CARTA DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI - ALTRE ESCURSIONI IN VAL GEROLA - AL LAGO DI SASSO PER LA BOCCHETTA DI TRONA - L'ANELLO DEL LAGO DI SASSO PER LA BOCCHETTA DI PIAZZOCCO

AL LAGO DI SASSO PER LA BOCCHETTA DI TRONA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Laveggiolo-Rif. Trona Soliva-Bocchetta di Trona-Bocchetta della Cazza-Baitello del Lago-Lago di Sasso
4 h
700
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e all'uscita dal paese lasciamo la strada per Pescegallo per prendere a destra, imboccando la strada che termina a Laveggiolo, dove parcheggiamo (m. 1471). Ci incamminiamo sulla pista che procede verso ovest-sud-ovest, in direzione dell'imbocco della Val Vedrano, lasciandola però non appena vediamo sulla sinistra un sentiero che se ne stacca traversando più basso fino al torrente Vedrano, che supera su un ponticello, per poi salire sul versante opposto e tagliare più volte la pista. Alla fine restiamo sulla pista e giungiamo così alla casera quotata 1865 e proseguiamo sul tracciato che si inoltra nella valle della Pietra, in direzione del rifugio Trona Soliva. La traversata, con qualche saliscendi, ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (m. 1907). Proseguiamo sul sentiero segnalato, verso sud-ovest. Ad un bivio segnalato ignoriamo il sentiero che traversa alla diga di Trona e stiamo a destra, sul sentiero che aggira un dosso e risale il vallone che adduce alla bocchetta di Trona (m. 2092). Qui prendiamo a sinistra (indicazioni per i rifugi FALC e Santa Rita) e cominciamo a traversare sulla parte alta della Val Varrone, fino a trovare l'indicazione per il rifugio FALC. la ignoriamo a continuiamo la traversata alta sul sentiero segnalato, fino a raggiungere la bocchetta della Cazza: poco oltre vediamo il rifugio Santa Rita (m. 2000). Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il fianco montuoso e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso. Alla fine ci affacciamo alla conca del lago di Sasso (m. 1922).

Questa leggenda riguarda l’origine di uno dei più bei laghetti della catena orobica, il lago di Sasso, ai piedi del pizzo dei Tre Signori, in alta val Biandino, sul versante orobico bergamasco. Siamo, quindi, oltre i confini delle Orobie valtellinesi, ma, essendo il laghetto facilmente raggiungibile con una escursione che parte dalla Val Gerola (escursione che, per la suggestione dei luoghi attraversati, non può non essere prima o poi messa in programma da chi ama questi scenari), il racconto merita di essere menzionato in questa sede.
Prima, però, bisogna dar conto di ciò che, a proposito dell’origine del lago, dice la scienza: una grande frana, scesa dal versante di sinistra (per chi sale) dell’alta val Biandino, ed ancora ben visibile, avrebbe creato uno sbarramento all’imbocco della piana ai piedi (in direzione nord-ovest) del Pizzo dei Tre Signori, sul versante orobico bergamasco, e, data la natura impermeabile delle rocce di questa zona (si tratta del verrucano lombardo, dal caratteristico colore rossastro), tale sbarramento avrebbe permesso al torrente Troggia di formare il piccolo ed incantevole specchio d’acqua. Ma ciò che la scienza non ci dice è perché cosa abbia causato la frana e, soprattutto, perché dal lago emerga un grande masso, muto ed enigmatico. Bene: dove non giunge la scienza, là ci viene in soccorso la tradizione popolare, che racconta come andarono le cose.
Protagonista della leggenda è un pastore solitario e misantropo, di cui si è perso il nome, e si ricorda solo il soprannome, Ransciga (termine dialettale equivalente a ciò che in terra di Valtellina si chiama roncola o “mèla”, coltellino a lama ricurva che i contadini portavano sempre in tasca perché tornava utile in mille occasioni, per tagliare pane e formaggio come per fare la punta ad un bastone). Un pastore poco socievole, dunque, che se ne stava bene solo con le sue capre, nei pascoli delle montagne che circondano il Pizzo dei Tre Signori.
Gli capitò, così, un giorno, mentre stava a guardare il cielo senza nuvole, così simile a quegli stati d’animo senza pensieri che tanto gli piacevano, di osservare un uccello mai visto. Da esperto conoscitore di quelle montagne qual era, non poté non rimanere stupefatto nel vedere quel volatile nerissimo e gigantesco, che volava là, in alto, presso la cima del pizzo dei Tre Signori, senza neppure muovere le ali. E mentre era intento a domandarsi di qual diavolo di uccello si trattasse, questi, come se si fosse accorto della sua insistita attenzione, fermò per un istante il suo volo, lo puntò e scese in picchiata come se volesse ghermirlo e portarlo via. Il pastore fece appena in tempo a rifugiarsi dietro un grande masso, per poi correre al suo baitello: al prossimo assalto del volatile, non si sarebbe fatto trovare impreparato! Uscì, infatti, armato del suo fucile, perché non era tipo da lasciarsi spaventare troppo facilmente. Se ne stette quindi fermo a tranquillo ad attendere il successivo attacco, che non tardò a venire: quando il misterioso volatile gli fu di nuovo addosso, gli scaricò contro i pallettoni del suo fucile.
Quel che accadde poi ha dell’incredibile: l’uccello, colpito, emise un urlo che nulla aveva di animalesco e si tramutò in una palla di fuoco, precipitando in basso, nella piana del torrente Troggia.
Al gran fragore seguì un gran fumo, simile ad una nebbia, di color giallastro, ed una grande puzza, mai sentita. Il Ransciga, superato lo stupore, si lasciò vincere dalla curiosità, e scese a vedere. Quel che vide era davvero prodigioso: al posto della piana verdeggiante c’era un’enorme buca, circondata da massi di tutte le dimensioni, ed era proprio da lì che uscivano il fumo e la puzza. Istintivamente, sparò ancora, in direzione del centro della buca, e fu allora che dal cuore della terra udì salire una voce terrificante: “Io torno all’inferno, ma tu resterai per sempre dove ti trovi adesso”. Comprese, allora, di che diavolo di uccello si trattasse (era proprio il diavolo!), ma questo fu il suo ultimo pensiero, perché venne tramutato, subito dopo, in un grande masso. Il tempo, poi, circondò il masso di uno specchio d’acqua, che colmò la buca diabolica, e, da allora, qui tutto sembra pace e silenzio.

Per gustare questa pace e questo silenzio dobbiamo salire fino ai 1992 metri del lago. L’itinerario più consueto parte dal rifugio Madonna della Neve di Val Biandino (m. 1595), che si raggiunge da Introbio, in Valsassina, ma ne esiste uno, più lungo ma di grande suggestione panoramica, che parte dalla Val Gerola e che può sfruttare come punto di appoggio il rifugio di Trona Soliva.


Apri qui una panoramica su Val Gerola e Valle di Trona dalla pista per il rifugio Trona Soliva

Raggiunta Gerola Alta sfruttando la provinciale n. 7 della Val Gerola, in uscita dal paese, subito dopo la chiesa di S. Bartolomeo ed il piccolo cimitero, lasciamo la strada principale e prendiamo a destra, su strada asfaltata che sale alle frazioni alte ad ovest del paese. Dopo pochi tornanti passiamo a destra della località Castello (“castèl”, nucleo già citato in un documento del 1323); ignorata la deviazione a destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”, già citata nel 1333 e distrutta da una valanga nel 1836), incontriamo, quindi, nel successivo tratto la chiesetta secentesca di San Rocco (“san ròch”, m. 1395), su un poggio panoramico che guarda all’alta Val Gerola. I successivi tornanti destrorso e sinistrorso ci portano, infine, a Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470), dove troviamo un parcheggio al quale lasciare l’automobile.
L’antico nucleo è citato già in un documento del 1321, dove risulta costituito  da tre nuclei famigliari, tutti Ruffoni, che discendono da un unico capostipite, tal ser Ugone. È collocato su una fascia di prati assai panoramica (il colpo d’occhio sul gruppo del Masino e sulla testata della Val Gerola è davvero suggestivo), nella parte mediana del lungo dosso che scende verso est dalla cima del monte Colombana (“ul pizzöl”, m. 2385). Il suo nome deriva, probabilmente, da "lavegg", la nota pietra grigia molto utilizzata in Valtellina per ricavarne piatti ed altri utensili.
Dalla spianata del parcheggio, dove si trova anche un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi, parte una pista sterrata che si dirige verso l’imbocco della Val Vedràno (“val vedràa”), il cui torrente, omonimo, confluisce nel Bitto poco a nord di Gerola.
Si tratta di una pista chiusa al traffico; un gruppo di cartelli vicino a quello di divieto di accesso ci segnala, fra l’altro, che imboccando la pista percorriamo un tratto della Gran Via delle Orobie (G.V.O.) e insieme del Sentiero della Memoria (a ricordo del ripiegamento della 55sima brigata partigiana Fratelli Rosselli, che effettuò, nel novembre del 1944, la traversata Valsassina-Val Gerola-Costiera dei Cech-Valle dei Ratti-Val Codera-Svizzera), che ci porta, in un’ora e mezza, al rifugio di Trona Soliva; da qui, poi, con un’ulteriore ora di cammino, possiamo portarci al rifugio Falc. Incamminiamoci, dunque, sulla pista, fino a trovare, dopo un breve tratto, sulla sinistra, un cartello della G.V.O. che segnala la partenza di un sentiero (segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi) che se ne stacca per portarsi, con tracciato più diretto, al guardo del torrente Vedrano. Lo imbocchiamo e, dopo una breve e poco marcata discesa, procediamo quasi in piano, superando alcune baite; ad un bivio, presso una fontanella ed un casello del latte, ignoriamo la traccia meno marcata che sale verso destra (indicazione “Vedrano” su un masso), procedendo diritti. Superati in rapida successione due modesti corsi d’acqua, usciamo dal bosco e superiamo un torrentello, per poi scendere leggermente fino al ponticello di travi in legno che ci permette di superare il torrente Vedrano (m. 1541).


Sentiero per la Val Vedrano

Sul lato opposto della valle troviamo subito, a destra, un’amena radura, con un tavolo in legno e due panche per chi volesse sostare; un’indicazione su un masso (“Castello”) segnala che giunge fin qui anche un sentiero che parte più in basso, dalla località Castello. Il sentiero, che qui diventa larga mulattiera, prende a salire sul fianco boscoso della valle, ingentilito da luminosi larici e, dopo un traverso a sinistra, propone una sequenza di tornanti dx, sx, e dx, prima di intercettare, a quota 1595, la medesima pista sterrata che abbiamo lasciato poco dopo Laveggiolo. Pista che possiamo tranquillamente seguire nel prosieguo dell'escursione, perché in anni recenti è stata prolungata fino al rifugio Trona Soliva, mentre la storica mulattiera (che però in buona parte è rimasta) corre un po' più bassa rispetto alla pista medesima.
Dopo un tornante a destra ed il successivo a sinistra, percorriamo un lungo traverso, superando un primo traliccio, un torrentello ed un secondo traliccio (si tratta della linea ad alta tensione che scavalca il crinale orobico in corrispondenza della bocchetta di Trona), presso una radura. Passiamo, poi, accanto alla baita isolata quotata 1725 metri. Una sosta ed uno sguardo alle nostre spalle ci permette di ammirare l’ottimo colpo d’occhio sulle cime del gruppo del Masino, dal pizzo Cengalo al monte Disgrazia.


Laveggiolo dalla pista agro-silvo-pastorale per il rifugio Trona Soliva

Dopo il successivo tornante a destra, troviamo, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera che abbiamo lasciamo un bel tratto sotto. Se lasciamo la pista per seguire la mulattiera, saliamo per un tratto verso sinistra, poi affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx ed usciamo dalla macchia di larici, attraversando una piccola radura fino ad una roccia affiorante, per poi volgere di nuovo a destra. Dopo un ultimo tornante a sinistra, raggiungiamo una radura con un tavolo in legno e due panche: siamo alla “furscèla” (m. 1888), cioè alla forcella, piccola bocchetta sul crinale che dal Piazzo (“piz di piàz”, m. 2269) scende verso est.
Ci affacciamo, così, sulla soglia settentrionale dell’ampio bacino dell’alpe di Trona e si apre davanti a noi l’intera testata della Val Gerola, che mostra, da est (sinistra), il monte Verrobbio (m. 2139), il pizzo della Nebbia (“piz de la piana”, m. 2243), i pizzi di Ponteranica (“piz de li férèri” o “piz ponterànica”, orientale, m. 2378, meridionale, m. 2372, occidentale, m. 2372), l’agile spuntone del monte Valletto (“ul valèt” o “ul pizzàl”, m. 2371), la compatta compagine della Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina), i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247), il pizzo di Tronella (“pìich”, m. 2311), il regolare ed imponente cono del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, m. 2510) ed infine il più famoso ma non evidente, per il suo profilo tondeggiante e poco pronunciato, pizzo dei Tre Signori (“piz di tri ségnùr”, m. 2554, chiamato così perché punto d’incontro dei confini delle signorie delle Tre Leghe in Valtellina, degli Spagnoli nel milanese e dei Veneziani nella bergamasca).


Clicca qui per aprire una panoramica sul gruppo del Masino visto dalla pista per il rifugio Trona

Dopo qualche saliscendi, raggiungiamo un grande traliccio, a monte del quale si trova un frangi-valanghe in cemento, su cui è scritto “Rifugio di Trona 10 min.” Pochi metri più avanti, infatti, dopo una semicurva ci appare la struttura del rifugio: ci vien da pensare che 10 minuti è stima ottimistica, e ci vorrà almeno un quarto d’ora. Dopo aver superato il punto nel quale ci intercetta, salendo da sinistra, il sentiero che sale diretto dal fianco orientale della Val della Pietra (segnalazione su un masso), ci attende un’antipatica discesa (infatti ogni discesa diventa salita al ritorno!), che ci porta ad attraversare un torrentello, prima di riprendere a salire. Attraversato il torrentello, alziamo lo sguardo verso il crinale nel quale culminano gli alpeggi: vedremo, alla sommità di una sorta di enorme scivolo erboso, il profilo sfuggente del pizzo Mellasc.


Il rifugio di Trona Soliva

Poi dobbiamo giocoforza salire ad intercettare la pista che ci porta al grande edificio del rifugio di Trona Soliva (“casèri végi”, la Casera vecchia di Trona sulla carta IGM, m. 1907), che offre i servizi di pranzo, di mezza pensione o pensione completa, con piatti tipici valtellinesi fatti in casa (pizzoccheri fatti a mano, gnocchi di patate al grano saraceno prodotti nel rifugio stesso, polente e carni, dolci fatti in casa) o classici della cucina italiana (lasagne, paste fresche all'uovo fatte in casa, ...). A 15 minuti dal rifugio c'è anche una palestra attrezzata di arrampicata su roccia. Diverse arrampicate con diversi gradi di difficoltà si trovano da mezz'ora di cammino in poi. Dal rifugio si possono effettuare diverse escursioni, comprese le salite al pizzo dei Tre Signori ed al pizzo Mellasc', che domina con la sua verde ed un po' sfuggente cima il versante ad ovest del rifugio.


Pizzo di Trona, valle dell'Inferno e pizzo dei Tre Signori visti dal sentiero per la bocchetta di Trona

Dopo la necessaria sosta risotratrice, ci rimettiamo in cammino. Appena oltre il rifugio, si trova un bivio: il sentiero di sinistra (prosecuzione della G.V.O. e del Sentiero della Memoria, ora pista sterrata) scende alla Casera nuova di trona (“li caséri”), dalla quale si può salire diritti alla diga di Trona e poi prendere a sinistra (Tronella e Pescegallo), si può salire a destra (rifugio Falc e pizzo dei Tre Signori) e si può, infine, scendere a sinistra in Valle della Pietra, fino a Gerola; il sentiero di destra, invece, non segnalato da cartelli, sale alla bocchetta di Trona.
Per salire alla bocchetta di Trona dal rifugio proseguiamo diritti, seguendo il sentiero che assume, nel primo tratto, la direzione sud-ovest, per poi volgere a sinistra, dopo aver attraversato un torrentello, ed aggirare, volgendo a destra, un crinale che si stacca dalla quota 2302 e scende verso nord-est. Oltrepassato il crinale, ci troviamo ai piedi di un ampio e facile canalone e lo risaliamo, passando alti, sulla destra, rispetto alla baita isolata di quota 2019 ("baita de varùn") e passando a sinistra di una baita isolata. Poco sotto la bocchetta ignoriamo le indicazioni del sentiero che si stacca verso sinistra e traversa alla diga dell'Inferno. Siamo così ai 2092 metri della bocchetta di Trona, riconoscibile anche per il grande traliccio che sembra vegliarla. Soffermiamoci, ora, ad ammirare il versante retico, dove si impone buona parte della lunga testata del gruppo Masino-Disgrazia, sulla quale distinguono, da sinistra, il pizzo Cengalo, i pizzi Gemelli, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca, le cime di Castello e Rasica, i pizzi Torrone, il monte Sissone ed il monte Disgrazia, che si impone per la mole imponente.


Il rifugio Trona Soliva

Sul lato della bergamasca si apre, invece, un orizzonte assai vasto, dove si impone, a sinistra, l'inconfondibile pizzo Varrone, nume tutelare della valle omonima. In basso ed in primo piano vediamo l’ampia conca dell’alta Val Varrone, dove, a quota 1672, è posto il rifugio Casera Vecchia di Varrone. Si tratta di una struttura sempre aperta nella stagione estiva e nei finesettimana durante il resto dell’anno, che rappresenta un ottimo punto di appoggio per l’esplorazione delle Orobie occidentali. La discesa al rifugio può avvenire facilmente sfruttando un largo sentiero, anch’esso di notevole importanza dal punto di vista storico: si tratta dell’antica Strada del Ferro, poi denominata Strada di Maria Teresa.


Pizzo di Trona dal sentiero per la bocchetta di Trona

A monte della bocchetta, appena sopra di noi, troviamo, invece, il rudere dell’ex-fortino militare fatto costruire nel 1917 nel contesto delle fortificazioni della linea Cadorna: lo Stato Maggiore del Regno d'Italia temeva, infatti, che, in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio-Adamello, o di passaggio in territorio elvetico (non si era infatti sicuri della neutralità della Svizzera), gli Austriaci avrebbero potuto dilagare, attraverso la Valtellina, nella pianura Padana, minacciando Milano. La linea orobica doveva, quindi, assicurare il versante delle Orobie bergamasche da possibili direttrici secondarie di attacco alla pianura padana, oltre che fungere da punto di partenza per eventuali controffensive. Il fortino divenne, dopo la guerra, una cappella. La particolarità di questo fortino è che è l'unico ad essere rimasto in piedi nell'intero complesso di fortificazioni della linea Cadorna che correva sul crinale orobico. Dentro la struttura è stata collocata anche una lapide che ricorda Giovanni Galbiati, perito nella scalata al pizzo di Trona il 17 agosto del 1927. Proprio sulla bocchetta, invece, troviamo il rudere della struttura edificata nel 1924, Casa Pio XI, rifugio-colonia estiva della Federazioni Oratori Milanesi, che fu poi incendiata dai nazifascisti il 21 marzo 1944, per togliere ai partigiani un punto di appoggio.
Ma i motivi di interesse storico legati a questo straordinario luogo non si esauriscono a questo.
Non è azzardato affermare che la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna") è, dal punto di vista storico, il più importante fra i numerosi valichi che collegano i due versanti della lunga catena orobica. Tale importanza ha radici antichissime: di qui, infatti, passa quella via del Bitto che è stata, per molti secoli, la via di comunicazione terrestre più diretta e breve fra la Valtellina ed il basso Lario, il che vuol dire, poi, con Milano. Il suo primato cominciò ad essere intaccato solo in epoca medievale, con la costruzione di una strada sulla riva orientale del Lario, poi ampliata nel secolo XIX. Ma al tempo dei Romani questi temevano una calata dei barbari proprio da qui (e fortificarono diversi luoghi strategici della Valsassina), ed è a loro che risale la definizione di questo asse come “via gentium”, cioè via delle genti. Parrebbe strano, visto che si dipana nel cuore delle Orobie occidentali, fra Valsassina (o, più precisamente fra Val Troggia, Val Biandino ed alta Val Varrone) e Val Gerola, eppure è così.


La bocchetta di Trona

Qualche dato generale aiuta a comprendere l’importanza storica di questa direttrice. La via parte da Introbio, nel cuore della Valsassina, ma facilmente raggiungibile da Lecco (che dista circa 16 chilometri). Si sviluppa per 11,5 km da Introbio alla bocchetta di Trona (al confine fra le province di Bergamo e Sondrio), con un dislivello in salita di circa 1500 metri, e per 20 km dalla bocchetta di Trona a Morbegno, con un dislivello in discesa di circa 1900 metri effettivi (1800 sulla carta). In totale, 31,5 km circa, che, aggiunti ai 16 da Lecco ad Introbio, portano la distanza fra Lecco e Morbegno a 47,5 km.
Per la Via del Bitto, da Introbio, in Valsassina, a Morbegno passarono, nei secoli genti, mercanti ed eserciti. Fin dal primo apparire dei popoli che, salendo da sud, colonizzarono per primi questo questo lembo della catena orobica. Sembra che i primi siamo stati i Liguri, seguiti dai Celti e dagli Etruschi. Vennero, quindi, i Romani, ai tempi dell’imperatore Augusto. E, dopo di loro, venne la religione cristiana, predicata da S. Ermagora. Dopo la caduta dell’impero romano vennero i Goti, e dopo di loro i Longobardi, sconfitti dai Franchi: tutti passarono dalle valli orobiche, ed il valico della bocchetta di Trona era, fra tutti, il più praticato.


La bocchetta di Trona

All’inizio del Quattrocento salirono dalla Val Varrone alla bocchetta di Trona truppe al soldo dei Rusconi di Como, ghibellini, per dar man forte alla loro fazione, prevalente a Morbegno e sulla sponda orobica della bassa Valtellina, contro la fazione guelfa, che prevaleva a Traona e sul versante retico: la loro calata in valle, però, venne bloccata dalla coalizione avversa, salita in Val Gerola. Nel 1431 fu la volta dei Veneziani, che, uniti ad un contingente di Valsassinesi, varcarono la bocchetta per scendere a conquistare la bassa Valtellina, possesso dei Visconti di Milano: furono però disastrosamente sconfitti nella sanguinosa battaglia di Delebio l’anno successivo, nel 1432. Passarono di qui, il secolo successivo, nel 1515, i mercenari svizzeri in rotta dopo la sconfitta subita nella battaglia di Melegnano da parte dei Francesi: scesi in bassa Valtellina, molti di loro riuscirono a riparare nella natia Svizzera.
Nel 1531 venne un esercito nella direzione opposta, cioè dalla bassa Valtellina: si trattava di 6000 uomini delle Tre Leghe, capitanati da Giorgio Vestari, che, per la Val Troggia scesero ad Introbio, tentando di conquistarla. Vanamente. Sempre dalla Valtellina salirono i funesti Lanzichenecchi, nell’anno più nero della storia di questa valle, perché vi portarono un’epidemia di peste che ridusse la sua popolazione complessiva a poco più di un quarto. Pochi anni dopo, nel 1635, furono gli Spagnoli in rotta, sconfitti dai Francesi a Morbegno in uno dei tanti fatti d’armi della fase valtellinese della Guerra dei Trent’Anni, a varcare la bocchetta di Trona per scendere in Val Varrone. Ed ecco subito dopo, l’anno successivo, che il francese Duca di Rohan, vincitore sugli Spagnoli, passò anch’egli di qui per calare poi in Valsassina ed assumerne il controllo.


Rudere della casa Pio XI alla bocchetta di Trona

È l’ultimo transito significativo di armati, prima del secolo XX, quando, durante la seconda guerra mondiale, nell’ottobre del 1944, le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona, scese in Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che stazionava a Pedesina. Dalla Corte scese, quindi, sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Di qui traversarono alla Val dei Ratti ed alla Val Codera, riuscendo (non senza vittime) a passare in territorio elvetico per la bocchetta della Teggiola.
Poi più nulla. Ora passano solo i ben più miti escursionisti, lasciando impressioni ammirate ma anche, talvolta, qualche rifiuto davvero indesiderato.


Apri qui una panoramica sulla Val Varrone dalla bocchetta di Trona

Lasciamo quindi a malincuore questo luogo così denso di significati storici, ma dobbiamo rimetterci in cammino, perché la meta è ancora abbastanza distante.
Seguendo con attenzione le indicazioni per il rifugio S. Rita, ignoriamo il più marcato sentiero che scende alla nostra destra verso la piana alta della Val Varrone ed il rifugio Casera Vecchia di Varrone, ignoriamo anche alla nostra sinistra il primo sentiero alto che traversa (con tratti esposti, anche se attrezzati) per via diretta al rifugio FALC e scendiamo per un tratto verso sinistra, per poi effettuare una lunga traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, ignorando poco più avanti la deviazione a sinistra per il rifugio F.A.L.C. e quella successiva per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher").
La traversata permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325), il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa, alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio S. Rita (m. 2000). Il dislivello complessivo da Laveggiolo è di 670 metri circa, mentre il tempo approssimativo è di tre ore.


Apri qui una fotomappa della traversata dal rifugio Santa Rita al lago di Sasso

Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il ripido fianco montuoso (con qualche passaggio esposto: attenzione!) e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo i segnavia saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, di cui ora conosciamo l’origine. Alla fine appare, bellissima, la meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora invece si mostra in tutta la sua bellezza: il lago di Sasso (m. 1922).
Lo spettacolo che si offre al nostro sguardo ripaga ampiamente le fatiche necessarie per giungere fin qui. Una nota di tristezza vela però questa pura gioia per gli occhi: il destino del laghetto, anche se in tempi che superano di gran lunga quelli in cui si misura l’esistenza dell’uomo, è segnato, in quanto i depositi alluvionali che vi si raccolgono finiranno per interrarlo. Quando ciò accadrà, forse anche allo sventurato Ransciga sarà concesso di uscire dalla sua prigione di pietra. Nel frattempo possiamo trovare il racconto che della sua leggenda ha fatto Giulio Selva nel volume “Il pizzo dei Tre Signori”, di Angelo Sala (ed. Bellavite, 2002).

L'ANELLO DEL LAGO DI SASSO PER LA BOCCHETTA DI PIAZZOCCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Pescegallo-Diga di Trona-Diga dell'Inferno-Rifugio FALC-Rifugio Santa Rita-Lago di Sasso-Sentiero del Cardinale-Bocchetta di Piazzocco-Diga dell'Inferno-Pescegallo
8 h
850
E
SINTESI. Alla prima rotonda all'ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano) prendamo a destra ed alla successiva ancora a destra; dopo un ponte imbocchiamo la provinciale della Val Gerola, saliamo a Gerola Alta e proseguiamo fino al termine della strada, a Pescegallo (m. 1450). Parcheggiamo qui ed incamminiamoci sul sentiero che si trova ad ovest degli impianti di risalita (indicazioni per l'anello dei laghi). Il sentiero entra subito in una pineta, sale e raggiunge presso una baita isolata la deviazione a sinistra per la Val Tronella. La ignoriamo e proseguiamo uscendo dal bosco. Superato il torrente Tronella cominciamo a salire con ripidi tornanti un ampio dosso che costituisce il fianco orientale del Pizzo del Mezzodì, per poi prendere a destra e raggiungere, con un tratto pianeggiante verso nord-ovest il dosso panoramico con una pozza e la baita di quota 1835 (il Pich). Il sentiero prosegue volgendo a sinistra e salendo gradualmente verso l'imbocco della Val Pianella, in direzione sud-ovest. Scende quindi ad un avvallamento e risale al camminamento dello sbarramento del lago di Trona. Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri. Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una cavità nella roccia (corda fissa). Infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno (m. 2085). Anche qui attraversiamo il camminamento e sul lato opposto seguiamo le indicazioni per la bocchetta del Varrone, salendo verso sinistra (ma evitando di imboccare sulla sinistra il sentiero più basso per la valle dell'Inferno). Giunti alla bocchetta del Varrone (m. 2126) vediamo poco sotto, a destra, il rifugio Falc. Scendiamo al rifugio e proseguiamo la discesa (indicazioni per il rifugio Santa Rita) lungo un canalone fino ad intercettare dopo pochi minuti il sentiero che traversa l'inteo circo dell'alta Val Varrone, dalla bocchetta di Trona (alla nostra destra) alla bocchetta della Cazza (a sinistra). Andiamo a sinistra ed iniziamo la traversata alta sul sentiero segnalato, fino a raggiungere la bocchetta della Cazza: poco oltre vediamo il rifugio Santa Rita (m. 2000). Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il ripido fianco montuoso (attenzione a qualche tratto esposto) e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo le segnalazioni saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso. Alla fine ci affacciamo alla conca del lago di Sasso (m. 1922). Seguendo i segnavia passiamo alla sua destra, stando leggermente alti, fra roccioni lisci e strisce di pascolo. Lo lasciamo alle spalle tagliando in diagonale da destra a sinistra la piana con pietraie a sud-est del lago. Raggiunto l'opposto versante (alla nostra sinistra) dell'alta Val Biandino imbocchiamo il sentiero che sale in diagonale, verso destra (est-sud-est), il ripido versante di macereti. A metà salita il sentiero comincia a piegare leggermente a sinistra e poco sotto i 2100 metri intercetta il ben segnalato Sentiero del Cardinale. Lo seguiamo verso sinistra (nord), attraversando alcuni valloncelli e tagliando un dosso, fino al ripiano con i segnalati roccioni che costituiscono la Grotta del Cardinale. Ignorata la deviazione a destra (cioè in direzione dell'ampio canalone a monte) per la bocchetta alta di Foppagrande, proseguiamo diritti, cioè verso nord e raggiungiamo il rudere del baitello suggestivamente detto "del Mago" o di Piazzocco (m. 2140). Superiamo poi un avvallamento e pieghiamo decisamente a destra (da nord-ovest ad est), salendo fino alla sella della bocchetta di Piazzocco (m. 2225), dalla quale ci riaffacciamo alla valle dell'Inferno. Scendiamo verso sinistra (nord) alla vicina bocchetta del Varrone, ripassando per il rifugio FALC, che lasciamo alla nostra sinistra puntando alla diga dell'Inferno. Iniziamo il ritorno per la medesima via di salita: ci portiamo sul lato opposto del suo camminamento, scendiamo per la ripida via direttissima fino ad intercettare il sentiero che proviene dalla diga di Trona, lo seguiamo verso destra, attraversiamo anche il camminamento della diga di Trona, saliamo ad intercettare il sentiero per la Val Pianella e lo seguiamo verso sinistra. Dopo una traversata in piano, ripassiamo dal Pich e ci affacciamo alla valle di Pescegallo. Il sentiero volge a destra e dopo un tratto in piano scende ripido alla conca dello sbocco della Val Tronella. Seguendo con attenzione i segnavia, superiamo l torrente Tronella e tagliato un dosso boscoso torniamo a Pescegallo.

Per il lago di Sasso può anche passare una splendida escursione ad anello, piuttosto lunga (se però ci appoggiamo al rifugio FALC possiamo accorciarla di parecchio), ma di grande bellezza, che passa per il Sentiero del Cardinale e la bocchetta di Piazzocco. Vediamo come procedere.


Apri qui una fotomappa dell'itinerario di salita al pizzo dei Tre Signori e del Sentiero del Cardinale dalla bocchetta di Piazzocco

Stacchiamoci dalla SS 38 dello Stelvio alla prima deviazione a destra in corrispondenza della rotonda all'ingresso a Morbegno (per chi viene da Milano). Ad una nuova rotonda prendiamo di nuovo a destra, superiamo un ponte e ci portiamo alla partenza della provinciale della Val Gerola. Dopo 15 chilometri, siamo a Gerola Alta (m. 1053), e dobbiamo scegliere fra due possibili itinerari, che si congiungono al rifugio F.A.L.C., e che partono da Pescegallo o da Laveggiolo.
Il primo, piuttosto articolato, ha come punto di partenza il Villaggio Pescegallo (m. 1454), dove termina, oltrepassata Gerola, la strada provinciale n. 7 della Val Gerola. Parcheggiata qui l'automobile, dirigiamoci verso l'edificio da cui parte la seggiovia per il rifugio Salmurano. Alle sue spalle inizia un sentiero, segnalato da due cartelli e da segnavia rosso-bianco-rossi (percorso 8), che punta in direzione nord-ovest, entrando ben presto in un bel bosco. I cartelli indicano i due percorsi 144 (sentiero dell’Homo Salvadego, con il rifugio Benigni dato a 2 ore e 15 minuti ed il rifugio Trona Soliva a 2 ore e 30 minuti) e 148 (con il lago di Trona dato ad un’ora e 40 minuti ed il lago Rotondo a 3 ore): la direttrice che ci interessa è quella lago di Trona-lago Inferno-Bocchetta di Piazzocco. Entrati in una bel bosco di abeti rossi, dopo un tratto di severa pendenza raggiungiamo la pianetta di quota 1550, dove troviamo un pannello che ci parla delle diverse conifere che possiamo trovare nei boschi della valle.
Poco dopo, a quota 1590, usciamo dal bosco presso una baita isolata sul Dossetto: qui alcuni cartelli segnalano la deviazione, a sinistra, per la Val Tronella ed il rifugio Benigni (dato ad un’ora e 50 minuti) e la prosecuzione del sentiero principale, con il lago di Trona dato ad un’ora e 10 minuti. Proseguendo diritti, passiamo, quindi, a monte di un roccione liscio e, dopo alcuni strappetti, raggiungiamo una splendida radura (m. 1620): guardando in alto, davanti a noi, vediamo sulla destra il tondeggiante torrione di Tronella (m. 2311, il “pìich”) e, alla sua sinistra, i pizzi di Mezzaluna (“li mezzalüni”, vale a dire il pizzo di Mezzaluna, m. 2333, la Cima di Mezzo ed il caratteristico ed inconfondibile uncino del torrione di Mezzaluna, m. 2247). Superiamo, poi, tre torrentelli (altrettanti rami del “bit de trunèla”, il torrente che scende dalla Val Tronella) e saliamo, con qualche tornantino, ad un ampio versante occupato da un pascolo (m. 1660). Entriamo in un ampio recinto per il bestiame (delimitato da un basso muretto perimetrale) uscendone verso sinistra. Alla nostra sinistra la Val Tronella si mostra ora in tutta la sua bellezza: sul suo lato sinistro vediamo anche la costiera che la delimita ad est, costituita dalla cosiddetta Rocca di Pescegallo (o Denti della Vecchia, “ul filùn de la ròca” o “denc’ de la végia”, cinque torrioni il più alto dei quali è quotato m. 2125 e che vengono visti come un unico torrione da Gerola, chiamato anche “piz de la matìna” perché il sole vi sosta, appunto, la mattina).
Inizia ora una salita faticosa: inanellando un tornante dopo l’altro, guadagniamo quota sul ripido versante a monte dei pascoli. Dopo una prima serie di tornantini, effettuiamo un traverso a sinistra; segue una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, all’ultimo dei quali  (m. 1810) si stacca, sulla sinistra, il sentiero che si addentra in Val Tronella (si tratta della Gran Via delle Orobie, che giunge fin qui da destra e prosegue per il lago di Pescegallo, dato ad un’ora e 10 minuti, il passo di Verrobbio, dato ad un’ora e 50 minuti, ed il passo di San Marco, dato a 2 ore e 50 minuti). Se invece proseguiamo sul sentiero principale i cartelli danno il lago di Trona a 30 minuti, il lago Zancone a 50 minuti, il lago Rotondo ad un’ora e 50 minuti ed il rifugio Trona Soliva ad un’ora. Di questi luoghi noi toccheremo solo il primo. Proseguiamo, dunque, verso destra, con un ultimo strappo, poco prima della fine del quale notiamo un sentierino che si stacca dal nostro sulla sinistra; non ci sono cartelli, solo la scritta, su un masso, “1/2 luna”, perché esso porta proprio ai piedi del celeberrimo e suggestivo uncino di roccia del torrione della Mezzaluna. Ignorata la deviazione, per un bel tratto proseguiamo diritti, con diversi saliscendi, allietati dallo spettacolo delle cime del gruppo del Masino, che si mostrano, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, proprio davanti a noi. Cominciano a moltiplicarsi anche le indicazioni della segnaletica “orizzontale”: su diversi massi troviamo le indicazioni “Pizzo 3 S” e “Rifugio Falc”.
Passiamo, così, leggermente a valle della baita quotata 1857 e raggiungiamo uno splendido terrazzo sul filo del dosso che scende, verso nord, dalla costiera Mezzaluna-Tronella (il Pich). Alle nostre spalle il picco roccioso denominato pizzo del Mezzodì (m. 2116); davanti a noi una pozza e la baita quotata 1835 metri. Sul fondo, lo splendido scenario del gruppo del Masino. Un luogo davvero stupendo. Il cartello della G.V.O. nella quale ci siamo immessi, dà ora il lago di Trona a 20 minuti ed i rifugi Falc e casera di Trona ad un’ora. Ora il sentiero cambia nettamente direzione: prendiamo a sinistra e percorriamo quindi, dopo una breve salitella, un lungo tratto sostanzialmente pianeggiante verso sud-ovest, avvicinandoci alla soglia della Valle di Trona, circondati da splendidi larici. Guardando a destra, vediamo bene il fianco occidentale dell’alta Valle della Pietra, con la bocchetta di Trona (la riconosciamo per il traliccio nei suoi pressi) e, alla sua destra, l’ampio terrazzo dell’alpe di Trona soliva, dominato dalla forma regolare del pizzo Mallasc (“melàsc”, m. 2465); alla sua sinistra, invece, in primo piano si mostra una delle più belle cime del comprensorio, il cono arrotondato del pizzo di Trona (“piz di vèspui”, cioè il pizzo del vespro, sul quale, guardando da Gerola, il sole indugia la sera, m. 2510). Usciti all’aperto, troviamo i cartelli (m. 1890) che segnalano la deviazione a sinistra (sentiero 148) per il lago Zancone ("làch sancùn", dato a 20 minuti) ed il lago Rotondo ("làch redont", dato ad un’ora e 20 minuti). Noi, invece, restiamo sulla G.V.O. (un cartello dà Laveggiolo a 2 ore e 10 minuti, l’alpe Combana a 4 ore e 20 minuti e l’alpe Culino a 5 ore e 10 minuti, ma nessuna di queste mete ci interessa).
Inizia ora una ripida discesa; passiamo, poi, fra due grandi massi erratici rossastri, superiamo una pianetta e scendiamo al camminamento dello sbarramento artificiale di Trona, bacino utilizzato dall'ENEL (1805 m). Oltre il camminamento, riprendiamo a salire, superando alcune roccette (con un primo tratto protetto sulla destra) e raggiungendo un pianoro a sinistra del quale vediamo la baita solitaria quotata 1888 metri.
Qui dobbiamo prestare attenzione, perché troviamo un bivio non molto evidente, al quale si stacca, sulla sinistra del sentiero principale, un sentierino che sale, per via direttissima, al lago dell’Inferno. Non c’è segnalazione e, se si vuole optare per questa via, più breve, anche se più faticosa, bisogna aguzzare la vista. Unico ausilio, l’indicazione su un masso “lago Zancone”; poco più avanti, ad un nuovo bivio, lasciamo la traccia per il lago Zancone che va a sinistra e proseguiamo a destra (indicazione lago Inferno direttissima). Il sentierino non è molto visibile e risale il l’ampio versante di sfasciumi che si stende ai piedi del limite settentrionale della costiera del pizzo di Trona; dopo un traverso a destra, supera un passaggino esposto sulla destra (attenzione!), per poi risalire, con molti tornantini, un versante di sfasciumi; lasciati gli sfasciumi sulla sinistra, continua nella salita (pochi i segnavia), con un curioso passaggio su roccia che si apre ad una “truna” (cavità: da qui il toponimo “Trona” frequente in questa zona, con riferimento alle miniere di ferro): qui una corda fissa ci aiuta a non finirci dentro; infine passiamo a sinistra di un forno fusore e raggiungiamo gli edifici nei pressi del camminamento della diga del lago dell’Inferno, sul suo lato sinistro (m. 2085); attraversiamo il camminamento e troviamo, sul lato opposto, un sentierino che sale ad intercettare il sentiero che arriva fin qui per un più ampio giro, e che ora descriviamo.
Torniamo, dunque, al bivio presso la baita di quota 1888 e proseguiamo, questa volta, sul sentiero principale (che, per la verità, per un bel pezzo sarà poco marcato), cioè seguendo l’indicazione su un masso “Pizzo 3 s – lago Inferno. Saliamo per un tratto su sfasciumi, passiamo a sinistra di un grande masso e proseguiamo con un tratto pianeggiante. Dopo uno strappetto che ci porta a tagliare uno speroncino roccioso, attraversiamo un torrentello che scende da una bella gola di rocce arrotondare e siamo alla baita quotata 1914 metri. La oltrepassiamo, procedendo diritti e passando sul limite destro di un pianoro acquitrinoso. Quando il prato comincia a salire, dobbiamo stare attenti ad un secondo bivio (la traccia qui è debolissima): la traccia di destra prosegue per il rifugio di Trona, mentre noi dobbiamo prendere a sinistra (indicazione su un masso “pizzo 3 s e rifugio Falc). Un po’ più in alto la traccia si fa più marcata e, salendo ancora, intercetta un sentiero ben marcato che proviene, da destra, dall’alpe di Trona.


Rifugio FALC

Lo seguiamo verso sinistra, puntando alla diga dell’Inferno, di cui possiamo vedere lo sbarramento. Il sentiero effettua un lungo traverso sul ripido fianco occidentale della Val della Pietra, avvicinandosi alla Valle dell’Inferno. Per buona parte il percorso si snoda sulla viva roccia, perché camminiamo sul dorso arrotondato di grandi roccioni, tenendoci sempre in prossimità del versante montuoso: gli abbondanti segnavia ci aiutano a non perderlo. Ad un certo punto raggiungiamo una sorta di corridoio, con un grande roccione alla nostra sinistra, sul quale si trova una targa ormai illeggibile. Qui ecco un nuovo bivio: un sentiero prende a destra, invertendo la direzione, e torna all’alpe di Trona; il sentiero che ci interessa, invece, pur piegando anch’esso a destra, procede in direzione opposta. Tagliamo, poi, un ripido versante erboso, superando un paio di punti esposti, insidiosi con fondo bagnato: attenzione! Ci ritroviamo, così, alti sopra il camminamento della diga dell’Inferno, che vediamo alla nostra sinistra, e ci raggiunge, da sinistra, il sentierino, già citato, che sale proprio dal camminamento.
Procediamo diritti, piegando poi leggermente a destra, e ci ritroviamo alla bocchetta del Varrone (m. 2126), la larga sella che si apre appena  ad ovest e leggermente a monte del lago dell’Inferno, fra il pizzo Varrone (“varùn”, m. 2325), a sud, e la cima quotata 2191, a nord. È, questa, una delle tre porte che si aprono fra alta Val Varrone ed alta Val Gerola: la principale si trova più a nord, ed è la bocchetta di Trona; della terza, cioè della bocchetta di Piazzocco, diremo fra poco. Queste tre porte hanno un’importanza storica enorme, avendo costituito per secoli il più agevole accesso alla bassa Valtellina, prima che venisse aperta la strada che segue la riva orientale del Lario.
Poco sotto la bocchetta, sul versante dell’alta Val Varrone, cioè alla nostra destra, vediamo il rifugio F.A.L.C. (m. 2120, detto, dialettalmente, "cà dul bóla"), edificato dall'omonima Società Alpinistica milanese ed inaugurato il 18 settembre 1949. F.A.L.C. è un acronimo dell'espressione beneaugurante latina Ferant Alpes Laetitiam Cordibus, cioè Arrechino le Alpi gioia ai cuori. Una serie di cartelli illustra i diversi itinerari che si dipartono dalla bocchetta. Procedendo in piano a sinistra possiamo tagliare il fianco occidentale della valle dell’Inferno, per poi salire alla bocchetta dell’Inferno in un’ora, per poi piegare ad est e portarci al rifugio Benigni in 3 ore.

Il sentiero opposto, che scende verso destra e passa per il rifugio Falc, porta, invece, in 20 minuti alla bocchetta di Trona e, per via alta, in 5 ore a Premana; per altra via possiamo scendere, in un’ora, al rifugio Casera Vecchia di Varrone oppure traversare, sempre in un’ora, al rifugio Santa Rita, sulla Via del Bitto. Salendo, invece, verso destra (sud-ovest) ci portiamo in 20 minuti alla bocchetta di Piazzocco, dalla quale possiamo salire al pizzo dei Tre Signori con un’ulteriore ora di cammino, oppure proseguire per il Pian delle Parole (dato ad un’ora e 40 minuti da qui) o al rifugio Grassi (dato a 2 ore).
Seguendo con attenzione le indicazioni per il rifugio S. Rita, ignoriamo il più marcato sentiero che scende alla nostra destra verso la piana alta della Val Varrone ed il rifugio Casera Vecchia di Varrone, ignoriamo anche alla nostra sinistra il primo sentiero alto che traversa (con tratti esposti, anche se attrezzati) per via diretta al rifugio FALC e scendiamo per un tratto verso sinistra, per poi effettuare una lunga traversata (quota 2020-2040) dell'alta Val Varrone, ignorando poco più avanti la deviazione a sinistra per il rifugio F.A.L.C. e quella successiva per la bocchetta di Piazzocco ("buchétìgn dul bùgher").
La traversata permette di ammirare il pizzo Varrone (m. 2325), il cui profilo severo è caratterizzato dall'inconfondibile Dente del Varrone, che, visto da qui, sembra, erroneamente, essere la cima principale. Terminata la traversata, ci ritroviamo, dopo una breve discesa, alla bocchetta della Cazza (termine dialettale che sta per "mestolo"), presso la quale sorge il rifugio S. Rita (m. 2000).


Apri qui una fotomappa della traversata dal rifugio Santa Rita al lago di Sasso

Poco prima di raggiungere il rifugio, troviamo una deviazione a sinistra, segnalata da cartelli, che ci fa imboccare un sentiero che taglia il ripido fianco montuoso (con qualche passaggio esposto: attenzione!) e scende gradualmente al Baitello del Lago (m. 1844). Seguendo i segnavia saliamo poi verso il ripiano terminale della val Biandino, dominato, in alto, dal Pizzo dei Tre Signori. Passiamo poi a valle del fianco montuoso che, alla nostra sinistra, mostra un imponente movimento franoso, di cui ora conosciamo l’origine. Alla fine appare, bellissima, la meta, che dal sentiero abbiamo solo intravisto per un breve tratto, e che ora invece si mostra in tutta la sua bellezza: il lago di Sasso (m. 1922).
Seguendo i segnavia passiamo alla sua destra, stando leggermente alti, fra roccioni lisci e strisce di pascolo. Lo lasciamo alle spalle tagliando in diagonale da destra a sinistra la piana con pietraie a sud-est del lago. Raggiunto l'opposto versante (alla nostra sinistra) dell'alta Val Biandino imbocchiamo il sentiero che sale in diagonale, verso destra (est-sud-est), il ripido versante di macereti. A metà salita il sentiero comincia a piegare leggermente a sinistra e poco sotto i 2100 metri intercetta il ben segnalato Sentiero del Cardinale. Lo seguiamo verso sinistra (nord), attraversando alcuni valloncelli e tagliando un dosso, fino al ripiano con i segnalati roccioni che costituiscono la Grotta del Cardinale.


Apri qui una fotomappa del sentiero del Cardinale

Questo luogo di grande suggestione merita qalche nota di approfondimento. Il beato Andrea Carlo Ferrari, popolarmente conosciuto come Cardinal Ferrari, fu vescovo di Como dal 1891 al 1894 e poi arcivescovo di Milano. Amava molto la montagna e durante le sue visite pastorali non esitava a percorrere sentieri impervi e pericolosi. A chi provava a dissuaderlo ricordava che fin da piccolo aveva imparato a muoversi con sicurezza su terreni difficili, perché aveva fatto il pastorello di capre, e si sa che quando una capra si “incrapela”, cioè resta intrappolata fra le rocce, bisogna vincere ogni paura per andare a recuperarla. La mattina del 20 agosto 1913 faceva ritorno dal Pizzo dei Tre Signori (dove venne collocata una croce sostituita poi nel 1935 dalla grande croce che ancora oggi lo presidia) quando fu sorpreso, sul sentiero che corre a valle della bocchetta di Foppagrande ed a monte della conca del Lago di Sasso, da un violento temporale. Riparò in una spelonca naturale originata da due enormi massi erratici. Fu quella, da allora, la grotta del Cardinal Ferrari ed il sentiero venne chiamato sentiero del Cardinal Ferrari. Esso traversa l’alto versante orientale dell’estremo lembo di Val Biandino, la conca del lago di Sasso, dalla bocchetta di Piazzocco, a nord, al Pian delle Parole, a sud, appena sotto l’imponente bastionata di Piazzocco.
Torniamo al racconto dell'anello. Ignorata la deviazione a destra (cioè in direzione dell'ampio canalone a monte) per la bocchetta alta di Foppagrande, proseguiamo diritti, cioè verso nord e raggiungiamo il rudere del baitello suggestivamente detto "del Mago" o di PIazzocco (m. 2140). Superiamo poi un avvallamento e pieghiamo decisamente a destra (da nord-ovest ad est), salendo fino alla sella della bocchetta di Piazzocco (m. 2225), dalla quale ci riaffacciamo alla valle dell'Inferno. Scendiamo verso sinistra (nord) alla vicina bocchetta del Varrone, ripassando per il rifugio FALC, che lasciamo alla nostra sinistra puntando alla diga dell'Inferno. Iniziamo il ritorno per la medesima via di salita: ci portiamo sul lato opposto del suo camminamento, scendiamo per la ripida via direttissima fino ad intercettare il sentiero che proviene dalla diga di Trona, lo seguiamo verso destra, attraversiamo anche il camminamento della diga di Trona, saliamo ad intercettare il sentiero per la Val Pianella e lo seguiamo verso sinistra. Dopo una traversata in piano, ripassiamo dal Pich e ci affacciamo alla valle di Pescegallo. Il sentiero volge a destra e dopo un tratto in piano scende ripido alla conca dello sbocco della Val Tronella. Seguendo con attenzione i segnavia, superiamo l torrente Tronella e tagliato un dosso boscoso torniamo a Pescegallo.


CARTA DEL PERCORSO

GALLERIA DI IMMAGINI

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