CAMPANE DI LANZADA 1, 2, 3, 4
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Vallone di Scerscen

Preistoria ed età romana

Lanzada è, insieme a Chiesa in Valmalenco, Spriana, Caspoggio e Torre di Santa Maria, uno dei cinque comuni nei quali è divisa la Valmalenco, ed è posto, a 983 metri, allo sbocco della Val Lanterna, là dove questa confluisce nel solco principale della Valmalenco. Non è chiara l’origine del nome: l’Olivieri lo accosta ad un veneto “Lanzade”, facendo derivare entrambi dal latino “lanceatus”, cioè “appuntito”. La sua costituzione in comune autonomo risale al 1816: prima la sua storia segue le tracce di quella della valle di cui sorveglia l’ingresso.
Se ci potessimo proiettare molto indietro nel tempo, potremmo vedere uno scenario della valle ben diverso da quello cui siamo abituati. Ai tempi delle grandi glaciazioni i ghiacciai ricoprivano gran parte della valle, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa). Poi anche l’immane ghiacciaio Malenco cominciò la sua ultima e definitiva ritirata. Fra le terre liberate, quelle di media montagna si rivelarono le più propizie ad accogliere gli animali ed i primi insediamenti umani, perché il fondovalle valtellinese era in gran parte paludoso. Ecco apparire, dunque, alle porte della Valmalenco le prime tribù di cacciatori (homo alpinus), che vi si stabilirono definitivamente intorno al 3000 a.C., partendo dalla zona di Cagnoletti (Involto-Cagnoletti-Bressia) e, più tardi, di Torre di Santa Maria. Età della pietra, del ferro e del bronzo trascorsero senza grandi scosse in questo lembo allora periferico della Valtellina. Si affacciarono, infatti, alla valle forse Liguri, Etruschi, Galli ed infine, sicuramente, nel 15 d. C., i Romani, senza, però, probabilmente addentrasi in Valmalenco.  Solo nel 252 d. C. questa valle entrò a pieno titolo nella storia: il console romano P. Licinio Valeriano, infatti, iniziò la costruzione della strada carovaniera che, risalendo l’intera valle, scavalcava il passo del Muretto e scendeva in Engadina, consentendo un passaggio rapido fra territori latini al di qua della catena retica e territori romanizzati a nord della Rezia. Il ritrovamento di monete romane nei pressi del passo attesta che questo era frequentato fin dall’epoca romana. Poco più di due secoli più tardi, però, l’Impero Romano d’Occidente cadde e questa via di comunicazione venne abbandonata. Minore attenzione gli storici hanno riservato ad una seconda alta via malenca, che interessava il ramo gemello e più impervio dell’alta Valmalenco, cioè la Val Lanterna. Essa sfruttava il passo di Canciano, raggiunto da una mulattiera che saliva dall’alpe Campagneda per poi scendere in Valle di Poschiavo. Il ritrovamento di una moneta romana nei pressi del passo (nel 1880 una guardia di finanza rinvenne un grosso denaro della famiglia Giulia, molto ben conservato) prova che anch’esso era interessato fin dall’antichità ai commerci che dal bacino padano transitavano nel cuore della Rezia (cfr. l’articolo di Nemo Canetta “Note storiche sul territorio NE di Lanzada” sul Bollettino della Società Storica Valtellinese). Del resto, scendendo alle case della frazione Tornadri (l'ultima che si vede, sulla destra, superata Lanzada sulla strada per Campo Franscia) si può ancora leggere, su una di esse, l'indicazione "Via per Poschiavo":
Alla cadura dell'Impero Romano, seguì mezzo millennio di nuovo isolamento: scarsissima eco, infatti, ebbero in Valmalenco l’alternarsi di dominazione ostrogota, longobarda e franca. All’inizio del secolo XII si ebbe la prima forma di associazione dei nuclei del territorio della valle, che però, nel medesimo secolo, finì per essere attratta nell’orbita dell’ingombrante vicina, Sondrio, di cui divenne “vicinanza”. Ne è prova l’edificazione della prima chiesa della valle (citata nel 1192), quella di San Giacomo nell’attuale Chiesa (che appunto da essa prese il nome), la quale fu fondata proprio dai potenti feudatari di Sondrio, i Capitanei, e rimase, fino al secolo XV, l’unico luogo di culto nell’intera valle. Nelle “Istituzioni storiche del Territorio Lombardo”, a cura di Roberto Grassi, leggiamo: “Sul finire del XII secolo Malenco era una vicinia del comune di Sondrio con un decano “in antea”, avente, probabilmente, anche compiti militari. L’esistenza della Valmalenco come squadra unitaria all’interno del comune di Sondrio è testimoniata da un consiglio generale dei rappresentanti di Sondrio datato 9 aprile 1308. Successivamente, la squadra venne denonimata di Rovoledo (odierna Mossini) e Malenco; dalla seconda metà del XIV secolo questa squadra si divise in “foris” e “intus” (intus era la parte malenca) e partecipava, con diritto ad un voto, ai consigli della comunità di Sondrio. In età viscontea, la comunità di Malenco partecipava ancora unitaria ai consigli della comunità di Sondrio, ma nella propria zona di competenza aveva diritto di eleggere un anziano, riscuotere le decime, imporre taglie in base all’estimo per pagare le spese (regolando così in modo indipendente la gestione dell’economia di valle), nominava propri esattori ed emanava gride. Tali facoltà erano in possesso di ogni singola quadra in cui si suddivideva a sua volta la valle: ogni quadra al suo interno poteva tenere i propri conti particolari ed eleggere il proprio consigliere che una o più volte l’anno partecipava al consiglio della valle di Malenco.” Data la sua posizione leggermente defilata, rispetto all’asse di comunicazione principale del Muretto fra Rezia e Valtellina, Lanzada fu l’unico nucleo di Valmalenco a non essere interessato da opere di fortificazione, che vennero invece erette nell’attuale territorio di Torre, Chiesa e Caspoggio.

Testata della Valmalenco

Nel 1335 divennero signori della Valtellina i Visconti di Milano, che soppiantarono l’egemonia comasca. Don Silvio Bradanini, nell’opera “Lanzada e le sue chiese nella storia e nell’arte” (edito nel 1986 a cura della Parrocchia e della Biblioteca di Lanzada), scrive: “Il 1300, considerato sotto un aspetto generale, rappresentò l’inizio dell’emancipazione politico-amministrativa e religiosa della Valmalenco. Già nel 1330, infatti, la Valmalenco era assistita da un canonico di Sondrio, ma verso la metà del trecento il capitolo di quella Collegiata si sfasciò in seguito all’introduzione di varie commende con il conseguente accumulo di altri benefici, per cui anche quel canonico inviato da Sondrio per l’assistenza religiosa della Valmalenco cominciò a non più risiedervi. La comunità si era quindi vista costretta, per non lasciar morire la gente senza Sacramenti, a cercarsi e a mantenere a proprie spese un sacerdote.” Nel secolo successivo l’aumento demografico nella Quadra di Malenco, che dipendeva sempre da Sondrio, portò ad una articolazione in Quadre. “A Lanzada c'erano cinque contrade che corrispondono alle odierne frazioni: Tornadri, Vetto (villaggio antichissimo, e menzionato in un documento del 1343), Ganda, S. Giovanni o Lanzada e Moizi. Erano piccoli villaggi costituiti da misere abitazioni le une addossate alle altre, povere case di pietra annerita dal fumo, in promiscuità con stalle e fienili e alternate a umidi e scuri viottoli, che il sole a stento poteva penetrarvi per illuminarli e riscaldarli. In paese e nei prati, nei campi nei boschi tutt'intorno si svolgeva la vita quotidiana. Il paese non era solo la contrada, ma anche il maggengo, in primave­ra e in autunno, e l'alpeggio in estate, perché la necessità di sfruttare al momento giusto le risorse del territorio ha imposto in montagna la transumanza.
Garantivano la sopravvivenza degli abitanti la proprietà privata, costituita da campi, prati da fieno e qualche bosco, e i beni collettivi: boschi, pascoli di fondovalle, di mezza montagna e di alta montagna. Per evitare uno sfruttamento di rapina e un uso indiscriminato delle risorse naturali, che avrebbero portato al depauperamento del territorio, i beni comuni erano gestiti collettivamente. Spettava all'assemblea dei capi­famiglia di esercitare un controllo su taluni aspetti dell'attività agricolo-pastorale e di emanare ordini che garantissero la conservazione delle risorse nel tempo.” (“Inventario dei toponimi… di Lanzada”, edito, a cura di Simon Pietro Picceni, Giuseppe Bergomi ed Annibale Masa, dalla Società Storica Valtellinese nel 1975).

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“La metà del XV secolo segnò una svolta fondamentale per la Valtellina. Ai Visconti subentrarono gli Sforza che confermarono ai Beccaria, capi guelfi della valle e intermediari dei signori milanesi, gli antichi privilegi. Con l’avvento degli Sforza le nostre comunità, nonostante la esistenza di residui legami, rapporti, dipendenze feudali, godettero di una maggiore autonomia economica e politica che determinò, grazie anche all’accorta politica di pace degli Sforza, un periodo di generale tranquillità e di relativo benessere… Accanto alla mezzadria s’affermò l’enfiteusi che permise anche ai malenchi di avere delle terre da coltivare mediante la corresponsione di un canone annuo in natura e che limitò gli antichi rapporti di servitù tra nobili e contadini. Si dissodarono terre comunali che vennero in possesso dei contadini, si formarono delle piccole proprietà agricole attorno alle quali si consolidarono gruppi di famiglie che tuttora ritroviamo: a Lanzada, per esempio, i Fornonzini, i Parolini, i Nani e i Nana; a Chiesa i Pedrotti, i Faldrini, i Lenatti e i Masa; a Campo i Basci e i Vanotti; a Caspoggio i Negrini e i Pegorari; a Melirolo i Foianini, i Cristini e i Scilironi; a Bondoledo i Mitta e i Cometti. Questi gruppi familiari introdussero accanto alle mandrie e ai greggi, peraltro già condotti in Valmalenco fin da tempi remoti, numerosi nuovi capi di bestiame che assicurarono ai malenchi un nutrimento più ricco e sostanzioso.” (Don Silvio Bradanini, op. cit.).
Il cinquecento si aprì con un mutamento importante per la storia della Valtellina: terminato il dominio dei Duchi di Milano (i Visconti e, dalla metà del quattrocento, gli Sforza), le Tre Leghe Grigie presero possesso della valle nel 1512, dopo 12 anni di odiatissima occupazione francese. Iniziò in quest'anno la loro dominazione di quasi tre secoli in terra di Valtellina. Non fu un inizio sotto buoni auspici: nel 1513 un’epidemia di peste si portò via 3000 valtellinesi; la cronaca del Merlo registra, inoltre, che dal 1 agosto 1513 al 10 marzo 1514 non piovve né nevicò, e che nel 1514, “nel mese di Genaro venne tanto freddo che s’aggiacciò il Malero, che si sarebbe potuto passar sopra con 25 carri caricati ed era agghiacciato sin in Adda. Durò esso freddo giorni 25, et per questo freddo morirono tutte le viti in modo che in quell’anno a pena gli fu vino che bastasse per il nostro bevere, et di quel puoco di vino che gli fu non se ne trovava niente, perché li Mercanti Todeschi, ch’erano soliti comprar il vino, andavano in Bressana, et nel monte di Brianza, dove n’avevano mercato disfatto.” L’eccezionale ondata di gelo annunciava, poi, l’inizio di quel periodo durato più o meno tre secoli e noto come PEG, Piccola Età Glaciale, con tre punti di minimo nelle temperature medie, nel 1540, nel 1620 (detto minimo di Fernau) e nel 1800-1820 (minimo di Napoleone).
I Magnifici Signori Reti, richiamandosi ad una contestata cessione di tutta la Valtellina al vescovo di Coira operata da Mastino Visconti nel 1404, proclamarono di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza". È lapidario anche il sentimento popolare, che, sperimentata la non sempre equa giustizia dei grigioni, coniò il motto, diffuso in Valmalenco ed anche in altre zone della Valtellina “Dio ne scampi dei saèti, dei trùn e del duerno dei Grisùn”. I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Dopo la registrazione del “communis Sondrij sine Malenco”, viene dato il dettaglio della “vallis Malenchi; vi vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1070 lire (per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 3355 lire, Berbenno di 774 lire, Montagna di 1512 lire); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 11191 pertiche e sono valutati 4661 lire; i campi occupano 66 pertiche e sono valutati 31 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 7234 lire (sempre per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 19660 lire, Berbenno di 6415 lire, Montagna di 13400 lire). L’estimo registra, però, che alcuni di questi beni sono contesi fra i comuni di Sondrio e di Malenco, e precisamente: case e dimore per un valore complessivo di 58 lire, prati e pascoli per un'estensione complessiva di 1439 pertiche, valutati 340 lire, ed infine campi per 66 pertiche, valutati 31 lire.
Anche se non se ne fa menzione negli estimi della Valle Malenco, una parte rilevante nell’economia delle sue comunità era costituita dallo sfruttamento degli alpeggi; non stupisce che questo fosse oggetto di controversie che resero necessari atti ufficiali di arbitrato.
Anticamente "montes" (pascoli di mezza montagna) e "alpes" (pascoli di alta montagna) erano goduti promiscuamente dagli abitanti della comunità di Sondrio e di Montagna, tanto che nel 1447 ci fu una prima divisione degli alpi fra la Valmalenco e Sondrio, che salvaguardava però i diritti di Montagna. Quasi un secolo dopo, ci furono due arbitramenti divisionali degli alpeggi della Valmalenco: nel 1542 si stabilì la definitiva separazione degli alpeggi fra Sondrio (con la Valmalenco) e Montagna; nel 1544 si procedette ad una ulteriore divisione dei pascoli di alta quota fra le quadre della comunità di Sondrio. Lanzada ottenne Campomoro e Gera (oggi, come si è detto, invasi da due laghi artificiali che alimentano alcune centrali idroelettriche), Cavaglia, Ponte, Valle Poschiavina e Gembré.
Nel corso del lungo periodo del govemo grigione, probabilmente intorno alla metà del 1600, la quadra di Lanzada suddivise gli alpeggi fra le sue contrade: S. Giovanni e Moizi gestivano insieme Ponte (oggi maggengo), Cavaglia e Valle Poschiavina; Ganda l'alpe Gera; Vetto e Tomadri, Campomoro e Gembré.


Bacino di Gera

Le assemblee dei capifamiglia fissavano la data di monticazione, regolavano le modalità del pascolo e stabilivano le opere di miglioria da effettuarsi mediante il lavoro comunitario (manutenzione dei sentieri, ristrutturazione e costruzione dei fabbricati, decespugliamento per aumentare la superficie pascolativa e letamazione)… Le comunanze da casa erano pascoli primaverili e autunnali siti nel fondovalle o in prossimità dei maggenghi. Era severamente vietato il pascolamento in estate (vigeva, infatti, l'obbligo della salita sugli alpeggi), asportarvi letame e raccogliere erba ("che nessuno ardisca fenegiare ne strepar erba"). Sono disposizioni che miravano a far sì che nessuno sfruttasse per sè i terreni comuni a danno della collettività.” (“Inventario…”, op. cit.)
Le regolamentazioni del cinquecento non posero, però, termine alle controversie, che proseguirono ed, anzi, si acuirono fino al secolo XIX.
Il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, nella famosa visita pastorale del 1589, così riferisce della località Torre: “A due miglia di distanza vi è il paese di Lanzada dove sorge la chiesa parrocchiale dedicata a San Giovanni sotto cui vi sono alcune contrade, che insieme con il centro, assommano a oltre centodieci famiglie tutte cattoliche, eccetto diciotto che obbediscono al predicante eretico del paese precedente: i cattolici hanno come proprio parroco, il sac. Nicola Sassella di Bormio.” Per avere un’idea comparativa, si tenga conto che a fronte delle 110 famiglie registrate a Lanzada, se ne contavano 20 a Torre, 100 a Chiesa e 60 a Caspoggio. Lanzada, dunque, con le sue 110 famiglie, corrispondenti a 550-650 anime, risultava essere la quadra più popolata della Valmalenco.


Laghetto delle Forbici

Il Guler von Weinceck, uomo d’armi e governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88, così descrive, nell’opera “Raetia” (pubblicata a Zurigo nel 1616) la Valmalenco e Lanzada: “Dietro a Sondrio si apre una grande con valle, che dal fiume Mallero, il quale sorge da una catena a nord, si dice Valmalenco; è una valle ben popolata da una razza bella e vigorosa, le cui principali risorse sono il bestiame e la segale, poiché non produce vino. Molti della valle si recano in paesi stranieri, e vivono facendo il barullo, od aprendo bottega. La valle costituisce un comune a parte, che per altro è in certo modo dipendente da Sondrio. I loro capi si chiamano anziani; nome che io ritengo derivi dai Francesi, (i quali un giorno furono signori di questo paese), e che in tedesco significa vecchi: infatti i meglio provveduti di senno, ed anche di anni, sono appunto i vecchi. Il primo villaggio che s’incontra, penetrando da Sondrio nella valle, è Arquino cui segue La Torre, poi Ciappanico, quindi un villaggio detto La Chiesa, perché vi sorge la chiesa madre della valle. Tutti questi villaggi stanno dalla parte sinistra del Mallero. In seguito la valle si apre a modo di forcella; una parte volge a destra, toccando il villaggio di Lanzada ed innalzandosi verso la catena che incombe sopra Poschiavo, dove si trova un lago ricco di pesci; mentre la parte sinistra per chi penetra nella vallata, si estende sino ad un alpe detta Bosco; donde nella stagione estiva, valicando un alto e pericoloso ghiacciaio, si arriva al Maloja e quindi nell’Engadina e nella Pregaglia… Fra Chiesa e Bosco, sul versante sinistro per chi entra in Valmalenco, vi è un ponte elastico di pietra, fatto di tegoloni lisci, sottili e lunghi. E tegole appunto vengono di lì esportate in tutta la Valtellina ed anche in luoghi più lontani, esse coprono i tetti molto bene ed elegantemente e vengono vendute a misura In Valmalenco esiste pure una pietra ollare, con cui si fabbricano lavaggi d’ogni genere, ossia pentole di pietra; si provvedono di questi non solo la Valtellina, ma anche altri paesi. In questa valle si coltivarono anche miniere di ferro, e vi si trovarono dei cristalli.” Il Guler, pochi anni dopo la pubblicazione dell’opera, nel 1620, ebbe modo di osservare questi luoghi con ben altri occhi rispetto a quelli del sereno viandante: comandata, infatti, il corpo di spedizione delle Tre Leghe Grigie che dal Muretto era riuscito a discendere la Valmalenco, eludendone le strutture difensive, per calare su Sondrio e riprendere la Valtellina caduta in mano agli insorti dopo il cosiddetto “Sacro Macello Valtellinese”. Ma di ciò diremo più avanti.

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Il famoso arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, che sarà, quattro anni più tardi, rapido dai soldati delle Tre Leghe Grigie e fatto morire sotto tortura a Thusis, scrisse, nel 1614, una relazione per il vescovo di Como Filippo Archinti, in occasione della sua visita pastorale. Vi si legge, a proposito della “Valle di Malenco": “In questa Valle sono quattro Vicecure, non essendo alcuna separata da Sondrio. S. Gio.Battista in Lanzada dove è V. Curato il m. R. D. Gioanni Cilichino, Dottor Theol. Ha in casa suo padre, e due sorelle et doppo che lui ivi serve si sono convertiti molti alla nostra santa fede. In queste due sole V. Cure, cioè de i Ss. Giacomo e Filippo, e di s. Gio.Battista, sono alcuni, ma pochi di fede contraria, a quali per l’uno e l’altro loco serve un ministro solo delle lor fede. In Lanzada è Gio.Carino chierico che studia nel Collegio elvetico in dozina…. Nella V. Cura di S. Gio.Battista s’è fabbricata una capella di s. Pietro, ma non sarà poco se manteneranno condecentemente quella chiesa di S. Gio.Battista.  … Son pagati questi V. Curati con collette che si fanno fuoco per fuoco. Il R. Interiortolo ha di moneta di Valtellina scudi novanta. Il R. Tuano ha scudi cento. Il R. Cilichino ha tra Lanzada e Caspoggio cento venti scudi”.
Dalla relazione del Rusca la chiesa di San Giovanni Battista risultava, dunque, essere vicecura di Sondrio; dieci anni dopo, però, se ne staccò, divenendo parrocchia autonoma, di nomina comunale. Da essa dipendevano le chiese della Beata Vergine Addolorata in frazione Ganda, della Beata Vergine Immacolata in frazione Moizi, e le cappelle dei Santi apostoli Pietro e Paolo in frazione Tornadri, di San Carlo in frazione Vetto, di patronato della famiglia Lavizzari, la cappella filiale, presso la chiesa parrocchiale, anticamente dedicata a Maria Santissima e a San Gregorio, poi chiamata cappella dei Morti e da ultimo della Madonna, sotto il titolo di Mater Christi. Il distacco era, come già detto, l’esito di un plurisecolare contrasto fra le comunità malenche e Sondrio: fino al trecento, infatti, risiedeva in valle un canonico di Sondrio, per la cura delle anime; successivamente, però, questa figura venne meno, per cui iniziarono i malumori delle comunità che rivendicavano il diritto di scegliere autonomamente il proprio curato. Nonostante l’opposizione di Sondrio, nel cinquecento di fatto risiedevano in valle due sacerdoti, uno che rimaneva a Chiesa, l’altro che assisteva, a turno, le rimanenti comunità di Lanzada, Caspoggio e Torre, finché nel 1624 si giunse all’autonomia delle quattro parrocchie. In quel medesimo 1624 Lanzada contava (secondo una stima che, però, mal si accorda con quella del Ninguarda di una generazione circa precedente) 500 abitanti, Chiesa 1083, Torre 800.
Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero, almeno nella sua prima metà. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. Il parroco di Lanzada era, in quel disgraziato periodo, don Giovanni Cilichini, che, con la sua opera di zelante apostolato, aveva ridotto di molto il numero degli “eretici”: per questo, nel 1608, era stato imprigionato e torturato dalle autorità grigione, ma ebbe salva la vita. Dieci anni dopo fu di nuovo in pericolo di vita, e di nuovo scampò.
Correva l’anno 1618, infatti, quando il già citato arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, venne rapito da una schiera di sessanta armati, guidati dal predicatore protestante di Valmalenco M. A. Alba da Casale Monferrato e scesi in Valmalenco proprio dal passo del Muretto, che lo sorpresero, nella notte fra il 24 ed il 25 luglio 1618, nella sua camera da letto. Il motivo del blitz era che il Rusca veniva considerato uno dei più fieri oppositori alla religione riformata in Valtellina. La sua figura, peraltro, si presta ad una diversa lettura: da una parte alcuni ricordano che, per la determinazione del suo impegno a difesa del Cattolicesimo, fu denominato “martello degli eretici”, dall’altra si ricorda, a riprova del suo atteggiamento di comprensione umana, l’affermazione “Odiate l’errore, amate gli erranti”. Una figura, comunque, scomoda. Gli venne, dunque, concesso solo di vestire il suo abito talare, poi fu legato, a testa in giù, sotto il ventre di un cavallo, ed il drappello si mosse sulla via del ritorno, seguendo l’itinerario che passa per Moncucco e Ponchiera. Proprio mentre passavano di qui, sul far del giorno, le cronache riportano un episodio curioso. La schiera di armati incrociò il parroco di Lanzada, che scendeva verso Sondrio travestito da “Magnàn” (calderaio), per timore di essere catturato dalle milizie dei Grigioni. Era stato, infatti, avvertito da un eretico del progetto dei protestanti di rapire anche lui (si narra che costui, combattuto fra il desiderio di salvare il prete, che stimava, e la promessa fatta ai correligionari di non dirgli nulla della congiura, si sia cavato d’impaccio con la coscienza recandosi da lui, picchiando con un bastone sopra la pietra del focolare e pronunciando queste parole: “Io dico a te, o pietra, che i Grigioni sono per condor via l’Arciprete di Sondrio e domani mattina, se non fuggirà in tempo, verranno a prendere anche il parroco di Lanzada”). Egli non difettava certo di prontezza di spirito e, alla domanda se avesse visto il parroco di Lanzada, la sua risposta fu pronta: “Sì, questa mattina ha già detto Messa”. Il Cilichini ebbe salva la vita, lasciando la Valtellina per il crinale orobico e rifugiandosi a Milano, dove si presentò al celebre Cardinal Federico Borromeo “con preghiere, con singulti e con lagrime… l’afflitta religione raccomandandogli e del suo favore appresso al governatore supplicandolo” (Carlo Botta, “Storia d’Italia…”, 1835). Sorte ben diversa ebbe il Rusca, costretto a proseguire il suo triste viaggio, passando da Torre e Chiesa, salendo a Chiareggio e scavalcando il Muretto. Di nuovo, ecco il Cantù: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
In quel medesimo 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti nella notte del 19 luglio, per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina. Ecco cose ne scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.” La caccia al protestante fece, infatti, registrare episodi tragici e portò all’assassinio di un numero di persone probabilmente superiore a 400. Di questi, 20 furono uccise in Valmalenco; a Lanzada gli “eretici”, assai ridotti di numero per l’efficace azione pastorale del già citato don Cilichini, riuscirono a darsi alla macchia, organizzandosi poi in una banda armata che si rese responsabile di furti di bestiame ed anche di azioni di vendetta in paese (furti di denaro ed un assassinio), prima di essere definitivamente espulsa. La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e, come sopra ricordato, dal passo del Muretto e quindi dalla Valmalenco, il successivo primo agosto. Le successive vicende belliche, che furono risparmiare alla valle, portarono al trattato di Monzon del 1626.


Passo Marinelli orientale

La pace sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato la Valtellina le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile, e non si fermò alle soglie della Valmalenco. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. In Valmalenco la popolazione passò, probabilmente, da circa 1800 abitanti ad 800. Nonostante fossero già stati istituiti gli archivi parrocchiali, non è però possibile ricavare da questi notizie più precise, perché buona parte dei morti veniva sepolta privatamente. Le cronache riportano, però, alcuni episodi che ci consentono di avere un’idea della cupezza di quegli anni. “Si è tramandato che a Vassalini era addetto alle sepolture, tra gli altri, il monatto Gregorio Della Streccia di Cantone. Non essendo malato, cercò di uscire dalla Valmalenco nella gelida notte del 10 gennaio 1630. All’alba dell’11 gennaio, all’altezza della chiesetta di S. Bartolomeo, fu intercettato dal locale posto di blocco e immediatamente ucciso. Il Trioli annota in data 24-25 settembre il documento processuale contro Antonio Nana di Lanzada per aver esso di notte rotto il Rastello di Sanità posto a Scandolaro e passato per forza.” (Don Silvio Bradanini, op. cit.). Fra le conseguenze della pestilenza, la diffusione del culto di San Rocco, protettore degli appestati.
Come se non bastasse, riesplose la guerra, con la campagna del duca di Rohan, fra il 1635 ed il 1637; solo il capitolato di Milano, del 1639, portò ad una pace definitiva, che riconsegnava la Valtellina ai Magnifici Signori Reti, proibendo, però, che vi venisse praticata altra religione rispetto a quella cattolica.
Un quadro sintetico di Lanzada nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: Lanzada è a banda dritta del fiume Lanterna et in quella parte della valle dove si va a Poschiavo con varie ascese, per larghe praderie, folti boschi, difese quinci et quindi da alte rupi (perché la valle di Malenco forma quasi un'ypsilon, dividendosi in due valli dove la Lanterna entra nel Mallero). È la parocchia più ricca di questa valle, perché ha molti prati, mediocre campo et buono. In oltre li habitanti tutti sono industriosi: alcuni essercitano mercantia nelle principali terre della valle, altri sin da piccioli si affannano al guadagno remingando non solo per Valtellina vendendo mercantia più vile, ma andando alle vicine terre de Venetiani, Trentini, Todeschi; altri fanno il parolaro et magnano. Li più rozzi attendono a coltivar li terreni. La chiesa parochiale è di S. Giovanni Battista. Li habitatori saranno puoco più di 600, quali habitano in cinque contrate tutte poste al piano, l'ultima delle quali Tornadri dove v'è una picciola chiesa di S. Pietro. Quivi pare che non si possi andar più oltre, essendo il luogo cinto d'ogni intorno de rupi altissime et del tutto scoscese.”

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La seconda metà del seicento ed il settecento videro una costante ripresa economica e demografica. Molto giovarono alle condizioni economiche di Lanzada e dell’intera Valmalenco l’incremento delle attività commerciali e l’emigrazione. “L’arciprete di Mazzo don Giovanni Tuana…, che fu prima vicecurato di Chiesa, descrivendo i centri abitati della valle, dirà che a Chiesa “si cavano le piode et torniscono li la vezzi”, mentre Torre dava pietre da far calce e Lanzada era la parrocchia più ricca con abitanti molto industriosi, dei quali alcuni “esercitavano… mercanzia nelle principali terre della Valle ed emigravano”… Il fenomeno dell’emigrazione… che inizia già prima del ‘600… si sviluppa dopo i tristi e calamitosi fatti dell’insurrezione valtellinese e della peste. L’emigrazione più numerosa fu verso il centro di Sondrio e dintorni… Molti altri emigrarono in vari centri della Valtellina che i lanzadesi già percorrevano in lungo e in largo a vendere “lavecc” e a stagnar pignatte…. L’emigrazione lanzadese si volge anche verso le grandi città. A Venezia è abbastanza comune il cognome “Nani”. A Roma vi emigrarono: Carlo Marca… e Andrea Picceni… Il problema emigratorio… si dilaterà maggiormente negli anni antecedenti e seguenti la prima guerra mondiale anche e soprattutto verso i paesi d’oltre oceano…”
Il quadro dell’economia del paese non può non evidenziare il mestiere più caratteristico dei lanzadesi, quello del “magnàn” o “ténc” (stagnino), che portò all’elaborazione, nei secoli, di un caratteristico gergo che rendeva possibile comunicare senza farsi capire da estranei, il “calmùn”. Ancora nel 1884 la Guida alla Valtellina della sezione valtellinese del CAI, nel presentare Lanzada, “piccolo borgo posto fra prati e campi nel fondo della valle”, si limita ad accennare al tratto che maggiormente lo caratterizza: “Buona parte degli abitanti di Lanzada si dedica all’arte del magnano; e con pochi strumenti riposti in una bolgia, specialmente durante l’inverno, percorre tutta la Lombardia di villaggio in villaggio”. Significative erano anche le attività esercitate nel quadro di un’economia in parte ancora legata all’autosufficienza familiare, come la confezione delle caratteristiche pedule. A riprova del miglioramento delle condizioni economiche si può ricordare, infine, che la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, di origini quattrocentesche, venne, come accadde a buona parte delle chiese di Valtellina, riedificata nella seconda metà del seicento, e precisamente fra il 1659 ed il 1666, per poi essere consacrata nel 1706.
Nel 1797 la prima campagna d’Italia di Napoleone portò alla fine della dominazione retica ed all’annessione della Valtellina alla Repubblica Cisalpina prima, ed al Regno d’Italia (1805) poi.
Molto severo sul periodo della dominazione francese in Valtellina è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), il quale sostiene che esso rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”. Le notazioni del Benetti si riferiscono in particolar modo alle comunità, come quelle malenche, la cui economia era largamente basata su uno sfruttamento degli alpeggi a base famigliare.
Durante tale periodo venne, comunque, costituito il comune di Malenco, che figurava fra i settanta comuni del III distretto di Sondrio, nel dipartimento del Lario. Nel regno d’Italia esso contava 3250 abitanti e fu inserito nel I cantone di Sondrio. Negli anni successivi si prospettò l’unificazione con il comune di Sondrio, sostenuta anche dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, con la motivazione che Malenco era stata “per l’addietro sempre unita a Sondrio”, sebbene se ne fosse “sul principio della rivoluzione” separata “per sottrarsi alla preponderanza dei signori di Sondrio”; egli era consapevole però che la riunione avrebbe eccitato “sicuramente il malumore dei rozzi, ma altezzosi abitanti della valle di Malenco”. Ma non se ne fece nulla. Anzi, caduto Napoleone, con il Congresso di Vienna, che sancì l’annessione della Valtellina al Regno Lombardo-Veneto, dominio della casa imperiale degli Asburgo d’Austria, l’antico comune di Malenco venne suddiviso negli attuali comuni. Si costituì, dunque, nel 1816, il comune di Lanzada, che fu inserito nel I distretto di Sondrio. Nel 1853 Lanzada, con la frazione Moizzi, era comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 828 abitanti sempre inse­rito nel distretto I di Sondrio.


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L’ottocento fu un secolo assai duro, segnato, soprattutto nella sua prima metà, da un peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei contadini. Ne “Inventario dei toponimi… di Chiesa in Valmalenco” (Società Storica Valtellinese, 1976), Annibale Masa e Giovanni De Simoni scrivono: “Alla dissestata economia valligiana s’aggiunsero nel XIX secolo nuovi guai: le forti contribuzioni militari francesi e austriache, la crisi di conversione tra un mercato retico complementare ed uno lombardo, per allora, concorrente, col tracollo della poca agricoltura (canapa, lino, orzo, segale, patate) e dell’artigianato domestico in parallelo col miglioramento delle comunicazioni e l’avvento dell’era industriale. Tali circostanze portarono rapidamente da livelli di vita modesti a miseri anche se si potrà avere sul finire del secolo qualche sollievo dall’emigrazione transoceanica e dal nascente turismo. Solo nel nostro secolo questo si rivelerà – insieme all’intensificato sfruttamento delle cave di serpentino e di ardesia e, per una breve fase favorevole, di quelle d’amianto – atto a risollevare dalla miseria e ad aprire le vie del benessere”.


Vallone di Scerscen

Dopo la II Guerra d’Indipendenza, cui parteciparono anche tre soldati di Lanzada (Parolini Giovanni Battista di Domenico, Parolini Simone di Andrea e Sertore Angelo di Pietro), venne l’Unità d’Italia, proclamata nel 1861; il comune di Lanzada contava allora 858 abitanti. Nella successiva III Guerra d’Indipendenza, del 1866, partecipò un numero significativo di abitanti di Lanzada, vale a dire Bagioli Celeste Fornonzini Carlo, Gianoli Giovanni, Nana Andrea, Parolini Andrea fu Andrea, Parolini Giovanni Battista di Pietro (che partecipò anche alla campagna del 1870 – presa di Roma), Polattini Andrea, Rossi Antonio di Antonio, Rossi Giovanni, Vetti Pietro fu Giovanni Maria eVenzi Ferdinando. Nei decenni successivi l’andamento demografico fece registrare una crescita costante: dai 959 abitanti del 1871 si passò ai 1067 del 1881, e poi ai 1135 del 1901 ed infine ai 1415 del 1911.
La seconda metà dell’ottocento, caratterizzata dall’acuirsi della crisi dell’economia contadina, di cui si è detto, vede, come conseguenza, due fenomeni che danno un po’ di respiro all’economia valligiana, l’emigrazione transoceanica e l’inizio dei traffici di contrabbando, che caratterizzeranno anche la prima metà del novecento. La redditività di questi traffici, non era proporzionata agli sforzi ed ai rischi connessi. Ma, in periodi di stenti diffusi, anche una modesta integrazione del reddito delle magre economie contadine era di vitale importanza. Una certa incoscienza e la vigoria fisica della giovane età erano componenti essenziali di quelle traversate, che erano, spesso, autentici tour de force. Si procedeva in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Si procedeva con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla, pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. Il percorso più battuto passava per il passo di Canciano (m. 2464), che si immette nella val Poschiavina; la sorveglianza dei finanzieri all’alpe di Gera veniva poi talvolta elusa mediante una traversata attraverso il ghiacciaio di Fellaria fino all’alpe omonima. Qualche volta, però, come riporta una testimonianza citata dal Fassin, si incappava nei militi, e si doveva lasciare il carico seminascosto nella neve, tornando precipitosamente al passo; il carico, se andava bene, veniva poi recuperato a distanza di tempo. Assai praticati era anche il vicino passo di Campagnera (m. 2632), con accesso diretto alla conca delle alpi Campagneda e Prabello, e, più a nord, il passo Confinale (m. 2628), con discesa all’alpe Gembré, quando si supponeva che questi alpeggi fossero “liberi”. I finanzieri erano chiamati popolarmente “panàu” (dal nome di un leggendario uccello rapace scomparso dalla valle) e sceglievano appostamenti strategici per soprendere i contrabbandieri, sassi o baite che da loro prendevano il nome. Nel comune di Lanzada ci sono almeno cinque “sas di panàu”, roccioni utilizzati per gli appostamenti, sulla mulattiera Dosso dei Vetti – alpe Campascio, sulla mulattiera di accesso alla Foppa sopra Campo Franscia, sul limite a monte dell’alpeggio di Campagneda, a monte della chiesa di S. Carlo a Vetto e sulla strada per la località Bruciata. A questi vanno aggiunti una “ca di panàu”, un rudimentale ricovero ricavato sotto una roccia sporgente nella piana della Val Confinale che precede il passo omonimo, e la “caserme di panàu” (o “ca di panàu”), la caserma della Guardia di Finanza costruita alla fine dell’Ottocento ed abitata fino agli anni Sessanta del secolo scorso, dalla quale partivano i servizi di pattuglia verso diverse zone di confine, in particolare i passi di Canciano, Ur e Confinale.
Assai interessante è, poi, il prospetto riassuntivo del sistema degli alpeggi in Valmalenco nell'ultimo quarto dell'Ottocento, che si trova ne “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890). Eccolo:


Ma, al di là delle difficoltà di un periodo tutto sommato grigio, il progresso migratorio non mancava di far sentire i suoi effetti anche a Chiesa. Nel 1904 la vita del paese fu segnata da una piccola rivoluzione: una centralina costruita sul torrente Mallero, in località Curlo, fornì per la prima volta l’energia elettrica a Chiesa ed a Lanzada. Se pensiamo a quanto sia difficile immaginare la nostra esistenza senza di essa, possiamo ben valutare la portata della rivoluzione. Poco più di una decina di anni dopo, tuttavia, l’inserimento del paese nella storia mondiale fu tragicamente toccato con mano da molte famiglie di Chiesa.
Pesante, infatti, fu il tributo del paese alla prima guerra mondiale, nella quale caddero “per piombo nemico” (come si legge sulla targa di bronzo posta ai piedi del monumento presso il tempietto – 1880 - del Parco della Rimembranza) Nani Luigi, Sertore Giacinto, Nani Ercole, Parolini Giuseppe, Bergomi Albino, Bergomi Natale, Giacomella Olimpio, Gianoli Vitale, Nana Rinaldo, Nana Ermanno, Nana Pasquale, Parolini Michele, Parolini Giovanni, Parolini Geremia. Morirono, invece, per malattia contratta in guerra Nani Ernesto, Nani Gaetano, Picceni Dionigi e Rossi Alessandro. Furono, infine, dichiarati dispersi Parolini Pietro, Masa Antonio, Sertore Agostino e Vetti Luigi.  Nel 1923 morì anche il soldato Nana Enrico. Nel periodo fra le due guerre la popolazione iniziò a diminuire: gli abitanti erano 1377 nel 1921, 1254 nel 1931 e 1250 nel 1936 (può essere interessante osservare che nella vicina Chiesa si ebbe un andamento opposto).
Ecco come Ercole Bassi, ne “La Valtellina – Guida illustrata”, (1928, V ed.), presenta il paese di Lanzada: “L'altro ramo della via, dopo Chiesa, seguendo il letto del Lanterna, volge a est e a circa km. 2 giunge alle diverse sparse frazioni che formano il comune di Lanzcída (m. 981 -ab. 1357 - P. T. - osterie - coop. di consumo - lavori in pietra oliare), nella cui parrocchiale trovasi una grande ancona dorata del 600, una tavola del 1533, col Crocefisso e vari santi (1), medaglie nel coro e nel presbiterio di P. Ligari, e pure nel coro bei stalli del 600. A nord di Lanzada si trovano cristalli di rocca. Sulla strada di Franscia vi sono due marmitte dei giganti si può ammirare una bella cascata del Lanterna. La strada diventa mulattiera alla frazione Tornadri, ove si arrampica sul lato destro della valle, e, passando per diverse cave di amianto e di pietra oliare, giunge ai casolari di Franscia (m. 1500 circa - posto di ristoro). Di lì piegando a sinistra, per le alpi Foppa, Campascio e Musella (alb. Alpe Musella aperto d'estate), e pel passo delle Forbici, costeggiando al basso la vedretta Caspoggio, si giunge alla capanna Marinelli (metri 2812), ove si possono visitare le bellissime ed estese vedrette di Scerscen a sera di Fellaria a mattina, e dalla quale si parte per ascendere le cime del Roségg (m. 3939), del Scerscen (m. 3966), di Cresta Aguzza (m. 3816), del Pizzo Zupò (m. 3998), del Palù (m. 3912), del Morteràtsch (metri 3750), del Cambrena (m. 3607), del Pizzo Sella (metri 3580), del Pizzo d'Argento e di altre, tutte formanti l'imponente gruppo del Bernina, la Cui vetta principale tocca i m. 4052, e che tutte offrono una vista senza confini. Al di là scendono i vasti ghiacciai o vedrette del Morteràtsch, del Roségg, di Pers, del Palù e d’altri, e per diversi passi si può giungere a Pontresina. La visita del gruppo Bernina è facilitata anche dal Rifugio Marco e Rosa (m. 3640) del C.A.I. sez. Valtellinese. Da Franscia volgendo verso levante per i pascoli di Campomoro e di Gera, risalendo il torrente Cormor, si arriva al passo Confinale (m. 2620). Passando per le alpi Campascio e Campagneda, per la val Poschiavina, si giunge al passo Canciano (m. 2553), da dove si discende in tre ore a Poschiavo. Nel 1880 in questo passo una guardia di finanza rinvenne un grosso denaro della famiglia Giulia, molto ben conservato.”


Frazione Ganda

Durante la seconda guerra mondiale caddero Bagioli Livio e Parolini Florindo, mentre furono dichiarati dispersi Gianoli Luigi, Bergomi Lodovico, Gianoli Arturo, Gianoli Santino, Marca Aldo, Nana Albino, Nana Carlo, Nana Simone, Parolini Olimpio e Rossi felice. Morirono, infine, per malattie contratte in guerra Giordani Giuseppe e Nana Ugo.
Nel secondo dopoguerra la curva demografica cresce fino agli anni sessanta, poi torna a scendere: gli abitanti erano 1536 nel 1951, 1784 nel 1961, 1729 nel 1971, 1657 nel 1981, 1520 nel 1991, 1400 nel 2001 ed infine 1448 nel 2006.
Sempre nel secondo dopoguerra sono stati costruiti i due grandi invasi idroelettrici di Val Lanterna. Il primo che si incontra, al termine della carrozzabile che sale da Campo Franscia a Campomoro, è l’invaso di Campomoro (dighe de cammòor), costruito dall’impresa Italstrade fra il 1955 ed il 1965, con una capacità di 10 milioni di metri cubi d’acqua, che vengono convogliati, tramite una galleria di 8 km, alla centrale di Lanzada, con un salto di 900 metri. La diga di Gera (dighe de la gère) è il secondo e più grande sbarramento idroelettrico che occupa la parte alta della valle di Campomoro. È stata costruita dall’impresa Italstrade fra il 1960 ed il 1965 (per conto della società idroelettrica Zizzola, prima, e dell’ENEL, poi) nella piana, di circa 2 km, che prima ospitava l’alpe di Gera (gère, m. 2024), ed è una delle più grandi d’Italia. La sua muratura, eretta con 1.800.000 metri cubi di calcestruzzo, ha un’altezza di 110 metri e si impone quindi prepotentemente allo sguardo di chi raggiunga la piana di Campomoro (a sua volta occupata da uno sbarramento più basso e meno capiente, la diga di Campomoro). La diga di Gera può contenere 65 milioni di metri cubi d’acqua ed è alimentata  dal torrente Còrmor (le cui acque scendono dalla vedretta di Fellaria orientale), dal torrente della Val Poschiavina e dal torrente Scerscen (le cui acque sono convogliate qui  mediante una galleria a pelo libero di circa 4 km).

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Forca di Fellaria

Uno sguardo, ora, al territorio, che ha un’estensione di 115,95 kmq. Esso comprende in buona sostanza l’intero angolo nord-orientale della Valmalenco, ovvero la Val Lanterna, che, a monte della conca che ospita Campo Franscia, si divide nel vallone di Scerscen, ad ovest, e nella Valle di Campomoro, ad est. Il confine settentrionale, con il territorio elvetico, è costituito dal maestoso circo delle cime più alte di Valmalenco, che propone, da ovest, il pizzo Glüschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564, ben visibili da Sondrio) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049, il punto più alto del territorio comunale e dell'intera Provincia, oltre che il più orientale fra i "quattromila" alpini), la Cresta Güzza (m. 3869), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Il confine occidentale, con il territorio di Chiesa Valmalenco, corre, invece, lungo la poderosa dorsale che scende verso sud-est dal pizzo delle Tre Mogge (m. 3441), passando per il pizzo malenco (m. 3438), la Sassa d’Entova (m. 3329), la cima quotata 3006 metri, il Sasso Nero (m. 2921), le cime quotate m. 2734 e 2534, il bocchel del Torno (m. 2203), il monte Loggione (m. 2361), il passo di Campolungo (m. 2110) ed il monte Motta (m. 2336). Il confine orientale, con la Valle di Poschiavo (Svizzera), passa, poi, per il crinale che dal pizo Varuna (m. 3453) scende, verso sud, toccando la quota 3080, il passo Confinale (m. 2628), i Sassi Bianchi (m. 2805), il pizzo Confinale (m. 2810), il Corno di Campascio (m. 2808), il passo d’Ur (m. 2519), il passo di Canciano (m. 2464) ed il pizzo canciano (m. 3103).
Il confine piega, poi, verso sud-ovest ed ovest e separa Lanzada da Chiuro, Montagna e Caspoggio, passando dalla cima di Val Fontana (m. 3228), dal pizzo Scalino (m. 3323), dal passo degli Ometti (m. 2758), dal monte Acquanera (m. 2806), dal monte Cavaglia (m. 2728) e dal pizzo palino (m. 2686). Oltre alle maestose cime ed agli imponenti ghiacciai (di Scerscen, ai piedi della triade Roseg-Scerscen-Bernina, e di Fellaria occidentale ed orientale), anche i pittoreschi alpeggi, in gran parte ancora caricati, costituiscono un elemento fondamentale dello straordinario paesaggio nel territorio di Lanzada. Da ovest, per menzionare solo i più importanti, l’alpe Campascio (m. 1844), l’alpe Musella (m. 2021), l’alpe Fellaria (m. 2401, in posizione eccezionalmente elevata), l’alpe Gembrè (m. 2190), l’alpe Poschiavina (m. 2230), l’alpe Campagneda (m. 2145), l’alpe Prabello (m. 2287), l’alpe Largone superiore (m. 2064), l’alpe Acquanera (m. 2116) e l’alpe Cavaglia (m. 2056).
Per raggiungere Lanzada dobbiamo imboccare, da Sondrio, la strada provinciale n. 15 della Valmalenco, portandoci dal lato sinistro a quello destro della valle (per chi sale) appena prima di Torre;  rimaniamo, quindi, sul lato destro e, salendo, lasciamo sulla sinistra Chiesa Valmalenco (sgésa, a 15,5 km da Sondrio); prendiamo, poi, a destra ad una rotonda ed attraversiamo Lanzada (il comune nel cui territorio rientra la val Poschavina, così come buona parte della Val Lanterna). Oltre Lanzada, la strada prosegue per Campo Franscia, a 8 km da Lanzada, che raggiungiamo dopo aver attraversato le impressionanti gallerie scavate nei roccioni strapiombanti della Val Lanterna. Da Campo Franscia (localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”), proseguiamo per altri 6 km, concludendo la salita in automobile in valle di Campomoro, dove si trovano i due grandi sbarramenti delle dighe di Campomoro e Gera (dighe de cammòor e dighe de la gère).


Testata della Valmalenco

Una presentazione di Lanzada non può prescindere dalle sue frazioni, ricche di storia e suggestioni. Appena prima del centro, sulla sinistra, salendo in Val Lanterna, troviamo Mòizi (mòiz), antico nucleo a ridosso di un ripido pendio terrazzato, nel quale è ben visibile la chiesetta della Beata Vergine Immacolata, edificata nel 1710. Dopo il centro, sulla destra, incontriamo, poi, la Ganda (gànda), unico nucleo sulla sinistra idrografica della Val Lanterna, raccolto intorno alla chiesetta della Madonna Addolorata, edificata nel 1750. Segue la contrada di Vetto (vét), già attestata nel trecento, un tempo divisa in Vetto maggiore e Vetto inferiore; vi si trova la chiesetta dedicata a S. Carlo Borromeo, costruita dopo l'epidemia di peste del 1629-36 e restaurata fra il 1970 ed il 1980. Infine, sempre a valle della strada, sulla destra, ecoc la contrada di Tornadri (turnàdri), la più orientale, con la chiesetta di San Pietro, edificata nei primi decenni del seicento.

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Le possibilità di passeggiate ed escursioni offerte dal territorio di Lanzada sono, ovviamente, moltissime. È interessante chiudere la presentazione di Lanzada riportando le indicazioni alpinistiche ed escursionistiche offerte dalla Guida alla Valtellina della sezione Valtellinese del CAI, edita nel 1884:
All'Alpe Acquanera e al Pizzo Scalino (3329 m.). — Salendo il monte a sud-est da Caspoggio in venti minuti si giunge al Buco dell'Ora, una larga fenditura nella roccia, da cui esce una corrente d'aria (ora) fredda, costante, che rivela quanto lungi salga il vano. Continuando si ascende all’alpe Zecca, e poi all'Alpe Acquanera per una via ricca di pittoresche vedute. Da quest'alpe non suole esser difficile l'ascensione al Pizzo Scalino (3329 m.). Salendo il monte a sud-est fino al Passo dell'Ometto, che prospetta sulla Valle di Togno, si può poi girare a settentrione il Pizzo Scalino, raggiungere il ghiacciaio, e per esso e la cresta a sud-est guadagnare la vetta estrema.
La Valle della Lanterna e la Capanna Marinelli (3000 m.). — Da Lanzada (1050 m.) raggiunto in breve le falde del monte a oriente si sole la rapidissima pendice lino al maggengo di Franscia (1000 in.) lungo un sentiero che si sviluppa in infiniti e rapidi risvolti. E un luogo singolare questo di Franscia e lascia nel visitatore la più viva impressione. Un'ampia distesa di prati di un bel verde alpino formano il fondo ameno di un quadro di severa grandezza. A settentrione si elevano scoscese nere rupi, le quali si aprono in un profondo spaccato per lasciar libero il varco alla Lanterna, che con corso rapido e tormentato porta al Mallero l'onda raccolta dal ghiacciaio di Scerscen. A mezzodì chiudono l'insenatura altre rupi in buona parte infrante per l'estrazione dell'amianto. Una di queste venne traforata da parte a parte con un'ampia galleria. Al di là di esse il monte scendo a precipizio nella Val Brutta, orrida valle che ha avuto nome appropriato. Sul versante di Val Brutta, oltre a nuove cave d'amianto, ve ne hanno due di pietra ollare: una antica, abbandonata, l'altra attiva e che può visitarsi da quelli a cui non ripugna lo scendere in profonda e umida caverna.
Da Franscia si può salire a Campo Lungo, ricca alpe, e di là per un colle facile scendere al lago Palù e quindi alla Chiesa. Continuando invece, dopo superato l'alto gradino di rupi, a salire per il versante occidentale la Valle della Lanterna si giunge all’alpe Campaccio. Di là proseguendo verso nord sempre lungo la valle della Lanterna si sale all'alpe Scerscen e alla stupenda morena frontale del ghiacciaio omonimo. Se invece si volge a nord-est il sentiero guida all'Alpe Musella (2100 m.) ricca di capanne e di pascoli. Da quest'alpe per la Bocchetta delle Forbici (2700 m.), al nord del Sasso Moro, e poi per le rocce che s'alzano a settentrione, e un tratto di vedretta si arriva in tre ore alla Capanna Marinelli (3000 m.), costruita su di uno sperone di roccia che dalla Cresta Aguzza si spinge a mezzodì nel ghiacciaio di Scerscen. Da Chiesa alla Capanna richieggonsi circa otto ore di salita.
La capanna venne costrutta nel 1883 per iniziativa del compianto Damiano Marinelli, ed è il più alto rifugio nelle Alpi Retiche. Per essa venne adottato lo stesso tipo della capanna di Corna Rossa; è in solida muratura, ha due camere, una con le pareti foderate di legno, e un soffitta. Ha una cucina economica, vari utensili, alcune coperte per la notte, ecc. Insomma è fra migliori rifugi alpini, e può dar comodo ricovero a ben quattordici persone, comprese le guide. Costò L. 2628; di cui L. 1220 furono a carico della Sezione di Sondrio, L. 400 si ebbero dalla Sezione centrale, L. 563 furono raccolte dal sig. Marinelli, le rimanenti L. 435 vennero offerte da altre Sezioni di C. A. I. e da diversi soci.


Testata della Valmalenco

Dopo che il povero Marinelli trovò, mentre tentava la salita al Monte Rosa, fine immatura e crudele, la Sezione di Sondrio deliberò di dedicare a lui la capanna da lui ideata. E il 10 luglio 1882 vi faceva porre una lapida in marmo colla seguente inscrizione: A – Damiano Marinelli — che il XIII agosto MDCCCLXXXI — periva sul Monte Rosa — travolto da una valanga — questo Rifugio — del quale fu zelante promotore — La sessione valtellinese — del Club alpino — consacra - MDCCCLXXXII.
La spesa per la collocazione della lapida venne sostenuta da alcuni amici del Marinelli. L' epigrafe, nella quale è incorso un lieve errore, giacchè il povero Marinelli mori l'8 agosto e non il 3, fu dettata dal senatore Torelli.
Anche per coloro che non si sentono di avventurarsi più oltre nelle regioni di ghiacciai e di cime sorprendenti che attorniano il Bernina, una visita al Rifugio Marinelli non é fatica gettata. Il Rifugio è collocato in tal posto da cui si gode vista estesissima o meravigliosa; e la via che vi conduce, punto difficile, cosi variata com'è, offre le più care impressioni. E poi non è senza fascino il passare una notte a tre mila metri sopra il mare, nella quieta regione delle nevi perenni. Non deve quindi sorprendere se la capanna è stata visitata più volte anche da gentili signore e signorine.
Il Passo di Scerscen (circa 3000). -- Discesi dai Rifugio Marinelli sul ghiacciaio di Scerscen, un vero gran lago di neve quasi senza crepacci, si traversa nella direzione di nord-ovest, finché passati sul ghiacciaio di Fetz si discendo all'alpe dello stesso nome e a Sils in Engadina. I ghiacciai di Scerscen e di Fetz, entrambi a moderata pendenza, non presentano difficoltà gravi. Il passo si può anche facilmente guadagnare dall’alpe Scerscen. È possibile passare per la ripida Forcola del Capüscin (3254 m.), scoperta nel 1861 dalle guide Jenny e Flury, dal lembo superiore del ghiacciaio di Fetz a quello del Roseg, e scendere quindi al rifugio alpino di Murtels (2400 m.) e a Pontresina; ma l'impresa non è agevole. Il Rifugio di Murtels venne costrutto nel 1878, e trovasi sulla sponda sinistra del ghiacciaio di Roseg ai piedi di una rupe.
I passi verso Pontresina. — Dall’estremità settentrionale del ghiacciaio di Serscen si può, con molta facilità, raggiungere il Passo Sella (3350 m.) tra il Roseg, e il pizzo Sella. Neppur la discesa del lungo e grandioso ghiacciaio di Roseg verso il Rifugio di Murtels e Pontresina è difficile, ma, per traversare i numerosi crepacci onde è solcata, richiedonsi guide esperte.
Dalla capanna di Scersern, passando al ghiacciaio di Fallaria e risalendolo verso nord, si può senza molte difficoltà giungere al passo di Bellavista, vera terrazza di neve tra il Piz Bellavista e il Piz Palù. La discesa al ghiacciaio di Morteratsch, che di lassù si può ammirare in tutta la sua bellezza, si fa da prima lungo uno sperone a dolce pendio che separa quel ghiacciaio dal suo tributario di Pers, e poi per le non facili pareti di roccia che costituiscono l’ Asilo dei Camosci (Festung der Gemsen). Alle falde del Piz Morteratsch trovasi la Capanna del Boval (2450 m.), testè rifatta a nuovo, alla quale si scende in due ore dal colle di Bellavista. Dal Boval un facile sentiero conduce al Restaurant del Morteratsch, donde una via carrozzabile guida alla grande strada del Bernina.
Risalendo a nord-est il ghiacciaio di Fellaria, che irrompe in basso in séracs di stupendo effetto, si giunge a un vasto piano di neve racchiuso tra le vette del Zupò, del Bellavista, del Palù e del Verona. Proseguendo si discende nel ghiacciaio del Palù ricco anch’esso di séracs, e quindi, costeggiando i fianchi del Monte Carral, alla Baita di Sassal Mason (2400 m.) e al laghetto della Scala, vicino ai colle del Bernina. È questo il Passo di Gambré, della carta dello S. M. A.; ma l’Alpe Gambré, da cui i compilatori di quella carta trassero il nome, trovasi lontana, sotto altri passi.
Portandosi dalla Capanna Marinelli a Pontresina per il Passo Sella e ritornando in Valle Malenco per il Passo di Gambré si ha modo di ammirare tutte le meravigliose vette del Bernina coi loro enormi ghiacciai.
Si può inoltre transitare dalla Capanna Marinelli a Pontresina per il Colle di Cresta Aguzza (3637 m.), del quale diremo più sotto descrivendo l’ascensione al Bernina; e forse anche per la sella sotto descrivendo l'ascensione al Bernina; o forse anche per la Sella Güsfeld (3310 m.) tra il Piz Roseg e il Monte Rosso di Scerscen. Questa sella da cui il Güsfeld, che le diede il nome, salì il Bernina, venne raggiunta anche dal versante italiano dal Marinelli.
Salita al Tramoggia (3452,m.). — Si compio senza difficoltà dal Passo di Scerscen, per le frane calcaree che soprastanno al ghiacciaio e la cresta orientale che lega la cima ghiacciata al vicino Pizzo d'Anima coperto esso pure di neve.
Ascensione al Piz Roseg (3913 m.). — Vanne compiuta la prima volta per il versante italiano da Damiano Marinelli il 14 luglio 1881 collo guide Hans Grass e Battista Pedranzini. Partirono dall'Alpe Musella, e per il ghiacciaio di Scerscen si portarono ai piedi dell'altero monte. “Attaccammo la montagna, scrive il Marinelli (Boll. C. A.I., N. 47, pag. 408), nella parte mediana per un grande nevaio largo alla base, stretto ed interrotto nel centro, ripido e pericoloso verso la sommità del colle fra la piccola punta e quella principale del Roseg. Per il ripido nevato e per le rocce arrivammo in breve a metà strada, ove abbandonammo il nevato per evitare le possibili valanghe. Le roccia erano ripidissime ma buone, ma verso la sommità, aumentandosi la ripidità, riprendemmo il nevato che ci condusse sul colle anzidetto, donde per una parete ripidissima di ghiaccio duro, e mediante numerosi gradini fatti in esso raggiungemmo la punta del Roseg, punta coperta di neve e stretta in modo che solo tre persone, due sedute ed una in piedi, vi possono stare. Avevamo impiegata ore 5 e 55 aditati, comprese le soste, dalla capanna alla sommità.” Avendo voluto compiere la discesa per il versatile Svizzero il Marinelli dovè portarsi, passando su di un'esile cornice di neve, alla punta occidentale, circa 13 metri più bassa, dalla quale potè scendere rapidamente al passo Sella e al ghiacciaio di Roseg. Il Roseg venne salito poi dal lato italiano, con guide di Val Malenco, da Francesco Sassi de Lavizzari, dal dott. Buzzi e da altri. La signora Burnaby salì alla vetta occidentale l'11 gennaio di quest’anno partendo da Pontresina.
Ascensione al Piz Bernina (4052 — Partendo dalla Capanna Marinelli si attraversa diagonalmenteil ghiacciato di Scersen nella direzione della Cresta Aguzza, e , dopo un'ora e mezzo di cammino, si arriva ai piedi di un canale il quale mette al colle che trae il nome di quella cima. Se si vogliono evitare le difficoltà che nel più dei casi si presentano al passaggio della larghissima bergschrund, anziché salire, piegando a destra, l’erta china dineve convien tenersi più a sinistraverso il Roseg. Coll'aiuto di una cinquantina di gradini si possono raggiungevo le aggettanti rocce che fiancheggianoil canalee per esse salire al colle sopradetto della Cresta Aguzza (3637). Questa fu la via tenuta il 23 luglio 1881 dall'avv. R. Aurelli (Rivista Alpina, N. G.). Giunti sul colle, volgendo a ponente, fino a raggiungere le falde del cono del Bernina, se ne può compiere la salita per il ghiacciaio da prima, poi per la cresta rocciosa, infine lungo un’erta ed esilissima cresta di ghiaccio. Dalla capanna alla cima occorrono cieca sette ore di faticoso cammino. Il panorama del Bernina non ha davvero confini, e a chi potè essere lassù in una giornata serena destò nell’animo meraviglia e ammirazione infinita…
Ritornati al Colle di Cresta Aguzza, chi vuol discendere per il ghiacciaio del Morteratsch deve girare in alto l'ampia conca lino al terrazzi nevosi di Bellavista, e scendere di là per la Festung der Gemsen al Rifugio di Boval. Per verità salendo dal Boval si tiene da alcuni anni la via più breve, che, sormontando una stupenda cascata del ghiacciaio, mena direttamente alla Cresta Aguzza. Ma questa, assai ardua anche nella salita, non si può, a cagione delle frequenti valanghe, praticare che nelle prime ore del mattino quando la neve è ghiacciata e la caduta delle valanghe ha sosta.
Ascensioni al Pizzo Palù (3912 — Damiano Marinelli, il simpatico illustratore della Valle Malenco, ascese questa vetta stupenda il 20 agosto 1880, per il versante italiano, partendo dal Passo di Gambrè, e scalando lo sperone che scende della punta più bassa del Piz Palù (3880 m.) per indi passare attraverso la cresta, lunga e orrendamente dirupata da ambi i lati, alla punta più elevata. Anzichè ritornare per la via ond'era salito, egli discese al Colle di Bellavista, e di là al rifugio di Boval...
Il Piz Zupò (3999 m.) e le altre cinte del Gruppo del Bernina. — Non abbiamo notizie di ascensioni fatte al Piz Zupò, rivale del Bernina, dal nostro versante. Ma poiché chi lo ascende da Pontresina deve portarsi al Colle di Bellavista; e poiché a questo colle si può giungere più rapidamiente dal Rifugio Marinelli che da quello di Boval, così è palese che tale ascensione è tra le imprese che si possono tentare con sicurezza di riuscita dal Rifugio Marinelli predetto. Si­milmente per le salite alle vette di Cresta Aguzza (3872 m.) e di Bellarista (3921), al Piz Cambrena (3607 m.), al Piz Verona (3400 m.), ecc., tutte già compiute da alpinisti partiti da Puntresina con guide engadinesi.
La Valle di Campo Moro e i Passi verso Poschiavo. — Se da Franscia… in luogo di salire a sinistra la valle della Lanterna, varcato questo torrente, si prosegue verso mattina oltre  alpe Caral, si entra nella Valle di Campo Moro. Anche qui le rupi serbano il color cupo e l’aspetto grandioso caratteristico di tutte quelle di Val Malenco. All' alpe Caral si apre a destra l'erta Valle di Campagneda che conduce al gran ghiacciaio del Pizzo Scalino. All'alpe Foppa più in alto, situata su terreno torboso, vi ha una sorgente di acqua ferrugginosa. Poco oltre l'alpe Campo Moro che dà il nome alla Valle, si stacca a destra un sentiero, che, varcato il torrente Cormor, sale ripidamente attraverso un enorme gandone la Valle Poschiavina ricca di pascoli. Da questo punto si ha una vista stupenda sulle cascate del ghiacciaio di Fellaria irto di séracs. Un buon sentiero conduce fino al sommo della valle, da cui si scende in quella di Canciano, e quindi, piegando a sinistra giunti che si sia ai primi maggenghi, a Poschiavo. Questo è il Passo di Canciano (2550 m.), il più facile fra quanti ne offre la Valle Malenco, e il più breve tra quelli che uniscono Chiesa a Poschiavo. La salita dalla Chiesa al Passo richiede circa sei ore di tempo; la discesa per la erta china di Poschiavo (1011 m.) si fa rapidamente in tre ore. Questa è tale escursione che può compiersi anche senza guida. La bocchetta, assai vicina al termine del ghiacciaio del Pizzo Fontana, è facilmente riconoscibile a chi sale dall’alpe Poschiavina giungendo fino ad essa, sempre fra pascoli, un sentiero sufficientemente battuto. Non così dal lato di Val Canciano. Ad ogni modo la cresta dei menti qui è per un gran tratto facilmente praticabile, da entrambi i versanti, e quindi non vi ha pericolo di tropo gravi perdite di tempo.
Proseguendo invece lungo la sponda destra del Cormor si perviene all’alpe Gera i cuipascoli, ricchi un tempo, vanno restringendosi e impoverendosi sempre più a cagione dell'abbassarsi dei ghiacciai. Più in alto a destra sta l’alpe Gambrè per cui si sale al Passo Rovano, più alto e più malagevole di quello di Canciano, che mette, per la Val d’Orso, parimenti a Poschiavo; a sinistra sta l’alpe Fellaria, ove prima della costruzione della Capanna Marinelli… cercavano rifugio durante la notte i visitatori del gran ghiacciaio che da essa prende nome, e dei numerosi valichi a cui guida. A quelli già ricordati… vuolsi aggiungere il Passo Verona punto difficile che mette a Cavalia, e quindi a Poschiavo o all’Ospizio del Bernina, e trovasi al nord del bellissimo Pizzo dello stesso nome...
Parmi si possa adottare il nome di Serpentinoscisto; perché ogni altro accennante ai minerali componenti darebbe meno precisa idea della roccia ne' suoi nessi geologici. Così il Taramelli. In paese detta ardesia porta il nome volgare di piode. Il professor Theobald se la spiccia chiamandolo schisto verde di Malenco. Di questo schisto risulta tutta la costa che sovrasta a Caspoggio infino ad Acquanera, come pure l'erboso piano di Carnpagneda e la sua costa dirupata e selvosa a mezzodì...
L'alpinista che arriva a Chiesa e vuol procedere oltre, deve risolversi a prendere, o la via del Mallero verso il Muretto per discendere di lassù in valle Pregallia od in Engadina a suo piacimento, ovvero la via che si distacca dall'anzidetta vicino a Lanzada, attraversa questo villaggio, e lungo la Lanterna salendo, dirige il viaggiatore o verso Pontresina per disastrosissimi burroni e ghiacciai, o verso Poschiavo per più comodi sentieri.
Chi preferisce quest'ultima passeggiata avrà occasione di penetrare lungo la strada in qualcuna delle artificiali caverne ancora in atto di formazione e ingrandimento, dove stanno gli scavatori di massi di pietra oliare. S'affacci ad una di quelle buche, sentirà il colpo misurato e fioco di un martello; gli parrà di vedere un chiarore nel fondo: s'avanzi pure senza timore, qualora per altro gli servano bene i muscoli per non vacillare o sdrucciolare col piede sui gradini antidiluviani di certe scale o in vivo o in legno. S'avanzi ed avrà presto in vista una scena inaspettata ed interessante.


Vedretta di Fellaria orientale

Femmine e giovanetti coll'abito a brandelli, ed uomini armati di martello e di fiaccola, cioè di una scheggia resinosa ardente, lavorano attorno al loro frammento di roccia massiccio, che tagliano tutto all'ingiro in forma cilindrica tendente al cono. Sotto questa forma lo distaccano e lo portono fuori per sottoporlo al tornio e cavarne altrettanti lavezzi di grandezza graduata, cioè uno naturalmente più piccolo dal nucleo che si estrae dall'altro immediatamente più grande.
Procedendo per detta via monterà il viaggiatore di alpe in alpe, cioè di pascoli in pascoli alpini, a Franscia, Foppa e Campagneda, ultima stazione di ospitali pastori italiani, situata in una bella ed erbosa distesa al nord-ovest del Pizzo Scalino. Oltre Campagneda si calpesta un lembo di ghiacciaio dello stesso nome, dai quale estremo lembo si vedono sgocciolare i primi rigagnoli che si raccolgono poi a formare la Lanterna: indi fatti pochi passi si arriva su quel di Poschiavo.
Chi prende invece la via del Muretto lungo il torrente Mallero, dopo aver oltrepassato il giacimento delle ardesie, cammina per lo più sopra micascisti e gneis, i quali ultimi dominano pressochè soli da Chiareggio, ultimo povero villaggio abitato, fino alla cima. Di gneis risultano pure l'Alpe dell'Oro sopra Chiareggio, il Monte dell'Oro o Muretto ov'è il passo che mette in Isvizzera.
I Tourists, che sdegnano calcare le vie percorse ordinariamente dagli altri viaggiatori, e quelle preferiscono, per le quali richiedesi maggior ardimento ed attitudine a sopportare le fatiche ma che danno anche soddisfazioni più grandi, se vogliono aver un'idea di ciò che è la natura nelle sue più grandiose manifestazioni di ghiacciate solitudini, abbandonino le due vie terminanti Valmalenco sopra descritte e prendano di fronte la montagna sopra Lanzada a sinistra; si portino a riposare nel ricovero posto in riva al fantastico, quanto selvaggio lago di Palù; indi diano la scalata a picco. al Sassonero, e dopo cinque o sei ore di ginnastica di piedi, mani e petto, arriveranno in faccia all'immenso ghiacciaio di Scersen, possesso comune e incontrastato di due nazioni amiche.
Si troveranno secondo i punti toccati, a 3000, 3400, 3800 metri sul livello del mare, e fin oltre 4000 se raggiungeranno il picco della Bernina. Chi scrive questi cenni è arrivato al ghiacciaio di Scersen arrampicandosi sopra un'immensa formazione di talcoscisti a grandi rovine, nelle parti più basse dei quali travasi qualche banco calcare utilizzabile per pietra da calce, e nelle parti più atte qualche costa di bellissima orniblenda. Quei talcoscisti sono tempestati da una miriade di noccioletti, e filoncini di ferro d'aspetto metallico lucente compatto, ed a ogni tratto d'infinite e minute lamellette di lucentissimo mica e di talco. Quei noccioletti e filoncini sono di ferro magnetico e s'insinuano, s'incastrano nella matrice talcosa in modi e forme curiosissimi e interessanti assai pel mineralogista.
Il Theobenld chiama schisto verde di Malenco anche la roccia di Sasso Nero; ma è un evidentissimo talcoscisto da non confondersi colle ardesie, a cui egli dà il medesimo nome di schisto verde di Malenco.
La valle Malenco non venne abbastanza esplorata in fatto di ricchezze minerali e metalliche. Tralasciando di ripetere la tradizione, che vuole esista dell'oro sul monte e sull'alpe che appunto si dicono dell'Oro, e altra che asserisce esservi tracce di ferro oligisto speculare nei dominii del Sasso Nero, faremo osservare che magnifici esemplari di pirite marziale si trovano frequentemente uniti alla pietra ollare; e che al principio del ghiacciaio del monte. della Disgrazia nella direzione di Primolo esistono in quelle roccie serpentinose due miniere, una di ferro e l'altra di rame.
Prima di lasciare Valmalenco d'uopo è ricordare all'alpinista, che, s'egli avrà pazienza di frugarla in tutte le sue parti troverà, oltre i bellissimi e voluminosi cristalli di pirite marziale nelle pietre ollari, anche sceltissime steatiti, che vengono ridotte in polvere e smerciate.
In parecchi luoghi e particolarmente in Valbrutta troverà importantissime cave di amianto ed asbesto, nelle quali una quantità di operai a forza di mine e picconi scavano ogni anno molte tonnellate di questi minerali, che vengono spedite a Genova e indi a Londra e Glasgow, perché vi siano convertite in tela, carta e cordami da bastimento, utilissimi per la loro incombustibilita.
Bellissimi sono altresì i cristalli di rocca che s'incontrano in varie parti delle montagne di Malenco segnatamente in certi luoghi di Valbrutta, bellissima però pel naturalista, che vi cerca e trova minerali utilissimi e rari.

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

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