CAMPANE DI MELLO 1, 2, 3, 4


Panorama da Mello

Mello, paese del miele, paese di zingari. Come mettere insieme cose apparentemente così diverse? Vediamone il senso, e capiremo. Quanto al miele, lasciamo la parola al diplomatico e uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, che, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive: “Circa mille passi a ponente di Civo, sorge su una pianura montana Mello, che derivò il suo nome dalla parola latina mel, ossia dal miele: perché in antico le api qui esercitavano una particolare attività e riempivano tutto di miele”. V'è da dire, per amor di precisione, che tale etimologia non indiscussa: "Mello" potrebbe derivare da una ben più antica radice preariana, "mel", cioè "monte" (del resto una radicata leggenda vuole addirittura che sulle pendici a monte di Mello sia approdata l'arca di Noè dopo il diluvio), o dal termine celtico che significa "collina" (è interessante osservare che in dialetto "mèl" significa "collare per animali").
Quanto, invece, agli zingari, dobbiamo ricordare che i “Melàt”, cioè gli abitanti di Mello (ma ricordiamo che questa denominazione, come tutte quelle con desinenza in -àt, suonava in origine spregiativa), alla ricerca di pascoli per i loro armenti, si spingevano, in passato, nella stagione invernale fino alle porte della Valchiavenna, a Samolaco e Novate Mezzola, ed in quella estiva in Valle dei Ratti, in Val Codera ed in
Val Masino. In particolare, in Val Masino colonizzarono quella splendida valle che da loro prende il nome, la Val di Mello, appunto, oggi conosciutissima per i suoi splendidi scenari e per le possibilità offerte ad alpinisti e climbers, ma nei secoli scorsi valle considerata aspra ed ostile, per i magri pascoli posti in cima alle valli laterali, erte e scoscese. Comprendiamo, adesso, il legame fra miele e zingari: i due termini rimandano al mondo contadino, al lavoro indefesso, alla tenacia, di insetti interamente dediti alla vita dell’alveare e di uomini interamente assorbiti nel compito sempre difficile di strappare alla terra di che vivere. Del resto, è questa la fama che i “Melàt” si sono conquistati in terra di Valtellina, fama di uomini determinati ed intraprendenti.
Ma non si deve pensare che l’anima di Mello sia esclusivamente legata al mondo contadino. Restituiamo la parola al von Weineck: “Il paese venne fondato dai Greco di Civo, quando vi si trasferirono, e col tempo crebbe a tal segno che fu distinto e separato da Civo; in seguito poi venne abitato anche da altre nobili famiglie, particolarmente dai Paravicini”. Vi è anche un’anima nobiliare, dunque, che non contrasta con la prima, ma convive in un felice connubio.
Poco sappiamo della storia di Mello anteriore all'anno Mille: se è vera l'ipotesi che il castello di Domofole fu per qualche tempo residenza dell'illustre regina Teodolinda, dobbiamo pensare che fin dall'epoca longobarda queste zone avessero grande importanza: ma si tratta di un'ipotesi non avallata da documenti certi. A quella dei Longobardi seguì la dominazione ndei Franchi (da loro secondo alcuni deriva la denominazione di Cech - o Cek - riferita agli abitanti della Costiera alle porte settentrionali della Valtellina. Allora si facevano le cose in grande, e l'intera Valtellina fu da Carlo Magno, nel 775, donata in feudo alla potente e prestigiosa Abbazia di Saint Denis. Nel successivo 836 il re d'Italia Lotario I la concesse al conte Manfredo d'Orleans, dal quale passò ai figli Alberido e Godemprando, che si vuole siano capostipiti della stirpe dei "signori di Valtellina".

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Le origini del paese di Mello sono molto antiche, e risalgono almeno all’anno mille (il nome viene menzionato per la prima volta in una “cartula venditionis” del 1022). Esso rientrava nei possessi feudali della potente famiglia di origine comasca dei Vicedomini, che si estendevano dal lago di Como alla Val Masino, e si erano divisi in due rami, quello a sud dell'Adda, con centro a Cosio, e quello a nord, con centro nel già citato castello di Domofole, nel territorio dell'attuale comune di Mello.
Si tratta di uno dei più suggestivi castelli di Valtellina, recentemente restaurato, attestato per la prima volta con sicurezza in un documento del 1023, anche se la tradizione lo vuole, come abbiamo visto, di origine ben più antica (epoca longobarda, ai tempi della regina Teodolida: per questo è chiamato anche "Castello della Regina"). Ecco quel che riferisce Guido Scaramellini, nell'articolo "Fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni", del 2004: "Del complesso fortificato, posto su un dosso a quota 540 metri, oggi sopravvive solo una imponente torre, tra le più importanti della provincia. Si ha notizia che il castello, nominato nel 1023, fu distrutto nel 1292 dai guelfi, ricostruito e ancora smantellato nel 1524 dai Grigioni, quando era abitato dai Vicedomini. Oggi restano la torre ed eloquenti resti della chiesetta romanica di Santa Maria Maddalena. La torre presenta grosse pietre ben squadrate, di notevoli dimensioni alla base, e reca una sbrecciatura di ingresso a piano di campagna, aperto in epoca successiva, mentre l'accesso originario era al primo piano tramite porta archivoltata sul lato orientale. Viene datata a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, ma nella parte inferiore pare di individuare muratura ancor più antica, come
i ruderi della vicina chiesetta di Santa Maria Maddalena, di chiaro stile romanico, con abside rivolta a est, databili all'XI-XII secolo. Solo nel XVII secolo fu costruita, subito a nord della torre, una seconda chiesa più ampia, dedicata a Santa Caterina, oggi allo stato di rudere. Poco più sotto, a lato di un torrentello, sorgono alcune costruzioni a un piano, di sapore quattro-cinquecentesco, con bei portali, che dovevano appartenere al castello.Una leggenda vuole che nel castello sia stata tenuta prigioniera Adelaide, vedova di re Lotario, la quale, per non sposare Adalberto, figlio di Berengario, sarebbe fuggita e qui raggiunta e incarcerata. Sarebbe poi stata liberata da certo chierico Martino di Bellagio e andata in sposa a Ottone I di Germania. Forse è più probabile che si avvicini al vero la prigionia qui di Giovannina Vicedomini, voluta dal crudele zio Andrea."
Nel 1335 la Valtellina venne inglobata nei domini dei Visconti di Milano ed organizzata amministrativamente in tre terzieri. Mello, nel quale vivevano esponenti delle nobili famiglie dei Vicedomini, degli Asinago e dei Greco, apparteneva al terziere inferiore, ed in particolare alla squadra di Traona; ottenne probabilmente qualche anno dopo, nel 1343, l'autonomia amministrativa. Secondo lo storico Giustino Renato Orsini, Mello, come gli altri comuni della Costiera, si staccò da una matrice comune, chiamata, nei secoli precedenti, "Communitas Domopholi", che aveva come baricentro le località il castello momonimo e le località di Consiglio m(Mello) e Coffedo (Traona). Ai primi decenni del trecento risalgono anche le prime partenze documentate dalla Costiera dei Cech (ed anche da Mello) per Genova, dove gli emigrati di questa zona costituirono una compagnia di scaricatori di porto con i lavoratori bergamaschi. Il flusso migratorio proseguì nei secoli successivi, soprattutto nel seicento. Nel 1370 Mello fu tra i comuni di parte guelfa che si ribellarono ai ghibellini signori di Milano, ma alla fine il loro dominio fu riaffermato sull'intera valle.

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Dal punto di vista religioso, invece, Mello dipendeva dalla pieve di Olonio e dall’arcipretale di S. Alessandro di Traona; nel 1441 entrambe le parrocchie si staccarono dalla pieve di Olonio, che venne trasferita, per l'interramento del nucleo di Olonio, a Sorico; nel medesimo 1441 Mello si staccò da Traona, divenendo parrocchia autonoma di nomina popolare. Verso la fine del secolo la comunità fu funestata da due calamità che la misero a dura prova, un'epidemia di peste nel 1479 ed una rovinosa alluvione nel 1481.


Castello di Domofole

Entrambi gli eventi rientravano allora nell'ambito di ciò che l'uomo non poteva prevedere né spiegare: di fronte alla peste non si poteva che invocare S. Rocco, la cui devozione in terra di Valtellina era assai diffusa, mentre per le alluvioni il santo cui pregare era San Benigno de Medici, popolarmente chiamato San Bello, morto nel 1472 a Monastero di Berbenno: in vita questa affascinante figura di santo predicatore passò più volte da Mello, che si trovava sulla strada dal lago di Como alla media Valtellina. Scrive, nel racconto della sua vita, il suo contemporaneo Romerio del Ponte, riferendosi all'ottobre del 1404: "[Dalla Maroggia] si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove, licenziata la guida accordata sin al lago di Como, si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Pusterla e Dubino e Monastero sino a Provezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio [Olonio] dalla parte sinistra, traghettando il laghetto gionsero a Dazzo [Dascio] a cena ben tardi." Assai interessante, questo testo, perché illustra anche il percorso della via maestra che consentiva di uscire dalla Valtellina o di entrarvi, passando non per il piano, ma per i borghi di mezza costa del versante retico e della costiera dei Cech. Da esso si evince che il castello di Domofole era conosciuto anche come Monforte.
Nel successivo cinquecento Mello era probabilmente il paese più intraprendente della Costiera dei Cech. I suoi pastori, come già detto, avevano valicato i passi alti della Costiera dei Cech e colonizzato la Val Masino, che rientrava entro i confini del comune, con Cornolo (còrnol), Cataeggio, Filorera, Remenno e S. Martino (la valle si staccò da Mello, costituendosi in comune autonomo, solo nel 1785).

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Nel 1512, dopo la caduta di Ludovico il Moro signore di Milano e la parentesi di dodici anni di dominazione francese, iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. Non è un inizio tranquillo: nel successivo 1513 un'epidemia di peste tocca anche il territorio di Mello e nel 1515 un moto di ribellione con centro a Traona e Caspano contro i nuovi signori, animato forse da nostalgie per il periodo francese viene soffocato. Di qui, forse, l'origine della denominazione, derisoria, di Cech o Cecchi (fautori del re di Francia Francesco I), affibbiata dagli eterni rivali a sud dell'Adda (che non mossero un dito per aiutare la ribellione) agli incauti abitanti della Costiera.
I nuovi signori, ristabilita la propria autorità dopo la più seria minaccia portata, nel 1524, dalle azioni militari di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis de Milli " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 10 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 5165 pertiche e sono valutati 733 lire; sono menzionate due fucine e due segherie, valutate 14 lire; campi e selve occupano 2563 pertiche e sono valutati 1557 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 26 lire; gli alpeggi, che caricano 562 mucche, vengono valutati 112 lire; i vigneti si estendono per 535 pertiche e sono stimati 836 lire; vengono torchiate 22 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 22 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 3343 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Il paese visse momenti di tensione nella seconda metà del cinquecento, a causa della contrapposizione fra cattolici e pastori della nuova fede riformata, la quale, sostenuta dalle Tre Leghe Grigie, cercava proseliti in Valtellina. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Si giunse, così, ad un episodio di violenza che viene raccontato nella "Retiae Alpestris Topographica descriptio", del 1572, di Ulrich Campell (versione, peraltro, di parte, essendo questi sostenitore della riforma protestante): "Proseguendo, tra Caspano e Dazio, c'è Mello, isolato un poco a settentrione. Là, mentre quest'anno nel mese di febbraio una piccola comunità evangelica, lì presente, era riunita nella chiesa, ad essa concessa dai signori Reti, per ascoltare il suo predicatore Laurentius Soncinus e per dedicarsi alle preghiere, due furfanti di Morbegno, veri briganti, uno dei quali da poco venuto da Roma, armati con bombarde e con catene, in un primo momento tentarono di colpire con schioppettate dalla finestra il ministro, mentre predicava. Poiché si accorsero che non potevano portare a termine l'impresa, si appostarono proprio sulla porta della chiesa, dove potevano vedere tutti gli uomini inermi all'interno. Da qui essendo un vecchio, di nome Jacobus Schermelius, da tutti molto ammirato per la sua pietà e l'integrità morale, uscito loro incontro e avendo iniziato ad ammonirli amichevolmente perché non tentassero e non portassero a termine delle azioni empie e malvagie contro il decreto e la volontà dei signori Reti, essi subito lo trucidarono, trafiggendolo con una spada, e poi subito dopo ferirono il ministro, che si preparava a fuggire. Costui, mentre si trascinava così ferito, dandosi a gambe alla fuga per quanto potè, fu inseguito e infine raggiunto dai delinquenti, e mentre era prostrato in ginocchio e supplicava che lo lasciassero vivo, tantarono di fargli esplodere contro una schioppettata, cosa che non riuscì, dato che Dio certamente impedì che la polvere di salnitro prendesse fuoco, allora si prepararono ad aggredirlo con le spade, proprio nel momento in cui arrivarono di corsa coloro che lo strapparono alla morte imminente e alla spada già pronta a colpire. Egli rimase a lungo sofferente e in pericolo per una ferita, finché, curato, finalmente guarì..." (trad. curata dalle prof.sse M. F. Fanoni, M. C. Fay e C. Pedrana). Ecco la diversa versione del medesimo episodio nell'opera dello storico Enrico Besta: "Nel febbraio (del 1572) Scipione Calandrino, ministro protestante in Sondrio, predicava una domenica a Mello: due monaci, così parve, si affacciarono dalla porta della chiesa e spararono contro di lui, che sarebbe stato colpito, se avvertito da un vecchio a nome Carmelino non si fosse curvato, mentre le pallottole si fracassavano contro la parete. Il Carmelino scontò la sua generosità con la morte, che tosto i monaci lo colpirono, col pugnale, mentre Calandrino se la cavava con qualche ferita. Quando il podestà di Traona Giovanni Wiss di Jenaz ebbe a intentare il processo (il 3 aprile 1572) il priore dei domenicani trovò prudente sottrarsi con la fuga" (da "Le valli dell'Adda e della Mera nel corso dei secoli", vol. II, Milano, 1964).
Nella sua famosa visita pastorale del 1589, il vescovo di Como di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, vi contò 200 fuochi (1.000-1.200 anime), ma al conteggio si debbono aggiungere i 50 fuochi della Val Masino (250-300 anime). Ma cediamo a lui la parola: "Due miglia
sopra il monte di Traona, salendo verso l'acqua di Clivio, c'è Mello con circa due cento famiglie. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. Fedele martire. Essendo la sede vacan te ed avendo gli abitanti del paese come parroco un certo Giovan Angelo Greco di Milano, oriundo di lì, non ancora sacerdote ma studen te presso i gesuiti, temporaneamente fu nominato dagli stessi abitanti un minorita conventua le fr. Giovan Battista Lattuada di Milano, che poi fuggì e si ignora dove sia andato. In vece sua ne assunsero un altro dello stesso terz'ordine francescano, frate Francesco da Crema, che ha mostrato la licenza dei suoi superiori.
La chiesa di S. Fedele fu in antico soggetta alla chiesa parrocchiale di Traona, ma nell'anno del Signore 1441, per autorità del rev. Ordinario Vescovodi Como, venne separata. Tuttavia nella vigilia e nella festa di S. Alessandro il curato di Mello è tenuto a partecipare a tutti e due i vespri, alla messa solenne e ad offrire un cero di due libbre in ricordo dell'antica chiesa parrocchiale. A Mello, che ha oltre duecento famiglie, son tutti cattolici, ad eccezione dei seguenti...
Sotto la cura della parrocchia di Mello e tra la sua comunità è compreso S. Martino con cinquanta famiglie e con le vicine terme delle quali si tratterrà più avanti dopo il paese di Caspano nella pieve di Ardenno. Non lontano da Mello verso il monte Biogio vi è l'elegante chiesa di S. Giovanni Battista,assai frequentata e visitata per devozione dai fedeli, vicino alla sopraricordata chiesa di S.Maria. Dopo la chiesa parrocchiale di Mello nonsi trova più altra chiesa fino al confine dell'acqua di Clivio, cosicchè questa resta l'ultima chiesa della pieve di Olonio oltre l'Adda
."

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La tensione religiosa di cui s'è detto sfociò, nel luglio del 1620, nell'insurrezione di alcuni nobili cattolici contro i Magnifici Signori Reti, passata alla storia con l'infelice denominazione di "Sacro Macello di Valtellina", che si tradusse in una sanguinosa caccia all'eretico: vi fu una vittima anche di Mello, un ottuagenario intarsiatore e carpentiere, Tomaso Magistrelli, catturato in un suo mulino non lontano dal paese.
Poco prima che la Guerra dei Trent’anni investisse, con il suo tragico carico di morte per le violenze e soprattutto la pestilenza, Valtellina e Valchiavenna, Mello contava, nel 1624, 947 abitanti. Poi anche questo borgo non scampò alla falcidia operata dalla peste del 1629-1630 (con recidiva nel 1635-36), che ridusse a circa la metà l'intera popolazione della Valtellina. Seguirono decenni grami, che incrementarono il flusso migratorio. Fra i documenti che attestano la presenza nella Roma del seicento di emigrati valtellinesi non è raro trovare testimonianza di mellesi; eccone alcuni.


Chiesa di San Fedele a Mello

Lorenzo di Taschino de Mello da Voltolina; Bertolameo Masolazzo facchino da Melo in Valtolina; Matteo Grepp de Mele de Voltolina, ricoverato in ospedale con casacca di mezza lana, calzoni, calzette, camicia di tela e cappello; Carlo Martello da Mell de Voltolina; Gioan Antonio Ciampella da Mel di Valtolina; Domenicho di Tomaso di Cion da Mel di Voltolina, careter; Giuanne de Mel, fachino della Voltolina; Antonio da Mello; Giovanni di Mele (citati da "I Valtellinesi nella Roma del Seicento", di Tony Corti, edito da Banca Popolare di Sondrio e Provincia di Sondrio nel 2000).
Un quadro sintetico di Mello nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Vi leggiamo: “Mello nel monte sopra Traona a mezzo il monte, chiamato con altronome Castello de Mofilo de Vice Domini, è communità assai grande,havendo 150 fameglie: è luoco delitioso. Ha la chiesa parochiale di S. Fedele separata avanti 150 anni dalla collegiata di S. Stefano di Sorico, terra del Lago di Como. Ha alcune contrate, cioè Pregrosso, la Valle del Masino et Bieggio ov'è la celebre chiesa di S. Giovanni fatta in forma triangulare, frequentata con grandissima devotione. riposando ivi il corpo di S. Gennaio confessore con molt'altre reliquie, quali si conservano in quella chiesa nelli reliquairij d'argento. Ivi d'appresso passa un grosso rivo in profondo letto, quale lasciandosi d'altamontagna, con strepiti et minaccie, passa apresso Traona et entra nell'Adda.

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Mello, anche grazie alle sue salde radici contadine, nel secolo successivo riprese a crescere. Ecco come, a metà circa del settecento, lo storico Francesco Saverio Quadrio, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), presenta il comune di Mello, che allora comprendeva anche il territorio di Val Masino: "Mello forma la sesta Comunità con Conseglio, cui sovrastava il Castello, de' Vicedomini Domopholi, San Giovanni, Clivasca, Pregrosso, la Valle del Masino, Cataegio, Filolera, Remeno, e San Martino. A Remeno è maraviglioso a vedersi un Sasso formato a maniera di Colosso dell'altezza di quindici braccia, dieci di larghezza, e trentacinque di grossezza. Vicino poi a San Martino sono i celebri Bagni, dal Fiume Masino, ch'indi nasce, appellati, de' quali più Medici, e Storici ne han favellato con lode. In detta Valle è pure una Contrada, Cornolo detta, che non è a veruna Comunità inserita, ma da se stessa si regge. Fiorirono quivi le famiglie Alessandri, Cotta, Marmorola ec."
Alla fine del Settecento, e precisamente nel 1797, Mello aveva recuperato il livello di abitanti antecedente al 1630 (950). Il 1797 segna anche l'anno nel quale si concluse la dominazione grigiona in Valtellina, spazzata via dalla bufera napoleonica: il 19 giugno di quell'anno il Consiglio generale del libero popolo Valtellinese proclamò l'adesione alla Repubblica Cisalpina. Nel sucessivo Regno d'Italia, sempre sotto l'egemonia napoleonica, Mello, nel 1805, era comune di Terza Classe del V Cantone di Morbegno, e contava 890 abitanti.
Caduto Napoleone, la Valtellina venne, dopo il Congresso di Vienna, assegnata al Regno Lombardo-Veneto, a sua volta possesso della Casa d'Austria. Nel 1816 Mello fu inserita nel V distretto di Traona. A metà dell’Ottocento, e precisamente nel 1853, Mello, con le frazioni di Castello e Consiglio, apparteneva al III distretto di Morbegno e contava 1097 abitanti. Alla II Guerra d'Indipendenza (1959-60), che portò all'unità d'Italia, parteciparono anche diversi cittadini di Mello, Barolo Antonio di Pietro, Bonetti Martino fu Giovanni, Bianchi Giovanni, Bonadeo Giacomo, Della Bianca Giovanni, Della Mina Giacomo, De Simoni Antonio, Della Torre Pasquale, Pellegatta Giuseppe fu Pietro, Poncini Domenico fu Tommaso, Poncini Costante fu Tomaso, Quaini Angelo, Rocca Martino, Rampellini Battista di Antonio e Tarca Isidoro fu Giovanni. All'unità d'Italia (1861) Mello aveva 1200 abitanti, che salirono a 1268 nel 1871 e rimasero stazionari nel successivo decennio (1262 nel 1881).
Alla III Guerra d'Indipendenza del 1866, che si combattè anche sul fronte dello Stelvio, parteciparono diversi mellesi: Bianchi Giovanni, Bonadeo Giacomo, Della Bianca Giovanni, De Simoni Antonio, Della Torre Pasquale, Rocca Martino, Rampellini Battista di Antonio, Della Bianca Pietro, De Simone Giovanni, Martinelli Domenico, Bonetti Giovanni, Scamoni Francesco, Tarca Giovanni, Tarca Rocco e Tacchi Vincenzo. Alla campagna del 1870, che portò all'annessione di Roma partecipò, infine, Bonetti Giovanni.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi di proprietà comunale, come si può evincere dal riguadro qui di seguito riportato:

L'ultimo ventennio del secolo segnò un significativo balzo avanti demografico, che portò la popolazione a 1567 abitanti nel 1901 ed a 1657 nel 1911.

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Sul sagrato della chiesa di San Fedele il monumento ai caduti commemora i morti nella prima guerra mondiale, Andromacchio Giuseppe, Baraglia Giovanni, Baraiolo Giovanni, Barolo Angelo, Barolo Giovanni, Barolo Giovanni, Bianchi Polidori P., Bonetti Domenico, Bonetti Pietro, Della Bianca Giovanni, Della Bianca Vincenzo, De Simoni Pietro, Della Mina Angelo, Gherbesi Domenico, Giannoni Giuseppe, Giannoni Angelo, Listini Plinio, Martelli Abbondio, Manna Pietro, Martinelli Natale, Masetti Ernesto, Masolatti Giacomo, Della Benvenuta Bartolomeo, Maghini Pietro, Poncini Angelo, Provveduto Prov., Pietrini Adriano, Pelegatta Giacomo, Tarca Pietro, Tarca Pietro, Tarca Giovanni, Tarca Vittorio e Sala Michele.
Nel primo dopoguerra (1921) gli abitanti erano 1569, ed andarono scendendo (1521 nel 1931 e 1359 nel 1936). Nel 1925 l'energia elettrica raggiunge il paese, grazie ad una centralina costruita sul torrente Vallone di Traona dalla Società Elettrica Morbegnese.
Ecco come Ercole Bassi, ne “"La Valtellina - Guida illustrata"” (1928), presenta sinteticamente il paese: “Più oltre, Mello (m. 681 - ab. 1498 - nuova strada per Traona - coop. fam. agric. - osterie): nella chiesa vi sono pitture di Cesare Ligari, nel coro degli affreschi del 700 del pittore Gius. Coduri detto Vignoli, e in una cappella adestra una bella tela attribuita a Gianolo Paravicini. Mello si riteneva patria del pittore G. Scotti, vissuto verso la metà del 1400, autore di una tavola che si trovava a Mazzo, ora posseduta dall'avv. Cologna di Milano, e di altra esistente nel museo Poldi Pezzoli di Milano; ma ulteriori verifiche constatarono che lo Scotti era di Milano. Nel paese vi sono case interessanti per l'antichità e per decorazioni di terracotta ben conservate. Vi soggiornò il beato Gennaro. Così don Pietro Buzzetti, ed una recente, monografia del sac. Giov. Tam, studioso arciprete di Traona.
Prima di giungere a Mello si incontra la chiesetta di S. Giovanni di Bióggio (m. 750), sorta nel 1600 accanto ad una più antica, che servì di braccio traversale. È fregiata di pitture del 500, specie nell'abside della più antica. È attribuita ad Antonio Canclini da Bórmio, della fine del 500, la tela della Natività della M. con ai piedi Cristo e gli Apostoli. Sono di Sigismondo De Magistris da Como gli affreschi della menzionata abside, con la Morte di S. Giov. e il Convito di Erode; un Cristo grande su fondo d'oro coi 4 Evangelisti ai lati, e sotto il Battesimo di Gesù con S. Giov. Battista e S. Fedele. Vi è la data del 1522. Pregevole d'intagli, benchè frammentaria, l'ancona barocca dell’altare maggiore. Non lungi rocca dell'altare maggiore. Non lungi da questa chiesa, sull'orlo di una frana, vi erano sino a qualche anno fa i ruderi dell'oratorio di S. Antonio di Bióggio, con avanzi di pitture bizantine del 400, ora pur troppo travolte dalla frana. Da Mello una buona mulattiera sale ai ridentissimi prati di Poira (m. 1050), bell'altipiano circondato da boschi resinosi, forniti di acqua eccellente e di magnifica vista, ottima località per un sanatorio. Da qui si può scendere a Roncaglia.


San Giovanni di Bioggio

Pesante anche il tributo di caduti alla seconda guerra mondiale: Baraglia Attilio, Bonetti Emilio, Baraiolo Domenico, Bonetti Giovanni, Baraiolo Abbondio, Bonetti Alessio, De Simoni Lino, Fumelli Edoardo, Gherbesi Alfonso, Giannoni Lino, Lori Giovanni, Martinelli Giovanni, Masetti Pietro, Masolatti Giacomo, Manna Alberto, Martelli Abbondio, Masetti Agostino, Polini Giovanni, Tarca Mario, Tarca Riccardo, Vittori Pietro e Quaini Aldo. Sono menzionati anche, come morti per cause di guerra, Bonadeo Lino, Lori Fedele, Scamoni Achille, Scamoni Giulio, Sironi Serafino e Contessa Lorenzo.
Mello fu teatro, durante la seconda guerra mondiale, di uno dei più cruenti scontri fra nuclei della resistenza partigiana e forze fasciste, passato alla storia, appunto, come battaglia di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani,  lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero,  Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
Nel secondo dopoguerra proseguì la discesa demografica del comune: se nel 1951 gli abitanti erano 1300, con sostanziale tenuta nel decennio successivo (nel 1961 erano 1272), negli anni Sessanta vi fu una considerevole emorragia, che portò la popolazione, nel 1971, a 1145 abitanti e nel 1981 a 970; vi fu, infine, un sostanziale assestamento, con leggera risalita, dato che nel 1991 si contarono 965 abitanti, nel 2001 985 e nel 2005 992.

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Dopo le note storiche, qualche nota geografica. A differenza del vicino comune di Civo, che è una sorta di intarsio di paesi, il territorio di Mello, che si estende su 11,77 kmq, ha un nucleo centrale ben definito, ed alcune frazioni basse ed alte. Il centro è posto su un eccellente terrazzo panoramico di mezza montagna, a 681 metri, gemello del terrazzo che, più ad oriente, ospita Civo. Lo si raggiunge facilmente, staccandosi, sulla sinistra, dalla ss. 38 dello Stelvio al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech). Superato un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda, si prende a sinistra, immettendosi sulla strada provinciale Valeriana occidentale e procedendo in direzione di Traona.
Al termine del tirone in salita che precede l’ingresso in Traona, non si impegna il ponte, ma si prende a destra, rimanendo, dunque, a destra del torrente S. Giovanni ed imboccando la strada, segnalata, per Mello, che, dopo una salita di 7 km, raggiunge il centro del paese.
Centro che è dominato dalla bella chiesa parrocchiale di S. Fedele, di cui gli abitanti sono giustamente orgogliosi. La sua abside, che si affaccia su un ampio sagrato, è rivolta ad oriente, e ciò testimonia dell’antica origine dell’edificio sacro, che fu però interamente riedificato a partire dagli inizi del Settecento. Al settecento risale anche l’elegante ossario a lato della facciata della chiesa, sul limite settentrionale del sagrato.
Sull'ampio sagrato della chiesa di San Fedele possiamo notare un imponente acero di monte, classificato, nel censimento del 1999, fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio: la sua circonferenza misura 265 cm e la sua altezza è di 12 metri. Si dice che sia stato piantato nell'ottocento da un bambino che l'aveva portato sin qui dalla Val di Mello. In piazza S. Fedele, al numero n.1, è sito anche il municipio (tel. 0342-654031; fax. 0342-654211; posta elettronica acmello@provincia.so.it).
Appena sopra il centro, troviamo, da est ad ovest, i rioni di Bondo, Pusterla, Piazzo, Pozzo, Bernedo di Fuori e Bernedo di Dentro. Più in alto, a monte del paese, si collocano i prati di Poira di Fuori, o Poira di Mello, e delle Città, con la chiesetta di S. Margherita. Ad ovest del paese, sul lato opposto del vallone di S. Giovanni, si trova, invece, la bellissima chiesa prepositurale di S. Giovanni di Bioggio (m. 691), che costituisce uno dei luoghi più caratteristici dell’intera Costiera dei Cech. È posta in un’incantevole radura sulla cima di un bel poggio boscoso, a monte di Traona e ad occidente del profondo vallone di S. Giovanni. Sul limite inferiore della radura a sud del sagrato si osservano ancora i resti di strutture di fortificazione, che attestano l’importanza strategica del luogo. La chiesa è, infatti, di origine medievale, ma subì una notevole trasformazione nel secolo XVI, quando fu ampliata ed all’originario ingresso rivolto ad oriente venne sostituito l’attuale, che guarda a sud. Nel secolo successivo, e precisamente nel 1639, fu costruita l’imponente doppia scalinata in serizzo, che consente di salire a tale ingresso.
Appena ad ovest della chiesa passa il confine che divide il territorio del comune di Mello da quello di Traona, ma, al di là di questi dettagli amministrativi, la chiesa è cara a tutti gli abitanti dei paesi vicini. La raggiungono da sud un sentiero che sale da Pianezzo, frazione alta di Traona, da ovest una pista sterrata che proviene da Cercino e da Bioggio (termine connesso con la voce dialettale “bedoia”, betulla, oppure con “Biogio”, soprannome personale) ed infine da est una carrozzabile che parte da Bernedo, frazione di Mello. Questo convergere di vie testimonia la sua centralità nel cuore e nella devozione degli abitanti di questo angolo dei Cech.
A valle del centro di Mello, infine, vanno menzionate le frazioni di Castello e Consiglio, e, ad occidente di questi nuclei, il già menzionato castello di Domòfole, o castello della Regina (m. 537), ridotto purtroppo a rudere pericolante. Il castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena, era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga, accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo. Fu probabilmente edificata intorno al 1100 e di essa furono investiti i Vicedomini, feudatari del vescovo di Como; fu poi presa e distrutto dai Vitani, loro rivali, nel 1292; successivamente riedificata, venne distrutta definitivamente nel 1524 dai Grigioni, i quali, per impedire moti di rivolta ed ostacolare invasioni di eserciti ostili durante la loro dominazione della terra di Valtellina, operarono un sistematico smantellamento delle sue fortezze.
Uno sguardo agli alpeggi alti, per finire. Appartengono al comune di Mello, a monte di Poira, gli alpeggi di Pre Soccio (Pre Sücc, cioè Prato Asciutto, a 1650 metri) e Visogno (m. 2000), ancora oggi caricati. A monte dell’alpe Visogno è collocato, dal 1983, il bivacco Bottani Cornaggia. Più ad ovest, a monte di S.Giovanni di Bioggio si trovano i prati di Aragno e Consiglio, in una fascia fra i 1100 ed i 1300 metri.
Più in alto ancora, a 2021 metri, sta l’oratorio dei Sette Fratelli, una sorta di eremo dedicato al culto di S. Felicita e dei suoi sette figli martiri, luogo straordinario, dal fortissimo impatto emotivo. Meritano di esser menzionati, infine, alpeggi che in passato ebbero una loro importanza, e che si trovano a monte di Poira di Fuori, in una fascia compresa fra i 1400 ed i 1600 metri, vale a dire i prati Ovest, i Colli ed i prati Quaini.
Il punto di massima elevazione del territorio comunale è la cima di Malvedello, sulla costiera che separa i Cech dalla Valle di Ratti. A sud, invece, il limite del territorio comunale non raggiunge il fondovalle, in quanto passa a monte della Valletta e di Coffedo, frazioni di Traona.

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Qualche nota a beneficio degli amanti delle camminate, per concludere. La visita al centro di Mello può essere l’occasione per una gradevole e rilassante camminata, godibilissima in autunno ed anche in inverno, data la particolare mitezza del clima che caratterizza la Costiera dei Cech. Due sono gli itinerari più significativi. Il primo, più breve, parte da S. Croce, frazione di Civo posta a monte del ponte di Ganda, il secondo da Traona.
Per raggiungere S. Croce dobbiamo staccarci, sulla sinistra, dalla ss. 38 dello Stelvio al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (se proveniamo da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech). Superato un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda, prendiamo a destra, salendo fino ad uno stop, al quale prendiamo a sinistra (tornante sinistrorso), salendo lungo la strada che porta a Dazio. Poco oltre il primo tornante destrorso, troviamo, sulla sinistra, lo svincolo per S. Croce. Salendo per un breve tratto sulla stretta stradina, raggiungiamo il paese, dove lasciamo l’automobile (m. 447).
Dalla piazzetta di fronte alla chiesa prendiamo, poi, a sinistra (ad ovest), proseguendo fino al limite occidentale del paese, dove la strada lascia il posto ad una pista che comincia a salire, tagliando una splendida fascia di vigneti. Si tratta della vecchia strada per Mello. Dopo un primo tratto di salita, ignoriamo un ripido tratturo in cemento, che se ne stacca sulla sinistra, ed incontriamo un paio di tornanti, che ci portano ad un rustico che ha dipinta, sulla facciata, una crocifissione. Poi il fondo della strada, da sterrato, diventa asfaltato, e superiamo i nuclei rurali dei Freddi e di Ca’ du Carna.
La strada ridiventa sterrata, entra nell’ombra di una selva di castagni e scavalca, su un ponte, la valle che scende al piano in località Valletta. Non manca molto alla meta: usciti dalla selva, dopo un ultimo tratto in salita raggiungiamo il piazzale che sta di fronte all’ingresso del cimitero di Mello. Percorso l’ultimo tratto della via S. Croce, raggiungiamo la via Papa Giovanni XXIII, per la quale possiamo salire al centro del paese. La camminata non richiede più di tre quarti d’ora, ed il dislivello in salita è assai contenuto (m. 240). Questo itinerario può anche essere sfruttato per una divertente pedalata: in questo caso, però, meglio utilizzarlo per la discesa, salendo a Mello da Traona e scendendo per questa via a S. Croce e di qui alla provinciale Valeriana, per poi tornare comodamente a Traona.
Ecco un secondo itinerario per una camminata che ha come meta Mello. Questa volta partiamo dalla frazione di Pianezzo, sopra Traona. La possiamo raggiungere anche in automobile, ma vale la pena di arrivarci a piedi. Lasciamo l’automobile, dunque, al parcheggio della chiesa di S. Alessandro di Traona (m. 285; la raggiungiamo percorrendo il primo tratto della strada Traona-Mello, e lasciandola, verso sinistra, quando troviamo l’indicazione per la chiesa di S. Alessandro). Dopo esserci fermati a godere dell’incomparabile panorama che si gode dal suo sagrato, mettiamoci in cammino sulla mulattiera-tratturo che parte alle spalle della chiesa, nei pressi del parcheggio, e sale inizialmente verso sinistra. Ignorata la strada asfaltata che raggiunge il tratturo sulla sinistra, continuiamo a salire, volgendo a destra, fino a raggiungere le case più basse di Pianezzo.
Intercettata una mulattiera pianeggiante, prendiamo a sinistra, e poi, senza raggiungere il parcheggio oltre le case, pieghiamo a destra, continuando a salire. Intercettiamo, così, la strada asfaltata, e proseguiamo sul lato opposto, salendo fra le case alte di Pianezzo (m. 474), fino ad intercettare per la seconda volta la pista, in prossimità del suo termine. Non percorriamo la pista, ma procediamo diritti davanti a noi, trovando, sul suo lato opposto, la partenza di un sentiero che sale, deciso, in un folto bosco di castagni, in direzione nord-est.
Dopo un’ultima serie di tornanti, raggiungiamo la radura che sta di fronte alla splendida chiesa di S. Giovanni di Bioggio (m. 697), dove una sosta ristoratrice potrà permetterci un’immersione rigeneratrice nell’atmosfera di questo luogo, denso di spiritualità e di pace. Per portarci a Mello dobbiamo, infine, imboccare la carrozzabile sterrata alle spalle della chiesa, prendendo a destra, scendendo a scavalcare il vallone di S. Giovanni e superando anche la cappella di S. Antonio, prima di raggiungere le case di Bernedo, alle porte occidentali di Mello. Questa camminata richiede più tempo, diciamo un’ora e mezza; il dislivello in altezza approssimativo è di 410 metri.

Per ulteriori informazioni sulla vita e l'amministrazione del paese, si può consultare il sito www.comune.mello.so.it, dal quale si possono anche scaricare, in versione .pdf, i numeri annuali del bollettino Infomello, ricco di notizie, cronache ed annotazioni.
Interessante è anche la lettura del volume di Dante Tarca "Mello - Gli uomini, la storia", edito nel 2002 a cura degli amici di Dante Tarca.

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

ESCURSIONI E LEGGENDE A MELLO

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APPROFONDIMENTO: LA BATTAGLIA DI MELLO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA

La Valtellina, dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò, di fatto controllata dai Tedeschi, diventò molto importante per i Fascisti. Infatti i suoi impianti idroelettrici erano fondamentali per alimentare le industrie del milanese, e non ci si poteva permettere che subissero danni ad opera dei Partigiani. Nel 1944, dopo lo sbarco in Normandia, era ormai chiaro a tutti i Fascisti che la guerra sarebbe stata persa, anche se nessuno poteva dirlo, perché sarebbe stato accusato di essere disfattista.
Uno dei gerarchi Fascisti, Pavolini, ideò allora il piano di fortificare la Valtellina e di farne un “ridotto”, cioè un luogo di resistenza ad oltranza nel caso in cui gli Alleati, che stavano risalendo la penisola, avessero sfondato la “linea gotica” tedesca e quindi conquistato la Pianura Padana. L’idea Pavolini era di ritirarsi in Valtellina, dove ci si poteva difendere, data la natura del territorio, per lungo tempo. Lo scopo era, probabilmente, quello di costringere gli Alleati a trattare una resa onorevole, minacciando in caso contrario di sabotare le centrali idroelettriche. Nel caso peggiore si poteva poi fuggire nella neutrale Svizzera e sfuggire così ai possibili processi.
Nell’articolo “1945: il Ridotto Valtellinese”, di Carlo Alfredo Clerici ed Enrico E. Clerici (pubblicato nel Bollettino della Società Storica valtellinese del 1997) ci sono alcuni interessanti documenti che spiegano il significato di questo progetto. Il primo è una lettera di Mussolini a Pavolini scritta intorno alla metà di settembre del 1944:
"Vi affido con la presente l'incarico formule di presiedere e dirigere i lavori della Commissione che si chiamerà "Ridotto Alpino Repubblicano" (RAR) intendendo per tale denominazione la zona prescelta per organizzarvi la più lunga resistenza possibile all'invasore. Tale resistenza deve essere organicamente preparata, tempestivamente e in ogni campo....Mi terrete informato dello sviluppo dei vostri lavori".
Il secondo documento è il progetto che il federale di Milano Vincenzo Costa espose a Mussolini, giunto in visita alla federazione fascista di Milano nel dicembre del 1944, con queste parole:
Non intendiamo lasciarci sorprendere da un altro 25 luglio, non vogliamo lasciarci sorprendere nell'impossibilità di difenderci, dobbiamo essere preparati ad affrontare la situazione con eroismo. Ecco perché il fascismo milanese, interpretando il pensiero di tutti i fedeli al nostro Ideale e a voi nostro duce, intendo attuare il progetto del "quadrato della Valtellina.
Le difese della vecchia "Linea Cadorna", le difese naturali offerte da quei monti che chiudono la valle sono la base di un concentramento di forze fasciste, che bene distribuite in posizioni di difesa possono tenere a distanza il nemico.
Nella valle ci sono le più importanti centrali elettriche che alimentano l'energia della Lombardia e se minacciassimo di farle saltare daremmo all'avversario un motivo di apprensione.
In Valtellina, a qualche chilometro dal suo imbocco, nel comune di Rogolo, abbiamo ammassato ingenti quantità di viveri e di munizioni. Una compagnia di fucilieri della Resega già provvede al controllo degli accessi alla valle e dopo che le forze fasciste vi saranno affluite provvederà a far saltare i ponti sul Mera, sull'Adda e a minare il passo di Piana. La batteria d'artiglieria della Resega ha appostato i suoi cannoni tra la punta di Fuentes e Piana. In Valtellina, duce, potrete eventualmente "trattare" con il nemico. La Svizzera è immediatamente vicina e corre parallela a tutta la profondità della valle, per cui si potrà anche entrarvi in forze: in tal caso la confederazione elvetica disarmerà e farà prigioniere le forze fasciste. Il quadrato della Valtellina dovrebbe attuarsi come segue:
a) All'ora X. e come da ordini precedentemente dati al comandante militare di ogni provincia, le forze fasciste raggiungeranno la Valtellina portando con loro viveri per almeno 30 giorni per tutti.
b) Un comandante generale, designato dal duce, assumerà il comando del concentramento delle forze fasciste in Valtellina e disporrà la loro assegnazione nelle posizioni di difesa prestabilite.
c) Settore Chiavenna. Le forze della provincia di Como sbarreranno i passi del confine con la Svizzera, si sistemeranno in posizione di difesa da Chiavenna a Montemezzo, sopra l'imbocco della Valtellina.
d)  Settore Fuentes. Le forze fasciste della provincia di Milano, costituite dalla brigata nera Resega e dalla legione Muti e GNR, bloccheranno, con il battaglione Perugia, la Valsassina da Premana a Dervio, l'accesso alla valle del passo di Piana e le strade che provengono da Sorico e si collegano con punta Fuentes.
e) Settore Val Bretnbana. Le forze fasciste della provincia di Bergamo bloccheranno gli accessi in alta valle occupando i capisaldi dominanti e mantenendo i collegamenti con le forze bresciane del settore della Val Canonica e quelle del settore Puentev
f) Settore Val Canonica. Tutte le forze fasciste della provincia di Brescia raggiungeranno il passo dell'Apriva percorrendo la strada che parte da Edolo in stretto contatto con le forze fasciste del settore della Val Brembana e con esse poi ripiegheranno in Valtellina. Tutte le altre forze fasciste in ritirata a mano a mano che arriveranno si uniranno alle forze dei vari settori indicati o si concentreranno nelle località indicate dal comando unico che avrà sede a Sondrio.
Questo è il progetto del ridotto della Valtellina, un progetto che, se attuato, all'ora X imporrà all'avversario il rispetto delle nostre famiglie, delle nostre case perché altrimenti potremmo compiere "rappresaglie" i cui obiettivi potrebbero essere costituiti dalle centrali elettriche, dagli ostaggi, dai prigionieri. Duce, perdonateci se abbiamo preso un'iniziative, che non ci compete, ma ci è stata imposta dalla situazione. Se dobbiamo vivere vorremmo farlo all'ombra della bandiera della repubblica sociale italiana: vorremmo vivere con voi. Se dovessimo morire vorremmo essere impiccati all'asta della bandiera tricolore della repubblica sociale italiana dopo aver fatto quadrato attorno a voi, nostro duce".
Il piano poteva riuscire ad una condizione: “bonificare” la Valtellina dalle formazioni partigiane che, dai monti, potevano costituire una pericolosa insidia e mandare in fumo il progetto. Questo spiega come mai nella bassa e media Valtellina l’azione delle forze nazifasciste contro le formazioni partigiane, soprattutto dall’estate del 1944, fu particolarmente intensa.
In alta Valtellina, invece, le formazioni partigiane ebbero vita più facile e non si ebbero scontri di rilievo. I partigiani, in Valtellina, erano, come nel resto d’Italia, divisi in due fazioni ideologicamente diverse: le formazioni garibaldine, di orientamento comunista, e quelle “bianche”, di orientamento cattolico e liberale. Fra le due fazioni vi furono momenti di tensione e si giunse in qualche caso ad un passo dallo scontro.
Il periodo più duro per la resistenza in bassa Valtellina fu senza dubbio quello che parte dall’estate del 1944. Il 6 giugno avvenne lo sbarco in Normandia e le formazioni partigiane in tutta Europa ricevettero la direttiva di impegnare in battaglia le forze nazi-fasciste per evitare che queste venissero trasportate sul fronte della Normandia, dove si svolgeva una battaglia cruciale (se gli Alleati avessero vinto, la guerra avrebbe avuto una svolta decisiva in loro favore, mentre se fossero stati ributtati in mare, si profilava uno stallo che avrebbe probabilmente conservato ad Hitler buona parte dell’Europa continentale).
Il comandante della divisione Garibaldi, Dionisio Gambaruto, “Nicola”, decise di obbedire a questa direttiva e di conquistare un paese tenendolo il più possibile. La scelta cadde su Buglio (ai confini del mandamento di Morbegno).
Ecco come egli stesso descrive quel che avvenne: “Giugno segnò… il via in grande stile delle operazioni partigiane: 1'1 ci fu l'assalto, con gli uomini di «Al», alla caserma di Ballabio; il 10 l'attacco improvviso al treno Milano-Sondrio; 1'11 giugno l'occupazione di Buglio in Monte, un piccolo paese di mezza montagna della Valtellina. I partigiani presero possesso del paese, venne destituito il podestà fascista, nominato il sindaco e, per una settimana, si tennero « consigli comunali » di tipo democratico. Tutta la popolazione ebbe diritto di parola; tutte le sere si svolsero assemblee di popolo nei locali pubblici, nelle osterie, in ogni punto ove ci fosse una sala capace di contenere più di dieci persone. Venne deciso di distribuire alla popolazione i generi alimentari che i fascisti avevano ordinato di consegnare all'ammasso, lana di pecora, grassi, latte, altro. É evidente che la presa di Buglio in Monte era stata una sfida aperta al regime fascista. Il 6 giugno gli alleati erano sbarcati in Normandia e noi della Resistenza avevamo ricevuto l'ordine di entrate in azione dappertutto per allargare quanto più possibile il conflitto e per disturbare la marcia delle truppe fasciste e tedesche. Per questo occupammo Buglio, che divenne il primo comune libero di tutta la Valtellina…. I fascisti del resto avevano annunciato un rastrellamento sulle colonne del «Popolo Valtellinese». L'attacco a Buglio fu portato in massa. Era il 16 giugno. C'erano tedeschi, polacchi, mongoli utilizzati dai nazisti nella controguerriglia, militi della GNR, brigatisti neri, in tutto circa un migliaio di uomini. Una decina di cannoni erano piazzati ai due lati della cascina. Era l'alba quando udimmo i primi colpi di artiglieria. Cominciarono a crollare le case, i cascinali, i fienili. Decidemmo la ritirata mentre « Ennio il Rosso » con una mitragliatrice rispondeva al fuoco nemico fino a che non fu colpito da un attacco alle spalle. Gli studenti milanesi, senza armi, contribuivano gettando sassi. Chi fu catturato venne fucilato sul posto. Per noi quella scelta rappresentò una sconfitta; forse non avremmo dovuto rimanere troppo arroccati nella zona anche se non era un nostro obiettivo trasformare quella striscia di terra in una Repubblica. Nostra intenzione era di restare a Buglio solo qualche giorno, portare in alto i nostri magazzini e poi andarcene. Eravamo cioè ben convinti di dover evitare una battaglia frontale ma i nemici furono più rapidi di noi.” (Testo tratto da “La resistenza più lunga”, di Marco Fini e Franco Giannantoni, Milano, SurgarCo, 2008).
Il comandante partigiano ammette che vi furono degli errori di valutazione. Il bilancio della battaglia di Buglio fu tragico, perché morirono non solo partigiani, ma anche alcuni civili, colpiti dal mitragliamento delle forze nazi-fasciste. Per questo il ricordo di questa tragedia è ancora vivo in paese, non se ne parla volentieri. A lato della strada che sale a Buglio, poco sotto il paese, è stata posta una targa che commemora i partigiani caduti nella battaglia di Buglio. Si legge: “Caduti per la libertà. 16 giugno 1944. Valeni Clemente, 1908. Reda Pierino, 1924. Pasina Gustavo, 1927. Nicocelli Vinicio, 1926. Bianchi Virgilio, 1926. Bollina Sergio, 1926. Vecchiantini Luciano, 1920. Zamboni Ferruccio, 1923. Gabellino Luciano. Comune di Buglio in Monte”.
Su un pannello vicino si legge: “Il “sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco.”
Dante Sosio, nel suo volume “Buglio in Monte” (Sondrio, 2000), scrive, in proposito: “I colpi di mitraglia raggiunsero due bambini in fuga: Tarcisio Travaini, 12 anni, stava portando in salvo, sulle spalle, la sorellina Gemma di 2 anni. Caddero uno sopra l’altro come altri civili, Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani…. L’impari lotta nel ricordo di Giuseppe Giumelli, Camillo, medico delle formazioni partigiane in Valtellina, … in una testimonianza di qualche anno fa, prima della sua scomparsa: “Un colpo di mortaio, raccontò, diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”
Inoltre proprio a Buglio, a causa di quello che era accaduto, furono portati, dopo la fine della guerra (esattamente il 15 maggio 1954), alcuni esponenti e simpatizzanti del regime fascista e vennero fucilati presso il cimitero del paese. Nel medesimo volume si trovano i loro nomi: Mossini Nelda e il fratello Guido di Ardenno, Sante Vaccaio di Pavia, avvocato, Parmeggiani Rodolfo di Sondrio, ragioniere, Tam Angelica di Villa di Chiavenna, professoressa, Lantieri Carlo di Tirano, ufficiale maggiore degli Alpini, Forzoni Giovanni di Firenze, giornalista, Fattori Marino di San Marino, colonnello, Bertoli Giovanni di Sondrio, Barra Cesare di Magenta, commerciante, Poletti Gustavo di Sondrio, direttore de “Il Popolo d’Italia”, Muttoni Emilio di Sondrio e Zoppis Cesare di Sondrio, impiegato.
In conseguenza della battaglia di Buglio si ebbe, come visto sopra, una prima frattura fra i due leader della resistenza in bassa Valtellina, “Nicola” e “Camillo”. Quest’ultimo ricorda: “Durante l'estate, riesplosero fra me e « Nicola » motivi di dissenso in relazione ad imprese che lasciavano spazio a forti critiche. Seppi che i partiti avevano lanciato un attacco politico notevole e che le azioni recavano un po' quel marchio. Giunsero fra di noi opuscoli di propaganda e arrivarono da Milano persone del tutto ignare di tecnica di guerriglia. Gente che nulla aveva a che fare coi partigiani.
Avvennero rapine ed omicidi ingiustificati e fra la popolazione valtellinese si creò del malumore che segnò anche i rapporti fra partigiani locali e quelli venuti da fuori nell'estate. La tensione aumentava visibilmente e fra me e « Nicola » si creò ancora uno stato di assoluta incomunicabilità…
I miei rapporti con «Nicola» si inasprirono ancor di più. Anche gli uomini protestarono mentre i valligiani di Mello insorsero vedendo portar via il formaggio e il bestiame. L'entusiasmo di un tempo stava spegnendosi e si incrinava l'antica solidarietà. La popolazione era stanca di pagare e di non essere difesa… La linea intransigente di «Nicola» non si fermò. In quei giorni trovò a Roncaglia due uomini ai quali chiese per chi parteggiassero, se per Giumelli o per lui. Alla risposta, gli uomini di «Nicola» presero quei miei partigiani, li seviziarono e poi li fucilarono.
Quando fui informato dell'episodio dichiarai che non potevamo accettare supinamente, che avremmo vendicato i caduti. Giunsi alle spalle di « Nicola » ma poi ebbe in me sopravvento la ragione. Trascorse poco tempo, e dopo aver ricevuto altre pressioni tese a strumentalizzarmi, mettendomi ancor più contro «Nicola» e la Resistenza, accettai, per le insistenze continue, di incontrarmi con il comandante garibaldino a tu per tu a Cataeggio. Ci vedemmo su un prato, con cinque uomini armati da una parte e cinque dall'altra. Io avevo una Colt e « Nicola » una bomba a mano. Con me c'era «Athos» e le rispettive bande erano in attesa nei boschi. Si discusse a lungo, poi per buona pace di tutti si accettò di ricostruire la formazione nel nome dell'unità. Ottenni il comando dei miei uomini; Giulio Spini mi seguì come commissario politico. Era la fine ottobre 1944.” (Da “La resistenza più lunga”, op. cit.)
Il famoso Alfondo Vinci (grande scalatore e studioso, attualmente sepolto nel cimitero di Pilasco frazione di Ardenno) racconta così quelle vicende: “La fuga di Giumelli non mi sorprese: conoscevo bene l'uomo, i suoi atteggiamenti, il suo attaccamento alle tradizioni. Chiesi a «Nicola» il permesso di poter andare a parlargli. «Nicola» inizialmente si oppose, poi accettò. Partii solo, armato della pistola a tamburo e di quattro bombe a mano. A Cevo, dopo un po' di cammino, la sorpresa: un partigiano di nome «Biancaneve», con altri uomini, mi intercettò, dopo avermi riconosciuto come partigiano di Nicola. Fui disarmato dopo che avevo spiegato lo scopo del mio viaggio. Furono attimi di terrore, in cui emerse il profondo contrasto fra i due gruppi. Alla fine, affidato a due partigiani, mi fu permesso di proseguire. Intanto, senza che io lo sapessi, « Nicola » con una decina di uomini mi aveva seguito. Trovò sulla strada «Biancaneve», scoprì nelle sue mani ed in quelle di altri due partigiani le mie armi e fucilò seduta stante i tre. Trovai Giumelli. Mi disse che era in netto disaccordo con i «milanesi» e che non approvava i loro metodi”.
Ecco, infine, la versione dell’altro antagonista, “Nicola”: “Subito dopo questa battaglia esplose il «caso» del medico Giumelli, responsabile del nostro servizio sanitario. La sua condotta produsse una scissione che mirò da una parte a sfasciare la divisione e dall'altra ad eliminare tutti i comandanti, compreso il sottoscritto, creando una formazione sotto il controllo di « G.L. ». Giumelli in questa iniziativa fu seguito da altri uomini, tutti valtellinesi come lui. Andò così: fummo informati che alcuni nostri compagni si erano impadroniti del deposito viveri e che «Bill» (Alfonso Vinci), nostro capo di Stato Maggiore, era stato disarmato dagli scissionisti. Dopo questa mossa Giumelli prese contatto con il CLN ed immediatamente dopo si avviarono trattative fra il CLN, i nostri Comandi e le altre divisioni.”
Si nota che Camillo e Nicola partivano da convinzioni diverse: per quest’ultimo la strategia della guerra era al primo posto, mentre il primo era molto attento anche alle conseguenze che certe azioni potevano avere sulla popolazione civile e sui contadini. Ma dietro questa divergenza c’erano motivi più profondi. La contrapposizione fra la fazione comunista e quella cattolico-liberale della resistenza non si verificò solo in Valtellina e non fu dovuta solo ad una contrapposizione di figure, ma era legata ad una visione ideologica diversa. Per i “rossi” la resistenza era solo il punto di partenza per instaurare nell’Italia liberata dai nazi-fascisti di un regime di socialismo reale, come quello dell’URSS, regime concepito da loro come il regime della vera libertà e democrazia. Per cattolici e liberali, invece, il comunismo era un pericolo contro il quale bisognava vigilare: per loro dopo la fine della guerra l’Italia sarebbe dovuta diventare una democrazia con lo stesso assetto istituzionale di Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Tornando alle vicende della resistenza e spostandoci un po’ più ad ovest, consideriamo Ardenno. Qui non si ebbero veri e propri scontri, ma sui maggenghi a monte del paese furono bruciate alcune baite dove i partigiani avevano punti di appoggio (prati di Lotto, estate 1944). Una cosa analoga avvenne in Val Masino, dalla quale, per il passo di Zocca, si poteva espatriare in Svizzera: molte baite ed anche i rifugi alpini vennero dati alle fiamme. 
La battaglia di Buglio era solo l’inizio della controffensiva nazifascista: i Repubblichini ed i Tedeschi decisero, nell’autunno del 1944, di farla finita con la resistenza, approfittando del fatto che l’avanzata degli Alleati da sud procedeva più lentamente di quanto previsto. Durante l’inverno, infatti, questi si fermarono sul fronte appenninico, in attesa della primavera. Il generale Alexander emanò un famoso proclama nel quale invitava i Partigiani a sospendere le operazioni ed a tornare a casa in attesa della primavera, stagione nella quale si sarebbe scatenata l’offensiva decisiva. Ovviamente questo proclama venne sentito un po’ come una beffa, perché i partigiani non potevano certo tornarsene alle proprie case.
Procedendo da Ardenno verso ovest troviamo la grande Costiera dei Cech, il solare versante retico che si estende da Campivico a Dubino. Qui il 1 ottobre 1944 si scatenò una seconda importante battaglia, quella di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero, Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia (nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
La controffensiva nazifascista dell’autunno del 1944 fu la causa di un altro celebre episodio, la lunga ed epica traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, raccontata nel volumetto “Sui Sentieri della Guerra Partigiana in Valsassina – Il percorso della 55° Brigata F.lli Rosselli”, a cura di G. Fontana, E. Pirovano e M. Ripamonti, (2006, A.N.P.I. di Lecco). Racconta, appunto, il ripiegamento della brigata, nel novembre 1944, per sfuggire al rastrellamento nazi-fascista, dalla Valsassina alla Val Bregaglia (Svizzera), passando per la Val Gerola, la Costiera dei Cech, la Valle dei Ratti e la Val Codera.
Nell’ottobre del 1944 le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), si affacciò sulla Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che staziona a Pedesina.
Dalla Corte scese sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Seguì una pericolosa traversata alta per la Valle dei Ratti (a monte di Verceia) fino alla Val Codera (a monte di Novate Mezzola). Fra il 28 ed il 29 novembre venne raggiunto il paesino di Codera. Restava, però, l’ultima e più drammatica parte della traversata, la salita alla bocchetta della Teggiola, sulla testata della valle, e la discesa, ripida ed insidiosissima, sull’opposto versante della Val Bregaglia, che si conclude a Bondo, in Svizzera, nella giornata del primo dicembre. Diversi partigiani morirono nella traversata: i superstiti furono internati in Svizzera.
Nella Costiera dei Cech rimasero, però, alcune strutture di appoggio presidiate da Partigiani. Di una restano ancora i ruderi, a circa 2000 metri: si tratta della cosiddetta “Barac(h)ia di partigiàn”, a monte di Cino, in una zona difficile da raggiungere.
La storia degli ultimi tremendi due anni di guerra in bassa Valtellina non comprende, però, solo scontri armati, ma anche vicende che hanno dell’incredibile, come quella della bambina Regina Zimet Levy, ebrea che, con la sua famiglia, passò, verso la fine del 1943, dalla bergamasca in Valtellina per sfuggire ai rastrellamenti di ebrei che diventavano sempre più sistematici. Lo scopo della sua famiglia era di raggiungere Tirano, per espatriare sugli antichi sentieri dei contrabbandieri in Svizzera. Venne però avvertita che i Fascisti perquisivano a tappeto i treni ed indirizzata ad una famiglia di S. Bello, piccola frazione sopra il Ponte di Ganda, nel comune di Morbegno. Qui la famiglia Della Nave ospitò i quattro nella propria casa, presentandoli come parenti lontani e nascondendoli in cantina durante i rastrellamenti. La famiglia rimase dunque qui per quasi un anno e mezzo, fino alla liberazione nell’aprile del 1945. La piccola Regina raccontò poi la sua vicenda in un libro che ha avuto risonanza nella nostra provincia, curato dalle prof.sse Fausta Messa e Paola Rovagnati, “Al di là del ponte” (Città di Morbegno, 2008). Nel libro ricostruisce molto efficacemente il clima di quei lunghissimi quattordici mesi, passati nel timore costante che qualcuno potesse tradire la famiglia Della Nave e quindi far arrestare gli Ebrei che sarebbero finiti in un campo di sterminio in Germania.
Uno degli aspetti più toccanti di questa specie di diario è constatare come persone di cultura diversissima e di religione diversa abbiano potuto essere legate da un profondo sentimento di umanità. Regina sentì sempre, terminata la guerra e tornata la sua famiglia a Gerusalemme, il bisogno di tornare a trovare la famiglia che l’aveva ospitata con tanto coraggio.

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BIBLIOGRAFIA

Orsini, Giustino Renato, "S. Giovanni di Bioggio", su "Le vie del Bene", Morbegno, settembre 1934

G.A.M. (Gruppo Aquile di Morbegno), "Alti sentieri a nord di Poira - Itinerari escursionistici, storia, leggende, flora e fauna dei Cech - Cartine dei sentieri"

Fattarelli, Martino, "La sepolta di Olonio e la sua pieve alla sommità del lago e in bassa Valtellina", Oggiono, 1986

Tarca, Dante, "Mello - Gli uomini, la storia", edito nel 2002 a cura degli amici di Dante Tarca

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