Una delle più belle escursioni nell'intero arco orobico, fra le valli Caronno e di Quai



L'alta via delle Orobie si divide in due grandi tronconi. Quello occidentale è chiamato sentiero Andrea Paniga, quello orientale sentiero Bruno Credaro. Il tratto sicuramente più interessante ed emozionante del sentiero Bruno Credaro è la traversata dal rifugio Mambretti, in val Caronno, al rifugio Donati, nell'alta valle di Quai. Se si hanno a disposizione due automobili e si è buoni camminatori, la si può effettuare anche in una sola giornata, lasciandone una a Briotti (a cui si sale staccandosi dalla statale 38 a Sazzo, in comune di Ponte in Valtellina) ed una ad Agneda (a cui si sale da Piateda, staccandosi sulla destra dalla strada che porta a Piateda alta).
Base di partenza è, dunque, il piccolo nucleo di Agneda (m. 1228), il cui nome significa "luogo piantato ad ontani" (agno, infatti, è l'ontano). La si raggiunge dal centro di Piateda salendo lungo la strada asfaltata che porta a Piateda alta; prima di di raggiungere l'antico nucleo, ed a circa 5 km dalla partenza, troviamo, in località Monno, ad un tornante sx, la stradina asfaltata che se ne stacca sulla destra e si inoltra in Val Venina, tagliandone il selvaggio fianco orientale. Superata la località di Vedello, troviamo un bivio, al quale prendiamo a sinistra. Dopo un ultimo tratto abbastanza dissestato, siamo ad Agneda, a 10,5 km circa dal centro di Piateda. La Guida alla Valtellina, edita dal CAI di Sondrio nel 1884, ci offre queste notizie della chiesetta di S. Agostino, testimonianza della vitalità antica del piccolo nucleo (a quel tempo abitato permanentemente, ora, da circa mezzo secolo, residenza solo stagionale): "Sull'arco della porta della chiesetta d'Agneda leggesi in numeri arabici la data 1424.14. M. ... Probabilmente ... essa si trasse da qualche documento, il quale provava che fin quel tempo esisteva quassù una chiesa".

In passato Agneda (termine che deriva dal latino "agnus", agnello) non fu borgo insignificante: fu fondato, probabilmente nel secolo XIV, da pastori provenienti dal versante bergamasco (Val Seriana e Brembana) e, fin dal tardo medioevo, visse soprattutto dei commerci con il versante bergamasco dell'alta Val Seriana, legati soprattutto all'estrazione ed alla lavorazione di minerali ferrosi. Qui vide la luce anche Giovanni Bonomi, valorosa guida alpina che, fra la fine dell'ottocento ed i primi del novecento, molto contribuì all'esplorazione di queste montagne.
Oltrepassate le case, proseguiamo per circa un km, attraversando l'ampio pianoro della media valle. Bellissimo e selvaggio lo scenario: sul lato di sinistra (est) esso è chiuso da un versante di ripidi pascoli, con roccioni e brevi macchie di conifere, che scende dalla punta della Pessa (m. 2472); sul lato opposto si vedono imponenti roccioni levigati dall'azione dei ghiacciai; sul fondo, infine, si presenta il gradino glaciale che introduce all'alpe di Scais (ora sommersa dall'omonimo bacino), oltre il quale occhieggiano le cime del Medàsc (m. 2647) e la Cima Soliva (m. 2710). Raggiunto lo slargo-parcheggio (con area di sosta attrezzata per il pic-nic) oltre il quale è vietato il transito ai veicoli non autorizzati (l'autorizzazione a salire fino alla diga è, però, acquistabile presso il municipio di Piateda
- Tel. 0342 370.221; Fax 0342 370.598; e-mail: acpiateda@provincia.so.it; orari di apertura: Martedì e giovedì:  ore 08:00 - 13:00 e dalle 14:00 alle 18:00; Lunedì, mercoledì e venerdì: ore 08:00 - 14:00), parcheggiamo l'automobile e ci mettiamo in cammino.
Iniziamo a salire verso il rifugio Mambretti (m. 2003) su una stradella, con fondo che alterna sterrato e cemento, passando a sinistra di un grande roccione e proseguendo verso il bacino di Scais, in un bosco di pini e larici. Guardando a sud, cominciamo a vedere l'imponente sbarramento della diga. Seguiamo la carozzabile fino a trovare, sulla sinistra, le indicazioni che segnalano un sentiero che se ne stacca (segnavia rosso-bianco-rosso con numerazione 251). Passiamo, così, sfruttando un ponticello sospeso su alcune suggestive marmitte dei giganti scavate dal torrente Caronno (ponte della Padella, m. 1450), sul lato sinistro della valle. Il sentiero, che diventa comoda e, a tratti, ben lastricata mulattiera, sale all'ombra di una pineta, con qualche breve tratto all'aperto, e porta alla casa dei custodi della Diga di Scais (diga de scàes, m. 1484; il termine "scais" deriva, forse, da "scàja", scaglia).
Il bacino artificiale, dalla capienza di circa 9 milioni di metri cubi d'acqua, è posto a 1494 metri, a 3 km da Agneda, proprio alla confluenza della val Caronno e della val Vedello.
Sul lato opposto del bacino, a sud, domina l'affilato profilo conico del pizzo Mottolone; alla sua destra si intravede l'imbocco della Val Vedello, chiusa, sul fonto, dal pizzo del Salto (che dava un tempo il nome alla valle, detta, appunto, del Salto).
Seguendo le segnalazioni, procediamo sul sentiero che costeggia la riva sinistra (per noi) del lago artificiale, con qualche tratto protetto da una galleria paramassi, fino al limite meridionale del lago, poco oltre il quale siamo alle case di Scais (cà de scàes, m. 1510). Potremmo pensare che si tratta delle baite dell'alpe di Scais, sommersa dal bacino artificiale, ma così non è: vennero costruite per ospitare gli operai che lavorarono all'edificazione della diga, terminata negli anni Trenta del secolo scorso. La Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (cit.) ci offre un'idea di come apparissero questi luoghi prima dell'imponente manufatto: "Raggiunto in circa venti minuti il fondo del piano in cui giace Agneda, la via sale a stretti risvolti un gradino di rocce interpolate da pascoli e boschi di piante di parecchie specie. A sinistra, entro una spaccatura, precipita in ripetute cascate il grosso torrente. La scena è tra le più variate e più attraenti. In cima il torrente scorre lento in piano, e lo si passa sopra un ponte in legno in luogo così pittoresco che par proprio di trovarsi in un ridente giardino. Poi si entra in una vasta prateria circondata attorno da monti coperti di boschi. In fondo stanno le capanne di Scais (1466 m.), in parecchie delle quali si può passare assai comodamente la notte sul fieno."
Alle case di Scais troviamo un bivio: i cartelli ci segnalano che prendendo a destra (sentiero della GVO) ci inoltriamo in Val Vedello e ci portiamo alle baite Cornascio in 15 minuti, saliamo al passo del Forcellino in 2 ore e 15 minuti per poi scendere alle baite Cigola (in valle di Ambria) in 3 ore e 15 minuti. Prendendo a sinistra, invece, proseguiamo sul sentiero 215 (ma anche sulla Gran Via delle Orobie, che giunge fin qui, appunto, dalla Val Vedello e sale in Valle di Scais o Val Caronno), salendo in 20 minuti alle baite di Caronno, in un'ora e 30 al rifugio Mambretti ed in 3 ore e 20 minuti al passo della Scaletta (che si affaccia sulla Val Seriana, poco a monte del rifugio Baroni al Brunone).

Prendiamo, dunque, a sinistra, passando accanto ad un edificio che colpisce per le eleganti decorazioni in legno che ornano gli spioventi del tetto: si tratta dell'ex-rifugio Guicciardi, riconoscibile anche per la bandiera italiana. Venne costruito dalla sezione valtellinese del CAI nel 1898, e ceduta all'ing. ed alpinista Messa nel 1924, dopo la costruzione del rifugio Mambretti: per questo ora viene chiamato capanna Messa. Lasciata alla nostra destra un'ultima baita isolata ed attraversata una radura, affrontiamo la breve salita in pecceta che ci porta ai prati dell'alpe Caronno (caròn, m. 1610, toponimo assai diffuso su questo versante - cfr. le varianti Carona e Caronella -, forse dal latino "quadra" o da nome di persona), dove si trovano le tre baite omonime e dove il torrente omonimo scorre pigro, alla nostra destra. Vediamo anche un bel ponte in legno che lo attraversa, da sinistra a destra, ed introduce all'antico sentiero per il passo della Scaletta, un tempo assai frequentato. Sul lato opposto si trova anche una caratteristica fascia di grandi massi erratici, i càmer, ricoveri di pastori; fra questi, la caratteristica "tana de l'ùrs", nel cui nome rimane l'eco suggestiva del tempo nel quale gli orsi vagavano ancora fra questi monti. Noi, però, restiamo sul lato sinistro, seguendo le indicazioni di un cartello, che dà il rifugio Mambretti ad un'ora di cammino. Aleggia qui una sommesa poesia: oltre il limite degli alberi, in fondo ai prati, occhieggiano le prime cime della testata della valle (il pizzo Brunone), ma si annunciano discrete, mentre non si mostrano ancora le vette più alte e famose (le punte di Scais e Redorta).

Attraversato il pianoro, riprendiamo a salire, con pendenza moderata, ed attraversiamo, alla bell'e meglio, aiutati da tronchi, per due volte altrettanti rani del torrente Caronno. La slaita si fa, ora, più decisa, ed accanto ai più recenti segnavia bianco-rossi possiamo vedere ancora qualche "storico" segnavia giallo-rosso. la salita, che segue il filo di un ampio dosso, si stempera un po' ad una radura, poco sopra i 1800 metri, per poi riprendere decisa, con varie serpentine. Un cartello che invita gli escursionisti a portare legna al rifugio Mambretti ci fa capire che la prima tappa non è lontana. Qualche fatica ancora, fra rododendri, pini mughi e larici sempre più radi, ed ecco che il sentierino esce all'aperto: vediamo, in alto, leggermente a sinistra, il rifugio, con il simpatico tetto rosso, posto su una piazzola che si apre su un largo dosso erboso; un ultimo strappo ci porta alla capanna, che raggiungiamo dopo circa due ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 780 metri). Il rifugio è stato costruito nel 1924; su una targa leggiamo che esso è dedicato "alla memoria di Luigi Mambretti, caduto sulla punta di Scais il 7 settembre 1923", a soli 27 anni, e che è stata posata dalla sezione valtellinese del CAI il 25 settembre 1925. Ricordiamo che il rifugio non è custodito, per cui chi desidera utilizzarlo deve procurarsi le chiavi presso il sig. Arialdo Donati, Ispettore della sezione valtellinese del CAI (tel.: 0342.482.000); si possono, peraltro, ritirare le chiavi anche presso i guardiani della diga di Scais, pagando una quota per il pernottamento e lasciando in deposito un documento che si ritira alla riconsegna delle stesse. Ricordiamo che può ospitare fino a 25 persone e che, in caso di emergenza, si può fruire del localetto invernale (2 posti).

Sostiamo, ora, per breve tempo, quel tanto che basta per ascoltare la storia dell’ultimo orso dell’alpe di Scais, ucciso sul finire dell’Ottocento. La racconta Bruno Galli valerio, naturalista ed alpinista che molto amava queste montagne: “E là allora, gli altri raccontarono dell'enorme orso che vagava nel bosco del Mottolone terrorizzando l'alpe di Scais e di Caronno, dove di quando in quando appariva per impossessarsi di una capra. Ecco là, sì, era un orso! Un giorno l'avevano visto entrare sotto un enorme blocco che formava come una specie di caverna. Si apprestarono a cercare su tutti gli alpeggi dei fucili, e li sistemarono intorno all'ingresso della caverna con un sistema di funicelle e di leve che dovevano uccidere l'animale con una scarica formidabile. Ma Martino, coi sui piccoli occhi, li guardava fare dal fondo del suo nascondiglio e sorrideva. E tutti all'alpe di Caronno, là nella notte, tendevano le orecchie. Si aspettavano ad ogni istante la scarica dei fucili. Ma all'improvviso si udirono i gridi spaventosi di una capra che veniva sgozzata.
- L'orso! tutti esclamarono rannicchiandosi nella piccola baita. - Giunta l'alba, andarono a vedere. Era scomparsa una capra. Salirono alla grotta: tutti i fucili erano ancora al loro posto e i colpi non erano partiti. Girando intorno al masso si accorsero che sotto i cespugli, quell'orso aveva un buco che comunicava con la grotta: Martino se ne era uscito tranquillo da lì lasciandovi solo qualche pelo e aveva ricominciato le sue scorribande. E un giorno, infine, G. Bonomi andò a cercarlo nel bosco del Mottolone. I due giocarono per qualche momento a nascondino. Poi si incontrarono faccia a faccia e il Bonomi con un sol colpo di fucile lo uccise. Quello fu l'ultimo orso di Scais”. (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

Uno sguardo, infine, alla splendida parata di cime che sta di fronte a noi, a sud. Sul vertice di sinistra della valle riconosciamo l'appuntita ed adunca del pizzo Porola (m. 2981), che sembra esprimere tutto il suo disappunto per quei 19 metri che lo privato dell'onore di entrare, come quatro, nell'elite dei "tremila" orobici. Poi, a destra, l'imponente avancorpo della cresta Corti ci priva della vista della punta di Scais (m. 3038), che si nasconde dietro la sua sommità. Infine, poco più a destra, defilato ma riconoscibile, il pizzo Redorta (m. 3038).
Dopo la sosta necessaria per reintegrare le energie, seguiamo le indicazioni della Gran Via delle Orobie, che ci indirizzano su una traccia di sentiero molto labile che parte proprio alle spalle del rifugio e sale ripida sul fianco erboso di un grande dosso. Prestando molta attenzione a non perdere i segnavia, sormontiamo un
grande dosso erboso, raggiungendone il largo crinale e, dopo aver piegato leggermente verso destra (est), lo seguiamo per un lungo tratto. Dopo una svolta a sinistra, incontriamo un grande masso sul quale è scritta, in caratteri ben visibili, l'indicazione "Donati", con una freccia che ci indirizza ad un pianoro, occupato da massi e da qualche nevaietto, che termina ai piedi del ripido fianco montuoso che scende dal crinale che congiunge il pizzo Biorco (m. 2749) al pizzo di Rodes (m. 2829).
La salita sulle balze erbose del fianco porta ai 2641 metri del passo Biorco, il punto più alto della traversata.
L'ultimo tratto, il più ripido ed esposto, è agevolato da corde fisse, che rendono più sicura anche la prima parte della discesa nell'alto vallone di Quai, discesa che avviene superando una breve fascia di roccette e raggiungendo un ripido declivio occupato da insidiosi sassi mobili. Scendendo con calma ed attenzione approdiamo ad un nevaietto, dalla pendenza meno ripida, tagliato il quale dobbiamo superare, guidati dai segnavia, una breve fascia di massi. La discesa porta nei pressi del lago di Reguzzo (m. 2497), incantevole perla che sembra illuminare l'ampio pianoro di rocce arrotondate che costituisce l'alto vallone di Quai. Oltrepassato il laghetto, raggiungiamo in breve il rifugio Donati (m. 2504). Vale la pena di fermarsi un po' in questi luoghi solitari ma non cupi: vagando fra le modeste formazioni rocciose ad est del rifugio, troveremo alcuni altri piccoli specchi d'acqua, che ingentiliscono uno dei luoghi più belli delle Orobie centro-orientali.
Giunge però anche il tempo di scendere. La discesa comincia aggirando sulla sinistra la formazione rocciosa su cui è posto il rifugio, e raggiungendo una fascia di massi posta ai suoi piedi. Scendendo ancora, dopo aver incontrato un cartello che indica la deviazione per il rifugio Corti, ci portiamo leggermente a destra, guadagnando il filo di un dosso erboso, sul quale troviamo una traccia di sentiero e qualche segnavia. Scendiamo ancora, con un tracciato parallelo alla direttrice del fianco roccioso che chiude il vallone ad ovest.
Il sentiero ci porta ad attraversare, verso destra, il torrentello che scende dal vallone, raggiungendo un secondo dosso erboso, che scendiamo per un buon tratto, finché torniamo a varcare, in direzione opposta, il corso d'acqua, riportandoci alla sua sinistra. Il sentiero, dopo qualche tornante, termina al baitone di Quai (m. 1890). Qui dobbiamo imboccare un nuovo sentiero, in direzione nord, che, con andamento quasi pianeggiante, segue un canale di gronda che aggira il lungo crinale che dalla punta di Santo Stefano scende verso nord-est. Giungiamo così alla casa dei guardiani del bacino artificiale di S. Stefano. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, passiamo proprio sotto il muraglione dello sbarramento e ci dirigiamo alla chiesetta di S. Stefano (m. 1839), che se ne sta, un po' triste, a fronteggiare solitaria l'imponente massa di cemento. Inizia ora una ripida discesa, fra incantevoli radure e brevi tratti nel bosco, su una ben marcata traccia che ci porta fino alla baita Spanone (m. 1561), collocata in una bella radura. Entriamo di nuovo nel bosco, per proseguire in una discesa che, raggiungo il filo di un ampio dosso, lo tiene fino al limite superiore dei prati di Briotti (m. 1080), dove troviamo un ripido tratturo che, in breve, ci porta al limite inferiore degli stessi (m. 1020), dove una strada sterrata, imboccata verso sinistra, conduce all'ingresso del paese, dove si trova anche un comodo parcheggio.
L'intera traversata, da Agneda a Briotti, richiede circa 8 ore di cammino e rappresenta una delle più belle escursioni di un certo impegno nell'arco orobico.

Massimo Dei Cas
Via Morano, 51   23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285   E-mail: m.deicas@tin.it