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Mese

Mese è un comune posto alle porte di Chiavenna, sul lato occidentale della Val Chiavenna, cioè sul versante delle alpi Lepontine. Ha un’estensione piuttosto modesta, di 417 ettari, per cui è il più piccolo della Valchiavenna ed il quart’ultimo nella Provincia di Sondrio. Comprende un lembo di pianura e sud-ovest di Chiavenna e la parte inferiore dei versanti orientale e meridionale del monte Cigolino, fino ad un’altitudine massima di 900 m. s.l.m. Raccolto attorno alla chiesa parrocchiale di San Vittore, non ha frazioni, ed i suoi abitanti si distinguono in due gruppi, quelli che abitano a sud e sud-ovest della stessa, nella “part in fö”, e quelli che abitano nord, nella “part in sü”.


Gordona, Mese e la Valle della Forcola

Controversa l’origine del nome, forse da quello di un vento di nod-nord-est cui è esposto, forse dall’essere nel mezzo della curva che la Val Chiavenna descrive da Samolaco a Chiavenna, forse ancora dal latino “mensa”, nel significato di “terreno alluvionale”, forse, infine, dl latino “mensus”, cioè “misurato”, con riferimento alla presenza di una dogana dove le merci venivano pesate. La più accreditata delle ipotesi, sostenuta dallo storico settecentesco Quadrio, ripresa nel Novecento dal Festorazzi e dal De Simoni, deriva però il nome del paese dall’etnia dei Mesiati o Mesuaci, popolazione di ceppo celto-ligure che si era stanziata, forse già nel XIII sec. a. C., su entrambi i versanti della catena di confine, attraverso il passo della Forcola posto alla sommità della Valle della Crezza. Ne sarebbe importante conferma la quasi identità dei dialetti di Mese e della Mesolcina e la dedica a Sam Vittore della chiesa di Mese e di quella più antica della Val Mesolcina, a Roveredo. Impressionante è anche l’analogia fra le sepolture rinvenute durante scavi in Val Calanca (Mesolcina) e sepolture rinvenute durante gli scavi per la costruzione della centrale idroelettrica: si tratta di tombe rettangolari (nel secondo caso perdute) in muratura a secco, ad una profondità fra il metro ed il metro e mezzo.


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Mese fu lo storico “distretto dei rustici di Chiavenna”, ma la sua vicenda umana risale ben più indietro nel tempo. Sul modesto colle di Santa Caterina, appena oltre il confine che separa il comune di Mese da quello di Gordona, sono state rinvenuti reperti che testimoniano la presenza umana nell’era Calcolitica e del Neolitico Avanzato (3500-2400 a. C.). Si tratta quindi del più antico insediamento in Provincia di Sondrio, favorito dalla posizione strategica: probabilmente a quell’epoca, infatti, l’alto Lago di Como giungeva fin qui, e da qui si controllavano i passaggi e gli scambi tra pianura e montagna.
Nel territorio di Mese, poi, in località “sompreda” o “summoprato”, presso l’attuale centrale idroelettrica, sono stati rinvenuti reperti che risalgono a 3000 anni fa.
In epoca pre-romana il territorio di Mese venne successivamente abitato, come già dettoi, dall’etnia dei Mesiati o Mesuaci, popolazione di ceppo celto-ligure che si era stanziata, forse già nel XIII sec. a. C., su entrambi i versanti della catena di confine, quindi nei territori italiani di Mese e Gordona e sulla rive della Moesa nella Val Mesolcina o di Mesocco, in Canton Ticino.


Mese

Poi, fra il 16 ed il 15 a. C. giunse la conquista romana, che riorganizzò le strutture amministrative delle genti di montagna. Mese era prossima alla "Clavenna" romana, stazione di una certa importanza sulle strade che salivano ai valichi per raggiungere il confine dell'impero nella Rezia e nel Norico. Ciò soprattutto quando Milano fu una delle capitali dell'impero. Su questo periodo le testimonianze sono scarse: oltre ai due riferimenti di itinerari, resta un coacervo di reperti trovati occasionalmente negli scavi fatti per gettare le fondamenta di edifici, per realizzare la rete dell'acquedotto, della fognatura, per posare cavi telefonici ed elettrici. Queste scoperte sono state fatte tra il corso della Mera e Pratogiano. Quando i barbari furono sempre più temibili ai confini, i passi alpini del settore centrale assunsero un ruolo importante: forse percorse due volte le nostre valli Stilicone per allontanare i barbari.
Del periodo successivo alla caduta dell'impero romano si sa ben poco. Si diffuse il cristianesimo. Di certo Mese fu integrata nei territorio dei Longobardi, che fecero di Chiavenna una delle principali dogane del regno e sede di un rinomato mercato. Ai Longobardi succedettero i Franchi, che proprio dal passo dello Spluga passarono in una delle loro campagne militari. In epoca carolingia le corti già longobarde comprendevano anche terre allodiali, cioè comunità agricole sottratte a vincoli feudali, chiamate “loci et fundi”, da cui poi derivarono le “vicinie”, antenate dei successivi “comuni”, fra i quali quello di Mese.
Fu in quel tempo, intorno al 900 d. C., funestato dalle sanguinose scorrerie di Ungari e Saraceni, che venne edificato dalla famiglia dei Peverelli (Piperello), sul colle della Madonna delle Grazie. un castello per la difesa dei contadini ddelle vicine abitazioni.


Arco dell'antico castello Peverello

Il toponimo si trova citato per la prima volta nel 1016, ed in successivi documenti nelle forme Mese, Mexe o Mesis. Era costituito da casali sparsi localizzati “ultra rium qui vocatur Irio” (anno 1121), o più concisamente “Ultriro” (cioè oltre il torrente Liro). Si trattava di abitazioni costruite parte in pietra e parte in legno (i “tabiàa”), coperte con assi di legno (“scandole”). L’economia era sorretta, oltre che dal poco bestiame, dalle colture di selve, viti, segale, miglio e panico. Uno di questi nuclei medievali era Scandolera, così denominata da una fabbrica di “scandole”. Nell’attuale contrada Pomatti era in funzione un torchio, mentre un mulino funzionava presso la più antica chiesa del comune, San Mamete. Sul versante del dosso Cigolino, a circa 600 metri, vi era poi il nucleo di Castrona, abitato da massari che coltivavano selve e viti, e poco più in alto quello di Possabella.
La vicina Chiavenna sostenne l'imperatore Federico nella lotta contro i comuni lombardi e sul finire dell'inverno nel 1176, a Chiavenna, Federico Barbarossa si incontrò con il cugino Enrico il Leone, duca di Baviera e di Sassonia, per averne aiuti per la spedizione militare in Italia. Ne ebbe un rifiuto umiliante. Si era alla vigilia della battaglia di Legnano. Nel 1205 Mese insieme a Valle, cioè Valle San Giacomo, figurava come università, ovvero vicinia, quindi corpo distinto con diritto di essere rappresentato da consoli nel comune di Chiavenna. In quello stesso anno i consoli di Mese furono investiti di tutti i diritti che in precedenza spettavano al vescovo di Como, contro il pagamento di un canone annuo di 32 denari per famiglia. Nel 1219, nella stipula di pace tra la comunità di Schams e Chiavenna comparivano come vicini di Chiavenna due consoli di Prata e uno di Mese.


Arco dell'antico castello Peverello

In quel periodo Mese era già posto sulla importante via Francisca (cioè “franca”, sicura), la via di comunicazione riadattata nel 1265, che da Chiavenna scendeva seguendo il versante occidentale della Valchiavenna, passando per Gordona e Samolaco, salendo al passo della Francisca, a monte del lago di Mezzola, e scendendo ad innestarsi nella Via Regina a Sorico. Lungo la via Regina si poteva infine scendere fino a Como.
Nel 1335 i Visconti, signori di Milano, posero sotto la propria potestà la Valchiavenna, che poi infeudarono per denaro ai Balbiani di Varenna. Mese continuò a far parte del comune di Chiavenna per tutto il XIII e nel XIV secolo; nel 1335 (Statuti di Como) era citato infatti come “comune locorum plebis Clavenne et de Messe”.
Nei secoli XIV e XV vi fu un notevole incremento della superficie coltivabile e delle attività economiche, soprattutto sul versante meridionale del monte Cigolino, in concomitanza con il concretizzarsi di maggiori margini di autonomia rispetto a Chiavenna.
Ai Visconti subentrarono, nel 1450, gli Sforza. Nel 1486 i Grigioni calarono in Valchiavenna e saccheggiarono Chiavenna, ritirandosi solo dopo che i ducali ebbero pagato un oneroso riscatto. Milano comprese che i confini settentrionali erano a rischio e si corse ai ripari con un progetto di fortificazione dei centri più importanti. Chiavenna fu cinta di mura, erette tra il 1488 e il 1497. Poco meno di 2 km, con quattordici torrioni e tre porte (da Milano-Como, per la Val S. Giacomo e per la Bregaglia). Il progetto era di Ambrogio Ferrari; furono presenti anche l'architetto Giovanni Antonio Amedeo e Leonardo da Vinci, che ricorda la valle di Chiavenna nel "Codice atlantico".

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Chiesa di Santa Maria delle Grazie

A Ludovico il Moro successero, nel 1500, i Francesi, che lasciarono un ricordo tanto cattivo che quando i Grigioni nel 1512 si proclamarono signori di Valtellina e Valchiavenna non furono accolti con ostilità. La dominazione della repubblica delle Tre leghe (che corrisponde all'attuale cantone elvetico dei Grigioni) durò fino al 1797, salvo una breve pausa dal 1620 al 1639. Mese fece parte nel periodo grigione come comune esteriore con Prata, Gordona, Novate, Samolaco della giurisdizione di Chiavenna.
I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Fra le fortezze abbattute vi fu anche il castello Peverello a Mese.


Contrada Peverello e Val Schiesone

Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Boprmio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi.
Durante la dominazione grigione, Mese, con Gordona, Prata, Mese, Novate, Samolaco, appartenne come comune esteriore alla giurisdizione di Chiavenna.


Apri qui una fotomappa sulla valle ed il passo della Forcola

L’importanza di Mese nell’età moderna era anche legata al fatto di esser posta anche allo sbocco della Valle della Forcola, per la quale saliva una via di comunicazione che ebbe una discreta importanza in questo periodo. Si tratta della strada della Forcola, che venne chiamata dal 1680 al 1683 anche Strada Imperiale, un’antica via di comunicazione fra Valle di San Giacomo (o Valle Spluga) e Mesolcina, la più agevole e frequentata. Don Lucchinetti, nel Seicento, scriveva di qui passarono per ridiscendere ai loro paesi una quarantina di soldati della Mesolcina reduci dalla battaglia di Calven in Val Monastero, che si combatté il 24 maggio del 1499. Ad inizio del Cinquecento l’importanza di questa via venne esaltata dalla conquista di Valtellina e Valchiavenna da parte delle Tre Leghe Grigie, i cui domini si portarono al crinale orobico e quindi al confine con la Bergamasca, territorio della Serenissima Repubblica di Venezia. Venezia e le Tre Leghe Grigie avevano tutto l’interesse ad incrementare i commerci, ed in tale ottica venne tracciata nella seconda metà del Cinquecento la famosa Via Priula in Val Gerola (1592).
Ma anche i baliaggi svizzeri del Ticino ambivano ad inserirsi in questi proficui commerci e premettero, non senza incontrare resistenze, perché l’antica mulattiera della Forcola fosse rimessa a nuovo. Il progetto si concretizzò sul finire del Seicento. Il valico della Forcola vide quindi un significativo incremento delle merci nell’una e nell’altra direzione: venivano trasportati verso la Mesolcina manufatti, il preziosissimo sale di Venezia, granaglie, vino, piombo, argento ed oro, mentre nella Contea di Chiavenna scendevano soprattutto sale e cotone. Il grande magazzino della famiglia Cargasacchi a Mese serviva a stoccare le merci in transito. L’epoca d’oro dei commerci conobbe il tramonto fra Settecento ed Ottocento.
La Valle della Forcola è anche legata ad una curiosità. Nel secolo XV venne scoperta una vena d’oro e d’argento nel torrente Crezza, “ad Subiam”, cioè in località Subii, sul lato destro (occidentale) della valle. I Balbiani, feudatari della Valchiavenna, assegnarono la concessione per lo sfruttamento ad una ditta costituita da Donato de Peverelli detto Serost di Chiavenna, Abbondio de Scogli di Gordona, Bernardo de Vertemate di Piuro e Giovanni detto Banzio di Scandolera. Non si hanno notizie dell’esito dell’impresa: molto probabilmente di metallo prezioso se ne trovò ben poco…

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Apri qui una panoramica su Mese (a sinistra) e Gordona (a destra)

Un quadro sintetico di Mese sul finire del secolo XVI ci viene offerto nell’opera Rhaetia” di Giovanni Guler von Weineck, publicata a Zurigo nel 1616: “Dopo Gordona s'incontra subito, presso la confluenza del Liri nella Mera, il villaggio di Mese. circondato da una bella pianura; attraversandola si arriva presso il Liri, al ponte chiamato la Postaiola.”
Di lì a pochi decenni il quadro si fece decisamente più fosco, perché nel 1620 la Valtellina e la Valchiavenna vennero coinvolte nelle più ampie vicende belliche della complessa Guerra dei Trent’Anni, diventando terreno di scontro fra le Tre Leghe Grigie ed i Francesi loro alleati, da una parte, e la nobiltà cattolica valtellinese, sostenuta da Spagnoli ed Imperiali, dall’altra.
In Valtellina, nel 1620, scoppiò la rivolta tristemente passata alla storia come “Sacro Macello Valtellinese”, durante la quale furono trucidati centinaia di protestanti. La Valchiavenna venne risparmiata da tale orrore, ma non dalle vicende belliche e dal confronto fra Spagnoli e Grigioni. Le truppe spagnole avevano occupato nel 1620 la Valchiavenna salendo dal Forte di Fuentes, resistendo nel 1622 al tentativo di ritorno dei Grigioni. Il console di Gordona, Domenico Guglielmotto, fu imprigionato al forte di Fuentes perché sospettato di aver appoggiato i Grigioni, e lì morì di stenti dopo quattro mesi.


Chiesa di San Vittore a Mese

Il periodo più nero di questi anni coincise con il passaggio dei Lanzichenecchi diretti a Mantova ma bloccati da Milano, nel 1629: essi portarono la peste, che uccise circa un terzo della popolazione, depredarono i paesi della Valchiavenna e ridussero gli abitanti alla fame. Rimasero infatti di stanza in Valtellina e Valchiavenna nell’estate del 1630, e questo ebbe conseguenze tragiche per la diffusione della “morte nera”. Fu un’epidemia che flagellò anche Valtellina e Valchiavenna, mietendo un enorme numero di vittime, dall’estate del 1629 ai primi mesi del 1631. La morte nera, così veniva chiamata con un senso di profondo orrore, si diffuse dal fondovalle ai borghi di media montagna, fino a toccare alcuni alpeggi. I primi casi si registrarono a Chiavenna fra fine luglio ed inizio agosto del 1629.
Il 1629 è però memorabile anche per un evento di ben diverso carattere: la chiesa di San Vittore di Mese si separava ufficialmente da Chiavenna e veniva eretta a vice-parrocchia. Di lì a poco anche il comune di Mese da “rustico” divenne “circolo”.
Alle vicende belliche pose termine il trattato di Milano del 1639, che ripristinò la situazione di partenza, ponendo però fine al progetto grigione di diffusione della religione riformata nelle valli dell’Adda e della Mera.
Il periodo fra il 1627 ed il 1635 fu anche caratterizzato da dissidi sempre più aspri fra Chiavenna ed i comuni “esteriori” di Mese, Prata e Gordona, appianate infine dal lodo Serbelloni del 20 febbraio 1629, che garantiva a questi comuni un perso eguale rispetto a Chiavenna nell’elezione del commissario di Chiavenna e nella ripartizione d ogni utile ed onere. I dissidi però rinacquero, e furono definitivamente composti con un accordo del 1643.


Contrada Peverello

Fra il 1635 ed il 1639 si consumò l’ultimo atto delle guerre di Valtellina, con la prepotente entrata in scena del duca di Rohan, che condusse brillanti campagne in Valtellina. Le sofferenze delle valli dell’Adda e del Mera giungevano alle estreme conseguenze, con la nuova epidemia di peste del 1635-36. Il Capitolato di Milano pose fine alla guerra, riconsegnando Valtellina e Valchiavenna alle Tre Leghe Grigie, con la proibizione però di introdurvi la confessione riformata.
Un quadro sintetico di Mese nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato De rebus Vallistellinae (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi si legge: ”Resta la terza valle, quale guida al lago, per la quale alle radici del monte dritto scorre Mera accresciuta dal Lirino. In questa vi sono quatro communità et sei tra cure et vicecure. La valle è larga un miglio incirca; il piano, eccetto che alle radici dell'uno et l'altro monte, è paludoso, per il che alcune di queste terre hanno pessim' aria, non potendo facilmente spirare aria libera. Le sponde di qua et di là sono roncate al solito: cioè, il fianco dritto, qual volta all'occidente, ha vigne et castaneti sin a mezzo della montagna, essendo la cima atta per legnami et pascoli; et questa confina parte con Misolcini, parte con l'habitatori del lago Lario. … La prima terra del fianco dritto della Mera si chiama Mes, discosto da Chiavena un miglio, alle radici del monte, confinante da settentrione con la Valle di S. Giacomo con li monti. Il territorio abbonda di vini ottimi secondo il paese, di grano, fieno, castagne, legnami. Questa ha alcune contrate: cioè Scandolera, Cargasacco, Castrona, Poverello [Peverello], con un vecchio castello alquanto alto dalle radici del monte. La chiesa è vicecurata, dedicata a S. Vittore. Vi sono due altre chiese, cioè S. Mammete et un'altra della B. Vergine. L'aria è mediocre.”

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Contrada Peverello

Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene invece offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive:“Mese è il Luogo, che dà il nome alla quinta Comunità. Le sue Contrade, o Villaggi sono Scandolera, Peverello, Castrona, e Carcasacco. Peverello, che è posto nella pendice del Monte, aveva una buona Fortezza, che detta era il Castel Peverello, di cui la Famiglia Peverelli era padrona, che di là trasse il Cognome. Da Mese, i Mesuati furono già nominati, che abbracciavano tutta la Riviera del Lago da Samolico fino a Musso.”
A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Nel secolo XVIII il consiglio della comunità di Mese era formato dai rappresentanti dei quartieri di Scandolera, Piatti, San Vittore, Merazzo, Matarello, Monti (Salice-Balatti 1964); alla metà del XVIII secolo facevano parte del territorio di Mese le contrade o villaggi di Scandolera, Peverello, Castrono, Carcasacco. Nel 1748 Mese divenne parrocchia autonoma.


Sant'Antonio

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.

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Sant'Antonio

Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia (decreto 8 giugno 1805), il comune di Mese venne ad appartenere al cantone VI di Chiavenna, come comune di III classe, con 360 abitanti.
Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune denominativo di Mese, con 346 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Scandolera (100), Piazzi (45), San Vittore (43), Marazzo (60), Mattadello (49), Monti (49).
Il Congresso di Vienna stabilì dunque che la Valtellina e la Valchiavenna fossero annesse al regno del lombardo-veneto, rigettando le rivendicazioni su di esse avanzate dai Grigioni. La valle della Mera era ormai definitivamente legata alle sorti lombarde.
In base all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale (prospetto dei comuni 1816), con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, il comune di Mese fu inserito nel distretto VII di Chiavenna.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Fra il 1845 ed il 1858 venne scavato un nuovo alveo artificiale per l'Adda tra Berbenno e Ardenno e, nel suo corso inferiore, tra Dubino e il Lario, che pose le basi per la bonifica ed il successivo ricupero agricolo della piana della Selvetta e del piano di Spagna. Venne tracciata la strada principale che percorreva bassa e media Valtellina, fino a Sondrio, poi prolungata fino a Bormio. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga, la prima grande strada che attraverso le Alpi centrali mettesse in comunicazione la pianura lombarda con la valle del Reno.


Chiesa di San Vittore a Mese

Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e visi mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.” Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
Nel 1853 Mese, con la frazione Scandolera, era comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 383 abitanti, inserito nel distretto IV di Chiavenna.
Alle guerre risorgimentali parteciparono diversi abitanti di Mese, Abram Domenico fu Giovanni Battista (1866), Abram Giovanni Battista di Bartolomeo (1866), Abram Giovanni Battista fu altro (1848), Balatti Cristoforo fu Giovanni Battista (1866), Balatti Vittore di Antonio (1861-62-63-66), Brocchi Giovanni (1848), Cerfoglia Giacomo (1859), Cipriani Antonio fu Manuele (1860-61-66), Cipriani Pietro Antonio q.m Tommaso, Codazzi Cristoforo di Giacomo (1866), Codazzi Giacomo di altro (1848), Dell'Acqua Domenico fu Giovanni (1848), Dell'Acqua Giovanni Battista fu Giovanni Battista (1866), Iosti Giuseppe fu Giacomo (1859-66), Moja Giovanni di Giovanni Antonio (1866), Ravo Antonio fu altro (1848), Rotticci Pietro Antorio fu altro (1859), Salvadalena Pietro fu Giovanni Battista (1848), Scandolera Giovanni Battista fu Giovanni Antonio (1866), Triaca Domenico fu Luca (1860), Triaca Giovanni Battista di Luca (1866), Turchetti Giovanni Battista fu Pro (1859), Turchetti Pietro fu Giovanni Battista (1848) e Zovani Giovanni Battista fu Andrea.
La statistica curata dal prefetto Scelsi nel 1866 ci offre ils eguente quadro del comune:

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I caduti di Mese nalla prima guerra mondiale
Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Mese aveva 422 abitanti, saliti a 472 nel 1871. Nel 1881 gli abitanti erano 519, scesi a 515 nel 1901. Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, nel 1911, Mese contava 610 abitanti.
Sul finire del secolo XIX a Mese sorge una nuova importante istituzione, l’Istituto Sacra Famiglia di Mese, fondato nel 1898 da don Primo Lucchinetti.
Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime pagato alla Grande Guerra. Il monumento ai caduti di Mese riporta i nomi dei seguenti soldati morti durante la prima guerra mondiale: Balatti Battista, Balatti Enrico, Balatti Gerolamo, Baldracchi Battista, Codazzi Rocco, Peverada Primo, Salvadalena Enrico e Salvadarena Erasmo.
Il 1922 vede l’inizio della costruzione della centrale idroelettrica di Mese, ampliata poi notevolmente nel 1952, un evento destinato a mutare sensibilmente il volto del borgo, contribuendo allo spopolamento del versante del Dosso Cigolino ed alla creazione di una nuova classe operaia che si affiancava a quella tradizionale contadina.
Ecco lo spaccato che di Mese ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “A sinistra della provinciale vi è il villaggio di Mese (m. 286 – ab. 686 – dist. Da Chiavenna km. 3,3 – latteria sciale, cooperativa agricola ed altra di consumo – cooperativa di lavoro e produzione). La parrocchiale di San Vittore, restaurata nel 1722, e nuovamente restaurata nel 1908, come da iscrizione, dalla pietà degli abitati emigrati a Napoli, che nel 1796 provvidero pure all’organo. La chiesa possiede due confessionali e il coro in noce, di intaglio pregevolissimo.
L’altare a sinistra ha pregevoli stucchi barocchi, con statue, angeli e altre figure a tutto rilievo, altare e tabernacolo in marmo, con bella statua della Madonna col Bambino dorata e dipinta; simile è la cappella a destra con stucchi moderni, la statua di San Giovanni Battista e il reliquiario in marmo nero del 1711.
Il presbiterio ha bei marmi neri e colorati, una tela ovale col martirio di San Vittore scadente, altre 7 tele ovali, piccole, del 700, discrete. Altre tele si trovano in un ripostiglio. Assai pregevole un calice del 1707 con sei medaglie al piede a cesello e a smalto. La chiesa possiede pure dei candelabri, un baldacchino dorato del 700, dei ceroferari di ferro battuto, un ostensorio e Pace d’argento del 6-700, paramenti in broccato, un piviale bianco bellissimo, ecc. Nel cimitero-ossario esistono belle inferriate del 700. Da Mese in circa due ore si sale per una mulattiera all’alpestre villaggio di Menarola (m. 671 – ab. 375 – dist. da Chiavenna km. 11 – società di Mutuo Soccorso). Risalendo la Valle della Forcola si giunge al passo omonimo (m. 2215) che si apre fra il pizzo Pavion (m. 2665) e il Pizzaccio (m. 2589) e che mette nella Mesolcina
.”

Nel 1921 Mese aveva 783 abitanti, saliti a 811 nel 1931 ed a 914 nel 1936.

La Seconda Guerra Mondiale, con le sue tragedie, non risparmiò Mese. Nella seconda guerra mondiale morirono Abram Arturo, Balatti Antonio Enrico, Codazzi Costante, Dell'Acqua Carlo, Della Bella Luigi, Fontana Giacomo, Guglielmana Antonio e Trapletti Giovanni. Furono infine dichiarati dispersi Abram Giacinto, Abram Luigi, Balatti Mosè, Bedognetti Egidio, Geronimi Mario, Lombardini Giacomo, Ravo Dante, Rotticci Severino, Selva Dante e Zovani Romeo.

Nel 1951 Mese aveva 859 abitanti, saliti a 907 nel 1961. La successiva progressione demografica porta gli abitanti a 966 nel 1971, 1205 nel 1981, 1443 nel 1991, 1619 nel 2001 e 1747 nel 2011.


Lo stemma dei De Peverellis


I caduti di Mese nella seconda guerra mondiale

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Bibliografia

Tarcisio Salice, Marino Balatti, Memorie della parrocchia di Mese, “Clavenna”, 1964

Crollalanza, G. B., “Storia del contado di Chiavenna”, Serafino Muggiani e comp., Milano, 1867

Buzzetti, Pietro, "Mese di Chiavenna", in L'Ordine, Como, 19 febbraio del 1919

Anonimo, "Notizie chiavennasche del primo decennio del 1800" , con presentazione ed annotazioni di don Peppino Cerfoglia, in "Raccolta di studi storici sulla Valchiavenna", Sondrio, Tipografia Mevio Washington, 1960

Buzzetti, Pietro, "Le chiese nel territorio dei comuni di Chiavenna - Mese - Prata", Chiavenna, Centro di studi storici valchiavennaschi, 1964

Lucchinetti, Primo, "Memorie della Parrocchia di Mese, a cura di don Tarcisio Salice e Marino Balatti" in Clavenna, n. 3 (1964)

Balatti Marino (a cura di), "Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi - Mese ", edito dalla Società Storica Valtellinese e Centro di Studi Storici valchiavennaschi nel 1977

CARTE DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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