Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiuro-San Bartolomeo-Castionetto-Torre di Castionetto-S. Antonio
2 h e 20 min.
920
E

Segni del bene e segni del male, segni della loro perenne lotta: l’universo immaginario delle leggende ne è pieno. I massi, in special modo quelli erratici, che sembrano precipitati, in una remota epoca di sconvolgimenti e lotte titaniche, nei luoghi più impensati, sono la sede elettiva di questi segni.
In Val Fontana se ne trova uno dei più famosi, il masso del diavolo, o di S. Antonio, perché reca le impronte del maligno, che lo voleva scaraventare verso valle, su Chiuro, e di S. Antonio, che lo fermò con la sua mano potente e provvidente. Salendo a visitarlo, in una lunga ma bella passeggiata che passa per Castionetto di Chiuro, possiamo incontrare, prima della meta finale, numerosi altri segni della lotta fra bene e male.
Punto di partenza, Chiuro, o meglio, la sua periferia orientale. Staccandoci dalla ss. 38 al primo svincolo sulla sinistra dopo quello di S. Carlo (per chi proceda in direzione di Tirano), raggiungiamo l’imbocco della strada che sale verso Castionetto di Chiuro. Possiamo procede con l’automobile, oppure, se abbiamo qualche ora a disposizione, optare per una bella camminata che, nel periodo primaverile o autunnale, riserverà scorci e suggestioni che ripagheranno ampiamente la fatica affrontata.
Prima di affrontare la salita, però, concediamoci un breve fuoriprogramma ed imbocchiamo la via delle Coldane, che si stacca dalla strada principale sulla destra e procede verso est. Dopo un breve tratto, giungeremo all’incontro con via Fracia, che se ne stacca sulla sinistra, e sull’angolo dell’incrocio scorgeremo una cappelletta. Guardiamo, ora, verso destra, ai prati che, a quota 372 circa, delimitano a sud-ovest la strada. A poca distanza dalla cappelletta, sul limite del prato, si trova il luogo sotto il quale è sepolto il rudere dell’antica chiesetta di Santa Marta. E’ questa, infatti, una zona investita più volte dalle rovinose alluvioni del torrente di Val Fontana: racconta chi si è trovato a lavorare questi prati che una volta è capitato che il terreno si è quasi aperto sotto i piedi di un malcapitato contadino, che si è ritrovato in una buca, per fortuna illeso.
La chiesetta di Santa Marta, di cui ormai non vi è più traccia, risale almeno al XV secolo, ma cominciò ad essere minacciata dal nuovo corso del torrente Fontana dopo l’alluvione del 1834, per cui dovette essere abbandonata. Ciò che restava della chiesetta crollò definitivamente il 26 gennaio 1913. Graziella Zoia, nel numero del maggio 1950 della rivista Esperia (citato da Armida Bombardieri in un numero nel giornalino di Chiuro) racconta una curiosa leggenda legata alla terribile alluvione che colpì nel 1834 la zona di Santa Marta, proprio il Sabato Santo, vigilia di Pasqua. L’alluvione seppellì numerose abitazioni e, con esse, intere famiglie di poveri contadini.
Diversi anni dopo un contadino, scavando il terreno per scoprire una vena di acqua sorgiva, fece una scoperta che lo sconvolse tanto da incanutirgli, di colpo, i capelli, che, da neri che erano, si fecero bianchi. Scavando, infatti, aveva trovato un vetro che, rimossa la terra intorno, si era rivelato una finestra. La finestra di un’abitazione sepolta, che permetteva di scorgere il suo interno: si trattava di una cucina, con il focolare nel mezzo. Avvicinandosi al vetro, poté scorgere, e fu questo che lo sconvolse, una donna, con un mestolo in mano, conficcato nel paiolo della polenta, ed un uomo, con una bimba sulle ginocchia, fissato nell’atto di imboccarla. Vicino all’uomo stavano, infine, due bambini. Tutti immobili, come impietriti, a formare un quadretto insieme patetico e macabro.
Il contadino, riavutosi dallo choc, chiamò altra gente, perché vedesse quell’incredibile spettacolo. Molti si affollarono intorno alla finestra, facendo a gara per vedere, finché uno, nella concitazione, ne ruppe involontariamente il vetro. Le figure dall’altra parte del vetro, di colpo, si dissolsero, come polvere dispersa dal vento. Di polvere, infatti, si trattava, polvere che aveva conservato le sembianze dei poveri corpi sorpresi dalla furia improvvisa dell’alluvione e fissati nell’atto della morte, polvere che si era dispersa alla pur lieve folata d’aria che era entrata nella cucina, per la prima volta dopo tanti decenni. Qualcuno, forse, ricordò il “memento quia pulvis es”, ricordati che sei polvere ed in polvere ritornerai, che riecheggia nelle meste celebrazioni del mercoledì delle ceneri, in apertura di Quaresima.
Bene: dopo aver tributato alle vittime della violenza degli elementi l’omaggio di un ricordo, torniamo all’imbocco della strada per Castionetto. Nel primo tratto della salita, sulla sinistra, troviamo già un primo segno misterioso. Si tratta della casa rossa, nei cui pressi di trovata un sasso che recava l’impronta di una mano aperta: l’immaginazione popolare vi aveva scorto la mano di una strega, la “man de la stria”, e, del resto, non è lontano da qui, ad est, il tristemente famoso Dosso Bello (Dusbèl, Dossum Bellum), ad est della chiesa di San Bartolomeo, luogo di elezione per i terribili sabba delle streghe che si diceva dimorassero nella valle della Maga, o valle della Magàda.
Proseguiamo a salire e, dopo un tornante sinistrorso, stacchiamoci dalla strada principale imboccando una pista che, staccandosene sulla destra, sale, con andamento piuttosto ripido, all’antica chiesa di San Bartolomeo, a 499 metri. Un’antica leggenda narra che l’originario progetto prevedeva che tale chiesa fosse costruita in un diverso luogo, più in alto, ma, misteriosamente, il lavoro fatto durante il giorno scompariva di notte, e veniva ritrovato, fatto ancor più prodigioso, così come era stato fatto nel luogo dove poi sorse la chiesa. Si scorse nel prodigio il chiaro segno della volontà divina, e la chiesa fu eretta più a valle rispetto a quanto inizialmente disposto.
La casa a fianco della chiesa fu, in origine, un monastero, poi abbandonato, forse già nel basso Medio Evo. Anche al monastero è legata una curiosa storiella, peraltro priva di fondamento storico: dicono che, nel Cinquecento, vi fossero ospitati gli Umiliati e che questi avrebbero cacciato a sassate nientemeno che l’illustre San Carlo Borromeo, in visita a Castione di Chiuro, considerato nemico del loro ordine.
La storiella ha un fondamento storico, legato alla soppressione del ramo maschile dell'ordine nel 1571. Ma cediamo la parola a Tarcisio Della Ferrera, che ci presenta con sobria e rara efficacia d'accenti il fascino di questi luoghi, nel suo contributo su Castionetto che si legge nel volume su Chiuro edito a cura della Biblioteca Comunale “Luigi Faccinelli” nel 1989: “Accanto alla chiesa, anzi unita sul lato destro, vediamo una grande costruzione che è stata fino a pochi decenni fa la casa canonica. Ora è di proprietà privata ed è stata recentemente restaurara ed abbellita. Passato il portico tra le due costruzioni, si accede a un bel cortiletto interno limitato, oltre che dalla chiesa stessa e dalla canonica, sugli altri due lati, da rustiche costruzioni che accentuano la vetustà degli edifici e danno il senso di un sereno angolo di riposo e di quiete.
La chiesa e le costruzioni attigue sono antichissime e la loro storia non è molto nota. Si è sempre ritenuto da parte locale che il complesso fosse un monastero degli Umiliati, un ordine religioso approvato dal papa Innocenzo III nel 1201 e soppresso, nel ramo maschile, nel 1571 per sospetti atteggiamenti ereticali.
Recenti studi vogliono dimostrare che i religiosi qui presenti furono i Cluniacensi.Ma Umiliati o Cluniacensi che fossero, senza dubbio il complesso di Castionetto fu sede di monaci iquali sapevano certamente scegliere i luoghi belli, ameni e panoramici per i loro insediamenti.
Di sicuro hanno iniziato gli abitanti del luogo allacoltura della vite.
Per la gente anziana del paese, la chiesa è un luogo al quale sono legati tanti ricordi, lieti o tristi, della vita. Chi non ricorda, ad esempio, le belle e povere feste patronali di San Gaetano, San Bartolomeo e Santa Croce che si celebravano un tempo con solennità e totale partecipazione di popolo? La messa grande, con la presenza dei preti del vicinato, era cantata a tre voci dal Coro del paese. Nell'attesa delle funzioni il sagrato era rallegrato, in quelle belle giornate estive, da tanta gente che si assiepava attorno a qualche bancarella di dolciumi. I ragazzetti si rigiravano tra le mani al (une povere monetine prima di accostarsi a chiedere un gelato da 5, da 10 e da 20 centesimi. I più ricchi lo comperavano anche da mezza lira, un capitale per i ragazzi di allora!”

Proseguiamo, quindi, sulla strada che sale verso Castionetto, l’antica Castione di Sopra (chiamata così per distinguerla da Castione di Sotto, l’attuale Castione), fino a raggiungere la strada provinciale panoramica dei Castelli, che prosegue, a destra, verso Teglio. Attraversata la strada, siamo nel cuore del paese (m. 572). Risaliamolo, seguendo le stradine che passano fra le case, in direzione della sua parte alta, la contrada Maffìna (m. 660), un po’ isolata rispetto al suo corpo principale. Per raggiungerla, dobbiamo percorrere un tratto della strada che da Castionetto sale verso Dalico.
Poco prima del nucleo di case della frazione, si trova, sulla destra, una casa isolata e cadente, la Ca’ Musìn, che reca sulla facciata il dipinto di una Madonna. A tale dipinto è legata una curiosa leggenda, riportata nella raccolta del 1976 “Storie e leggende dei nostri paesi”, della classe IV B della scuola elementare di Chiuro, guidata dall’insegnante Armida Bombardieri. La Madonna dipinta porta, sulla spalla, una grossa pietra, che orna la spilla che ne ferma il vestito. Tale pietra balzava all’occhio di tutti quelli che, passando di lì, si fermavano ad osservare il dipinto.
Una volta un uomo non seppe resistere alla curiosità, che pure si vuole donna, e, approfittando dell’abbandono della casa, salì sulla scala che portava al primo piano e si avvicinò al dipinto, per vedere se la pietra preziosa fosse vera. Per essere sicuro che si trattasse solo di un particolare dipinto, allungò la mano fino a toccarla, e subito cadde all’indietro a corpo morto: era stato folgorato all’istante, forse punito per il gesto sacrilego, forse colpito da qualche forza arcana. Da allora nessuno osò più neppure avvicinarsi alla casa solitaria, che assunse la sinistra fama di casa maledetta. Noi possiamo, però, avvicinarci senza eccessivi timori: l’unico problema è che nel dipinto, deteriorato dal tempo, il dettaglio della pietra non si distingue più.
Prima di continuare il cammino, cediamo di nuovo la parola a Tarcisio Della Ferrera, per conoscere qualcosa di più su Castionetto (vol. cit.): "La vita economica del paese era nel passato costituita quasi esclusivamente dall'agricoltura e dall'allevamento, integrata in leggera misura da qualche attività artigianale d'espansione ed interesse locali.
La povertà dell'ambiente, l'omogeneità della vita traspaiono evidenti anche dalle abitazioni di ogni contrada. Oggi il paese è tutto rinnovato e sono sorte dimore signorili e ville con qualche pretesa, ma un tempo le case erano tutte improntate ad un'architettura rurale senza nessuna concessione a ricercatezze stilistiche o a qualche aspetto decorativo; erano basate solo sull'essenziale: una povera cucina, una modesta cantina, due o tre piccole stanze con finestrelle semplici e senza imposte e, punto importante, una stalla e un fienile.
Castionetto non ha, come Chiuro e Ponte, dimore patrizie con portoni «stemmati», archi, torrette, colombaie, giardini di un certo pregio. Le poche case appartenute nel passato a famiglie doviziose erano, per i proprietari, delle residenze secondarie: erano le dimore di campagna, a volte lasciate in uso e abitazione agli stessi fattori, mezzadri e fittavoli: così erano le case che furono dei Quadrio Peranda, dei Foppoli, dei Guicciardi e dei Menatti. Su nessuna di queste però si notano stemmi gentilizi.
Queste dimore nel volgere degli anni sono passate in proprietà a famiglie contadine del luogo ed hanno subito notevoli ristrutturazioni tanto da alterarne il primitivo aspetto."

Continuiamo il cammino, attraversando l’antica contrada Maffina, dove si respira ancora un profumo d’antico; seguendo la strada per Dalico, troviamo ben presto, sulla nostra sinistra, dopo un tornante sinistrorso, la torre di Castionetto (m. 689), riaperta nel maggio del 2003, dopo un restauro. Si tratta delle più imponenti torri di Valtellina, con la sua base di undici metri per lato: non sappiamo, però, chi la costruì, né quando. Quel che è certo è che fu ristrutturata da Stefano Quadrio, sul finire del Trecento.
Ma a noi importa più la leggenda della storia: nella torre, sembra, prese, una volta, dimora un diavolo, dalle dimensioni impressionanti. Ma, a dispetto della mole, si trattava di un diavolo pavido, che temeva gli esseri umani ed evitava, quindi, di farsi vedere. Nondimeno la voce della sua presenza si sparse ed alcuni abitanti di Castione decisero di salire alla torre per farlo sloggiare. Quanto vi entrarono, lo videro che tentava di nascondersi al loro sguardo. Vistosi scoperto, il povero diavolo fuggì fuori, con tale concitazione da sbattere il naso contro uno spigolo della torre, provocando uno squarcio che era ancora ben visibile prima del recentissimo restauro. Ma, fuori, si trovò accerchiato, ed allora tornò dentro, inseguito da una fitta sassaiola. Gli uomini, infatti, speravano di seppellirlo sotto una gragnola di sassi, ma il diavolo si salvò perché riuscì a scavare una galleria che sbucava più a valle. Sfruttandola, riuscì a fuggire, e di lui non si seppe più nulla.
Prima di proseguire nel racconto della salita in Val Fontana, proponiamo una variante dell'itinerario Chiuro-Castionetto, variante che sfrutta l'antica mulattiera che, salendo lungo il fianco a ridosso dei roccioni della parte finale della valle, sbuca ai prati poco sotto Ca' Fancoli. Appena oltre il ponte sul torrente Val Fontana, all'imbocco della strada per Castionetto, possiamo notare, sulla sinistra, un grande spiazzo, dove è possibile parcheggiare l'automobile, nei pressi della bella passerella pedonale, coperta, in legno, che scavalca il torrente, poco a monte del ponte. Qui troviamo anche un cartello che segnala il sentiero per Ca' Fancoli, data a mezzora. All'inizio, per la verità, di sentieri non se ne vedono. Nessun problema: seguiamo una traccia di pista che corre a ridosso del muraglione che fa da argine al torrente (siamo sul suo lato orientale, di destra, per chi sale) e si inoltra nella boscaglia.
Dopo un breve tratto, il sentiero si fa evidente, e porta subito ad un bivio, al quale, invece di proseguire diritti, dobbiamo prendere a destra, salendo lungo una larga mulattiera protetta, sul lato sinistro, da corrimano in legno, nella fresca cornice di un bosco di castagni. In breve siamo ad un modesto poggio erboso, dove il bosco si apre un po' (regalando uno splendido scorcio sulla bassa Val Fontana) e dove si trova anche una panca in legno. Ebbene, torniamo indietro per un breve tratto, fino al punto nel quale il fondo della mulattiera è costituito da roccette affioranti, quasi scalinate. Osservando con attenzione, potremo riconoscere un paio di segni che sembrano prodotti da uno zoccolo bifido. Eccoci ad un nuovo luogo denso di leggenda: si tratterebbe, infatti, dei segni impressi sulla roccia dalle zampe del diavolo (incandescenti, com'è noto), messo in fuga dall'intervento della Vergine Maria e sprofondato da quale che parte nei cupi anfratti della bassa Val Fontana, là dove il torrente rumoreggia con furia selvaggia. Ed in effetti l'ameno poggio che si trova poco sopra le impronte del diavolo è in realtà la parte sommitale di un roccione che cade a precipizio con un salto verticale sul fondo della valle (attenzione, quindi, a non sporgersi!). Proseguendo sulla mulattiera, dopo tratto non lungo usciamo dal bosco per intercettare una pista con fondo in erba la quale, a sua volta, si immette nella stradina asfaltata che porta a Ca' Fancoli.
Torniamo, ora, alla torre di Castionetto. Il nostro cammino in direzione della Val Fontana prosegue per un breve tratto sulla strada Castionetto-Dalico: poco oltre il tornante destrorso che si trova subito dopo la torre, lasciamo per un attimo la strada, imboccando l’antica mulattiera per la val Fontana, che se ne stacca sulla sinistra. Salendo per un bel tratto, lastricato in risc', troviamo, sulla destra, in località Dossello, il rudere di una baita, sulla cui facciata è ancora visibile un dipinto, datato 1819. Si tratta di un ex-voto, legato ad un miracolo che accadde proprio in quell’anno.
Così lo racconta la signora Elsa Chiesa, classe 1932: dalla mulattiera della Val Fontana scendevano due fratelli con la moglie di uno di loro, che aspettava un bambino. La moglie guidava un bue, che, a sua volta, trascinava la priàla, una specie di carretto su cui era caricata della legna. Poco prima della casa dei fratelli, il bue, improvvisamente, forse spaventato da qualcosa che aveva visto, si imbizzarrì, rovesciando la priala e rovinando a terra a sua volta. Sotto il bue rimase la povera donna, che fu data per morta dai due fratelli, disperati per quanto era accaduto.
Invece, quando il bue si risollevò, la donna ne uscì miracolosamente illesa: non solo, ma neppure il bambino ebbe alcun danno dal terribile incidente occorso. Il miracolo determinò la conversione di uno dei due fratelli, che era ateo: insieme, decisero di ringraziare il cielo con il dipinto che si può ancora osservare. Un segno del bene, dunque, l’ultimo, prima del segno più grande, il masso del diavolo o di S. Antonio, che si trova poco sotto il ponte di Premelè, in Val Fontana. All’antica mulattiera per la Val Fontana si è oggi, in buona parte, sovrapposta una pista, che possiamo comodamente seguire per addentrarci sul fianco orientale della valle, alla volta del ponte.
Per imboccare la pista, però, dobbiamo tornare sulla strada per Dalico e risalirla per un tratto: dopo due brevi tornantini, sinistrorso e destrorso, incontriamo un nuovo tornante sinistrorso, che precede un tratto più lungo di strada; al successivo tornante destrorso, ecco la pista, che si stacca, sulla sinistra, dalla strada, sale per un tratto, per poi scendere gradualmente, passando a monte delle baite Gavinelli (m. 804). Poi al fondo sterrato si sostituisce quello in cemento e, poco a monte del torrente, la pista riprende a salire, passando a valle dei prati delle baite Carbonare (m. 901).
Raggiungiamo, così, un ponticello sul torrente di Val Fontana: a questo ponte scende, dalla nostra sinistra, una pista che si stacca dalla strada principale della Val Fontana (che corre sul lato opposto della valle – occidentale – rispetto quello che stiamo percorrendo). Noi, senza dirigerci al ponte, proseguiamo sulla pista, fino a giungere in vista del ponte coperto di Premelè (m. 1046). Poco sotto il ponte, sul letto del torrente, alla nostra sinistra, dovrebbe trovarsi il masso del diavolo. Se chiediamo a Castionetto del masso, ci potremo sentir rispondere: è vicino al letto del fiume, sotto il ponte, ma chissà poi se c’è ancora, dopo la tremenda alluvione del 1987.
Sì, il masso c’è ancora: è riconoscibile non solo per le sue dimensioni, che superano quelle dei massi vicini, ma anche per l’impronta della mano del santo, sulla sua sommità. Lo troviamo appena sopra la prima griglia in cemento che si trova a valle del ponte, circa duecentocinquanta metri sotto. Per vedere l’impronta della mano, però, dobbiamo salire, con tutta la dovuta cautela, sulla griglia: da qui la distinguiamo nettamente.
Ma ecco la leggenda, così come si trova nella già citata raccolta curata da Armida Bombardieri. Il diavolo, infuriato contro gli abitanti di Castionetto perché erano eccessivamente devoti e rispettosi della Legge divina, volle, una volta, distruggere il paese scaraventadogli addosso un grande masso da Dalico. Il masso, però, non scese diritto, ma deviò verso la val Fontana, e si fermò sul fondo valle, in località Dusi. Qui si catapultò il diavolo, per riprenderselo e tornare a scagliarlo su Castione. Ma, prima che potesse mettere in atto il suo proposito malvagio, piombò sul posto S. Antonio, dalla chiesetta che, più a monte, è appunto dedicata a lui. Proprio mentre il diavolo stava per riprendersi il masso, il santo vi si sdraiò sopra, e fermò il masso con la sua mano. Il diavolo, allora, dovette darsi per vinto ed abbandonare i suoi propositi di distruzione. Castionetto fu salva, e poté continuare nella sua santa devozione.
Ci sono alcune varianti di questa leggenda. Secondo una prima variante, S. Antonio fermò il masso non con la mano, ma con il ginocchio, ed il profondo segno che vi è impresso è, appunto, quello del suo ginocchio. Chi bacia quel segno si propizia la benedizione e l'aiuto del santo. Una seconda variante afferma che il santo fermò il masso mettendovi sopra il piede. Un'ultima variante sostiene, invece, che il segno sul masso è quello del dorso del diavolo, e vi restò impresso quando questi se lo caricò dietro alle spalle.

Comunque siano andate le cose, questa salita verso l’arcano e la leggenda non può, quindi, che concludersi con una visita riconoscente alla chiesetta di S. Antonio, nella località omonima: la si raggiunge facilmente, proseguendo sulla strada principale della valle, che, proprio in corrispondenza del ponte di Premelè, passa sul suo lato orientale. Una salita da Chiuro a S. Antonio (m. 1208) comporta un dislivello di circa 900 metri, superabile in due ore e mezza di cammino. Se, però, partiamo dalla strada per Dalico (la pista non è percorribile con autoveicoli), il tempo si riduce ad un’ora circa.

 

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