Il nucleo della Maroggia

Fra le zone più caratteristiche del lungo versante retico della media Valtellina quella della Maroggia si impone per il suo fascino, che nasce da un felice dosaggio di storia, bellezza naturalistico ed attrattiva enologica. Il termine “Maroggia” suona come “mala roggia”, cioè cattivo corso d’acqua; il significato più probabile, però, è quello di “detriti”; non è da escludere neppure un’origine da “maròi”, che corrisponde all’antico francese “maronge” e significa ontano nero. È stata ipotizzata dall’Orsini, infine, un’origine ancora più antica, da “maru”, termine etrusco che significa signore o custode del tempio. La storia sacra parla di luoghi segnati in modo indelebile dalla veemente predicazione di san Benigno de' Medici (sec. XV), famoso per la sua voce angelica, la sua dottrina teologica ma soprattutto per il suo fervore. La natura mostra qui, soprattutto in autunno, scorci suggestivi, e riserva la sorpresa del famoso "Centòn", castagno piegato dall'età pluricentenaria (si dice che anche già il santo ebbe modo di godere della frescura all'ombra dei suoi vigorosi rami). L'attrattiva enologica, infine, è legata ad un vino prodotto in 25 ettari circa di terrazzamenti coltivati e reso particolarmente robusto dalla felice esposizione dei luoghi ("vinum firmum et dulce", cioè vino robusto e profumato viene già definito quello offerto al santo da Lorenzo de' Lupi), tanto da meritarsi la qualifica di vino docg.
Ma andiamo con ordine. Staccandoci dalla statale 38 all'altezza di Ardenno (oppure alla successiva traversa, in direzione di Sondrio, in località Villapinta), imbocchiamo la strada provinciale Valeriana, che congiunge Ardenno a san Pietro di Berbenno. Raggiunta la frazione di Ere (m. 270 circa), lasciamo l'automobile e cominciamo a salire a piedi lungo la strada che attraversa un bel gruppo di case, inoltrandosi poi nei prati della Maroggia. Gli amanti dei rally conoscono bene questa zona, legata, fino a non molto tempo fa, ad una famosa prova di questo sport.
Attraversato il torrente Maroggia su un ponte, saliamo alla frazione omonima (m. 528), dove, sul fianco orientale di un grande dosso, stanno, raccolte e quasi strette in una fratellanza antica, alcune baite, che, nel loro insieme, ci regalano uno degli scorci più caratteristici, dal punto di vista degli insediamenti rurali, dell'intera Valtellina.


Panorama dalla strada per Monastero

Questo nucleo ha origini assai antiche, che risalgono probabilmente al secolo XI, quando i primi contadini cominciarono a terrazzare il dosso introducendo la coltura della vite. Il dosso rappresenta una delle zone vinicole più pregiate della Valtellina, ed il vino che vi si produce ha ottenuto, per questo, il marchio D.O.C.G. Si tratta di un dosso di origine morenica, separato dal resto del versante retico dal solco della valle della Làresa, ad ovest, e da quello più modesto della Val d’Orta, ad ovest. Nel nucleo di case a ridosso della strada si trova, poi, la chiesetta di S. Margherita, edificata fra il 1685 ed il 1698 e consacrata nel 1703. In pessime condizioni è, invece, la casa della famiglia De’ Lupi, che nel 1404 ospitò per la prima volta san Benigno De’ Medici, che poi scelse questa zona come residenza fino alla morte, avvenuta nel 1472. Scrive, al proposito, Romerio del Ponte, nella sua Quattrocentesca “Vita di San Benigno de Medici detto Bello”, tradotta dal latino da Vincenzo Guarinoni e pubblicata nei numeri 80-81 del 2002 dei Quaderni Valtellinesi: “Il beato Benigno detto Bello de Medici… si portò nella Valtellina con frate Modestino Mileto, suo compagno e nella pieve di Berbenno appresso la chiesa di Sant Bernardo, al presente dedicata al glorioso suo nome Sant Benigno Bello; in un monastero già abitato da padri Benedettini, dipendente dalla Badia di Santa Maria in Dona nel contado di Chiavenna, fissò il suo domicilio, in cui doppo quattordici anni, in età d’anni novantanove, fu chiamato da Dio al premio delle sue virtuose fatiche li 12 febbraio 1472”.
Del monastero cui deve il nome il paese di mezza costa a monte della Maroggia, Monastero, appunto, diremo. Per ora soffermiamo la nostra attenzione su questa singolare figura di santo, oggetto di una vivissima devozione popolare che ha dato origina anche ad una delle più conosciute sagre valtellinesi (quella di San Bello, appunto, che si celebra ogni anno il 12 febbraio). Nacque il 19 luglio 1372 a Volterra, dall’illustre casata de Medici, e si addottorò in teologia, a Parigi, nel 1399. Entrato nell’ordine degli Umiliati, scelse una interamente dedita alla predicazione, alla fondazione di sempre nuovi monasteri ed all’esercizio dell’umiltà.
Era di bell’aspetto (per cui ben presto gli venne assegnato il soprannome di Bello, con il quale è più conosciuto: "per integrità di vita così santa ed illustre...meritò il nome di Benigno e per l'ottima perfezione e bellezza del suo corpo...fu cognominato il Bello"), di solidissima cultura teologica; aveva una grande eloquenza ed una voce straordinariamente suadente, ma soprattutto una fede profondissima, che lo portava ad umiliarsi quotidianamente indossando, sotto le vesti spesso ben curate, il cilicio, e conducendo sempre un tenore di vita modestissimo (“dormiva in terra vestito di panno di canape e lana”). La sua vocazione lo portò a peregrinare fra Italia (fu a Milano, Livorno, Reggio calabria, Messina e Palermo), Francia (fu a Marsiglia, Tolosa e Lione), Spagna (fu a Barcellona e Monserrat, nell’allora Regno d’Aragona), Svizzera (fu nel Vallese, a Zurigo e Coira). Da Coira passò quindi a Bormio, e di qui scese la Valtellina fino a Sondrio.
Ecco come padre Romerio racconta la prosecuzione del suo viaggio: “Giunti a Sondrio e vedendo che per il piano, stanti le innondazioni repentine delle acque (per le grandi piogge), non si poteva passare, fu accordata una guida per renderli sicuri per strade montuose sin alla riva del lago di Como, e però passando da Sondrio a Triasso, Castiglione (Castione), Postalesio, Polaggia e Berbenno, giunsero alla Maroggia su l’imbrunire della sera, dove gli convenne fermarsi la notte in casa d’un certo ricco contadino della famiglia de Lupi… La mattina dopo piacque a Dio il donare la serenità richiestali la sera precedente e tale fu che pareva mai fosse piovuto. Si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove… si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Posterla e Dubino e Monastero sino a Promezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio (Olonio) dalla parte sinistra, traghettando il laghetto giunsero a Dazzo (Dascio) a cena ben tardi”. Tutto questo accadeva nel 1404. La storia delle peregrinazioni del santo, però, non si conclude qui: altre ve ne furono, fra Chiavenna e Grigioni, Toscana, Veneto e Trentino, anche se i luoghi cui maggiormente fu legato rimasero Dascio, sulla sponda occidentale dell’alto lago di Como, ed Averara, in Val Brembana.
Ma anche alla Maroggia si sentiva di casa: vi passò di nuovo il 17 febbraio del 1446, per pranzare “in casa del suo amico de Lupi”, e nel settembre successivo, per comperare “brente sessanta di vino, de quali brente 20 per il suo romitorio di Dazzo e brente 40 per mandarsi in Aurera”. Già, sembra che la passione per il vino, per quello buono, s’intende, fosse l’unica sua debolezza. Se tale si può definire. C’è da dire che un buon bicchiere di vino non guastava certo, quando si trattava di riprendersi dalle spossanti omelie, che talvolta lo prostravano, come accadde in una celebre predica del 8 febbraio del 1472 in un prato della Maroggia, conclusasi con lo svenimento dello sfinito predicatore, che era a pochi mesi dal compiere il centesimo anno di vita, ed a pochi giorni dalla morte (avvenuta il 12 febbraio successivo).
L’anziano padre Benigno decise di scegliere la Valtellina come terra nella quale stabilirsi definitivamente, ed il 29 ottobre del 1458 “si prese a locazione per dodici anni la terza casa di Lorenzo, Domenico et Andrea Marongini o Maini de Lupi della Maroggia”. Aveva ormai 86 anni ed il desiderio di mettere radici prevalse sul suo indomito spirito peregrinante. La voce dell’arrivo di una figura già circonfusa di un alone di santità si diffuse in tutta la Valtellina: ed ecco che il 9 settembre del 1459 San Benigno “fu visitato dal molto reverendo di Berbenno con quattro sacerdoti et sei dei principali di Berbenno. Di puoi si fermò ivi esso padre abbate Benigno Bello con grandissima soddisfatione non solo del popolo di Berbenno e della plebe, ma di tutta la Valtellina, li di cui infermi incurabili se gli conducevano davanti… si risanavano”. Egli operava le guarigioni così: “Fatto il segno della santa croce in fronte de patienti, proferendo queste parole ‘Gratia Domini Dei fiat secundum fidem tua, quam cupis, si dignus es (Per la Grazia del Signore Dio accada ciò che desideri, secondo la tua fede, se ne sei degno)’. Ma l’umiltà rimase la sua più profonda virtù: quando ebbe fra le mani un libro sui suoi miracoli, scritto dall’abate Romerio Del Ponte (quello stesso che poi ne narrò la vita nell’opuscolo citato), lo gettò nel fuoco, con la motivazione che i miracoli non erano suoi, ma di Dio.
San Bello restituì anche alla sua importanza il monastero di Assoviuno, a monte della Maroggia (l’attuale Monastero di Berbenno), e ne divenne abate.  L'attuale nome, infatti, deriva dalla costruzione, promossa nel 1292 dai tre fratelli De Rizzi, che volevano combattere il demonio che li affliggeva, di un cenobio (cioè di un luogo di preghiera e di vita comune dei monaci), intitolato a san Bernardo da Montoneproprio. In seguito vi si stabilirono dei monaci Benedettini provenienti dalla Valchiavenna, che eressero una badia ed intrapresero opere di bonifica e terrazzamento del versante a monte della Maroggia. Ecco come racconta l’accaduto il nostro cronista: “Tre fratelli secolari, cioè Bernardo, Gottardo e Ghilardo de Rizzi della Maroggia, essendo travagliati da demonij che gli comparivano in tutti gli loro lavorerij in figura di lavoranti, che volessero aiutarli, correvano gran  pericoli, onde tutti e tre assieme…fecero voto…di fabbricare il primo una chiesa,…il secondo di erigere un monastero ed il terzo di adottarlo per il mantenimento di sei sacerdoti e sei laici”.
San Bello, abate di Assoviuno, morì il 12 febbraio 1472. Anche la morte ebbe del prodigioso. “Nel giorno puoi di giovedì 12 febraro suddetto 1472, doppo la celebrazione della Messa, come in modo di orare avanti l’altare spirò, tramandando soavissimo odore…” Da un vicino colle alcuni videro, quella mattina, sollevarsi, dalla chiesa dove San Benigno era morto, “una candidissima nuvola soavemente volando coma una cosa sottile al cielo”, e scendere dal cielo “un’altra nuvola a guisa di rugiada”: non ne sapevano ancora il motivo, che ben presto sarebbe stato spiegato come segno divino dell’elezione al cielo del santo.
Dopo la sua morte non cessarono i miracoli riconducibili a lui: “Nel spatio puoi di quelli tre giorni che stette insepolto…furono guariti cento sette infermi…, cioè tre indemoniati…, di più un cieco muto e sordo per causa d’un fulmine…et altri due ciechi,…di più due muti,…di più sei sordi,…di più quattro paralitici,…di più cinque zoppi…et tre podagrosi invecchiati”, e numerosi altri, i cui nomi non furono annotati dal fedele compagno padre Modestino. Tutti furono risanati “al tocco del corpo di questo beato”. Sette anni più tardi fu di nuovo il santo a venire in soccorso della comunità a lui così cara: nel 1479 “nel mese di maggio, essendo venuta una grossissima e continua pioggia, talmente che pareva fosse insorto un torridissimo diluvio in Bormio e suo distretto, nella Valtellina e nel contado di Chiavenna e da per tutto, puoiché l’Adda talmente crebbe che inondò fino a toccare le case sotto l’Arbosta di Tallamona, onde non vi era sicurezza alcuna nella pianura, puoca nelli monti, in cui li torrenti de fiumi conducevano gran sassi, che sovvertivano tutti gli luoghi coltivati, e pochissima nell’alpi, le valli delle quali erano impedite dalli arbori spiantati, ma in questo tempo così piovoso fu osservato da molti, degni di fede…che ogni giorno, circa le hore venti, benché da per tutto fosse piena l’aria di aquose nubi, però sopra il luogo di Monastero…per un’hora continua si vedeva un lucidissimo sereno,…ed altresì…che il fiume della Maroggia non era cresciuto e…nel contorno delli arbori non era caduta alcuna goccia d’acqua”. A quell’alluvione seguì un’estate segnata da un’eccezionale siccità, tanto che il 4 settembre le comunità di Morbegno, Talamona e Delebio salirono in pellegrinaggio a Monastero, ottenendo un nuovo intervento miracoloso del santo: “nella notte doppo che furono ritornate a casa le processioni, così profusamente e tutto il giorno seguente piovette per il passato e futuro trimestre, onde niun danno apportò la siccità, anzi frutti abbondantissimi”.
Figura davvero suggestiva, sulla quale meditare. Magari salendo a piedi per diversa via alla Maroggia. Vediamo come. Portiamoci in automobile a Pedemonte, percorrendo la via Valeriana da S. Pietro di Berbenno verso Ardenno. Dalla secentesca chiesa di S. Bartolomeo a Pedemonte (di fronte alla quale possiamo parcheggiare l’automobile), a m. 334, incamminiamoci verso la parte alta del paese, seguendo una ripida viuzza, al termine della quale inizia una pista in cemento che sale, sempre ripida, seguendo il versante orientale della Val d’Orta. Guardando in alto, a sinistra, possiamo cogliere un bello scorcio del nucleo della Maroggia.


Pedemonte

La pista volge poi a destra, salendo sempre ripida, ed al successivo tornante a sinistra termina, lasciando il posto ad un largo sentiero. Ignorato un primo sentierino che si stacca sulla destra, ne troviamo uno successivo, un po’ più marcato, in corrispondenza di un cartello che indica il metanodotto. Prendiamo, quindi, a destra, salendo in direzione est-sud-est. Dopo una breve traversata, il sentiero termina ad una piazzola alla quale scende, da sinistra, una pista sterrata. Saliamo, ora, seguendo questa pista. Dopo un tornante a destra ed uno successivo a sinistra, ignoriamo una pista secondaria che se ne stacca alla nostra destra. Poco dopo giungiamo al termine della pista, che confluisce nella strada asfaltata che da Ere sale a Monastero. Ci troviamo leggermente a monte rispetto alla Maroggia: una breve discesa ci porta a questo nucleo, che non possiamo mancare di visitare. Vediamo, infine, come salire dalla Maroggia a Monastero.


Vigneti della Maroggia

Incamminiamoci seguendo la strada asfaltata, tornando al punto di confluenza della pista e proseguendo: poco oltre raggiungiamo un tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si trova il nucleo dei Piasci (Piasc), costituito da un fienile molto antico (risale al secolo XIII) e dalle cantine nelle quali veniva e viene tuttora conservato il pregiato vino della Maroggia, di cui possiamo osservare tutt’intorno i filari. A destra del fienile si impone alla vista il tronco di un grande castagno, piegato verso terra di circa 45 gradi e sostenuto da un muretto-colonnina.
Si tratta del celebre "Centòn", enorme castagno secolare (conta la bellezza di seicento anni) piegato dal peso degli anni e menomato dalle radicali potature che hanno ridotto le sue fronde a poca cosa. Si dice che sotto le sue fronde si sia riposato e ristorato dalla calura estiva proprio San Bello, dopo una dei suoi memorabili sermoni alla Maroggia.


Il nucleo della Maroggia

Racconta una leggenda che il santo, grato all’albero per la preziosa ombra, gli avesse concesso di poter raggiungere con le sue radici le cantine dei Piasci e di poter gustare anche lui un po’ del delizioso vino che vi veniva custodito. Del resto fra i due non poteva non scattare una profonda intesa: dovevano avere, a quell’epoca, più o meno la stessa età, il castagno destinato ad una vita plurisecolare ed il santo che morì proprio alle soglie dei cent’anni (li avrebbe compiuti qualche mese dopo la morte). Che stia nel vino della Maroggia il segreto della longevità? Un'anziana signora, che incontrai un giorno d’autunno, salendo alla Maroggia, mi suggerì un’ipotesi diversa in merito alla longevità; dopo avermi detto che il suo tronco ripiegato aveva costituito una sorta di scivolo sul quale almeno due generazioni di bambini si erano divertimenti, aggiunse: "Altri tempi!", tempi in cui la gente era più unita, le persone si sentivano più legate e, nella loro povertà, si aiutavano di più ed erano più contente. "N'se vurìva püsé bée", ci volevamo più bene, è stata la sua lapidaria conclusione.
Saliamo ancora, meditando su queste parole ed ammirando i vigneti coltivati con cura ed attenzione. Dopo il successivo tornante destrorso, notiamo, sulla sinistra, la partenza dell’antica mulattiera per Monastero, che ha conservato il fondo in “risc”, costituito, cioè, da ciottoli levigati accuratamente disposti. La mulattiera intercetta la strada asfaltata al successivo tornante destrorso, ma se ne stacca subito, di nuovo, e termina alle case basse del paese di Monastero (m. 636), dopo circa un’ora di cammino da Pedemonte. Il suo nome, forse per il buon vino che già vi si produceva, fu, dopo il 1294, "Assoviuno". L'attuale nome deriva dalla già menzionata costruzione, promossa dai tre fratelli De Rizzi, che volevano combattere il demonio che li affliggeva, di un cenobio (cioè di un luogo di preghiera e di vita comune dei monaci), intitolato a san Bernardo da Montoneproprio. Il piccolo monastero venne successivamente abbandonato, e solo san Benigno, nel secolo XV, lo restituì alla sua importanza spirituale, diventandone, come abbiamo visto, abate. Oggi è divenuto abitazione privata e solo dall’esterno se ne può ammirare, in via Civetta la struttura, abbellita da due porticati settecenteschi. Dall’esterno possiamo osservare un dipinto settecentesco che raffigura S. Pietro inginocchiato ed  una meridiana, sulla quale è scritto, in latino, un monito di S. Agostino che forse sarà stato citato da San bello in uno dei suoi memorabili sermoni: “Sed cur o homo non modo non hac ora fini turpitudinis (non ponis) tue”, cioè: “perché, o uomo, non poni subito, non poni ora fine alla tua turpitudine?” Come a dire: questo, e non altro, è il tempo della conversione! Degno di rilievo è anche un dipinto quattrocentesco della Madonna con Bambino, ancora ben visibile su una parete.
La struttura che, però, si impone alla vista, dalla parte bassa del paese, è, sul suo lato occidentale (a sinistra), la grande chiesa, costruita dopo il 1765, fatta restaurare dal Vescovo di Como, mons. Macchi, nel 1944 e dedicata, ovviamente, all'illustre san Benigno. Essa sostituì la preesistente chiesa dedicata a S. Bernardo e collocata più ad ovest, che, come abbiamo visto, venne fatta edificare da uno dei fratelli Ricci di Maroggia nel 1292 e che poi ospitò i monaci benedettini i quali introdussero la coltivazione della vita su questi versanti e diedero al luogo la denominazione di Assoviuno. Sulla facciata, volta ad ovest, è stata recentemente (2005) riprodotta la meridiana dipinta in precedenza sul campanile. All’interno si può ammirare un pregevolissimo battistero in legno, che risale al Cinquecento o al Seicento; due dipinti ritraggono San Bello nella sua ultima predica pubblica di domenica 8 febbraio 1472 e nella posizione in cui fu trovato morto, nell’atto di pregare, il giovedì successivo, all’ora di pranzo. I resti del santo sono custoditi sotto l’altare maggiore, impreziosito da marmi policromi.


Panorama dalla strada per Monastero

La chiesa è collocata fra due delle tre antiche contrade di Monastero, la Motta, a monte, ed Oriolo, a valle. La terza contrada, ad est, dove si trova anche l’ex-monastero, è la Civetta. Nei secoli compresi fra il Quattrocento ed il Settecento il paese fu meta di un intenso pellegrinaggio religioso, legato alla fama di un santo che già in vita si era mostrato un grande operatore di miracoli (anche se lui avrebbe rifiutato fermamente quest’espressione: è solo Dio che opera i miracoli!). Alle celebrazioni religiose nel periodo della festa a lui dedicata, il 12 febbraio, data del suo “dies natalis” (il giorno della morte, definito “giorno natale” per la nascita alla nuova vita, quella eterna), si associò, con il tempo, anche una sagra paesana di carattere eno-gastronomico, probabilmente legata all’antichissima tradizione di accoglienza e ristoro dei pellegrini che salivano fin qui numerosi. Si tratta della sagra di san Bello, una delle più famose in Valtellina, che dura cinque giorni e culmina il 12 febbraio. Vi si possono gustare diverse specialità gastronomiche, e soprattutto il pollo di san Bello, cucinato secondo una ricetta particolare; il tutto in cui clima di convivialità del tutto caratteristico, favorito dall'ottimo vino ed esaltato anche dalla particolare stagione dell'anno, piuttosto inusuale per questo tipo di sagre.


Monastero di Berbenno

Un quadro sintetico di Monastero nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Monastero ha da mattina Berbenno, da sera Buglio; è posto a mezzo la montagna, sopra le vigne, tra alcune castagne, puoco lontano da un fiumicello, quale per scoglioso ed oscuro letto, da alti monti cadendo, si perde nella pianura tutta lagunosa. Haverà 300 anime in due contrate, cioè Monastero, dov'è la chiesa perochiale, et Marogia situata alle radici del monte, dove si fanno vini dolci precio[si]ssimi. Il territorio abbonda più di vino, che di grano et fieno. Il monte è in gran parte sterile. La chiesa parochiale è di S. Benigno abbate, quale, venuto da Toscana, piantò ivi stanza, ivi visse et ivi morse. Non si sa però se il corpo visij o no; alcuni pensano che vi sij in parte et che l'altra sij a Postaleso. Alli 12 di febraro, nel qual giorno è la festa di S. Benigno, v'è gran concorso di paesani. Si doverebbe desiderare che fosse in altro tempo, machinando il carnevale de la devotione. Quivi era un monastero de frati di S. Benedetto, chiamati de Dona. Si racconta cose prodigiose occorse nelli monti di Monastero, cioè che si veggono ancora hoggidì statue d'alcuni pastori et di bestiame convertiti così miracolosamente da veri pastori et da veri bestiami, sia [per] qualche bestemmia detta contra Dio, sia ch'habbino negato l'elemosina necessaria a qualche passagiero santo, sia che sia stato fatto per stregamento o incanto. Sia com'essersi voglia, non credo che sia nel credo. L’aria di questo luogo è mal sana, sollevandosi dalle sottoposte larghe pianure paludose aria corrotta et guasta.”
Monastero è un paese che lega il suo fascino non solo alle sue radici storiche e religiose, non solo alla coltura e cultura della vite, ma anche alla sua felicissima posizione climatica e panoramica. ("in amoenissimo clivo, sopra ridente colle posto", troviamo scritto in una relazione del secolo XIII). La possiamo apprezzare portandoci sul lato occidentale del paese e percorrendo la via Panoramica fino alla spianata ed al parcheggio nei pressi del cimitero. Da qui si può godere, verso sud-ovest ed ovest, di un bello scorcio sulla piana della Selvetta, chiusa dal tondeggiante Culmine di Dazio. Sul fondo, a sinistra, il versante occidentale della Val Gerola ed il monte Legnone, mentre a destra corno del Colino e cima del Desenigo. Nonostante questi elementi di pregio storico, climatico e panoramico, neppure Monastero è scampata al destino di progressivo spopolamento che ha afflitto i centri di media montagna negli ultimi decenni: la popolazione è infatti scesa dagli 843 abitanti del 1951 ai 370 del 2000.
Qualche nota, ora, per gli amanti della mountain bike. La salita da Ere alla Maroggia ci fa pedalare per 2,6 km circa; calcoliamone, invece, circa 5 da Ere a Monastero. Si tratta di una salita tranquilla, con pendenze sempre abbordabili. Raggiunto Monastero, possiamo proseguire lungo tre direttrici.
La più impegnativa è costituita dalla strada asfaltata che sale ai prati del Gaggio di Monastero (dal latino "gajum", bosco, da cui anche il tedesco "wald"), bellissimo maggengo che si distende per quasi duecento metri intorno alla quota 1200-1300, sul dosso di Piviana. Inizia a salire a sinistra della bella cappelletta settecentesca dedicata a Santa Apollonia (m. 647), raffigurata, come spesso accade ai santi martiri, con in mano lo strumento del suo supplizio, quelle pinze con le quali le vennero cavati i denti durante il martirio, avvenuto nel 248 d.C. ad Alessandria d’Egitto (per questo oggi è considerata la protettrice dei dentisti; in passato, invece, veniva invocata da tutti coloro che soffrivano a causa dei denti, e le reliquie costituite dai suoi denti erano particolarmente ricercate e venerate; la sua festa si celebra pochi giorni prima di quella di San Bello, vale a dire il 9 febbraio).  Dopo il primo tratto che sale in direzione nord-ovest, incontriamo un tornante dx e subito dopo uno sx, in corrispondenza del quale si stacca dalla strada, sulla destra, una pista sterrata. Poco oltre se ne stacca, sempre sulla destra, una seconda (avremo modo di parlarne, perché può essere anch’essa sfruttata per un interessante anello di mountain-bike).
Segue un traverso in direzione nord-ovest ed una serie di tornanti dx-sx-dx-sx, prima che la strada, piegando gradualmente a destra, descriva un segmento di arco che la introduce nel cuore ombroso di una valle che confluisce, più in basso, nel solco principale della Val Vignone che, a sua volta, confluisce nella Valle della Làresa. Dopo un tratto verso nord-ovest, raggiungiamo il torrente che scorre nella valle e lo superiamo su un ponte, volgendo a sinistra e proseguendo la salita in direzione ovest. Ci portiamo, così, al centro del dosso di Piviana, sul quale sono posti, più a monte, i prati. La rimanente salita impegna il fianco orientale del dosso e propone una sequenza di cinque tornanti destrorsi, prima di raggiungere il cuore dei prati di Gaggio, costituito da una graziosa chiesetta con un piccolo campanile, a 1229 metri. Purtroppo chi volesse salire fin qui a piedi non può sfruttare una via alternativa, per cui è costretto a servirsi di questa strada dall’andamento un po’ monotono. Se non vogliamo tornare a Monastero ed al piano per la medesima via di salita, ci si prospettano due possibilità, piuttosto impegnative (se procediamo su due ruote): la traversata a Prato Maslino, verso est, e quella al sistema dei maggenghi di Sessa-Calec, sopra Buglio. Vediamo la prima.
Raggiunti gli edifici in cima ai prati (dove troviamo altre due meridiane, che ci restituiscono un’interpretazione del significato del tempo diversa da quella cristiana, invitandoci al “carpe diem”, cioè a cogliere l’attimo fuggente, perché “panta rei”, tutto scorre, come insegnava il filosofo greco Eraclito), smontiamo dalla bicicletta e saliamo, verso destra su un sentiero molto ripido ma poco marcato, che si tiene proprio sul filo di un dosso marcato, in un bel bosco. Intorno a quota 1500 dobbiamo prestare attenzione alla sua svolta a destra, non evidente; dopo una diagonale verso est, caratterizzata da una pendenza decisamente meno severa, intercettiamo, a quota 1602, la larga mulattiera che da Prato Maslino sale all'alpe Vignone.


Panorama dal Gaggio di Monastero

Qui possiamo rimontare in sella e, prendendo a destra, raggiungiamo, con andamento quasi pianeggiante, il vertice alto occidentale di Prato Maslino (m. 1600 circa), iniziando, poi, una lunga discesa verso Berbenno, su pista in cemento prima, sterrata per breve tratto, interamente asfaltata per il resto (dopo la piana di quota 1518, segue una lunga serrata serie di tornanti con andamento ripido, che ci fa perdere 400 metri in circa 2 km: attenzione ai freni e, d'inverno, alle placche di ghiaccio!). Il ritorno da Berbenno ad Ere avviene sulla comoda e tranquilla strada Valeriana.
La seconda possibilità di prosecuzione della pedalata dai prati di Gaggio volge in direzione opposta, ad ovest: una recente pista sterrata, con fondo piuttosto sconnesso, rappresenta la prosecuzione della strada asfaltata e si porta subito al solco della Val Vignone (che attraversiamo scendendo di sella), per poi proseguire salendo sui fianchi dell’ampio dosso del Termine, il cui filo segna il confine fra i comuni di Berbenno e Buglio. Superato il successivo solco del ramo orientale della Valle della Làresa, ci troviamo sul fianco orientale dell’ampio dosso che scende dall’alpe Oligna.


Panorama dal Gaggio di Monastero

Sul filo del dosso sbuchiamo ai prati del maggengo di Sessa, a quota 1500, il punto più alto della traversata; oltre i prati, infatti, la pista comincia una vertiginosa discesa fino al solco principale della Valle della Làresa, attraversato il quale la discesa prosegue fino ad intercettare la pista che da Buglio sale ai maggenghi di Mele e Cale. La successiva tranquilla discesa ci porta, dopo diversi tornanti, all’ultimo traverso verso ovest, che si conclude, attraversata la Val Primaverta, al limite orientale di Buglio in Monte.
Cominciamo, ora, la discesa da Buglio verso il fondovalle, sfruttando la strada che riattraversa, da ovest ad est, la Val Primaverta e, dopo una curva a sinistra, assume l’andamento verso est. Alla successiva curva a destra, prestiamo attenzione: dobbiamo staccarci, sulla destra, dalla strada principale, che impegna un tornante dx, per imboccare una stradina che subito piega a sinistra, passa sotto la carreggiata della strada e scende verso est-sud-est, fino alla chiesetta di San Rocco, oltrepassata la quale ci ritroviamo alla località delle Ere, dalla quale siamo partiti. Questo anello richiede, oltre che sicure capacità tecniche, una buona preparazione fisica.
Torniamo, ora, al parcheggio della via Panoramica di Monastero per descrivere una possibilità assai meno faticosa di anello di mountain-bike. Qui, invece di salire verso Gaggio, semplicemente scendiamo lungo la strada asfaltata fino a Regoledo di Berbenno e di qui a Berbenno, per poi tornare alle Ere seguendo la strada Valeriana. Il prospetto chilometrico di questo anello è il seguente: da Ere si raggiungono Maroggia (2,6 km), Monastero (5 km), Regoledo (8,5 km), Berbenno (9,5 km), per poi tornare ad Ere (13,2 km).
Variante assai interessante di questo anello, che lo allunga un po’ ma consente una bella traversata nella cornice di splendidi boschi di castagno, è la seguente. Imbocchiamo, da Monastero, la strada per Gaggio, ma, dopo il primo tornante sx, lasciamola per imboccare non la prima pista che se ne stacca sulla desra (proprio al tornante), ma la successiva. Si tratta di una pista sterrata che inizia un lungo traverso nel bosco, in direzione est-sud-est.


Monastero

Dopo una serie di tornanti sx-dx-sx-dx, la pista raggiunge uno spiazzo posto appena sotto i prati e le poche baite della località Piazzida (m. 889); comincia, poi, a scendere e, dopo un paio di tornanti, effettua un lungo traverso che la porta ad attraversare la località Pra Liscione (m. 822) ed congiungersi con la strada asfaltata che da Berbenno sale a Prato Maslìno. Da qui, prendendo a destra, scendiamo, superate le località Muscio e Fumaset, fino ad intercettare la strada che da Regoledo sale a Monastero; prendendo a sinistra, attraversiamo la frazione Regoledo e raggiungendo poi la parte alta di Berbenno di Valtellina. Da Berbenno, sempre per la via Valeriana, torniamo, infine, alle Ere.


Panorama dalle vigne sotto Monastero

CARTA DEL COMUNE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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