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le casse, se vuoi ascoltare il suono della campanella presso l'Oratorio
dei Sette Fratelli ed un mio brano ispirato a questi luoghi (clicca qui se il brano non parte in automatico)

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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
S. Giovanni di Bioggio - Prati di Aragno - Prati di Bioggio - Piazzo della Nave - Oratorio dei Sette Fratelli |
4 h |
1300 |
E |
Eremo: luogo appartato, lontano dal mondo, nel quale gli uomini che
vogliono percorrere la strada della santità vivono di preghiere
e rinunce, cercando nel silenzio la voce di Dio. In Valtellina c’è
un luogo che sembra corrispondere, più di ogni altro, a questa
definizione. Un luogo dove la solitudine ti circonda da ogni lato, e
le finestre del tempo sembrano schiudersi su prospettive inattese, lasciando
filtrare, come lame di luce, le atmosfere di un passato di cui si è
persa la voce. È l’oratorio dei Sette Fratelli (più
conosciuto fra i Cech come "Sant'Eufen", cioè Santa
Eufemia). Un piccolo luogo di preghiera perso in un oceano di prati
alti, appena sopra i duemila metri, ai piedi delle guglie di granito
che separano la Costiera dei Cech dalla Valle dei Ratti. Un luogo misterioso,
lontano dagli altri luoghi della presenza dell’uomo (il più
vicino alpeggio, i prati Consiglio, se ne sta quasi 700 metri più
in basso, a due ore di cammino). Cosa ci fa qui questo luogo di preghiera?
Forse il suo significato è proprio legato all’idea di un
ritiro dal mondo.
Salire fin qui è un’esperienza che lascia il segno. Qui
lasciamo anche le parole che forse potrebbero dare corpo alla profonda
emozione.
Non riusciamo a portarle via. Restano qui, assorbite nel silenzio, che
è più forte, qui. Vediamo, almeno, di raccontare come
dirigere i nostri passi a questa dimora del silenzio.
Punto di partenza è la chiesa di S. Giovanni di Bioggio (termine connesso con la voce dialettale “bedoia”, betulla, oppure con “Biogio”, soprannome personale),
un altro luogo sacro, ma di segno diverso, una potente affermazione
delle forze del bene a ridosso dell’oscuro e profondo salto del
vallone di S. Giovanni. La raggiungiamo portandoci ella parte occidentale
di Mello, cioè alle frazioni di Bernedo di Fuori e di Dentro.
Qui parte una pista carrozzabile che, superata la cappella di S. Antonio
ed il vallone di S. Giovanni, porta alle spalle della chiesa, dove possiamo
lasciare l’automobile. La pista prosegue per i prati di Aragno;
noi, a piedi, invece di seguirla, imbocchiamo un sentiero, che si trova
proprio alle spalle della chiesa, sul lato destro della pista, e che
sale nel bosco di castagni (facciamo attenzione a non seguire la più
evidente traccia che corre, verso destra, quasi pianeggiante, in direzione
del solco del vallone, ma quella che sale, decisa, sul filo del dosso).
Si tratta di un sentiero diritto e diretto, di quelli pensati per agevolare
lo strascico del legname verso valle. Seguendolo, tagliamo per diverse
volte la pista sterrata, risparmiando parecchio tempo.
Nell’ultimo tratto, però, non lo troviamo più, e
dobbiamo seguire la più monotona e tranquilla pista, fino ai prati di Aragno (1146 metri), che dalla pista non si
vedono (per vederli, dobbiamo lasciarla, sulla sinistra, raggiungendo
il loro limite inferiore). Possiamo giungere fin qui anche con l’automobile:
il fondo della pista non è buono, ma neppure pessimo. A monte
delle baite, che se ne stanno nella parte alta dei prati, la pista termina
in uno slargo, lasciando il posto ad un sentiero, in corrispondenza
di un cippo che ricorda un giovane tragicamente morto collaborando al
taglio di una pianta (dobbiamo imboccare, però, il sentiero che
procede diritto, non quello che si addentra nel bosco, alla nostra destra).
Dopo aver descritto una diagonale verso nord ovest, il sentiero ci fa
passare dal territorio del comune di Mello (cui appartengono i prati
di Aragno) a quello del comune di Traona, e conduce ai prati
di Bioggio (m. 1258), ampio terrazzo estremamente panoramico,
soprattutto in direzione della bassa Valtellina e dell’alto Lario.
Guardando, invece, verso nord distinguiamo chiaramente il poggio che
sta
sulla verticale dei prati, denominato Piazzo della Nave: nella salita,
passeremo di lì.
Salendo un poco, presso alcuni grandi massi disseminati nel prato, troviamo
una sorpresa inattesa: invisibile da sotto, ecco una pista tagliafuoco,
che proviene dalla lontana alpe Piazza, sul limite occidentale della
Costiera dei Cech, sopra Cino, e prosegue ancora per un breve tratto
verso est (alla nostra destra), prima di fermarsi a ridosso dei paurosi
dirupi che, più in basso, precipitano nel vallone di S. Giovanni.
Seguiamo la pista, verso destra (est), solo per pochi metri, finché
troviamo, sulla sinistra, la partenza di un sentino che sale, in diagonale,
verso destra (attenzione perché ce n'è un altro, qualche
metro più a sinistra, cioè ad ovest, che sale in direzione
opposta). Il sentiero passa in mezzo ad alcuni ruderi di baita e, superato
un caratteristico masso levigato, porta ad una nuova fascia alta di
prati, a 1348 metri, uno splendido terrazzo panoramico su buona parte
della catena orobica. Fino a qualche tempo fa una simpatica bandiera
gialla ci accoglieva nell’approdo a questi prati; ora non c’è
più.
Dobbiamo, ora, puntare alle baite nella parte alta dei prati, e proseguire
sul sentiero che parte alle loro spalle. Cominciamo a trovare, su alcuni
sassi, dei segnavia blu. Il primo è rappresentato da una freccia,
sotto la quale è riportata la sigla 7 F, che sta, ovviamente,
per “Sette Fratelli”. Dopo un tratto verso destra, incontriamo
un piccolo trogolo, cioè vasca per la raccolta dell’acqua,
problema essenziale in queste montagne particolarmente aride. Il sentiero
inanella alcuni tornantini, e, salendo troviamo altri due trogoli, prima
di un bivio segnalato, a poca distanza di una baita isolata, a monte
dei prati. Su un masso la freccia blu ci indica che dobbiamo, ora piegare
a
destra
(il sentiero che procede diritto effettua una lunga traversata fino
ai prati Brusada, m. 1584, a monte di Cercino).
Una diagonale verso destra ci porta al rudere di baita quotato m. 1445,
dove pieghiamo a sinistra. Sempre guidati dai segnavia e da qualche
fettuccia blu sul tronco di alberi, inanelliamo alcuni tornanti in una
rada selva, prima di uscire ad un terreno scoperto, occupato da rada
boscaglia, effettuando prima una diagonale a destra, poi un’ultima
a sinistra, che ci porta al terrazzo denominato Piazzo della
Nave (m. 1637), che appartiene sempre al territorio del comune
di Traona. Qui incontriamo un elemento fortemente mitico, anche se affonda
le sue radici nel racconto veterotestamentario: la denominazione del
luogo, infatti, si ricollega ad una leggenda, secondo la quale l'Arca
di Noè sarebbe approdata, dopo la lunga navigazione nell'oceano
desolato provocato dal diluvio universale, sulla terraferma proprio
qui, attraccando ad un grosso masso arrotondato, ben visibile sul limite
inferiore orientale del Piazzo (per vederlo, dobbiamo scendere di qualche
metro, e guardare a sinistra). Forse un albero a poca distanza dal masso
servì per assicurare la nave nei pressi di quello che doveva
essere un grande scoglio. Forse. Quel che è certo è che
l’albero si è prima rinsecchito, probabilmente colpito
da un fulmine, ed ora non è più neppure lì, a vegliare
presso il masso: lo hanno tagliato e lasciato a poca distanza. È
altrettanto certo che questo ampio poggio, collocato approssimativamente
al centro della Costiera dei Cech, ne è un po' come l'ombelico,
il luogo in cui sembrano riassumersi le sue suggestioni ed il suo fascino.
Lasciamoci prendere, dunque, dal gusto di questo fascino, immaginiamo
il vegliardo Noè guardare compiaciute questa nuova terra, la
terra della rinascita, immaginiamo tutte le specie animali scendere
dall’arca e disperdersi fra queste montagna. Alcune per rimanervi
e riprendere, dopo la pausa dell’epica navigazione, l’antichissima
lotta (come la vipera e l’aquila), altre per lasciarle, alla ricerca
di climi più
adatti.
E Noè? Il suo cuore è rimasto qui. Racconta, infatti,
la leggenda che egli ami tornare, ogni anno, nelle notti di agosto,
a visitare questi luoghi. Lo sanno i pastori, che in queste notti ne
scorgono, per qualche istante appena, l’ombra, la quale si aggira,
discreta e silenziosa, a ricercare i ricordi che rimandano al giorno
in cui di nuovo tornò a baciare la terraferma. Ed i pastori amano
ricordare questo, anche per tacitare i loro "colleghi" del
versante orobico che fronteggia i Cech, cioè i Maroch, i quali
pure vantano un Piazzo della Nave, nei boschi sopra Delebio. Immersi
in questi pensieri, gustiamo per qualche attimo ancora l’ottimo
panorama verso sud, che va dalle Orobie centrali all’alto Lario,
prima di riprendere la salita.
Il sentiero riprende sul lato nord del terrazzo, alle spalle dei pochi
pini solitari (una fettuccia su un albero aiuta ad individuare il punto),
e sale quasi diritto, piegando poi leggermente a destra, fino a raggiungere
un punto che vale la pena memorizzare in vista del ritorno (sopra il
Piazzo della Nave, infatti, non ci sono più segnavia; ricordiamoci,
scendendo, che qui dobbiamo piegare a destra): si tratta di una specie
di punto di svolta, dal quale, per la prima volta, guardando in alto,
a destra di una rada pineta persa nel mare d’erba, vediamo la
meta, l’oratorio (poi scompare, e torneremo a vederlo solo quando
saremo nei suoi pressi). Qui il sentiero piega a sinistra e, zigzagando,
guadagna il filo di un largo dosso, sul cui fianco destro si stende
la rada pineta, e sul quale corre anche, senza che ce ne accorgiamo,
il confine fra i comuni di Traona, alla nostra sinistra, e Mello, alla
nostra destra. Qualche parola sulla pineta, che, per quanto rada, è
un piccolo gioiello. Si tratta di una pineta costituita da pini silvestri:
il pino silvestre è un po' il signore della Costiera dei Cech,
che ha colonizzato approfittando della situazione climatica particolare,
che garantisce inverni assai miti.
La salita prosegue decisa, con poche serpentine, in uno scenario quasi
surreale: numerosi scheletri d’albero, infatti, con i rami rinsecchiti
protesi verso l’alto in modo bizzarro e quasi patetico, danno
l’idea di una sorta di cimitero degli alberi, simile a quel mitico
cimitero nel quale, si dice, gli elefanti si rechino a morire. L’oratorio,
apparso per pochi istanti, già non si vede più. Si vede
bene, invece, in alto, la cima del monte Sciesa (m. 2487), che sorveglia
questo quadrante della Costiera dei Cech. Dobbiamo fiancheggiarla tutta,
la pineta, fino al suo limite superiore, prima che il sentiero, raggiunti
i 2010 metri, pieghi a destra, riportandoci, con un ultimo tratto in
leggera salita, nel territorio del comune di Mello.
Eccolo, finalmente, l’oratorio dei Sette Fratelli,
finalmente vicino, amico. Eccolo, dopo quasi 4 ore di cammino (il dislivello,
se siamo partiti da S. Giovanni di Bioggio, è approssimativamente
di 1300 metri). Eccolo, nella mistica compagnia di una grande croce
lignea tridimensionale, con una campanella che ogni visitatore può
far risuonare, per dar voce alla gioia che si libera, dopo tanta fatica.
Purtroppo non possiamo entrare nell’oratorio, che, per impedire
l’ingresso degli animali (è, questo, luogo di cui sono
padrone capre errabonde ed impertinenti: fra gli ospiti dell'Arca di
Noè, questi animali sono stati, senza dubbio, i più entusiasti
dei luoghi cui essa è approdata), è sbarrato da assi di
legno.
Nulla ci impedisce, invece, di ammirare il panorama, che, per la verità,
è meno ampio di quello che si apre più in basso, perché
le due costiere ad oriente e ad occidente chiudono un po' la visuale.
Ad est, cioè alla nostra sinistra, osserviamo il lungo dosso
che ospita, ad una quota pressoché identica a quella dell'oratorio,
i Tre Cornini (chiamati anche i Tre Frati), e che chiude la visuale sulla media Valtellina. Si mostra,
invece,
quasi interamente la catena orobica, dalle sue propaggini orientali
a metà circa della Val Lesina. Il dosso che abbiamo risalito,
infine, chiude a destra la visuale, sottraendo ai nostri occhi il monte
Legnone, la bassa Valtellina e l'alto Lario. Guadando verso il basso,
vediamo, alla nostra sinistra, il solco che, da modesto avvallamento,
si approfondisce gradualmente, man mano che scende, nell'oscuro vallone
di S. Giovanni. A sinistra del vallone, vediamo tutta la bella piana
di Poira, con Poira di Dentro e di Fuori. Sul fondovalle, infine, ottimo
è il colpo d'occhio su Talamona e Morbegno, alle cui spalle si
aprono le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola.
Alle spalle dell'oratorio, sul crinale erboso, riusciamo a distinguere
una traccia di sentiero, che scende per un buon tratto prima di scomparire
alla nostra vista. Si tratta del sentiero che effettua una lunga traversata,
intercettando il sentiero per l'alpe Visogno poco sopra il Pre Soccio,
ad una quota, cioè di circa 1750 metri. Un sentiero, però,
non segnalato, dalla traccia incerta, sconsigliabile, quindi, anche
perché, se lo perdiamo, non abbiamo la possibilità di
scendere a vista, dal momento che passiamo a monte dei dirupi che convergono
nel vallone di S. Giovanni. All'oratorio scende (ma non lo si distingue)
anche un secondo sentiero, che effettua una traversata alta (2100-2200
metri) fra gli ultimi pascoli e le formazioni rocciose della Costiera,
fino al dosso a monte dei Tre Cornini. Si tratta di un sentiero altrettanto
sconsigliabile, perché non segnato, incerto ed esposto.
E' tempo, però di dar voce ad una domanda, finora inespressa:
perché questo nome? Chi sono i sette fratelli? L’oratorio,
eretto nel 1761, è dedicato a S. Felicita, madre di sette figli,
tutti martirizzati e canonizzati, quindi santi come lei, nei primi secoli
dell’era cristiana. Ecco chi sono i sette fratelli: Gennaro, Felice,
Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale, martirizzati al tempo
dell'Imperatore
Antonino.
Gennaro, dopo essere stato percosso con verghe nel carcere, fu ucciso
con flagelli piombati; Felice e Filippo furono uccisi con bastoni; Silvano
fu gettato in un precipizio; Alessandro, Vitale e Marziale furono puniti
con sentenza capitale. Un dipinto li raffigura, insieme alla madre,
sul fondo dell’oratorio.
Costei fu l'ultima ad essere uccisa, decapitata, dopo aver provato l'immenso
dolore per il supplizio dei figli, ma anche la consolazione di averli
visti tanto saldi nella fede da dare la vita per essa. La sua festa
viene celebrata il 23 novembre, ma possiamo comunque rivolgerle una
preghiera, tenendo anche presente che la devozione per questa santa
è particolarmente viva fra le donne che non riescono ad avere
figli e da lei implorano questa grazia.
Ma non c’è solo il riferimento alla storia della chiesa.
Esiste anche un’antichissima leggenda, curiosa, un po’ enigmatica,
assai meno tragica. E parla di una madre che aveva sette figli, inquieti,
monelli. Una
madre, intenta, in una baita dell’alta alpe, a “tarare”
la polenta che stava cuocendo nel paiolo, ad un certo punto si spazientì,
perché i suoi sette figli, intorno a lei, facevano troppo chiasso,
non sapendo attendere tranquilli che la polenta fosse servita. Sembra
che la donna sia sbottata gridando: “Via poch de bun, vün
per cantùn”, cioè: “Via, poco di buono, uno
per ogni angolo”, sottinteso di queste montagne. Ed in effetti
i figli se ne andarono, proprio in sette angoli diversi della bassa
Valtellina, tutti visibili dal luogo della dispersione, che poi divenne
luogo di preghiera, l’Oratorio, da allora chiamato “dei
Sette Fratelli”.
La sfuriata della madre, oltre a regalarle un po’ di pace, ebbe
l’effetto di trasformare i figli indisciplinati in altrettanti
eremiti devoti, che fondarono sette chiese: S. Antonio, S. Pietro in
Vallate, San Giuliano sopra Dubino, S. Domenica a Delebio, S. Esfrà
sull’alto versante retico sopra Mello, S. Maria in Val Gerola e S. Giovanni di Bioggio. I
sette fratelli non ebbero più modo di ritrovarsi, né di
vedere la madre, ma un segno li legò sempre, un fuoco, acceso
la sera, con il quale segnalavano ciascuno agli altri che erano ancora
in vita. Ma venne per ciascuno il giorno della morte: e la sera di quel
giorno non vide il fuoco consueto, ma una nuova stella accendersi in
cielo.
Per completezza di relazione non si può non illustrare un secondo
itinerario che consente di raggiungere l’Oratorio, partendo dai prati della Brüsada, alpeggio che si trova, in
una fascia compresa fra i 1500 ed i 1580 metri, nel territorio del comune
di Cercino. Lo si raggiunge salendo per un sentiero la cui partenza
è segnalata a monte della pista tagliafuoco della costiera occidentale,
nel tratto compreso fra i prati di Bioggio (sopra Traona) ed i prati
Nestrelli (sopra Cino).
Saliamo alla baita più alta, di destra, dei prati, quotata m.
1584 (la distinguiamo anche per la bandiera italiana): da essa parte,
sulla destra, il sentiero che, procedendo in direzione nord-est, attraversa
la valle di Siro e si porta sul suo versante opposto. Qui troviamo,
ben presto, un sentiero che si stacca, sulla sinistra, da quello che
stiamo percorrendo, con una duplice segnalazione: Cunvula (1 ora) e
Barac(h)ia di Partigiana (1 ora). Imbocchiamo questo nuovo sentiero
che sale ad una baita, anch’essa con la bandiera italiana, a quota
1600. Nel prato sotto la baita vediamo un sentiero che prende a sinistra
ed entra nel bosco, ma non è quello che ci interessa.
Dobbiamo cercare, invece, il sentiero che parte alle spalle della baita
e comincia a salire, diritto, sul largo dosso boscoso a monte
(direzione
nord), nella splendida cornice di una delle pinete che si sono salvate
dai disastrosi incendi che, nel 1948, 1952 e 1965, hanno martoriato
la parte occidentale della costiera. Nella salita, passiamo a sinistra
di una radura, ed incontriamo anche qualche scheletro d’albero
che non è scampato al fuoco. Ma lo scenario è davvero
bello: il bosco, aperto e luminoso, ha qualcosa di fiabesco. La traccia
si fa più marcata e visibile, e raggiunge, a quota 1780 circa,
una fascia di massi, proseguendo sul suo limite sinistro (attenzione,
qui, a non perderla proseguendo diritti; anche in questo caso, però,
si può salire a vista, in direzione del limite del bosco, che
già si intravede).
Ad una quota approssimativa di 1830 metri raggiungiamo il limite superiore
destro della pineta. Alla nostra destra vediamo il solco dell’alta
val Cespedello: ora dobbiamo attraversarlo e portarci sull’erboso
versante opposto. Procediamo, quindi, in terreno aperto. Il bel sentiero
marcato ci abbandona, e dobbiamo cercare la debole traccia che descrive
una diagonale, in leggera salita, verso il centro del vallone, che ci
appare, nel suo insieme, come una sorta di deserto verde, punteggiato,
qua e là, da qualche rado scheletro d’albero. Raggiungiamo
il centro a quota 1860 (se non troviamo la traccia, possiamo procedere
anche a vista: la pendenza del versante non è eccessiva, ma attenzione
all’erba, scivolosa) e proseguiamo la leggera salita sul versante
opposto, fino ad approdare, superata una porta costituita da due pini,
ad una sorta di riposante corridoio, molto bello, dove la pendenza si
fa più modesta; lo percorriamo, quindi, in direzione est, con
andamento pianeggiante.
La breve traversata si conclude in prossimità di una nuova pineta,
sul cui limite intercettiamo un sentierino che sale da destra. Si tratta
del sentierino, sopra descritto, che proviene dal Piazzo della Nave:
percorrendolo, verso sinistra, in salita raggiungiamo, dopo circa un
quarto d’ora, l’Oratorio (calcoliamo, dai prati della Brüsada,
un’ora ed un quarto circa di cammino, per superare un dislivello
approssimativo di 430 metri).

Per concludere con una nota storica, cediamo la parola a Don Domenico Sondini, che, nel bel libro “Storie di Traona Terra Buona – II” (Sondrio, 2004), così racconta dell’edificazione ed intitolazione dell’oratorio: “Quando i costruttori dell'Oratorio arrivarono al tetto e assestarono la colmegna incidendovi l'anno 1761, - come sull'architrave della porta d'ingresso - secondo le tradizioni, festeggiarono l'evento sapendo già che il tempio sarebbe stato dedicato ai Santi Martiri di Roma.
I Martirologi, i cataloghi dei nomi di coloro che avevano testimoniato fino alla morte la fedeltà a Cristo, enumeravano un grandissimo numero di "martiri romani"; a quali di questi dedicare il nuovo Oratorio? I promotori della nuova chiesa reclamavano una festa nel mese di luglio, nella stagione in cui i Romani, oriundi della Costéra, lasciavano i miasmi e la calura di Roma e risalivano ai paesi d'origine per incontrare i parenti e per godere un periodo di vacanza.
Luglio poi era il mese nel pieno della stagione degli alpeggi, il mese della "pesa" del latte, operazione che richiamava una grande affluenza di allevatori, nella prima quindicina.
Il curato di Mello presentò varie alternative: "Il mese è ricco di memorie di Famiglie intere di martiri; 10 luglio: i Sette Fratelli figlioli di santa Felicita: Gennaro, Felice, Filippo, Silvano, Alessandro, Vitale, Marziale.
18 luglio: Sette Fratelli figlioli di santa Sinforosa: Crescenzio, Giuliano, Nemesio, Primitivo, Giustino, Stratteo, Eugenio.
Il 27 luglio il calendario segna la memoria dei Sette Fratelli Dormienti: Massimiano, Maico, Martiniano, Dionisio, Giovanni, Serapione, Costantino.
Tre date, tre famiglie numerose, tre famiglie di Santi Martiri che ricalcarono le orme dei Sette Fratelli Maccabei della Sacra Scrittura: che volete di più?
A meno che preferiate una famiglia ancora più numerosa: i Santi Dodici Fratelli, figli di san Marcello: Claudio, Luperzio, Vittorio, Facondo, Primitivo, Emeterio, Gianuario, Marziale, Servando, Germano; la festa è il ...".
"Basta, basta, la data migliore è il 10 luglio... e i Santi che preferiamo sono i Sette Fratelli Figli di Santa Felicita, il maggiore dei quali è san Gennaro". Così vollero i promotori ed il prevosto di Mello (il titolo di prevosto era stato concesso 4 anni prima, nel 1757) si adeguò alla volontà dei suoi parrocchiani senza entrare in disquisizioni critiche. Anche al prevosto garbava la data: oltre tutto, la prima quindicina di luglio era il tempo di maggior produzione di latte. Non per nulla i proprietari "pesavano' il latte in quel giorno, alla quota di m, 2048, "la còrt da pisa": più era il latte e maggiore il compenso che i caricatori d'alpe dovevano corrispondere.

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