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Mantello è, dopo Dubino, il secondo comune che si incontra percorrendo, sul fondovalle, la Costiera dei Cech da ovest ad est. Le sue origini sono probabilmente assai antiche, se è corretta l’ipotesi di Giustino Renato Orsini che, in “Storia di Morbegno” (Sondrio, 1959), riconduce il suo nome a quello della divinità degli inferi etrusca Mantu, all’origine anche del nome della più illustre Mantova. Del periodo romano sarebbe, invece, testimonianza il toponimo “Bellasca” (località di Mantello), ricondotto, sempre dall’Orsini, a “Belenus”, epiteto assegnato al dio Apollo.
Il toponimo è citato per la prima volta nell’atto di vendita di una vigna nel 1037: in quel periodo la comunità apparteneva, dal punto di vista religioso, alla pieve di Olonio, mentre da quello amministrativo dipendeva dal vescovo di Lodi, che ne aveva assegnata l’investitura feudale alla famiglia dei Pusterla. Nel 1111, però Lodi venne distrutta ed assoggettata a Milano ed il suo vescovo vendette i propri beni in Valtellina ad un Alberto Caseti di Lodi; i beni di Soriate (frazione di Mantello) e Campovico vennero, successivamente, in possesso del monastero dei SS. Faustino e Giovita presso Balbianello.
Il borgo si diede poi un’organizzazione comunale e nel 1335, anno con cui si inaugurava la signoria dei Visconti di Milano sulla Valtellina, figurava come “comune locorum de Mantello et de Arbuscho et de medio Forzonico”. Nel 1369 Mantello, con Dubino, Cino e Cercino, tutti comuni del Terziere inferiore di Valtellina e della squadra di Traona, si schierò con la parte guelfa che, sotto la guida del sondriese Tebaldo de’ Capitanei, insorse contro Galeazzo Visconti, di parte ghibellina. La rivolta non ebbe però esito, e nel 1373 si giunse alla pace generale ed all’amnistia per i ribelli. In quel medesimo XIV secolo Mantello, come il comune di Cercino, aveva possessi all’alpe dell’Oro in Valmasino: furono, infatti, in origine le comunità della Costiera dei Cech a sfruttare gli alpeggi di quella valle.
Molto interessante fu anche la situazione religiosa di Mantello nel Medio-evo: la comunità si staccò dalla dipendenza della plebana Olonio e della cura delle anime si occuparono i benedettini del monastero di San Colombano, attestato nel paese già dal 1217; nel 1421 l’autonomia religiosa venne ufficialmente riconosciuta con l’istituzione della parrocchia di Mantello. Negli atti della visita pastorale compiuta dal vescovo Gerardo Landriani nel 1445 è menzionato, infatti, il "presbiter Martinus de Castro Sancti Nazari", rettore della chiesa parrocchiale di San Colombano di Mantello. Il legame di questa terra con il celebre monaco irlandese ha un’importante radice storica. Essa ci riporta ai primi secoli del Medio-Evo, quando il monachesimo occidentale ebbe tanta parte nella cristianizzazione e nell’elevazione spirituale dell’Europa.
Fra i campioni di quest’opera di evangelizzazione un posto di assoluto rilievo spetta a San Colombano, robusta tempra di monaco irlandese, nato intorno al 540 nella cittadina di Navan nel Leister. Peregrinò per buona parte dell’Europa, fondando monasteri e xenodochi, e venne anche in Valtellina, fra la fine del VI ed i primi del VII secolo, con un pugno di monaci che lo seguivano, dopo aver visitato alcune valli dell’attuale Svizzera. Qui fu trattenuto per un certo tempo da Teodolinda, regina longobarda e consorte del re Aginulfo, che, soprattutto nei periodi più caldi dell’anno, soggiornava presso il castello di Domofole, appena sotto Mello.
Colombano si fermò, dunque, per sua volontà, in Valtellina, ma volle conservare lo stile di vita improntato alla più austera ascesi: scelse come dimora una grotta sui monti fra Traona e Mello, vivendo in solitudine, nella mortificazione e nella preghiera. Non si fermò molto, ma l’esempio ed il carisma della sua figura furono all’origine di diverse comunità monastiche; quella fiorita nel territorio di Mantello, come abbiamo visto, vi si trovava ancora sei secoli dopo. Decisiva fu l’importanza di questi monaci, non solo nel campo spirituale, ma anche in quello materiale, in quanto, fedeli all’ora et labora di San Benedetto, si diedero a dissodare terreni incolti, modificando gradualmente il volto di buona parte della Costiera. Pare che la loro opera fosse assecondata non solo da coloni e contadini, ma anche, nel secolo IX, da alcuni prigionieri Saraceni trasferiti in Valtellina ed utilizzati, fra gli altri, anche dai Pusterla di Mantello.

Ma torniamo al XVI secolo. Nel 1520 accadde un evento naturale destinato a modificare profondamente la morfologia della parte terminale della piana della bassa Valtellina e a condizionare la vita di Mantello, borgo fortemente legato alle attività agricole sul fondovalle: una paurosa alluvione cambiò il corso del fiume Adda. Esso, prima di quella data, correva quasi a ridosso del versante retico, lambendo lo sperone sul quale è posto l’antichissimo insediamento di San Giuliano, a monte di Dubino, poco ad ovest, ed andando a sfociare nel lago di Mezzola; dopo la calamità naturale, il corso piegò più a sud, ed il fiume, attraversando quello che poi si sarebbe chiamato Pian di Spagna e passando presso i ruderi dell’antica Olonio, andò a gettarsi nell’alto Lario, di fronte a Sorico. La modificazione del suo corso non ebbe effetti benefici per il fondovalle di Dubino e Mantello, in quanto molti terreni divennero malsani e malarici, ed il fiume smise di essere navigabile (solo nel 1858 le autorità austriache portarono a termine la rettifica del corso dell’Adda dalla Scialesada di Dubino fino a Colico, iniziata nel 1845, recuperando interamente questo lembo del piano alle coltivazioni).

Si pose, poi, il problema della comunicazione con la Valchiavenna, in quanto, venuta meno la via d’acqua, la via di terra era ostruita dal Sasso Corbè, sopra Verceia, che cadeva a picco nel lago di Mezzola: per questo le Tre Leghe Grigie, che dal 1512 avevano reso Valtellina e contee di Valchiavenna e Bormio tributarie, ed erano interessate ai traffici con la Repubblica di Venezia per i passi orobici, promossero la costruzione di una strada che lo scavalcava a monte, congiungendo Dubino (località Monastero) a Verceia, la cosiddetta “via cavallera”. Essa rimase, fino al 1834, anno in cui l’ingegner Donegani tracciò la strada che collegava Riva di Chiavenna e Colico, l’unica via di terra agibile che univa Valchiavenna e Valtellina.
Il dominio grigione si instaurò dopo dodici anni di odiosissima occupazione francese, ma non fu, all’inizio, incontrastato. Francesco II Sforza, duca di Milano, voleva riprendersi la Valtellina e promosse un’azione militare sotto il comando del duca d’Arco, che però fallì, nel 1524, al ponte di Mandello (che congiungeva le due rive dell’Adda) e, l’anno successivo, nella più famosa battaglia di Dubino. Sventata la minaccia portata anche dalla sinistra figura dell’avventuriero Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, ed abbattute, nel 1526, tutte le fortezze valtellinesi, perché non fossero punto d’appoggio per future insurrezioni, i Magnifici Signori Reti sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni potevano trarre dalla valle tributaria, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune.
Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Mantelli" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 207 lire (per avere un'idea comparativa, Dubino fece registrare un valore di 85 lire, Delebio 963, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 1870 pertiche e sono valutati 657 lire; 847 pertiche di campi e selve sono stimate 575 lire; 1 pertica di orti è stimata 5 lire; boschi e terreni comuni sono valutate 22 lire; oltre 519 pertiche di vigneti vengono valutate 938 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 2463 lire (sempre a titolo comparativo, per Dubino è di 1442, per Delebio 9489 e per Morbegno 12163).
I Magnifici Signori Reti si adoperarono anche per favorire la confessione riformata, che loro stessi avevano abbracciato, ai danni di quella cattolica: nel 1557 Antonio Planta decretò che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Dubino, insieme a Regoledo, Mello, Morbegno e Caspano, fu, dunque, fra le prime comunità ad avere un pastore protestante. Di questa situazione troviamo un’eco chiara nell’ampia relazione che il vescovo di Como, di origine morbegnasca, Feliciano Ninguarda, diede della sua visita pastorale a Mantello, nel 1589, nella quale vi contò circa 80 fuochi (corrispondenti approssimativamente a 400 abitanti). Ecco quel che annota negli atti di tale visita: “Mezzo miglio sopra Dubino, ai piedi dello stesso monte vicino all'Adda, vi è il paese di Mantello con circa ottanta famiglie. La chiesa parrocchiale è dedicata ai SS. Gregorio e Colombano, tuttavia è chiamata dal popolo di S. Marco per le processioni che vi convengono nel giorno della festa. Il parroco è il sac. Pietro Castelli di Dubino. Sono tutti cattolici all'infuori di una famiglia il cui capo fu un certo Benedetto Malacrida, morto eretico, la cui moglie invece, ancora vivente persevera nella fede cattolica eun'altra donna di Caspano, oriunda della famiglia Cappelli, che malgrado sia andata sposa a un cattolico, resta sempre nell'eresia.”
Ecco, invece, quel che annota Giovanni Guler von Weineck, governatore grigione della Valtellina nel biennio 1587-88, nella sua opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616: “Quindi sopra una rientranza della montagna sorge posterla, paesello in fertile posizione; fu in antico abitato dai posterla di Milano, dai quali derivò il suo nome; ma più tardi vi si stabilirono i Malacrida, cittadini di Como. Subito dopo, proseguendo verso il lago, si trova nel piano della valle Mantello, che è quasi bagnato dall’Adda. Perciò un ponte, gettato in questa parte, conduce di lì nella squadra di Morbegno, a Rogolo che sta a mille passi dall’Adda, di fronte a Mantello. Qui abitano alcuni della nobile schiatta Castelli S. Nazaro, che vi immigrarono da Como al tempo delle fazioni cittadine… Ferzonico si dice pure Cantono. Di qui comincia la via che conduce alle terme di Masino, misurando da un estremo all’altro due miglia tedesche. Infatti da Ferzonico a Bioggio la via sale faticosamente per il monte per tremila passi, poi abbiamo un tratto piano sino a Civo; poi vi sono di nuovo millecinquecento passi di lenta salita sino a Roncaglia; e dopo Roncaglia vi sono di nuovo millecinquecento passi sino a Caspano; e di lì un tiro d’archibugio sino a Bedoglio. Da questo punto si entra nella Valmasino, nella quale si percorrono seimila passi per arrivare a S. Martino; donde con altri duemila di via diseguale e sassosa si giunge ai Bagni.”

Poi venne il seicento. Secolo di triste memoria, soprattutto nella sua prima parte. Scrive Giuseppina Lombardini: “Foriero di tristi avvenimenti il Seicento s’annuncia tragicamente con una scossa di terremoto avvertita principalmente a Morbegno nel settembre 1601”. I contrasti fra Cattolici e Riformati si acuirono, anche per l’operato del famigerato tribunale di Thusis, che pose sotto tortura, dopo averne commissionato il rapimento, l’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, che non sopravvisse agli strazi. L’esasperazione degli animi portò all’insurrezione contro il governo grigione ed alla caccia al riformato passata alla storia con l’infelice denominazione di “Sacro Macello” di Valtellina (fra il 19 ed il 20 luglio 1620). Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.” Seguì la reazione dei grigioni, che il 28 di quel medesimo luglio erano già scesi da Chiavenna a Dubino, dove, però, non poterono prendere le trincee di Mantello, occupate dagli insorti. Mantello, infatti, per la sua particolare posizione, era stata fortificata dallo storico Fortunato Sprecher, che aveva anche promosso la costruzione del ponte già citato. Tale ponte aveva una grande importanza strategica, sia per la sua posizione, che ne faceva un passaggio obbligato per chi accedeva alla Valtellina, sia perché era uno degli unici tre ponti che si trovassero da Colico a Sondrio gli altri due sono il ponte di Ganda, presso Morbegno, e quello di San Pietro di Berbenno). Questi ponti, così come Mantello, sono ben segnalati in due importanti carte secentesche della Valtellina, la Carte de la Valtoline, stampa francese, e nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625. Lo storico ponte è stato poi in tempi più recenti sostituito da un ponte in muratura, a sua volta soppiantato, dal 2007, da un nuovo elegante ponte in cemento armato.

Le milizie dei grigioni occuparono comunque Traona, ma vennero sconfitte al ponte di Ganda e costrette a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro occupazione, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno, dopo l’incendio del 1623, che distrusse un quarto dell’abitato, venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Mantello dovette assistere più volte al passaggio delle truppe impegnate nelle guerre di Valtellina. E non era certo una parata cui assistere come ad uno spettacolo: c’era già da star contenti se queste non si abbandonavano a saccheggi o se i loro comandanti non esigevano dalla popolazione consegna di viveri e foraggio per i cavalli. Ed in effetti nel 1625, fra lo scoramento e la paura generali, il Coeuvres dispose che Dubino, Ferzonico, Cantone e Monastero alloggiassero la cavalleria francese e veneta e che Mantello ospitasse la fanteria veneta, i cappelletti e la fanteria albanese. Ne seguirono, come scrive l’Orsini (op. cit.), “violenze, furti, imposizioni di taglie, stupri ed altri delitti che qualcuno tuttavia espiava sulla forca, eretta dal comandante nel piano di Traona”. A questa calamità chi potè si sottrasse cercando rifugio negli insediamenti di media montagna. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.
Tutti tirarono il fiato, ma fu il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Mantello, che comprendeva allora le vicinanze di Soriate, Pusterla, Cortivo, non ebbe sorte migliore del resto della valle.

Come se tutto ci ò non bastasse, nel 1635 la guerra avvampò di nuovo con la spedizione dell’abile stratega francese duca di Rohan. E di nuovo Mantello ne fu coinvolta. Egli, infatti, progettò di utilizzare le fortificazioni di Mantello potenziandole con la costruzione di un nuovo forte; il 16 giugno, però, temendo di essere preso fra due fuochi dagli spagnoli asserragliati nel forte di Fuentes e dagli Imperiali del Fernamont, ordinò di appiccare il fuoco alla struttura e si ritirò a Chiavenna. A por fine a questo tormentatissimo periodo ed alla guerra fu un ribaltamento delle alleanze: i Grigioni voltarono le spalle alla Francia e firmarono un accordo con la Spagna (capitolato di Milano, 1639): la Valtellina tornava sotto la loro signoria, ma ai riformati era proibita la residenza in Valtellina.

Un quadro sintetico di mantello nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Lontano da Traona circa due miglia v'è Mantello, situato nel pianocon una chiesa parochiale di S. Marco, separata da Sorico. Haverà 50 fameglie computando alcune contrate, cioè Soriate nel monte, Posterla et Cortile. Il territorio et aria è simile a quello di Traona. Quivi v'è un ponte per il quale, passando Adda, si va a Delebio, et perché il mantenerlo è di grande spesa, ogni passagiero paga il portorio.
Seguì oltre un secolo e mezzo di lento ma costante miglioramento economico (dovuto anche all’introduzione di nuove colture, fra cui la patata), che, tuttavia, non valse a colmare l’emorragia demografica del 1630-31. Prova ne è che la popolazione di Mantello venne stimata in 323 abitanti complessivi nel 1624, prima della terribile epidemia; alla fine del secolo successivo, e precisamente nel 1797, i suoi abitanti erano 311, meno della popolazione di un secolo e mezzo prima.

Il 1797 è anche l’anno del congedo dei funzionari delle Tre Leghe Grigie in Valtellina: la bufera napoleonica non era rimasta senza conseguenze neppure in questo lembo non più strategicamente rilevante dell’Europa. Seguirono l’adesione della Valtellina alla Repubblica Cisalpina, prima, ed al regno d’Italia (1805), poi, sempre sotto il controllo napoleonico. Nel 1805 Dubino figurava come comune di III classe nel V cantone di Morbegno, con 270 abitanti. Due anni dopo il comune di Mantello, con 280 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Mantello (180) e Soriate (100). Negli anni successivi si discusse se Dubino o Mantello dovessero figurare come centro principale di un’aggregazioni di comuni limitrofi (comprendente Cino e Cercino) che avrebbe dovuto razionalizzare la macchina amministrativa. Ma alla fine non se ne fece nulla.
Dopo il Congresso di Vienna la Valtellina venne inserita nei domini della casa d’Austria, nel Regno Lombardo-veneto, e vi rimase fino alla proclamazione dell’Unità d’Italia nel 1861. Nel 1853 Mantello, con le frazioni di Ferzonico e Soriate, figurava come comune con convocato generale e con 338 abitanti nel III distretto di Morbegno. In questo periodo la già citata rettifica del corso dell’Adda da Dubino a Colico, operata fra il 1845 ed il 1858, permise di recuperare molti terreni alle colture, potenziando l’economia agricola del paese e contribuendo in modo decisivo all’estensione degli insediamenti di fondovalle. Non fu, però, un periodo privo di pesanti ombre: le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), e quelle di filossera e peronospora, che negli anni cinquanta misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. 
Alla proclamazione dell’unità d’Italia, nel 1861, Mantello contava 309 abitanti. La patria italiana era appena fatta, e già chiamava i suoi figli a combattere nella III Guerra di Indipendenza del 1866, contro l'impero Asburgico: vi parteciparono anche tre abitanti di Mantello, Antonelli Marco, Fiorini Defendente e Giuliani Pietro. Gli abitanti aumentarono progressivamente fino alla vigilia della prima guerra mondiale: erano 340 nel 1871, 367 nel 1881, 443 nel 1901 e 503 nel 1911. Questo aumento si deve in buona parte al fatto che abitanti di Cino e Cercino vennero a stabilirsi sul fondovalle, costituendo un nucleo importante del paese di Mantello.

Il 1909 è un anno da ricordare nella vita delle comunità di Cino, Cercino, Dubino e Mantello: arriva per la prima volta l’energia elettrica e, se consideriamo quanto essa sia essenziale nella nostra vita e quanto risulti difficile poterne fare a meno, possiamo capire che si tratta di una piccola rivoluzione. L’evento, accolto festosamente dalle popolazioni, fu reso possibile dalla costruzione, da parte della ditta Castelli, di una centralina sul torrente Pusterla, della potenza di 40 cavalli. Così quel medesimo torrente le cui acque, secondo un’antica leggenda, avevano investito e raso al suolo la casa dei nobili Pusterla di Mantello per punire i balli licenziosi che vi si tenevano, ora assicurava luce all’intera sezione occidentale della Costiera dei Cech.
Durante la prima guerra mondiale il paese pianse la morte dei combattenti Callina Giorgio, Dell'Ambrogio Tommaso, Garzelli Beniamino, Poncetta Antonio e Valena Guerino. Nel periodo fra le due guerre, invece, vi fu una flessione e gli abitanti passarono da 535 nel 1921 a 501 nel 1931 ed a 444 nel 1936.
Ecco come Ercole Bassi, ne “La Valtellina – Guida illustrata”, del 1928 (V ed.), presenta il paese: “Mantello (m. 215 – ab. 541 – ferr. A Rogolo km. 2 – coop. di cons., pulite osterie, forno con produz. di dolci, soc. di M. S. – circ. soc.). La parrocchiale, del 600, possiede un confessionale, il pulpito e un grande armadio nella sagrestia, di buon intaglio, un’ancona del 700 a intagli dorati e l’Ultima Cena sotto l’edicola centrale; un bel paramento di velluto antico verde e qualche altro dipinto di pregio. Sopra una piccola altura dietro la Parrocchiale, vi è la località della Pustérla, ove si scorgono le vestigia di un palazzo di una famiglia Pusterla. La tradizione narra essere stato una notte cogli abitanti e numerosi invitati, mentre vi tenevano un ballo licenzioso, distrutto dal vicino torrentello pur chiamato Pusterla. Dal 1909 questo torrente anima un impianto idroelettrico di circa 40 cavalli per illuminazione ed industria. La chiesetta di Pusterla possiede una bella tela del 700 con S. Maria Maddalena, piena di dolorosa espressione, attribuibile a P. Ligari.
Il medesimo Ercole Bassi, nella sua monografia “La Valtellina” (1890) così descrive il costume tradizionale di Cino, Cercino, Mantello e Dubino: “Le donne dei comuni di Mantello, Dubino, Cino e Cercino hanno, come quelle di Montagna, un fazzoletto bianco ripiegato in testa, corpetto che lascia libera la camicia di tela con pizzo alle braccia, al collo, al seno; veste verde o marrone; che si allaccia in modo goffo sopra le mammelle, terminata inferiormente da fascia rossa corta, da lasciar vedere le scarpe basse con fibbia, e le calze bianche fino al ginocchio; fazzoletto di seta o di lana al collo, capelli annodati indietro con nastri azzurri e ricci di fronte… Gli uomini usano di raro la giacca di panno marrone; hanno il panciotto rosso, calzoni corti con patta avanti, calze bianche e cappello di feltro.”
Durante la seconda guerra mondiale caddero Bianchi Aristide, Bonetti Arturo, Callina Enzo, Callina Silvio e Dini Domenico.
Nel secondo dopoguerra, infine, ad una fase di sostanziale crescita, culminata negli anni ottanta (552 abitanti nel 1951, 653 nel 1961, 642 nel 1971 e 723 nel 1881, massimo storico) ne è seguita una di leggera flessione, con una successiva sostanziale tenuta (670 abitanti nel 1991, 683 nel 2001 e 698 nel 2006). 

Uno sguardo al territorio, ora, che si sviluppa su una superficie complessiva di 3,69 kmq. Il suo confine meridionale passa appena a sud del fiume Adda. Ad est il comune confina con Dubino: il confine sale dal fiume Adda verso nord seguendo l’ultimo tratto del torrente Vallate fino alla strada provinciale pedemontana orobica, per poi lasciarlo alla propria sinistra (ovest) e passando ad ovest di Ferzonico (frazione di Mantello). Volgendo, quindi, a nord-ovest raggiunge di nuovo il torrente Vallate, nel solco della valle omonima, proseguendo, verso nord, fino a toccare il crinale che separa Valtellina e Valchiavenna, ad una quota di circa 1400 metri.
È, questo, il punto più alto del territorio comunale: il confine, infatti, ora piega verso sud-est, tagliando in diagonale il medio versante montuoso e portandosi sul limite occidentale del maggengo dei Prato dell’O, che resta in gran parte nel territorio del comune di Cino. Da qui prende a scendere più deciso, con andamento sud-sud-est, raggiungendo il solco della valle Oscura, appena sopra il centro di Mantello. Non prosegue, però, fino al piano, ma, ad una quota approssimativa di 350 metri, piega ad est, scavalcando la strada che da Mantello sale a Cino (a nord delle frazioni Posterla e Torchi, dove si respira più intenso dell’antica civiltà contadina) e procedendo oltre il piccolo nucleo di Bufalora. Qui piega ancora, riprendendo l’andamento verso sud e raggiungendo la strada provinciale pedemontana orobica ed il fiume Adda, appena ad est della frazione Soriate (anch’essa, dunque, nel territorio di Mantello). A sud dell’Adda si ritaglia, infine, una modesta striscia di campi.
Per raggiungere Mantello conviene staccarsi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla sinistra (per chi proviene da Milano), all’altezza di Delebio, prendendo a sinistra alla rotonda che si trova all'uscita dal paese (indicazioni per St. Moritz, Chiavenna, Dubino): la strada, procedendo verso nord, porta ad un ponte sull’Adda, oltrepassato il quale siamo di fronte al nucleo centrale di Dubino; qui, svoltando a destra alla prima rotonda, ci immettiamo sulla strada provinciale dei Cech occidentale e raggiungiamo Mantello. E' possibile portarsi a Mantello anche lasciando la ss. statale dello Stelvio, sempre sulla sinistra, alla rotonda di Rogolo, ma in questo caso si deve superare un passaggio a livello, oltre il quale la strada ci porta al nuovo ponte sull'Adda di Mantello.

 

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