Apri qui una fotomappa dell'alta Valle Spluga

I laghi sono come persone. Ciascuno con il suo carattere, i suoi umori, i suoi colori e le sue sfumature di grigio. Vi sono laghi e persone solari, umorali, cupi, scontrosi, gelidi, severi. Uno, su tutti, meriterebbe di essere denominato il lago mesto, malinconico  per eccellenza, stando, almeno, a quanto ci suggerisce la sensibilità del poeta. Del poeta, dico, cioè di Giovanni Bertacchi, il cantore chiavennasco la cui ispirazione molto deve agli scenari della Valchiavenna. Si tratta del lago Nero dello Spadolazzo, cui egli dedicò la seguente lirica, tratta dal Canzoniere della Alpi:

 

IL LAGO NERO

Forse un'anima triste ed errabonda,
alla vita e all'amor fatta straniera,
cercossi un di questa perduta sponda
e romita aspettò l'ultima sera.

Or qualcosa di lei vive in quest'onda
immota, in questa fredda aura leggiera,
nella tinta di sol che, moribonda,
abbandona la livida scogliera.

Fior non rallegra qui la sconsolata
landa e la tomba onde scendea la Morta,
la dolce Morta dal pensier creata.

Qui non è vita: ma nell'alte, antiche
malinconie della natura assorta,
all'amor dell'idea veglia la psiche.

Versi che incuriosiscono ed inducono a pensare ad uno scenario plumbeo e disperato. Ed in effetti l’ampia conca che ospita questo lago, immediatamente ad ovest del selvaggio fianco occidentale del pizzo Spadolazzo, lo nasconde, quasi, alla vita di luci e colori dell’alta Valle di S. Giacomo (o di Spluga) e lo circonda di un piccolo deserto di massi, conferendo a questo luogo una parvenza cimiteriale che giustifica il volo della poetica fantasia: qui venne, un giorno, un’anima che, volte le spalle all’amore ed alla vita, si lasciò vincere dal segreto fascino della fredda morte.
Anche la Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (Sondrio, 1884, a cura di Fabio Besta), si pone sulla medesima lunghezza d'onda: "Si fanno tre ore e mezza di viaggio per giungere in presenza di un bacino d'acque tranquille, silenti, opache, con rive brulle e sassose, che ricordano un'epoca, diremmo, di scosse convulse, e in cui la sdegnosa bellezza dell'orrido fa, non sapremmo dire se contrasto od accordo, colla imponente cupola del cielo lombardo e colla frangiata e bianca cornice delle cime alpine."
In verità una visita a questo lago restituirà solo in parte un’impressione cimiteriale (a meno che vogliamo, con il poeta, soffermarci fino al crepuscolo): piuttosto, ci sembrerà di approdare ad un inatteso terrazzo, nascosto agli occhi dei più. Se poi, nel cuore della stagione estiva ed in giorno festivo sentiremo immancabili voci di escursionisti che non riescono a tacere di fronte al silenzio della montagna (è, questa, una pena del contrappasso cui l’imperscrutabile giustizia divina condannò la montagna per il suo pervicace silenzio), anche questa sensazione svanirà. Meglio, dunque, venire in autunno, in una giornata anonima e consegnata ai riti della ferialità. Ma tant’è, ciascuno farà come può.

MONTESPLUGA-LAGO NERO DELLO SPADOLAZZO E ANELLO DEL LAGO NERO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lago di Montsepluga-Lago Nero dello Spadolazzo
1 h e 15min.
400
E
SINTESI. Saliamo sulla ss 36 in direzione del passo dello Spluga. Giunti al grande lago di Montespluga, ne percorriamo il lato destro, prestando atenzione ad una pista sterrata che se ne stacca sulla destra. la imbocchiamo e la seguiamo: superato su un ponte il torrente Suretta, siamo ad uno slargo (m. 1910) dove parcheggiamo, nei pressi dell'alpe Suretta. Seguiamo le indicazioni di un cartello (percorso C14) prendendo come riferimento sulla verticale del cartello, verso un masso con un ben visibile segnavia rosso-bianco-rosso. Saliamo, a vista, restando a sinistra del filo di un recinto d’alpe, fino al masso, dove incontriamo un sentiero che proviene da destra (l’alpe protetta): lo seguiamo, verso sinistra, in un lungo traverso che taglia il fianco montano, salendo gradualmente, fino a guadare il torrentello che scende proprio dal ripiano (nascosto) del lago. Poco oltre il guado, il sentiero piega bruscamente a sinistra e comincia a salire ripido e diretto, seguendo, ad una certa distanza, il solco del torrentello che resta alla nostra destra. Raggiunta una pianetta, ci allontaniamo dal torrente e cominciamo a salire, sul sentiero largo e ben marcato (segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi) il ripido fianco del versante montuoso, con diversi tornanti, che ci portano a due casupole costruire dalla Società Edison. Il sentiero, dopo un breve traverso a sinistra, che aggira un motto, ci porta ad uno sbarramento di grossi massi, oltre il quale, dopo poco più di un’ora di marcia, siamo alla riva settentrionale del lago Nero (m. 2310). Seguiamo la traccia alla nostra destra che costeggia la sua riva occidentale (sale un po’ alta, per evitare alcune rocce che si gettano dirette nelle sue fredde acque). Raggiunta la riva meridionale del lago, lo lasciamomalle nostre spalle seguendo il racciato dei segnavia che si infila in una faticosa fascia di massi medio-grandi, traversando verso sinistra. Effettuiamo la noiosissima traversata in leggera salita (mettendo in conto che non tutti i massi su cui poseremo i piedi sono stabili e prestando tutta l’attenzione che ci guadagnerà la gratitudine delle nostre caviglie) che ci conduce ad una sorta di porta, oltre la quale scendiamo seguendo un sistema di corridoi erbosi fra roccette (seguiamo sempre i segnavia e teniamoci piuttosto sulla sinistra), oltrepassando un breve segmento di pista sterrata ed affacciandoci ad una nuova ed ampia conca, questa volta erbosa. Scesi facilmente al pianoro, occupato da terreno torboso, procediamo stando per un tratto sul lato destro e poi traversando in diagonale a sinistra, per poi cacciarci (traccia discontinua di sentiero) in un nuovo ampio vallone. Alla fine intercettiamo il comodo e ben marcato sentiero che proviene dal limite settentrionale degli Andossi e porta, verso sinistra, al rifugio Bertacchi (C6). Lo percorriamo verso destra, raggiungendo, dopo una breve discesa, il limite di una posta sterrata che, percorsa in discesa, porta, dopo una decina di tornanti, alla strada statale 36 dello Spluga. Non siamo distanti dall’automobile: procedendo verso destra in una decina di minuti torniamo al limite del cavalcavia ed all’inizio della sterrata dove abbiamo lasciato l’automobile.

Le vie d’accesso la lago sono due. La prima, rapida, oltre che ripida, parte dalla ss. 36 dello Spluga, in corrispondenza del cavalcavia sul lato orientale del grande lago di Montespluga. Lo raggiungiamo salendo, appunto, lungo la ss 36 dello Spluga: superata Campodolcino, prendiamo subito la direttrice per Madesimo (lasciando alla nostra sinistra la strada per Isola). La strada affronta i celebri ed impressionanti tornanti scavati nella roccia, prima di raggiungere Pianazzo. Usciti dal paese, al primo tornante dx ignoriamo la deviazione a sinistra per Isola, poi al primo sx ignoriamo la galleria che se ne stacca, sulla destra, e porta a Madesimo. Proseguiamo, dunque, diritti e, dopo un lungo traverso e qualche galleria giungiamo in vista del poderoso muraglione dello sbarramento di Montespluga, sul quale sta scritta a caratteri cubitali la data di costruzione, il 1931 (MCMXXXI). Percorriamo, dunque, il suo lato orientale, imboccando il viadotto. Noteremo facilmente una pista sterrata che si stacca sulla destra dalla strada statale, e corre, per buon tratto, in parallelo ad essa. All’inizio di questa straderra troviamo uno slargo dove è possibile parcheggiare l’automobile (m. 1910 circa).
Un cartello della Comunità Montana della Valchiavenna indica il punto di partenza dell’escursione e dà il Lago Nero ad un’ora (sentiero C13). Sentieri non se ne vedono, ma, sulla verticale del cartello, spicca un masso con un ben visibile segnavia rosso-bianco-rosso. Saliamo, a vista, restando a sinistra del filo di un recinto d’alpe, fino al masso, dove incontriamo un sentiero che proviene da destra (l’alpe protetta): lo seguiamo, verso sinistra, in un lungo traverso che taglia il fianco montano, salendo gradualmente, fino a guadare il torrentello che scende proprio dal ripiano (nascosto) del lago. Poco oltre il guado, il sentiero piega bruscamente a sinistra e comincia a salire ripido e diretto, seguendo, ad una certa distanza, il solco del torrentello che resta alla nostra destra. Raggiunta una pianetta, ci allontaniamo dal torrente e cominciamo a salire, sul sentiero largo e ben marcato (segnavia bianco-rossi e rosso-bianco-rossi) il ripido fianco del versante montuoso, con diversi tornanti, che ci portano a due casupole costruire dalla Società Edison (il lago Nero non è scampato alla sistematica utilizzazione idroelettrica delle acque di Valcvhiavenna e Valtellina). Sulla seconda si trova anche una targa che commemora un operaio morto nei lavori finalizzati a tale sfruttamento, Ghelfi Mario G. B. (1959). Alle nostre spalle, ottimo è il colpo d’occhio sul lago di Montespluga e, sul fondo, sulla Val Loga, presidiata sul versante meridionale dalle svelte cime dei Pizzi Piani e del Pizzo Ferrè, e su quello settentrionale dal possente pizzo Tambò, la più alta montagna della valle. Il sentiero, dopo un breve traverso a sinistra, che aggira un motto, ci porta ad uno sbarramento di grossi massi, oltre il quale, dopo poco più di un’ora di marcia, ecco il lago Nero. In effetti appare proprio quando siamo nei pressi della sua riva settentrionale (m. 2310), al centro di una conca occupata dall’ampia distesa di sfasciumi e massi che l’impressionante versante occidentale dello Spadolazzo ha scaricato nella sua secolare ira.
Il sentiero prosegue (segnalazione sul muro di sbarramento) costeggiando questa riva, inerpicandosi (ma è magra traccia) con un traverso verso destra sul ripido fianco a monte del lago, per poi traversare a sinistra e, zigzagando faticosamente, guadagnare la sella del passo di Lago Nero, che dà accesso all’elvetica Val Niemet. Chi volesse salire fin qui, e contemplare una delle più belle perle dei laghi retici, il lago Ghiacciato, presti molta attenzione ai segnavia, perché la salita a vista è molto faticosa, oltre che esposta. Ma di altri laghi ora taciamo, per non suscitare l’invidia del nostro: una seconda traccia costeggia la sua riva occidentale (sale un po’ alta, per evitare alcune rocce che si gettano dirette nelle sue fredde acque).
Se non vogliamo tornare per la medesima via di salita, possiamo seguirla. Raggiunta la riva meridionale del lago, si infila in una faticosa fascia di massi medio-grandi, traversando verso sinistra. Effettuiamo la noiosissima traversata in leggera salita (mettendo in conto che non tutti i massi su cui poseremo i piedi sono stabili e prestando tutta l’attenzione che ci guadagnerà la gratitudine delle nostre caviglie) che ci conduce ad una sorta di porta e ci introduce ad uno scenario ben diverso: mentre alle nostre spalle la conca del lago si nasconde, scendiamo seguendo un sistema di corridoi erbosi fra roccette (seguiamo sempre i segnavia e teniamoci piuttosto sulla sinistra), oltrepassando un breve segmento di pista sterrata ed affacciandoci ad una nuova ed ampia conca, questa volta erbosa. Scesi facilmente al pianoro, occupato da terreno torboso, procediamo stando per un tratto sul lato destro e poi traversando in diagonale a sinistra, per poi cacciarci (traccia discontinua di sentiero) in un nuovo ampio vallone. Alla fine intercettiamo il comodo e ben marcato sentiero che proviene dal limite settentrionale degli Andossi e porta, verso sinistra, al rifugio Bertacchi (C6). Noi lo percorriamo verso destra, raggiungendo, dopo una breve discesa, il limite di una posta sterrata che, percorsa in discesa, porta, dopo una decina di tornanti, alla strada statale 36 dello Spluga. Non siamo distanti dall’automobile: procedendo verso destra in una decina di minuti torniamo al limite del cavalcavia ed all’inizio della sterrata dove, due ore e mezza prima (al netto delle soste) abbiamo lasciato l’automobile. Questo anello comporta un dislivello complessivo di circa 430 metri ed un tempo approssimativo di due ore e mezza.


Panorama dal sentiero per il rifugio Bertacchi

MADESIMO - RIFUGIO BERTACCHI - LAGO NERO DELLO SPADOLAZZO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Madesimo-Rifugio Bertacchi-Lago Nero dello Spadolazzo
3 h e 30 min.
700
EE
SINTESI. Saliamo in Valle Spluga sulla ss 36 dello Spluga e, superata Pianazzo, ad un bivio prendiamo a destra, uscendo, dopo una galleria, a Madesimo. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale. La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo nel recinto dell'alpe Macolini. Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio, che comincia una lunga serie di tornanti salendo sul versante orientale della Val Scalcoggia. Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Risalite alcune balze, dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, e raggiunge il rifugio Bertacchi (m. 2196). Proseguiamo l’escursione lasciando alla nostra destra le indicazioni per il passo ed il pizzo di Emet e per il pizzo Spadolazzo: noi dobbiamo procedere stando sulla sinistra, fino ad un bivio nei pressi del rifugio, segnalato da cartelli: il sentiero che prende a sinistra (C6) porta a Montespluga in un’ora e mezza. Imbocchiamo questo largo sentiero, che passa a sinistra di una caratteristica casa rosa, prima di affacciarsi all’ampio e ripido versante che scende a sud del pizzo Spadolazzo fino al fondo della Val Scalcoggia. Si tratta di un sentiero sempre largo, che attraversa però qualche tratto esposto. Seguono alcuni saliscendi che ci portano, alla fine della traversata, sul limite settentrionale degli Andossi, dopo essere passati sotto il poderoso muraglione di una cava. Prima di giungere fin qui, però, prestiamo attenzione ad un cartello che, sul lato destro del sentiero, indica la partenza della traccia di sentiero prima descritta nell’itinerario di ritorno dal lago Nero dello Spadolazzo (dato ad un’ora ed un quarto; sentiero C13). Il sentiero è solo una leggera traccia intermittente, ma non ci sono problemi, se la visibilità è buona ed abbiamo l’accortezza di tener d’occhio i segnavia bianco-rossi. Procediamo salendo sul lato sinistro di una valletta ed approdando ad una modesta pianetta, che prelude alla più ampia è gentile piana di terreno torboso. Attraversiamo la piana verso il vertice di sinistra, per riprendere la salita in direzione di una selletta erbosa, che ci introduce ad una sorta di ampio risalto di roccette e corridoio erbosi. Proseguiamo senza perdere quota, ed alternando tratti in falsopiano a salite di canalini e corridoi erbosi. Oltrepassata la già citata pista sterrata, ci infiliamo in un canalino ed in un corridoio, per giungere infine alla porta che ci apre la soglia dell’ampia conca del lago Nero. Ci attende la noiosa traversata, in discesa, della fascia di massi, fino a raggiungere la riva sud-occidentale del lago.

Un secondo e più lungo anello che tocca il lago parte, invece, da Madesimo, che raggiungiamo proseguendo sulla ss. 36 dello Spluga, oltre Chiavenna, in direzione del passo dello Spluga. Oltrepassata Campodolcino, lasciamo alla nostra sinistra la strada per Isola e proseguiamo diritti, risalendo i faticosi e celebri tornanti della strada che sembra letteralmente incollata ad un versante scosceso e selvaggio e non manca di suscitare una forte impressione a chi la percorra per la prima volta (qualche punto di stretta pone, fra l’altro, anche problemi di manovra in caso di incrocio; in caso di forte traffico può essere consigliabile portarsi ad Isola e qui imboccare la strada che risale a quella per il passo dello Spluga). Terminata la sequenza serrata di tornanti, attraversiamo il paesino di Pianazzo, famoso per la sua cascata con salto di 200 metri (ma dalla strada non la vediamo), giungendo subito ad un trivio: da sinistra arriva la strada che sale da Isola, al centro prosegue la strada statale per il passo dello Spluga, sulla destra, con breve tratto in galleria, si stacca la strada che porta a Madesimo.  Entriamo, dunque, in galleria e ne usciamo in prossimità della celebre località turistica e climatica, che fu particolarmente cara al poeta Giosuè Carducci. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale.


Macolini

La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio. Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo, sul quale già intravediamo la croce di vetta.  Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet). Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio. Una coppia di cartelli lo segnala, però, una ventina di metri più avanti: prendendo a destra saliamo, comunque, senza problema alcuno, ad intercettare questo sentiero principale per il rifugio, mentre procedendo diritti si imbocca il cosiddetto sentiero Corone, che porta anch’esso al rifugio, ma con percorso un po’ più lungo (lo possiamo sfruttare al ritorno, per accorciare i tempi; nulla vieta, peraltro, di utilizzarlo anche all’andata, perdendo la visita al rifugio ma guadagnando una quarantina di minuti).
Stiamo sul sentiero principale e cominciamo ad inanellare una lunga serie di tornanti, su un versante colonizzato da rododendri ed ontani. La monotonia della salita è temperata dal suggestivo panorama che si apre ad ovest e a sud, sulla conca di Madesimo e sulle cime del versante occidentale della Valle Spluga, alle spalle degli Andossi. Superati tre modesti corsi d’acqua, affondiamo la prima sequenza dx-sx-dx-sx. Al terzo tornante dx vediamo la bella cascata con la quale il torrente che esce dal lago di Emet precipita dalla soglia glaciale che dobbiamo superare per approdare alla piana del rifugio. Si tratta del ramo principale del torrente Scalcoggia, che percorre la conca dalla quale siamo partiti, anch’essa chiamata val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda. Intanto si impongono alla nostra vista, sul versante opposto della val Scalcoggia, gli Andossi.
Ben presto, però, alle spalle degli Andossi comincia a spuntare l’affilata cima del pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée). Alla sua sinistra, il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158). Procedendo verso sinistra, godiamo di un ottimo colpo d’occhio su Madesimo; alle sue spalle riconosciamo la lunga striscia verde dell’altipiano del Pian dei Cavalli (pian di cavài), incorniciato dal pizzo della Sancia (m. 2861). Alla loro sinistra, infine, il pizzo Quadro (m. 3013). Dopo il quinto tornante dx spunta dagli Andossi, a destra del pizzo Ferrè, anche la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). Infine, ecco apparire l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), che congiunge le due cime, e propone la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004). Dopo il decimo tornante dx ed il successivo sx troviamo un brevissimo tratto nel quale il sentiero è scavato nella roccia, e quindi richiede un po’ di attenzione con pioggia o neve.


Lago di Emet

Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Il rifugio non è lontano, ma dobbiamo ancora risalire alcune balze che precedono l’ampia conca del lago. Dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, giungendo in vista del rifugio Bertacchi (m. 2196), passato nel 2011 in proprietà al CAI Valle Spluga (info: Rossella Gusmeroli Tel. 349 3621058, Fabrizio De Pedrini Tel. 349 3621056, Enrico Pedrazzini Tel. 349 6644599; E-mail: rifugiobertacchi@libero.it), dedicato al grande poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi. Lo raggiungiamo dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 530 metri).
La dedica al poeta è legata anche ad una lirica nella quale egli celebrava il rifugio, prima chiamato Capanna d’Emet. Il panorama dal rifugio propone, a sud-ovest e ad ovest, la sequenza di cime che abbiamo già citato nel racconto della salita. A nord è sempre il massiccio versante meridionale del pizzo Spadolazzo a dominare l’orizzonte. Alla sua destra si vede l’ampia depressione che ospita il passo di Emet (o Niemet). Più a destra ancora, il pizzo di Emet (o Timun, m. 3208).
Lo sguardo è, però, attratto più che da quel che si vede alzando gli occhi, da ciò che si osserva abbassandoli. Il rifugio, infatti, è stato edificato sul bordo della grande conca glaciale che ospita il lago di Emet, che vediamo alla sua destra.
Proseguiamo l’escursione lasciando alla nostra destra le indicazioni per il passo ed il pizzo di Emet e per il pizzo Spadolazzo: noi dobbiamo procedere stando sulla sinistra, fino ad un bivio nei pressi del rifugio, segnalato da cartelli: il sentiero che prende a sinistra (il già citato C6, che ci interessa) porta a Montespluga in un’ora e mezza. Imbocchiamo, dunque, questo largo sentiero, che passa a sinistra di una caratteristica casa rosa, prima di affacciarsi all’ampio e ripido versante che scende a sud del pizzo Spadolazzo fino al fondo della Val Scalcoggia. Si tratta di un sentiero sempre largo, che attraversa però qualche tratto esposto. Proprio all’inizio, infatti, troviamo una targa che commemora Mauro, escursionista che qui perse la vita il 2 giugno del 1985. Iniziamo, dunque, la traversata, che ci porta al tratto più esposto, interamente servito da corde fisse (anche se la sede, larga e piana, è ampiamente rassicurante). Seguono alcuni saliscendi che ci portano, alla fine della traversata, sul limite settentrionale degli Andossi, dopo essere passati sotto il poderoso muraglione di una cava.
Prima di giungere fin qui, però, prestiamo attenzione ad un cartello che, sul lato destro del sentiero, indica la partenza della traccia di sentiero prima descritta nell’itinerario di ritorno dal lago Nero dello Spadolazzo (dato ad un’ora ed un quarto; sentiero C13, non segnalato sulla carta Kompass). Il sentiero, che abbiamo prima descritto in discesa, è solo una leggera traccia intermittente, ma non ci sono problemi, se la visibilità è buona ed abbiamo l’accortezza di tener d’occhio i segnavia bianco-rossi. Procediamo salendo sul lato sinistro di una valletta ed approdando ad una modesta pianetta, che prelude alla più ampia è gentile piana di terreno torboso. Guardano in alto, alla nostra destra, distinguiamo la croce che sormonta la cima settentrionale del pizzo Spadolazzo (m. 2722). Attraversiamo la piana verso il vertice di sinistra, per riprendere la salita in direzione di una selletta erbosa, che ci introduce ad una sorta di ampio risalto di roccette e corridoio erbosi. Proseguiamo senza perdere quota, ed alternando tratti in falsopiano a salite di canalini e corridoi erbosi. Oltrepassata la già citata pista sterrata, ci infiliamo in un canalino ed in un corridoio, per giungere infine alla porta che ci apre la soglia dell’ampia conca del lago Nero. Ci attende la noiosa traversata, in discesa, della fascia di massi, fino alle sospirate rive del lago, che, se la fortuna ci assiste, ci accoglierà con il suo mesto silenzio.
Se abbiamo sufficiente tempo a disposizione e non vogliamo rifare a ritroso la traversata dei massi, possiamo utilizzare, per la discesa, il sentiero, sopra descritto, che scende al lago di Montespluga (seguendo i segnavia, costeggiamo la riva occidentale del lago, poi, allo sbarramento, pieghiamo a sinistra e troviamo il largo sentiero che non sarà più possibile perdere). Una volta sulla ss. 36 dello Spluga, procediamo per una decina di minuti, fino all’imbocco della strada sterrata che sale agli Andossi (cartello che dà il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet ad un’ora e mezza). Seguendola, dopo una decina di tornanti siamo nei pressi della bandiera verde e dell’imbocco del sentiero che traversa al rifugio Bertacchi. Prestiamo attenzione, ora, al cartello che segnala, sulla destra, la partenza del sentiero per l’alpe Macolini e Medesimo (dato ad un’ora e 50 minuti). Si tratta del già citato sentiero delle Corone, che possiamo sfruttare per concludere l’escursione anche se abbiamo scelto di scendere dal lago per la medesima via di salita (in questo caso tornati al sentiero per il rifugio Bertacchi prendiamo a destra e ci portiamo, in breve, a questo punto). Il sentiero delle Corone nel primo tratto si distingue appena, sul fondo erboso: zigzagando scende verso destra, poi si fa ben marcato e scende verso sinistra, fino all’ampia conca terminale dell’alpe Macolini, dove placide mucche, nel periodo estivo, ci attendono con lo sguardo che non si capacita di come questi curiosi bipedi possiamo sottoporsi a tanti sforzi incuranti del ben di Dio che li circonda. Traversiamo la piana verso sinistra, superando un torrente e ritrovando la traccia marcata, che bypassa a sinistra uno sperone roccioso e prosegue nella discesa verso il fondovalle. Più avanti diventa pista sterrata che, superati alcuni torrentelli, ci porta al bivio descritto all’inizio della relazione. Pochi minuti ancora, e siamo di ritorno all’automobile. L’infelice anima del lago Nero è rimasta là. Il suo gemito si ode, forse, solo quando tutto il resto è silenzio.

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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