MONASTERO DI SAMOLACO-RIFUGIO ALPE MANCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Monastero di Samolaco-Santa Teresa-Alpe Manco
4 h
1320
EE
SINTESI. Lasciamo la ss 36 dello Spluga, andando a sinistra (per chi proviene da Milano) allo svincolo per S. Pietro di Samolaco, che raggiungiamo portandoci poi alla parte alta del paese e proseguendo sulla carozzabile che termina in località Monastero, dove parcheggiamo (m. 480). Proprio al termine della strada asfaltata notiamo, sulla nostra destra, un prato con una pista poco marcata che lo risale. Risalito il prato, troviamo un bel sentiero, che piega a sinistra e comincia a salire sul versante di sinistra (per noi, cioè sul versante di sud-est) della val Mengasca (segnavia rosso-bianco-rossi). A quota 700 metri circa dobbiamo ignorare un sentiero che si stacca sulla destra; il sentiero principale volge invece a sinistra. A quota 840 metri circa bisogna stare attenti ad un doppio breve tornantino, ed evitare di proseguire diritti. Il traverso in direzione sud-sud-est ci porta al limite inferiore dei prati del maggengo di Santa Teresa (m. 940). Il sentiero riparte a sinistra della baita più alta (m. 1000). Nel primo tratto è poco visibile (si biforca: prendiamo il ramo di destra), poi, entrati in un bel bosco di faggi, ritroviamo un sentiero largo e ben visibile. Questo nuovo tratto nel bosco ci fa raggiungere dapprima un prato con una baita, cintato da un muretto (che fiancheggiamo lasciandolo alla nostra destra; prestiamo attenzione ai segnavia, perché qui per un tratto il sentiero è meno evidente), poi ad un prato con un altro rudere di baita della Sambusina, a 1180 metri. A quota 1280 m. inizia un traverso in discesa, che ci fa perdere circa 60-80 metri, con qualche discesa anche ripida e scalinata (in alcuni punti protetta da corrimano), in uno scenario orrido ed esposto (conviene informarsi sulle condizioni del sentiero, sensibile ad eventi alluvionali). Segue l'attraversamento dell’impressionante canalone della valle Sellina (m. 1160), ostruito da massi ciclopici.Il sentiero riparte pochi metri più in alto e riprende a salire. Dopo un valloncello attraversiamo, a quota 1220 circa, il primo dei due rami del torrente Mengasco. Dopo un tratto con traccia poco evidente, siamo al guado del secondo ramo, che forma una caratteristica pozza. Dopo un breve traverso inizia una lunga salita, con numerosi tornanti, di un dosso coperto da un bel bosco. Passiamo per una piccola radura con due baite, una a fianco del sentiero e una più a sinistra: si tratta dell’alpe Cascinola (m. 1400). Il sentiero risale in verticale il prato e ricomincia a salire nel bosco, inanellando tornante su tornante, finché, dopo essere passato sotto una modesta formazione rocciosa, ci porta verso una zona nella quale il bosco comincia a diradarsi. Compaiono i primi larici, ed a quota 1600 si apre il circo terminale della valle. A quota 1660 circa raggiungiamo il limite inferiore destro dei prati dell’alpe Manco (memorizziamo il punto per il ritorno). Passiamo accanto alle numerose baite abbandonate dell’alpe, fino a raggiungere il ben riconoscibile bivacco Alpe Manco (m. 1730). Possiamo proseguire l'escursione seguendo i segnavia, che, a sinistra del bivacco, cominciano a risalire alcune balze a monte dello stesso, tracciando, poi, una diagonale verso destra che porta facilmente alla bocchetta di Campo (m. 1921).

Chi ama gli aspetti umbratili, selvaggi e talora repulsivi della montagna, ricaverà dall’escursione all'Alpe Manco ed all'omonimo bivacco un’indubbia soddisfazione, perché il percorso si svolge in un ambiente aspro, talvolta impressionante, anche se non presenta veri e propri pericoli, purché si segua sempre il sentiero e non ci si avventuri in problematici “fuori-sentiero”, che esporrebbero seriamente al rischio di perdersi.
Se decidiamo di dedicare una giornata a questa esperienza, dobbiamo raggiungere S. Pietro (san pédar), frazione di Samòlaco. Per farlo, lasciamo la statale 36 dello Spluga, percorsa da Nuova Olonio in direzione di Chiavenna, a Novate Mezzola: dopo l’indicazione della deviazione, sulla destra, per la Val Còdera, vedremo, sulla sinistra, una deviazione che scende subito ad un sottopasso ferroviario (indicazioni per Era, S. Pietro e Gordona). Imbocchiamo questa strada, e ci ritroviamo sulla strada provinciale “Trivulzia”, che percorre la bassa Valchiavenna fino a Chiavenna, mantenendosi, per un buon tratto, sul lato opposto della Mera, rispetto alla strada statale.
Vale la pena di ricordare che la denominazione è un atto di omaggio al generale Gian Giacomo Trivulzio, famoso personaggio storico, gran Maresciallo di Francia, conte di Mesolcina e Valchiavenna, che ebbe il merito di promuovere la bonifica dell’area compresa fra Era e S. Pietro, recuperando molti terreni all’attività agricola. Ignorata la deviazione a destra per Somaggia, attraversiamo la Mera sul Ponte Nave, e subito dopo il ponte ignoriamo anche una deviazione a sinistra per Casenda. Oltrepassata Era, frazione di Samòlaco (dove si trova la sede amministrativa), raggiungiamo, infine. S. Pietro (m. 255, l’antica Silvaplana), a poco più di 3 km e mezzo dal ponte.
Lasciamo, ora, la strada provinciale prendendo a sinistra e saliamo lungo la via Tonaia, che passa a nord del centro del paese, dove spicca il campanile della chiesa di S. Pietro. Senza svoltare a sinistra, cioè in direzione del centro, raggiungiamo il ponte sul torrente Mengasca - meng(h)iàsc’c(h)ia -, all’imbocco del quale due cartelli segnalano un bivio: oltrepassando il ponte si raggiunge Ronscione (runscióom), mentre prendendo a sinistra si va verso Monastero (l'antica Semoligo). Svoltiamo a sinistra e, con una breve salita, di meno di un km e mezzo, giungiamo al termine della strada asfaltata, ai prati di Monastero (munesc'tée), a 480 metri circa. Si tratta di due nuclei abitati sul poggio omonimo, che deve il suo nome all'antica presenza di un monastero, di cui si conservano ancora le rovine.
Proprio al termine della strada asfaltata notiamo, sulla nostra destra, un prato con una pista poco marcata che lo risale, ma non c’è alcun cartello che indichi che si tratti del sentiero per il bivacco Alpe Manco. Per trovare il cartello, bisogna proseguire per un tratto, in leggera discesa, su una strada sterrata.
Il cartello, che segnala il sentiero D16, dà il bivacco a 2 ore e 40 minuti. Il bivacco manco a 2 ore e 40 minuti? Manco per sogno…! Un camminatore medio ne impiegherà, minuto più, minuto meno, almeno 4. Comunque nella direzione indicata dal cartello non si vede alcun sentiero. Il sentiero, infatti, è quello che parte dal prato sopra citato, posto a monte di un più ampio prato recintato. Infatti, risalito il prato, troviamo un bel sentiero, che piega a sinistra e comincia a salire sul versante di sinistra (per noi, cioè sul versante di sud-est) della val Mengasca. Alcuni segnavia rosso-bianco-rossi ci confermano che si tratta del sentiero per l’alpe.
Dopo qualche tornante, in un bel bosco di castagni, raggiungiamo, a quota 600 metri circa, un tratto quasi pianeggiante (sempre nel bosco), al cui ingresso è posto un curioso castagno, con un tronco enorme, che però si interrompe a poca distanza da terra per lasciare spazio a numerosi rami. Lasciato alle spalle anche il rudere di una baita, riprendiamo a salire verso destra, passando a valle di altri ruderi di baite. A quota 700 metri circa dobbiamo ignorare un sentiero che si stacca sulla destra; il sentiero principale volge invece a sinistra e continua a salire, alla volta del maggengo di Santa Teresa. A quota 840 metri circa bisogna stare attenti ad un doppio breve tornantino, ed evitare di proseguire diritti. Il traverso in direzione sud-sud-est ci porta al limite inferiore dei prati del maggengo, che dobbiamo interamente risalire, da quota 940 a quota 1000 metri circa. Nel caso non avessimo provveduto, qui troveremo due fontane per rifornirci adeguatamente di acqua, anche perché al bivacco, in periodi di siccità, rischiamo di non trovarne.
Quella che abbiamo percorso finora è detta anche “via dei crotti”, perché sono numerose le cantine naturali ricavate negli ammassi di pietre. Il panorama della fascia boschiva attraversata è assai variegato ed interessante: vi si trovano, infatti, faggi, abeti rossi, larici, castagni e betulle.
Sediamoci anche a riposare e diamo un’occhiata all’ottimo panorama che da qui si apre. A destra, defilate, vediamo innanzitutto alcune cime della Val dei Ratti, i monti Brusada, Erbea e Spluga. Poi, spostandoci verso sinistra, ecco alcune cime del crinale che separa questa valle dalla Val Codera, vale a dire il Sasso Manduino, la punta Magnaghi e le cime di Caiazzo. Ma la scena è dominata, ancora più a sinistra, dall’impressionante mole del pizzo di Prata (il “pizzun” o “pizzasc” dei valchiavennaschi), che mostra la sua imponente parete ovest con un impressionante cascame di contrafforti selvaggi. A sinistra, infine, un bel colpo d’occhio sulla punta Somma Valle e sulla cima del Lago.
Dopo Paiedo, quello di S. Teresa è il più importante maggengo nel territorio del comune di Samolaco. Posto a nord della val di béch’ (valle dei caproni, viene chiamato, con voce dialettale, il móont, il monte per eccellenza. Ancora nell’Ottocento era abitato in permanenza da nuclei famigliari ed era luogo di villeggiatura dei parroci di S. Pietro. Centro della vita spirituale del maggengo era l’oratorio dedicato a Santa Teresa e a S. Giorgio, benedetta nel 1666 e, di nuovo, nel 1753: era anche la meta di una processione che ogni anno, il 23 aprile, si teneva in forma solenne, per un antico voto. Nel secolo successivo una tragedia turbò la vita tranquilla di questo luogo: una frana staccatasi dalla località di Sambusina, a monte dei prati di S. Teresa, si abbatté su alcune baite, provocando la morte di un contadino che si era attardato nella stalla per cercare di portare in salvo le sue bestie. Non può non tornare a mente l’immagine evangelica del buon pastore, che dà la vita per le sue pecore. Raccontano le cronache che un secondo contadino riuscì a mettersi in salvo a stento, trascinando via con sé i tre bambini, tenendone due per mano ed afferrando con i denti il vestitino del terzo. Durante la seconda guerra mondiale le baite e le grotte naturali nei suoi dintorni divennero rifugio di molti partigiani, dall’estate del 1944.
Bene, è ora di rimettersi in cammino: il sentiero riparte a sinistra della baita più alta. Nel primo tratto è poco visibile (si biforca: prendiamo il ramo di destra), poi, entrati in un bel bosco di faggi, ritroviamo un sentiero largo e ben visibile. Questo nuovo tratto nel bosco ci fa raggiungere dapprima un prato con una baita, cintato da un muretto (che fiancheggiamo lasciandolo alla nostra destra; prestiamo attenzione ai segnavia, perché qui per un tratto il sentiero è meno evidente), poi ad un prato con un altro rudere di baita: è la località Sambusina, a 1180 metri, un tempo maggengo-alpeggio, ora in parte rimboschito. Nella parte più alta, sulla destra del sentiero, incontriamo anche un faggio di dimensioni veramente ragguardevoli. Poi, intorno a quota 1240, lo scenario comincia a cambiare e la montagna, bruscamente, smette di mostrarci il suo volto sorridente. Cominciamo, infatti, ad addentrarci nel cuore ombroso della valle, con un traverso in discesa, che ci fa perdere circa 60-80 metri, con qualche discesa anche ripida e scalinata (in alcuni punti protetta da corrimano). Si tratta della "sc'c(h)iàla pìsg-na", che supera uno degli ultimi avvallamenti del dòs, in uno scenario con forti connotazioni di orrido, per le rocce che precipitano verticalmente sul fondo della valle e gli abeti bianchi che si aggrappano ad esse in un rinnovato miracolo di equilibrio; ad essa segue la "sc'c(h)iàla granda", intagliata fra pareti da brivido, ingentilite, appena, da aceri montani.
Siamo sul fianco scosceso e dirupato della valle, ed oltrepassiamo alcuni impressionanti massi, sempre all’ombra del bosco che continua a lottare per strappare alla montagna qualche lembo di terra. Ad ingentilire questo tratto, però, si presentano, inaspettati, alcuni scorci veramente belli su Chiavenna. La calata nel cuore selvaggio della valle termina, degnamente, con l’attraversamento dell’impressionante canalone della valle Sellina (val salìna), ostruito da massi ciclopici. La valle nasce sulla dorsale nord-orientale del pizzo Campedello e precipita, quasi, fino alla confluenza, da destra, nel ramo alto della Val Mengasca, tollerando la presenza di poche forme di vita, fra cui gli aceri di monte, dai quali i contadini ricavavano, un tempo, scodelle, cucchiai, mestoli e suppellettili.
Prima di raggiungee il canalone dobbiamo anche superare un tratto, di pochi, metri, esposto: attenzione, quindi! Ci immergiamo nel canalone, a quota 1160 circa, e, risalitolo per qualche metro, troviamo, sulla destra, il punto in cui il sentiero riparte, riprendendo anche a salire. Nel primo tratto passiamo proprio sotto un’enorme roccia, che sembra quasi piegarsi sopra di noi. Dopo averla oltrepassata, volgiamoci ad osservarne la parete liscia e repulsiva, in cima alla quale alcuni abeti sembrano proprio sospesi sul vuoto, incuranti della legge di gravità.
Poco oltre, ecco un più modesto valloncello, e, a quota 1220 circa, il primo dei due rami del torrente Mengasco che dovremo attraversare. Qui, di nuovo, la nota gentile del fresco gioco delle acque con le rocce levigate. Segue un tratto non molto evidente, che porta all’altro ramo: attenzione a non perdere un doppio tornantino, andando diritti, ma, anche in questo caso, ci si ritrova al punto giusto, cioè al guado del ramo principale del torrente, che indugia in una bella pozza dopo essere quasi sceso a scivolo su una grande roccia liscia.
La pozza è denominata, con voce dialettale, bóla. Si ricorda un divertente episodio legato a questo luogo (lo leggiamo nell'inventario dei Toponimi di Samolaco, curato da Amleto del Giorgio ed Andrea Paggi ed edito dalla Società Storica Valtellinese e dal Centro di Studi Storici Valchiavennaschi): capitò una volta che vi sostasse un gruppo di alpigiani che salivano al monte. Fra loro vi era anche un personaggio noto per la sua dabbenaggine. Costui guardava, come rapito, le acque che, schiumeggiando, precipitavano dalla roccia liscia nella pozza. L'occasione era troppo ghiotta per mancarla: gli altri, con cenno d'intesa, cominciarono ad alludere alla squisitezza di quelle acque. Acque squisite? L'ignara vittima non capiva. "Sì, gli dissero, non sai quant'è buona quella schiuma che si forma sull'acqua? E' dolce come latte appena munto". Rimase per pochi istanti stupito, il nostro, poi si precipitò nell'acqua della pozza, chinandosi per gustare quell'inattesa delizia. Fu un attimo: i perdidi compagni di cammino ne approfittarono per spingerlo alle spalle e buttarcelo dentro tutto.
Oltrepassato questo secondo ramo, ci attende un breve traverso e l’inizio di una lunga salita, con numerosi tornanti, di un dosso coperto da un bel bosco. Questa è l’ultima parte dell’itinerario, perché la lunga salita ci porterà ai prati dell’alpe. Prima, però, intorno a 1400 metri, incontriamo una piccola radura con due baite, una a fianco del sentiero e una più a sinistra: si tratta dell’alpe Cascinola (
casinöla; qui visse, nel periodo della guerra, dal 1940 al 1945, la famiglia di Egidio Vener, di Fontanedo). Il sentiero taglia in verticale il prato e ricomincia a salire, inanellando tornante su tornante, finché, dopo essere passato sotto una modesta formazione rocciosa, ci porta verso una zona nella quale il bosco comincia a diradarsi. Compaiono i primi larici, ed a quota 1600 ci si apre il circo terminale della valle, selvaggio, aspro, dominato, sulla sinistra, dalla corrucciata mole del sasso Campedello (sàs campedèl, o semplicemente sàs, m. 2310). Nel tratto successivo la traccia non è evidente: cerchiamo di memorizzarla bene, soprattutto in vista del ritorno.
A quota 1660 circa raggiungiamo il limite inferiore destro dei prati dell’alpe Manco: già vediamo, sopra di noi, l’edificio del bivacco, contrassegnato da una bandiera tricolore. Manca ancora qualche decina di metri: passiamo così accanto alle numerose baite abbandonate dell’alpe, fino a raggiungere la quota del bivacco, vale a dire 1730 metri. Da Monastero al bivacco sono necessarie circa 4 ore, per superare circa 1320 metri di dislivello in salita.
L'alpe Manco (àlp de mèenc(h)') comprende una buona porzione dell'alto bacino del Mengasca ed è fra le più grandi nel territorio di Samolaco, fra le pareti di duro gneiss dei pizzi Campedello (m. 2310) ed Anna Maria (piz anamarìa, m. 2387) e la bocchetta di Campo (m. 1921). Fra la punta Anna Maria e la bocchetta si colloca la massima elevazione della valle, il pizzo Ledù (piz ledü, m. 2502). In passato l'alpeggio ospitava fino a 20 nuclei familiari e poteva caricare fino a 60 capi di bestiame. La presenza dei bovini e soprattutto quella di pecore e capre attirava, però, anche l'indesiderata presenza di lupi e soprattutto di orsi, attestata fino all'Ottocento. Di questi ultimi si aveva particolare paura, e per tenerli lontani si teneva acceso, a turno, il fuoco durante la notte. Del resto, proprio alle montagne della Valchiavenna si riferiva il grande Leonardo da Vinci, quando parlava di "montagne sterili, altissime, dove ci sono, oltre stambecchi, camosce, terribili orsi. Su quelle montagne non ci si può salire se non a quattro piedi e ci vanno gli alpigiani, al tempo delle nevi, con grande impegno per far trebocare gli orsi giù per le ripe..."
La paura non aveva però il potere di togliere il buonumore ai valligiani. Si raccontano diversi aneddoti in proposito. Nel citato Inventario dei Toponimi viene riportato questo. Una volta capitò all'alpe un signore di S. Pietro, che saliva alla bocchetta di Campo per scendere, sul versante opposto, all'omonimo alpeggio. Il sole batteva impietosamente, e lui ardeva dalla sete, per cui chiese qualcosada bere ad un alpigiano. Questi, con fare un po' sornione, gli offrì una scodella di siero, corredata dauna tagliente battuta: "Veramént al g(h)'è 'ndec' gió un sc'carpìn dal me mèt, ma 'l la béef anca 'l mé ción", cioé "Veramente ci è finita dentro una scarpina del mio bambino, ma lo beve anche il miomaiale". Non mancò, pensiamo, dopo la bonaria canzonatura, una bel bicchiere di acqua fresca (o di buon vino). Vita d'altri tempi. Vita che ferveva nei mesi estivi, dalla fine di giugno ai primi di settembre, e che iniziò a declinare negli anni Sessanta del Novecento; nel decennio successivo l'alpeggio venne interamente abbandonato. Oggi versa in condizioni di desolante abbandono.
Il senso di tristezza è solitudine è, però, di molto attenuato dall'ottimo panorama che si apre versoest, sulle cime del bacino dell'Acqua Fraggia (imbocco della Val Bregaglia), del versante orientale della bassa Valchiavenna, della Val Codera e della Valle dei Ratti. L'escursione, se abbiamo ancora energie da spendere, può essere completata salendo al crinale che si affaccia sulla Val Bodengo. Imboccando un sentiero che parte dal bivacco possiamo salire, infatti all’evidente sella della bocchetta di Campo (m. 1921), dalla quale si può scendere all’alpe omonima, nell’alta valle Garzelli, laterale meridionale della Val Bodengo. Per raggiungere la bocchetta basta seguire i segnavia, che, a sinistra del bivacco, cominciano a risalire alcune balze a monte dello stesso, tracciando, poi, una diagonale verso destra che porta facilmente alla sella, dopo circa mezzora di cammino dal bivacco. Da qui si può, poi, scendere all'alpe Campo (c(h)èemp, m. 1646) è anch'essa fra le più importanti ed antiche di Samolaco, con una potenzialità di carico analoga a quella dell'alpe Manco (60 capi di bestiame); l'alpeggio, come mi segnala il cortesissimo Sergio Scuffi, era ancora caricato fino agli anni sessanta-settanta ("gli alpigiani ci andavano ancora fino agli anni sessanta-settanta. Anzi, successivamente ci sono stati importanti interventi di ristrutturazione, per cui oggi la maggior parte delle baite ha ripreso ad essere utilizzata durante l’estate, naturalmente senza più le bestie, trattandosi ormai di dimore per le vacanze estive").
L'importanza di questo alpeggio è testimonata dal ritrovamento degli antichi regolamenti, datati 1814 e pubblicati nel 2007, a cura di Sergio Scuffi ed Amleto del Giorgio, dall'Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco.
La vita d'alpeggio non era idilliaca come si potrebbe romanticamente pensare, anche se la scansione sempre eguale delle giornate contribuiva a restituire l'uomo a quella dimensione di ciclicità naturale cui, forse, appartiene nel profondo. Come ricorda Emilio del Giorgio, nel n. 9 (2007) di "Al lavatoi", pubblicazione dell'Associazione culturale della Biblioteca di Samolaco, ci si svegliava ogni mattina alle 3 e mezza per iniziare il lavoro alle 4 (cioè alle 3 secondo l'ora solare) con la ricerca del bestiame nell'oscurità della notte e la prima mungitura. Si trattava, poi, di far coagulare il latte (mett a quàcc) per ottenere il formaggio. A mezzogiorno tutti i pastori rientravano per il pranzo, preparato dall'aiuto casaro, cui seguiva una siesta ristoratrice. Alle quattro del pomeriggio seguiva la seconda mungitura, dalla quale si rientrava alle sei per fare di nuovo coagulare il latte. La giornata terminava con la cena; alle 10 tutti erano già a letto e difficilmente si stentava a prender sonno.
Questi pensieri ci accompagnano al ritorno, che avviene per la medesima via di salita.

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PAIEDO-ALPE CAMPEDELLO-RIFUGIO ALPE MANCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Paiedo-Alpe Campadello-Rifugio Alpe Manco
3 h
920
E
SINTESI. Lasciamo la ss 36 dello Spluga, andando a sinistra (per chi proviene da Milano) allo svincolo per Era di Samolaco, proseguendo sulla strada che sale a Paiedo (previo acquisto del pass di transito al bar centrale della frazione). Raggiunto il maggengo, parcheggiamo alla piazzola terminale della carozzabile (m. 1090). su un masso sul lato di quest’ultima troviamo l’indicazione per il Rifugio Manco, con una freccia che segnala la partenza di un sentiero che sale ad un casello dell’acqua e, poco più in alto, ne intercetta uno con traccia più chiara e segnavia rosso-bianco-rossi. Il sentiero conduce, con primo tratto a sinistra (ovest-sud-ovest), al lungo dosso che vediamo a monte dei prati; qui a quota 1170 metri circa, piega a destra ed assume l’andamento ovest-nord-ovest, inanellando una lunga serie di tornanti, fino a raggiungere l’alpe Cortesella (m. 1636). Da questa prosegue verso destra (nord-nord-ovest) e, piegando gradualmente verso sinistra (andamento ovest-nord-ovest) porta all’alpe Campedello (m. 1753). Il sentiero, quindi, prosegue verso nord-ovest, nella parte alta della Valle dell’Acqua, tagliando lo sperone che scende verso nord-est dal Sasso Campedello (sale, qui, fino ad una quota di 1916 metri) e volgendo gradualmente a sinistra (andamento ovest e sud-ovest), scendendo al circo terminale dell’alto bacino del torrente Mengasca (torniamo, così, a quote intorno ai 1700 metri). L’ultimo tratto, in direzione nord-ovest, porta alle ben visibili baite dell’alpe Manco, dove si trova il bivacco omonimo (m. 1730).

Per completezza, diamo conto di una seconda possibilità di raggiungere l’alpe Manco, che richiede meno impegno fisico, ma maggiore esperienza escursionistica, proponendo alcuni passaggi che richiedono attenzione. Punto di partenza è la parte alta del maggengo di Paiedo, sopra Era, centro amministrativo del comune di Samolaco fino al 1929 e, dopo la parentesi 1929-1946 (nella quale fu a S. Pietro), dal 1946 ad oggi, di origine antica (citato nel 1219 come “Léra”).
Per raggiungerlo, lasciamo la statale 36 dello Spluga, percorsa da Nuova Olonio in direzione di Chiavenna, a Novate Mezzola: dopo l’indicazione della deviazione, sulla destra, per la Val Còdera, vedremo, sulla sinistra, una deviazione che scende subito ad un sottopasso ferroviario (indicazioni per Era, S. Pietro e Gordona). Imbocchiamo questa strada, e ci ritroviamo sulla strada provinciale “Trivulzia”, dedicata al capitano Gian Giacomo Trivulzio (il quale promosse la prima bonifica della piana di Samolaco, agli inizi del Cinquecento), che percorre la bassa Valchiavenna fino a Chiavenna, mantenendosi, per un buon tratto, sul lato opposto della Mera, rispetto alla strada statale. Ignorata la deviazione a destra per Somaggia, attraversiamo la Mera sul Ponte Nave e, subito dopo il ponte, troviamo la deviazione a sinistra per Casenda e Vigazzuolo. Ignorata questa deviazione, proseguiamo fino ad Era (1,5 km dal ponte).
Da Era dobbiamo proseguire per Paiedo sfruttando una strada consortile, che però è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. È, quindi, necessario prima acquistare il permesso di transito come visitatori-escursionisti (categoria E2) in Municipio (la tariffa per 3 giorni consecutivi è stata fissata, nel 2008, in 5 Euro). Muniti del regolare permesso, possiamo ora iniziare a salire sulla strada asfaltata, che passa nei pressi della chiesa di S. Andrea e, dopo il primo tornante dx, tocca il nucleo di Montenuovo (burgnöovf o burgnöof, citato come “montis novi” in documenti del Seicento, m. 278), di origine assai antica, probabilmente anteriore al secolo XII. Segue una coppia di tornanti sx-dx; al secondo, ci raggiunge salendo da sinistra una strada che proviene da Casenda. Poi passiamo per la frazione di Ronco (róonc(h)’, già nominato, come “terra de Runcho” nel 1189, m. 310) ed affrontiamo una coppia di tornanti sx-dx, prima di giungere ai piedi del Mot di S. Andrea (mót de sant andrea, m. 400), la cui importanza storica è testimoniata dalla presenza dell’antica chiesetta (il cui bel campanile svetta oltre le cime dei castagni) e dei pochi ruderi di un castello, forse risalente addirittura all’anno 889, quando i terribili Ungari (da cui deriva il termine di “orchi”) depredavano molte regioni dell’Europa cristiana, successivamente dirupato, restaurato dal citato Gian Giacomo Trivulzio e definitivamente abbattuto al tempo della dominazione delle Tre Leghe Grigie. Inizia qui il divieto di transito dei veicoli non autorizzati.
Ci attendono altri 5 km di salita e 5 tornanti dx (seguiti da altrettanti tornanti sx) prima di raggiungere il nucleo di Paiedo (paée, m. 886). Eccolo, alla fine: un grumo di case affratellate da una comunanza antica, sul limite di una fascia di prati che si innalza, alle sue spalle, per oltre 200 metri di dislivello. La sua esistenza è attestata per la prima volta da documenti che risalgono alla seconda metà del XV secolo, e che fanno menzione di Pagieriis, Pegiedo e Palierio, ma la sua origine, come testimonierebbero alcune dimore costruite con la tecnica del “c(h)iàrdan” o carden (introdotta nella valle della Mera probabilmente da popolazioni di origine Walser), ossia con pareti costituite da tronchi squadrati sovrapposti, risale probabilmente al 1100-1200. Il nome, secondo la tradizione, deriverebbe dalle paglie dei piccoli campi di segale, orzo, miglio e panìco nei pressi del nucleo abitato e che, unitamente alla coltivazione della patata, alla raccolta delle castagne ed alla pastorizia, chiudeva il circuito di un’economia per buona parte autosufficiente.
Proseguiamo, sulla strada, fino alla parte alta dei prati di Paiedo (scìma ai prée), passando anche a monte di un grande tiglio secolare, con tronco cavo (téi); alla cima dei prati troviamo poche baite e, poco sotto, ad una quota di 1047 metri, un roccione ed una cappelletta.
La strada, a quota 1090, termina ad una piazzola; da qui partono due importanti sentieri. Su un masso sul lato di quest’ultima troviamo l’indicazione per il Rifugio Manco, con una freccia che segnala la partenza di un sentiero che sale ad un casello dell’acqua e, poco più in alto, ne intercetta uno con traccia più chiara e segnavia rosso-bianco-rossi. Il sentiero conduce, con primo tratto a sinistra (ovest-sud-ovest), al lungo dosso che vediamo a monte dei prati; qui a quota 1170 metri circa, piega a destra ed assume l’andamento ovest-nord-ovest, inanellando una lunga serie di tornanti, fino a raggiungere l’alpe Cortesella (curtesèla, m. 1636).


Panorama da Paiedo

Da questa prosegue verso destra (nord-nord-ovest) e, piegando gradualmente verso sinistra (andamento ovest-nord-ovest) porta all’alpe Campedello (campedèl, m. 1753), una delle più antiche di Samolaco, con una capacità di carico di 20 capi di bestiame (“vaccate”). Vi troviamo una decina di baite, tristemente abbandonate (la fine della storia di quest’alpeggio coincide, purtroppo, con un tragico episodio che la dice lunga sulle insidie della vita degli alpeggiatori: nel 1987 l’ultimo pastore rimasto venne colpito ed ucciso da un fulmine durante un violento temporale estivo).
Il sentiero, quindi, prosegue verso nord-ovest, nella parte alta della Valle dell’Acqua, tagliando lo sperone che scende verso nord-est dal Sasso Campedello (sale, qui, fino ad una quota di 1916 metri) e volgendo gradualmente a sinistra (andamento ovest e sud-ovest), scendendo al circo terminale dell’alto bacino del torrente Mengasca (torniamo, così, a quote intorno ai 1700 metri). L’ultimo tratto, in direzione nord-ovest, porta alle ben visibili baite dell’alpe Manco, dove si trova il bivacco omonimo (m. 1730).
Torniamo, ora, alla parte alta dei prati di Paiedo: sulla destra delle baite appena sopra la piazzola dove termina la strada parte un sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi (di cui sopra si è fatto menzione), che, piegando a sinistra (attenzione a non proseguire diritti), sale in direzione nord-ovest, superando un vallone e piegando ulteriormente a sinistra (ovest), salendo fino alle baite di Cima al Gualdo (m. 1536); oltrepassate le baite, intercetta la mulattiera di cui si è detto sopra, nel tratto Alpe Cortesella – Alpe Campedello. La salita dai prati di Paiedo all’alpe Manco richiede poco più di 2 ore e mezza di cammino (il dislivello è di circa 920 metri).

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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