in direzione nord-ovest una breve fascia boscosa ed esce ad una fascia di prati, attraversata la quale siamo al ponte di quota 2080, sul quale attraversiamo da sinistra a destra il torrente Mera. Il sentiero inizia poi una lunga salita sul nord-orientale della Val Mera, procedendo diritto un po’ alto rispetto al letto del torrente, verso nord-ovest. La salita ci porta alla soglia del Piano di Val mera (Plan da Val Mera, m. 2320), originato da una paleofrana ora ricoperta dal pascolo. Riattraversiamo, questa volta da destra a sinistra, il torrente Mera e cominciamo a salire in diagonale vero sinistra (nord-ovest), lasciando la piana alla nostra destra. La salita fra sfasciumi e magri pascoli ci porta al gradino di soglia oltre il quale si apre l’alta valle, che ci accoglie con il pianoro torboso di Roan, che attraversiamo restando sul lato sinistro, verso nord. Raggiunto un nuovo costone di sfasciumi, lo risaliamo portandoci leggermente a sinistra ed in breve siamo alla conca che ospita il misterioso e solitario lago di Roan (m. 2533). Restiamo a sinistra del lago, un po’ alti, tagliando a mezza costa il versante di sfasciumi. Saliamo poi su un dosso di roccette, che richiede attenzione, o, in alternativa, direttamente seguendo il canalone, spesso innevato (anche in questo caso bisogna prestare molta attenzione), immediatamente a nord del lago, guadagnando il corridoio del passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671). Rientriamo così in territorio italiano, percorrendo la Valletta. Scendendo leggermente passiamo a sinistra del lago meridionale della Valletta (m. 2646) e giungiamo in vista del secondo e più grande lago della Valletta, quello settentrionale (m. 2592). Non scendiamo verso il lago ma procediamo a mezza costa, verso nord, salendo al dosso di quota 2647. Siamo sul bordo di un ripido versante e dobbiamo cercare con attenzione la traccia che scende verso sinistra (nord-ovest), con qualche svolta, fino alla piana ai piedi della testata della Val di Campo livignasca, dominata dalla triade del Pizzo Paradisino (m. 3302), ad est, dal pizzo Orsera (m. 3032), a sud, e del monte Vago (m. 3059), a nord. La tagliamo in diagonale verso destra, approssimandoci al torrente che esce più in alto dal lago settentrionale della Valletta e scende per un ripido canalone. La traccia, sempre debole, riprende la discesa diritta restando a sinistra del torrente, verso nord-nord-est, seguendo l’andamento della Val Di Campo, fino alla sua confluenza con la Val Nera, alla nostra destra, a quota 2196. Qui il sentiero piega a sinistra e, restando sul lato sinistro della Val Nera (denominata su alcune carte Valle Vago), diventa pista sterrata e scende tranquillamente fino al suo sbocco nel punto in cui la Valle della Forcola di Livigno confluisce nella Valle di Livigno, in corrispondenza dell’alpe Vago (m. 1981). Qui, se vogliamo evitare il monotono percorso sulla carrozzabile che sale al passo della Forcola, non procediamo diritti, verso il parcheggio dell’alpe Vago (P7), ma prendiamo a destra, salendo alle Motte (m. 2008), proseguendo sul sentiero che scende al pian del Verde (m. 1945). Qui troviamo l’antica carrozzabile (ora pista) e la seguiamo verso nord, passando per l’alpe Campaccio di Sopra e di Sotto (m. 1906). Restando sempre a destra del torrente Spöl, tagliamo la pista in località Tresenda e proseguiamo diritti, passando per i nuclei di Ponte Longo, Clus, Tee e Poz, prima di entrare in Livigno dalla sua periferia meridionale.

Apri qui una fotomappa della salita ai laghetti della Valletta

Il pizzo Paradisino (piz Paradisìn) con i suoi 3302 metri è la più alta cima fra le montagne di Livigno e presidia l'angolo di sud-est della Val di Campo (omonima della ben più ampia Val di Campo elvetica, con la quale comunica attraverso il passo di Val Mera). La Val di Campo è presidiata da altre due cime che meritano di essere menzionate, il Pizzo Orsera (piz Ursera, m. 3032) a sud-ovest ed il monte Vago (al Vaach) ad ovest. A nord del monte Vago questa valle confluisce, insieme alla Val Nera, nella Valle Vago, almeno stando alle carte. In realtà nella toponomastica locale una Valle Vago non esiste: la valle è chiamata Val Neira, Val Nera, appunto, di cui dunque la Val di Campo è tributaria. Ma anche per la Val di Campo la denominazione introdotta nell'uso dalla cartografia non corrisponde al quella locale, che chiama l'intera Val di Campo “Valècia”, cioè “Valletta”. Le sue acque sono il primo affluente del torrente Spöl e quindi ricadono, come tutto il Livignasco, nel bacino dell'Inn.


Cascata di Val Nera

Val Nera

Ponte sul torrente di Val Mera

Tornando alla Val di Campo, non si tratta di una valle fra le più frequentate, per cui la probabilità di salire a visitarla senza incontrarvi nessuno è piuttosto elevata, con tutti i pro e i contro del caso (la gioia degli amanti della solitudine, la mancanza di aiuto in caso di difficoltà). La parte terminale della Val di Campo, sul lato orientale, è rappresentata da una breve valle, chiamata, appunto, Valletta, una sorta di corridoio che si apre ad ovest del pizzo Paradisino e che termina nel Colle o Varco di Campo (chiamato sul versante elvetico Passo di Val Mera), che si affaccia sulla Val Mera, tributaria della Val di Campo elvetica. La Valletta custodisce gelosamente due piccoli tesori, cioè due laghi di rara bellezza. I motivi per salirvi sono, dunque, più d'uno, con l'indicazione di farlo a stagione avanzata, per evitare il rischio di slavine (ed in condizioni buone di visibilità).


Il pizzo Paradisino

Da Livigno dobbiamo imboccare la strada per il passo della Forcola ed il confine svizzero. Lasciate alle spalle le ultime baite di Livigno, prestiamo attenzione ai cartelli: quando vediamo quello che dà il passo a 6 km, proseguiamo per breve tratto fino a trovare, sulla nostra sinistra, l’ampio parcheggio del park siglato P7 (area di sosta attrezzata per picnic). Proseguiamo sulla strada fino al successivo parcheggio, al quale lasciamo l'automobile, per imboccare la strada sterrata sulla nostra sinistra (est) che porta all'alpe Vago.


Val di Campo e Valletta

A monte dell'alpe è collocata una famosa croce, chiamata localmente Crosc' da Val Neira, legata ad una curiosa leggenda raccontata da Alfredo Martinelli ("La cerva, la volpe e Bepin de la Pipa", nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e racconti valtellinesi", Sondrio, 1964). Erano tempi duri, le due ondate di peste del 1629-30 e 1635-36 avevano arrecato gravi lutti anche in Alta Valtellina. Ma quella mattina la peste non c'entrava. Quella mattina, una fredda mattina d'inverno del 1642, diverse donne cacciarono un urlo tanto acuto e potente da richiamare l'attenzione di mezzo paese. La Maddalena, per prima, e subito, a ruota, Lucrezia del Canton, e, via via, molte altre.


Il pizzo Orsera

Cosa c'era da strillare? Queste buone donne, alzandosi dal letto di buon'ora, perché le cose da fare in una casa sono sempre tante, e troppe, si accorsero, con raccapriccio, che i loro piedi non entravano nei grossi scarponi che calzavano per difendersi dai rigori del freddo. Non c'era proprio verso: per quanti sforzi facessero, i piedi non ne volevano sapere di entrare. Piedi gonfi? Scarponi ristretti? Macché! I piedi erano diventati più grandi, di almeno due dita. Lo si vedeva ad occhio nudo. E le dita, quelle erano tanto deformate, da ritorcersi l'una sull'altra. All'inizio ebbero tanta vergogna che si chiusero in casa e pregarono, tutto il giorno e tutta la notte successiva. Senza esito. Si fecero, quindi, coraggio ed uscirono in paese, dove constatarono che la stregoneria non aveva risparmiato nessuno.


Val Nera

Torrente di Val Nera

Come, da chi e perché fosse venuta non ci fu modo di saperlo con sicurezza, anche se girarono voci diverse sul maligno visto su a li Steblina, su un gatto nero e su una lontra che avevano emesso versi diabolici, su una civetta a tre code che si era vista sul Ponte del Gallo. Si diede la colpa anche ai quei folletti dispettosi che di notte si intrufolano nelle baite attraverso gli “usciol” per il ricambio dell'aria, annidandosi nel petto di chi dorme e provocando gli incubi. Come annullare la stregoneria, però, questo era il problema più importante. Si decise di salire in pellegrinaggio all'alpe Vago e di piantarvi una croce come segno di penitenza e come supplica della misericordia divina. La quale non mancò di venire in soccorso dei Livignaschi, i cui piedi tornarono delle misure consuete.


Salita in Val di Campo

Il lago settentrionale della Valletta

Data, ad ogni buon conto, un'occhiata ai piedi, possiamo iniziare l'escursione. Appena a monte delle baite dell'alpe Vago siamo ad un bivio, segnalato da cartelli: ignoriamo il sentiero di sinistra, che risale la Val Nera, e prendiamo a destra, per la Val di Campo, appunto. Attraversato il torrente di Val Nera, procediamo salendo alla sua destra, in quella che è segnata sulle carte come Valle Vago. Dopo qualche saliscendi incontriamo il cartello che annuncia la cascata del torrente di Val di Campo che si getta in quello di Val Nera. Vediamo la cascata raggiungendo la biforcazione della Valle Vago.


Il lago settentrionale della Valletta

Il lago settentrionale della Valletta

Il sentiero piega a destra ed entra in Val di Campo, dove ci salutano due larici secolari. Saliamo verso sud-sud-ovest, restando sul lato destro (per noi) del torrente della valle, su sentiero ben visibile che sale fra i pascoli, fino a giungere in vista del ripiano ai piedi del circo terminale, costituito da grandi colate di sfasciumi scaricate dai rossastri versante del monte Vago e del pizzo Orsera. Alla nostra sinistra scende il torrente che esce dai laghi della Valletta.


I laghi della Valletta

Noi stiamo alla sua destra e, giunti a ridosso del versante di sfasciumi, prestiamo attenzione ai segnavia: la traccia piega a sinistra e taglia un versante di sfasciumi e nevaietti, fino a portarsi alla sommità del dosso che culmina nella quota 2647. Ci affacciamo così, in posizione rialzata, al corrodoio della Valletta. Sotto di noi, alla nostra sinistra, il lago settentrionale della Valletta (m. 2592), il più grande. La traccia non scende al lago, ma prosegue diritta, verso sud, quasi in piano, portandosi a ridosso del lago meridionale della Valletta (m. 2646). Tagliando gli sfasciumi appena a monte del lago, alla sua destra, in breve siamo al Passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671), dove ci attende il cippo di confine n. 2. Ci affacciamo, infatti, all'elvetica Val Mera, tributaria della Val di Campo (Valle di Poschiavo).


Laghi della Valletta, di Val Mera e lago di Roan

L'itinerario descritto non è l'unico possibile, perché si può salire alla Valletta per via più diretta (ma anche più faticosa), salendo quasi a ridosso del torrente che scende dalla Valletta. In tal caso giunti in vista del circo terminale della valle, andiamo a sinistra, attraversiamo il torrente che scende da Pizzo Orsera e Monte Vago e ci avviciniamo al torrente che scende dalla Valletta. Iniziamo ora a salire, zigzagando con attenzione fra le roccette er magri pascoli, che ospitano la "primula latifolia" dai bei petali rosso-viola. Restiamo a destra del torrente, salendo il ripido versante fino a guadagnare la soglia della Valletta. Ci troviamo così faccia a faccia con la riva settentrionale del primo lago, e passiamo a ridosso della sua riva destra (per noi). Procedendo diritti verso sud, sul fondo del corridoio, raggiungiamo facilmente il secondo laghetto ed il passo, dove ci congiungiamo con l'itinerario precedente. In entrambi i casi giungiamo al passo dopo due ore e mezza circa di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è 690 metri).


Il passo di Val Mera

Il passo di Val Mera

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

L'ANELLO DEL PARADISINO


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo di Val Mera alla Val Viola Bormina

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Prima giornata: Parcheggio Alpe Vago-Val di Campo-Valletta-Passo di Val Mera-Rifugio Alpe Campo-Lago e passo di Val Viola-Rifugio Val Viola
7 h
1330
EE
Seconda giornata: Rifugio Val Viola-Altumeira-Passo di Colle e valle delle Mine-Tresenda-Parcheggio Alpe Vago
8-9 h
800
EE
SINTESI. PRIMA GIORNATA. Da Livigno dobbiamo imboccare la strada per il passo della Forcola ed il confine svizzero. Lasciate alle spalle le ultime baite di Livigno, prestiamo attenzione ai cartelli: quando vediamo quello che dà il passo a 6 km, proseguiamo per breve tratto fino a trovare, sulla nostra sinistra, l’ampio parcheggio del park siglato P7 (area di sosta attrezzata per picnic). Proseguiamo sulla strada fino al successivo parcheggio, al quale lasciamo l'automobile, per imboccare la strada sterrata sulla nostra sinistra (est) che porta all'alpe Vago. Appena a monte delle baite dell'alpe Vago siamo ad un bivio, segnalato da cartelli: ignoriamo il sentiero di sinistra, che risale la Val Nera, e prendiamo a destra, per la Val di Campo, appunto. Attraversato il torrente di Val Nera, procediamo salendo alla sua destra, in quella che è segnata sulle carte come Valle Vago. Dopo qualche saliscendi incontriamo il cartello che annuncia la cascata del torrente di Val di Campo che si getta in quello di Val Nera. Vediamo la cascata raggiungendo la biforcazione della Valle Vago. Il sentiero piega a destra ed entra in Val di Campo, e sale verso sud-sud-ovest, restando sul lato destro (per noi) del torrente della valle, su sentiero ben visibile che ci fa giungere in vista del suo circo terminale, costituito da grandi colate di sfasciumi scaricate dai rossastri versante del monte Vago e del pizzo Orsera. Alla nostra sinistra scende il torrente che esce dai laghi della Valletta. Noi stiamo alla sua destra e, giunti a ridosso del versante di sfasciumi, prestiamo attenzione ai segnavia: la traccia piega a sinistra e taglia un versante di sfasciumi e nevaietti, fino a portarsi alla sommità del dosso che culmina nella quota 2647. Ci affacciamo così, in posizione rialzata, al corrodoio della Valletta. Sotto di noi, alla nostra sinistra, il lago settentrionale della Valletta (m. 2592), il più grande. La traccia non scende al lago, ma prosegue diritta, verso sud, quasi in piano, portandosi a ridosso del lago meridionale della Valletta (m. 2646). Tagliando gli sfasciumi appena a monte del lago, alla sua destra, in breve siamo al Passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671), dove ci attende il cippo di confine n. 2. Ci affacciamo, infatti, all'elvetica Val Mera, tributaria della Val di Campo (Valle di Poschiavo). Dal passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671), raggiunto come sopra descritto, scendiamo, dunque, verso sud, seguendo un sentiero che percorre un breve corridoio e si affaccia alla conca del lago di Roan (m. 2533). Scendiamo lungo un ripido canalone di sfasciumi (che richiede molta attenzione se innevato) oppure seguendo una debole traccia che corre rialzata sul lato destro, destreggiandoci fra facili roccette. Raggiungiamo così la sua riva occidentale (il lago resta alla nostra sinistra). Pieghiamo quindi leggermente a sinistra e poi a destra, proseguendo verso sud nella discesa su traccia di sentiero zigzagante, fra sfasciumi e lembi di pascolo. Superato da destra a sinistra il torrente presso una cascata, raggiungiamo il piano di Val Mera (m. 2320), originata da una paleofrana, ora coperta dal pascolo. Riprendiamo la discesa verso la bassa valle, su traccia di sentiero che segue il torrente Mera restando alla sua sinistra, verso sud est, e si fa più marcato. Raggiunto il ponte a quota 2183 lo ignoriamo e restiamo sul lato sinistro della valle. A quota 2080 troviamo un secondo ponte e questa volta pieghiamo a destra e lo attraversiamo, proseguendo verso sud. Siamo ormai allo sbocco della Val Mera e raggiungiamo l'ampia radura dov'è posto il Rifugio-Ristorante Alpe Campo (m. 2064). La prima tappa potrebbe terminare qui, ma per motivi di equilibrio conviene traversare alla Val Viola Bormina ed al rifugio di Val Viola. Quindi al Rifugio-Ristorante Alpe Campo seguiamo le indicazioni del cartello per il lago ed il passo di Val Viola, imboccando il sentiero che procede in falsopiano verso est, fino all'imbocco della Val Viola Poschiavina. Dopo un buon tratto il sentiero piega a sinistra e prosegue, sempre pianeggiante, verso nord-est. Passiamo così appena sopra il Lagh di Scispadus (m. 2071), nella splendida cornice di pini cembri, larici e rododendri. Proseguiamo in leggera salita, dapprima verso nord poi, piegando a destra, verso est. Il bosco si apre e regala lo splendido scenario del lago di Val Viola (m. 2159). Ad un bivio prendiamo a destra e ci portiamo alle sue rive, presso una grande croce in legno. Ammirato il quadro suggestivo, arricchito dalla caratteristica isoletta boscosa, torniamo al bivio. Qui, seguendo le indicazioni per il passo di Val Viola, andiamo a destra (est), passando per la casetta di Pian di Giardin, fino ad un bivio al quale non andiamo a destra (ponticello), ma a sinistra, salendo verso nord-ovest e superando una picola gola, che ci fa accedere alla località Campasciöl (m. 2279). Proseguiamo passando fra la striscia di pascolo assediata da colate di sfasciumi e piegando gradualmente a destra (est). Ci portiamo così al Pian della Genzana ai piedi del Pizzo Confine (chiamato "Moton" sul versante elvetico). Superato un dosso, pieghiamo a destra (sud). Più in basso, alla nostra destra, vediamo il più alto dei laghi della Val Viola Bormina, il lago di Dugurale. Passiamo a sinistra del cocuzzolo di quota 2458 ed a sinistra della pozza di quota 2402, su terreno torboso. Ci raggiunge salendo da destra il sentierino che abbiamo lasciato al bivio del ponticello più in basso. Pieghiamo qui a sinistra e traversando verso nord-est raggiungiamo il corridoio che precede il passo di Val Viola (m. 2467), per il quale rientriamo in Italia, affacciandoci alla Val Viola Bormina. Scendiamo dal passo sfruttando una comoda pista che in pochi minuti ci porta nei pressi del rifugio Val Viola (m. 2314), che raggiungiamo su sentiero staccandocene sulla destra. Qui (o al vicino rifugio Federico in Dosdé) possiamo pernottare. SECONDA GIORNATA. Dal rifugio Val Viola ci riportiamo sulla pista e proseguiamo scendendo verso la media Val Viola. Ignorata una deviazione a destra per l'alpe Dosdé ed il rifugio Federico in Dosdé (anche questo può essere punto di appoggio per il pernottamento), scendiamo ancora fino alle baite di Altumeira (m. 2216). Qui seguiamo il cartello del Sentiero Italia, numerato 109, che dà a 30 minuti la malga Funeira, a 3 ore il Colle delle Mine ed a 6 ore e 15 minuti alla località Teola di Livigno. Il sentiero guadagna quota su un versante di prati e supera una vallecola, raggiungendo la baita di quota 2280. Qui giunge anche una pista sterrata, che proviene da Funera e Stagimel. Ignorata la stradina, proseguiamo nella salita, seguendo i segnavia e sfruttando una gola, fino a raggiungere la solitaria Baita del Pastore (m. 2352), sul fondo della Valle Minestra. Dalla Baita del Pastore, a 2352 m., seguendo le indicazioni del Sentiero Italia, proseguiamo la salita verso ovest, su moderati pendii, a mezza costa, lasciando a destra, sul lato opposto del torrente, il sentiero che sale al Passo della Vallaccia, e proseguendo in Val Minestra, sempre a mezza costa, sotto le pendici del Pizzo Filone. Piegando poi verso ovest-sud-ovest, superiamo una breve fascia di rocce e raggiungiamo il pianoro del laghetto quotato 2569 m., ai piedi del crestone roccioso meridionale del Pizzo Filone. Ora i pascoli ci abbandonano: ci immettiamo in un solitario vallone, che percorriamo dapprima con andamento, ovest-sud-ovest, in direzione della cima di Zembrasca, poi, superata una fascia rocciosa,  piegando  a destra (nord-nord-ovest; attenzione ai segnavia), che, percorso verso, destra conduce al passo del Colle delle Mine (m. 2797). Guadagniamo, così, un’ultima conca, che precede lo strappo che ci porta al passo (m. 2797), intagliato fra il monte Zembrasca, alla nostra sinistra, ed il pizzo Filone, a destra. Iniziamo, ora, a scendere a scendere, sempre prestando molta attenzione ai segnavia, in direzione ovest-nord-ovest, su terreno di sfasciumi e nevaietti, superando, nel primo tratto, anche un laghetto di fusione. Restando sulla destra del primo vallone, superiamo sulla destra, tagliando una fascia di ripidi pascoli, la gola-strettoia di quota 2600, e scendiamo con andamento ripido fin verso quota 2300, dove la traccia prosegue con andamento meno ripido, portandoci al Baitel del Grasso degli Agnelli (m. 2192), dove giunge una pista sterrata seguendo la quale siamo in breve all’alpe delle Mine (m. 2141). La pista prosegue nel bosco e, con qualche tornante, esce alla piana di Livigno in località Tresenda (m. 1892). Da qui andiamo a sinistra e proseguiamo sulla vecchia pista per il passo della Forcola, restando a sinistra (per noi) del torrente della valle, in direzione sud. Passiamo così, salendo gradualmente, per le baite di Campaccio di Sotto (m. 1906) e di Sopra. Dopo un buon tratto superiamo poi il Ponte del Verde (m. 1945) e, sempre procedendo diritti verso sud, Le Motte (m. 2008). Iniziamo poi una leggera discesa, sempre verso sud, che ci porta in vista dell'alpe Vago. Superato, piegando a destra, il ponte sul torrente della Val Nera in breve torniamo al parcheggio dell'alpe Vago.


I laghetti della Valletta, il passo di Val Mera ed il lago di Roan

Se abbiamo a disposizione due giornate possiamo proseguire disegnando uno splendido quanto inedito anello che, dalla cime principale attorno alla quale camminiamo, si potrebbe chiamare "Anello del Paradisino". Un anello che ci porta a conoscere le valli doppie: abbiamo già conosciuto la Val di Campo nel livignasco, passeremo per la Val di Campo elvetica, o meglio per le due valli nelle quali si biforca nella sua parte terminale, la Val Mera, a nord, e la Val Viola Poschiavina, ad est. Proprio per la Val Viola Poschiavina ci riaffacceremo all'omonima Val Viola Bormina, per tornare infine nella Valle di Livigno sfruttando il Colle delle Mine e la Valle delle Mine. Un anello che regala scenari poco frequentati, ma di una bellezza che appaga anche l'escursionista più esigente.


Il rifugio-ristorante Alpe Campo

Lago di Scispadus

Val di Campo Poschiavina

Lago Scispadus

Verso il lago di Val Viola

Verso il lago di Val Viola

Dal passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671), raggiunto come sopra descritto, scendiamo, dunque, verso sud, seguendo un sentiero che percorre un breve corridoio e si affaccia alla conca del lago di Roan (m. 2533). Scendiamo lungo un ripido canalone di sfasciumi (che richiede molta attenzione se innevato) oppure seguendo una debole traccia che corre rialzata sul lato destro, destreggiandoci fra facili roccette. Raggiungiamo così la sua riva occidentale (il lago resta alla nostra sinistra). Pieghiamo quindi leggermente a sinistra e poi a destra, proseguendo verso sud nella discesa su traccia di sentiero zigzagante, fra sfasciumi e lembi di pascolo. Passando a destra di una bella cascata, raggiungiamo il piano di Val Mera (m. 2320), originata da una paleofrana, ora coperta dal pascolo. Scendiamo in diagonale al suo limite meridionale, dove su un ponticello passiamo da destra a sinistra del torrente. Riprendiamo la discesa verso la bassa valle, su traccia di sentiero che segue il torrente Mera restando alla sua sinistra, verso sud est, e si fa più marcato. Raggiunto il ponte a quota 2183 lo ignoriamo e restiamo sul lato sinistro della valle. A quota 2080 troviamo un secondo ponte e questa volta pieghiamo a destra e lo attraversiamo, proseguendo verso sud. Siamo ormai allo sbocco della Val Mera e raggiungiamo l'ampia radura dov'è posto il Rifugio-Ristorante Alpe Campo (m. 2064). La prima tappa potrebbe terminare qui, ma per motivi di equilibrio conviene traversare alla Val Viola Bormina ed al rifugio di Val Viola.


Verso il lago di Val Viola

Il lago di Val Viola

Il lago di Val Viola

Il lago di Val Viola

Il lago di Dugurale

Il pizzo Scalino dalla Val Viola Poschiavina

Al Rifugio-Ristorante Alpe Campo (m. 2064) seguiamo le indicazioni del cartello per il lago ed il passo di Val Viola, imboccando il sentiero che procede in falsopiano verso est, fino all'imbocco della Val Viola Poschiavina. Dopo un buon tratto il sentiero piega a sinistra e prosegue, sempre pianeggiante, verso nord-est. Passiamo così appena sopra il Lagh di Scispadus (m. 2071), nella splendida cornice di pini cembri, larici e rododendri. Proseguiamo in leggera salita, dapprima verso nord poi, piegando a destra, verso est. Il bosco si apre e regala lo splendido scenario del lago di Val Viola (m. 2159).


Val Viola Poschavina dal passo di Val Viola

Ad un bivio prendiamo a destra e ci portiamo alle sue rive, presso una grande croce in legno. Ammirato il quadro suggestivo, arricchito dalla caratteristica isoletta boscosa, torniamo al bivio. Qui, seguendo le indicazioni per il passo di Val Viola, andiamo a destra (est), passando per la casetta di Pian di Giardin, fino ad un bivio al quale non andiamo a destra (ponticello), ma a sinistra, salendo verso nord-ovest e superando una picola gola, che ci fa accedere alla località Campasciöl (m. 2279). Proseguiamo passando fra la striscia di pascolo assediata da colate di sfasciumi e piegando gradualmente a destra (est). Ci portiamo così al Pian della Genzana ai piedi del Pizzo Confine (chiamato "Moton" sul versante elvetico). Superato un dosso, pieghiamo a destra (sud). Più in basso, alla nostra destra, vediamo il più alto dei laghi della Val Viola Bormina, il lago di Dugurale. Passiamo a sinistra del cocuzzolo di quota 2458 ed a sinistra della pozza di quota 2402, su terreno torboso. Ci raggiunge salendo da destra il sentierino che abbiamo lasciato al bivio del ponticello più in basso. Pieghiamo qui a sinistra e traversando verso nord-est raggiungiamo il corridoio che precede il passo di Val Viola (m. 2467), poco a destra del cippo di confine n.8, per il quale rientriamo in Italia, affacciandoci alla Val Viola Bormina. Gettiamo dal passo un ultimo sguardo alla Val Viola Poschiavina: ci colpiscono, sul fondo, un'inedita immagine del pizzo Scalino e della sua vedretta, a sinistra, del piz Varuna e del Piz Palù, a destra.


Val Viola Poschiavina dal passo di Val Viola

Scendiamo dal passo sfruttando una comoda pista e passando a sinistra dei laghetti di Val Viola, In pochi minuti ci portiamo nei pressi del rifugio Val Viola (m. 2314), che raggiungiamo su sentiero staccandocene sulla destra. Qui (o al vicino rifugio Federico in Dosdé) possiamo pernottare.


Apri qui una panoramica sulla Val di Campo elvetica vista dal passo di Val Viola

Su questo rifugio Giovanni Peretti, nel volume “Rifugi alpini, bivacchi e itinerari scelti in alta Valtellina” (Alpinia Editrice. Bormio, 1987), scrive: “ll Rifugio Viola è situato in un ambiente di rara bellezza sia paesaggistica che naturalistica. I numerosi laghetti alpini che si trovano nell'ampia conca di origine glaciale, di cui il maggiore e più conosciuto è quel bellissimo lago di sbarramento morenico noto come Lago Viola, ricco di trote, costituiscono senza dubbio il principale elemento geomorfologico che caratterizza l'alta Val Viola. Il Rifugio è stato ricavato ristrutturando una vecchia Caserma militare risalente ai primi del '900, di cui si sono mantenute le severe caratteristiche. Sulle cartine topografiche compare ancora, generalmente, come 'Caserma di Val Viola”.
A sud-ovest del rifugio si impone la temibile mole del Corno di Dosdé (m. 3232), che da qui mostra il caratteristico corno roccioso che sembra staccarsi quasi dalla sua sommità e che ne spiega il nome. Sul lato opposto, in primo piano, il pizzo Bianco (m. 2827), la cui cima, si raccontava, era scenario dei sabba di streghe, stregoni ed animali maledetti, in realtà anime confinate (kunfinà) relegate nei posti più solitari e remoti di queste montagne. Dietro il pizzo Bianco si nasconde il più imponente pizzo Filone (m. 3133), mentre alla sua destra si riconosce la cima arrotondata del monte Foscagno (m. 3058); alla sua sinistra, infine, si intravede la punta Zembrasca (m. 3089).
È il momento giusto per ascoltare una leggenda legata al periodo del contrabbando; la riportiamo così come si legge nella bella raccolta dattiloscritta di Maria Pietrogiovanna “Le leggende in Alta Valtellina”, Valfurva, 27 giugno 1998:
“Le valli valtellinesi sono anguste ed avare per gli abitanti, i quali, non potendo trarre nemmeno il sufficiente per poter vivere dalla coltivazione delle proprie terre, spendono più di una notte, attraversando gli accidentati confini, per un poco di zucchero, di caffè, per la mamma, per la famiglia. Sovente accade che, al mattino, i doganieri rivedano nei campi, al lavoro paziente, i medesimi che sfuggirono, come scoiattoli, poco prima dell'alba... E lavorano così come se la notte l'avessero divinamente trascorsa, mentre l'han consumata in gita forzata, sudando, rischiando la pleura e sfidando il precipizio. Le vie percorse da questa povera gente sono sentieri della miseria e del coraggio, percorsi da gente eroica e pacifica, povera e dignitosa, che non chiede ed è pronta alla carità. E la lassù c'è anche la via aerea di Cirillo il Moro. Cirillo, pure, era una persona onesta, anche se dedita al contrabbando. Una sera lo Sgarba, un doganiere (finanziere), lo seguì. Cirillo continuò la sua strada, ma venne un temporale. Mentre il doganiere gli diceva di fermarsi, Cirillo, dopo aver indicato allo Sgarba il luogo adatto per sostare aspettando la fine del temporale, gli rispose che la legge è lassù, dietro il cielo, e saltò, quindi, sul lastrone di neve sottostante come aveva sempre saltato. L'acqua, però, aveva inzuppato i bordi pensili del seracco che si aprì e si chiuse sopra di lui. Lo Sgarba stette un'ora, due ore in quella nicchia e poi svenne. Non seppe mai quanto tempo passò, gli parve però di vedere Cirillo andar su come un arcangelo, di croda in croda, di cresta cresta. Gli parve di esser preso da lui per i capelli e posto luogo sicuro. Sognò che gli sorrideva e diceva: "Da questa parte ... da questa parte". Alla fine, quando il sole lo risvegliò, si ritrovò in fondo al ghiaione. Sul lastrone nevoso vide il piccolo sacco di Cirillo. Il finanziere scese, raccolse il sacco e lo portò alla madre del contrabbandiere morto. Da allora, quando uno Sgarba od uno Spallone percorrono quella via e vengon meno, si sa che sono presi per i capelli e tratti in salvo dall'anima onesta di Cirillo.”

Nella seconda giornata dal rifugio Val Viola ci riportiamo sulla pista e proseguiamo scendendo verso la media Val Viola. Passiamo così vicino al lago di Val Viola (m. 2267): la pista passa alla sua sinistra, rimanendo un po’ più alta.
Su questo gentile e tranquillo laghetto, cui fa da sfondo il passo di Val Viola, che sta da qualche parte sulla larga sella erbosa che chiude la valle, leggiamo quanto riporta il bel volume “Laghi Alpini di Valtellina e Valchiavenna” (De Bernardi Riccardo, Fassin Ivan, Mosello Rosario e Pelucchi Enrico, CAI, sez. di Sondrio, 1993): “Il maggiore Lago di Val Viola (2267 m) è situato ai piedi dell'imponente Corno di Dosdè, dalle forme severe e irregolarmente piramidali: una veduta classica della zona del bormiese. Anche l'accesso avviene in una varietà di ambienti e paesaggi anche vegetali (foresta di abeti rossi e gembri, lariceto, praterie e fasce di rododendro e mugo) per diversi chilometri, in vista dapprima della Cima Piazzi, poi delle aspre vette della Valle Dosdè. Frequentata in passato non tanto da disinteressati escursionisti, ma da contrabbandieri che non temevano di affrontare anche nell'inverno il lunghissimo percorso da Arnoga al confine e oltre (e viceversa), ne resta una testimonianza nella dismessa casermetta della Guardia di Finanza proprio in fondo alla valle, negli ultimi ripiani sotto il passo.”
Ignorata, più in basso, una deviazione a destra per l'alpe Dosdé ed il rifugio Federico in Dosdé (anche questo può essere punto di appoggio per il pernottamento), scendiamo ancora fino alle baite di Altumeira (m. 2216).


Corno di Dosdé visto dal sentiero per il passo di Val Viola

Qui seguiamo il cartello del Sentiero Italia, numerato 109, che dà a 30 minuti la malga Funeira, a 3 ore il Colle delle Mine ed a 6 ore e 15 minuti alla località Teola di Livigno. Lasciamo quindi la pista ed imbocchiamo il sentiero sulla destra, che guadagna quota su un versante di prati e supera una vallecola, raggiungendo la baita di quota 2280. Qui giunge anche una pista sterrata, che proviene da Funera e Stagimel. Ignorata la stradina, proseguiamo nella salita, seguendo i segnavia e sfruttando una gola, fino a raggiungere la solitaria Baita del Pastore (m. 2352), sul fondo della Valle Minestra.


Rifugio di Val Viola e Corno di Dosdè

Dalla Baita del Pastore, a 2352 m., seguendo le indicazioni del Sentiero Italia, proseguiamo la salita verso ovest, su moderati pendii, a mezza costa, lasciando a destra, sul lato opposto del torrente, il sentiero che sale al Passo della Vallaccia, e proseguendo in Val Minestra, sempre a mezza costa, sotto le pendici del Pizzo Filone. Piegando poi verso ovest-sud-ovest, superiamo una breve fascia di rocce e raggiungiamo il pianoro del laghetto quotato 2569 m., ai piedi del crestone roccioso meridionale del Pizzo Filone. Ora i pascoli ci abbandonano: ci immettiamo in un solitario vallone, che percorriamo dapprima con andamento, ovest-sud-ovest, in direzione della cima di Zembrasca, poi, superata una fascia rocciosa,  piegando  a destra (nord-nord-ovest; attenzione ai segnavia), che, percorso verso, destra conduce al passo del Colle delle Mine (m. 2797). Guadagniamo, così, un’ultima conca, che precede lo strappo che ci porta al passo (m. 2797), intagliato fra il monte Zembrasca, alla nostra sinistra, ed il pizzo Filone, a destra.


Apri qui una fotomappa dei percorsi per il colle delle Mine e per il passo della Vallaccia

Ci affacciamo, così, alla Valle delle Mine, che, nella sua parte alta, è selvaggia ed incute timore. Non facciamo fatica a capire perché la fantasia popolare (?) abbia immaginato questa zona popolata delle anime dei confinati del Livignasco, cioè di quelle anime che debbono scontare una lunga pena prima del perdono divino, dando di mazza senza sosta sulla gran massa di pietre. Niente paura: solo al calar delle tenebre si odono i colpi di mazza. Se, poi, ci capitasse di essere sorpresi qui a notte fatta, teniamo presente che udire i colpi sinistri non comporta un reale pericolo, ma guai a chi volesse scorgere una di queste anime infelici: sarebbe condannato a condividerne la sorte. Iniziamo, ora, a scendere a scendere, sempre prestando molta attenzione ai segnavia, in direzione ovest-nord-ovest, su terreno di sfasciumi e nevaietti, superando, nel primo tratto, anche un laghetto di fusione. Restando sulla destra del primo vallone, superiamo sulla destra, tagliando una fascia di ripidi pascoli, la gola-strettoia di quota 2600, e scendiamo con andamento ripido fin verso quota 2300, dove la traccia prosegue con andamento meno ripido, portandoci al Baitel del Grasso degli Agnelli (m. 2192), dove giunge una pista sterrata seguendo la quale siamo in breve all’alpe delle Mine (m. 2141). La pista prosegue nel bosco e, con qualche tornante, esce alla piana di Livigno in località Tresenda (m. 1892).
Da qui andiamo a sinistra e proseguiamo sulla vecchia pista per il passo della Forcola, restando a sinistra (per noi) del torrente della valle, in direzione sud. Passiamo così, salendo gradualmente, per le baite di Campaccio di Sotto (m. 1906) e di Sopra. Dopo un buon tratto superiamo poi il Ponte del Verde (m. 1945) e, sempre procedendo diritti verso sud, Le Motte (m. 2008). Iniziamo poi una leggera discesa, sempre verso sud, che ci porta in vista dell'alpe Vago. Superato, piegando a destra, il ponte sul torrente della Val Nera in breve torniamo al parcheggio dell'alpe Vago.


Apri qui una fotomappa della discesa dal Colle delle Mine all'alpe delle Mine

Può essere interessante, infine, leggere il resoconto della medesima traversata operata il 30 luglio 1906 da Bruno Galli Valerio (da “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Bettini, Sondrio, 1998): “Lungo un sentiero sulla sinistra di Val Viola, ci dirigiamo verso Funera. Una splendida vipera ci viene incontro e posso catturarla. Fanno la loro apparizione, la Cima Piazzi e il gruppo dell'Ortler. Entriamo nella Valletta, tutta verde. Alcuni pastori ci danno il benvenuto e ci conducono a un'eccellente sorgente d'acqua ferrugginosa che sgorga in riva al fiume. La Valletta è chiu sa in fondo dal Pizzo di Zembrasca e dai Corni di Capra. Ai piedi del primo, sulla sinistra della valle si vede un'insenatura: il Passo delle Mine (2900 m.). Risaliamo per pascoli e gande, passiamo in riva ad un laghetto verde, entriamo in una strettissima gola e all'una pomeridiana, siamo sul passo. Tutt'intorno a noi stanno le cime di Zembrasca, di Capra, di Pavallo, del Filone. Sulla nostra sinistra una grande vedretta; davanti a noi, Val Tresenda, chiusa all'orizzonte dal gruppo del Tödi. Una buona fermata di un'ora, poi scendiamo per nevai e gande, fiancheggiando enormi morene. Tenendo la destra della valle, sotto la costa delle Mine, scendiamo il salto lungo un canalino di roccia. In un piano paludoso, sparso d'Eriophorum, pascolano vacche e cavalli. Passata la baita, tenendo sempre la destra della valle, scendiamo in uno splendido bosco di larici e cembri. Sulla nostra sinistra spuntano le cime del Vago, del Palü e del Cambrena. Alle quattro e un quarto, entriamo nella valle di Livigno.”


Discesa dalla Valle delle Mine

Discesa dalla Valle delle Mine

Alpe delle Mine

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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