La Val Federia

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Statale per la Forcola-Lago del Monte-Testata Val Federia-Val Federia-Ponte Calcheira-Livigno Santa Maria
8 h
1120
EE
SINTESI. A Livigno, lasciata un'automobile al parcheggio del ponte di Calcheira all'imbocco della Val Federia, imbocchiamo con la seconda la strada per il passo della Forcola ed il confine svizzero. Lasciate alle spalle le ultime baite di Livigno, prestiamo attenzione ai cartelli: quando vediamo quello che dà il passo a 6 km, proseguiamo per breve tratto fino a trovare, sulla nostra sinistra, l’ampio parcheggio del park siglato P7 (area di sosta attrezzata per picnic). Lasciamo qui l’automobile e percorriamo un breve tratto sulla statale per il passo della Forcola, in direzione del passo, finché vediamo, alla nostra destra, un cartello escursionistico. Attraversata la strada, siamo al punto di partenza di una pista sterrata chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. Dopo un breve tratto, siamo, infatti, alla baita della parte bassa dell’alpe Campaccio (m. 1950). Cominciamo, ora, a salire, inanellando una lunga serie di tornanti sx-dx, fino a trovare, dopo un tornante, sx, un bivio, al quale andiamo a sinistra. Superato un torrente secondario, a quota 2160 la pista supera su un ponte quello principale. Sul lato opposto della valle lascia il posto ad una larga mulattiera, che sale con andamento ben più deciso, inanellando una lunga serie di tornanti, su un ampio costolone di magri pascoli, e scavalcando due volte un torrentello, prima di superare la piccola edicola che ospita un crocifisso, sul ciglio di un roccione all’ingresso della piana che ospita il lago del Monte. Dopo un ultimo tratto siamo di fronte al il Lago del Monte; sul lato opposto, alla base del costone di roccette e sfasciumi, il Baitèl dal Mont (m. 2615), al quale ci portiamo. Saliamo su tracce di sentiero e sfasciumi il versante a monte del bivacco, che scende verso nord-est dal monte Breva (Dòs de la Breva), fino ad una selletta che, da una quota di circa 2730 metri, si affaccia alla parte alta della Valle del Monte. Scendiamo ora lungo un valloncello solcato da uno dei rami del torrente della valle, chiamato Rin da li plata bianca per le candide formazioni calcaree che caratterizzano questo versante. Attraversato il torrentello, restiamo in quota e traversiamo descrivendo un arco verso destra (in senso orario, procedendo verso est), in direzione del ben visibile pianoro ai piedi del versante meridionale del monte Campaccio (m. 3007), che ci sta proprio di fronte. Il pianoro si stende ai piedi di un caratteristico versante di rocce calcaree. Lo raggiungiamo senza difficiltà, trovando due deboli sentieri che procedono verso est. Prendiamo quello di sinistra, che inizia a salire, verso nord, i magri pascoli sul versante meridionale del pizzo Campaccio. Saliamo puntando ad una sella sulla testata della valle che, da una quota di circa 2900 metri, fra il pizzo Campaccio, alla nostra destra (m. 3007) e l'erbosa cima quotata 2982 metri, alla nostra sinistra. Iniziamo la discesa in Val Federia su un versante di sfasciumi non difficile, verso nord-ovest, sfruttando una valletta, chiamata Val di Gès, che confluisce nel solco principale della valle, nel quale scorre il torrente Federia. Raggiunto il torrente di fondovalle, troviamo il sentiero che lo segue, restando alla sua destra, per un buon tratto, in direzione nord, verso le cascine di Mortarec' (m. 2207). Qui, su un ponticello, ci portiamo a sinistra del torrente Federia. Proseguiamo verso nord su una stradella che dopo un buon tratto raggiunge l'imbocco della Val Leverone (Lavarùn). Superato il torrentello della valle e la baita della Cesira (m. 2136), proseguiamo verso nord-est, perdendo quota sempre molto gradualmente. A quota 2061 vediamo alla nostra sinistra la partenza, segnalata, della pista sterrata che sale al rifugio ed al passo di Cassana. Superato il “Pian de l’Isoléta”, la pista diventra stradella asfalatata che passa per la chiesetta di Val Federia e scende al parcheggio presso il ponte di Calcheira (m. 1850), dove ritroviamo la seconda automobile.


Valle del Monte

Valle del Monte e Val Federia sono le più importanti valli sul versante settentrionale dei monti di Livigno. La traversata dall'una all'altra rappresenta un'escursione lunga ma raccomandabilissima a coloro che amano gli scenari della solitudine ed i percorsi nei quali ci si deve orientare a vista, "leggendo" il terreno sul quale ci si muove. Se, infatti, la prima e l'ultima parte della traversata non pone problema alcuno, in quanto avviene su sentieri e stradelle segnalati, la parte intermedia, dal bivacco Baitel del Monte alle pendici della testata della Val Federia avviene su terreno dove si rinviene solo qualche traccia di sentiero. Tecnicamente non ci sono passaggi difficili, ma la capacità di orientarsi è essenziale, per cui l'escursione deve essere evitata in condizioni di visibilità non buone. Ulteriore condizione: data la distanza fra punti di partenza ed arrivo (alpe Campaccio e località di Santa Maria a Livigno), è pressoché necessario disporre di due automobili, lasciando la prima al parcheggio del ponte di Calcheira all'imbocco della Val Federia e salendo con la seconda all'alpe Campaccio.
L'escursione è impreziosita dal passaggio per il lago del Monte (nel linguaggio locale, semplicemente, “al làch”), posto, a 2601 metri di altezza, su un ripiano alto sul lato meridionale della Valle del Monte (val dal mónt), che confluisce nella principale valle di Livigno appena a nord rispetto alla Valle della Forcola.
La Valle del Monte è denominata dai bormini “val de campàcc”, perché vi posseggono l’ampio alpeggio di Campaccio (àlp de campàcc, per i livignaschi alp dal mónt), già attestato da documenti cinquecenteschi, che si estende, per oltre 712 ettari, da una quota di 1950 metri alla quota ragguardevole di 2800 metri. Una valle, dunque, storicamente legata alle due comunità, che veiniva chiamata in passato (come ricaviamo da alcune carte topografiche) valle Ambie o valle Abrie.
La salita al lago è un’escursione di medio impegno, che comporta un dislivello di 650 metri, superabile in un paio d’ore; sulle sue rive si trova anche il simpatico Baitèl dal Mónt, costruito fra il 1974 ed il 1977 con il contributo di volontari del Moto Club Trela Pass di Livigno. La piccola struttura (16 metri quadrati in tutto) è sempre aperta, e l’ultima domenica di luglio diventa il ritrovo di una festa popolare che riscuote parecchio successo. Raggiungere le amene rive del lago è già di per sé una soddisfazione che ripaga ampiamente per gli sforzi della salita; chi volesse di più, può portarsi con un piccolo sforzo aggiuntivo alla sella ad ovest del lago e di qui alla vicina e facile cima del monte Ganda. Ma se davvero si vuole ammirare un panorama di prim’ordine, vale la pena di spendere un supplemento di energia (diciamo un’ora ed un quarto dal lago) per portarsi alla cime del monte Breva, o pizzo la Stretta, che sovrasta ad occidente il lago e che regala un colpo d’occhio superbo sul versante settentrionale del Gruppo del Bernina, per molti escursionisti sicuramente inedito. Dopo quest’ampia presentazione, vediamo come muoverci.
Da Livigno dobbiamo imboccare la strada per il passo della Forcola ed il confine svizzero. Lasciate alle spalle le ultime baite di Livigno, prestiamo attenzione ai cartelli: quando vediamo quello che dà il passo a 6 km, proseguiamo per breve tratto fino a trovare, sulla nostra sinistra, l’ampio parcheggio del park siglato P7 (area di sosta attrezzata per picnic).
Lasciamo qui l’automobile e percorriamo un breve tratto sulla statale per il passo della Forcola, in direzione del passo, finché vediamo, alla nostra destra, un cartello escursionistico. Attraversata la strada, siamo al punto di partenza di una pista sterrata chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati. Il cartello, con numerazione 191, dà il Tröi da li Tea a 20 minuti ed il Lach dal Mont a 2 ore e 20 minuti. Troviamo anche un cartello che segnala l’alpe Campaccio. Dopo un breve tratto, siamo, infatti, alla baita della parte bassa dell’alpe (m. 1950), ed un secondo cartello ci informa che essa appartiene al comune di Bormio. Poco più avanti, superato su un ponticello il torrente della Valle del Monte (rin del campacc’), eccoci ed un bivio: prendendo a destra siamo in 5 minuti alla località denominata Tea (la caratteristica baita in legno di Livigno) da li S’ctéblìna (Stebline sulla carta IGM, gruppo di baite poste poco a nord del punto in cui il torrente della Valle del Monte si immette nella parte superiore del corso dello Spöl (àcqua grànda), il torrente principale che percorre la Valle di Livigno. A noi interessa, però, la pista di sinistra (sentiero 151), che in 2 ore e 10 minuti porta al Lach dal Mont. Il cartello segnala anche, a 50 minuti, la Chèseira dal Mont, cioè la casera dell’alpe del Monte o Campaccio; noi, però, seguendo il percorso più breve, non passeremo da essa.
Cominciamo, ora, a salire, inanellando una lunga serie di tornanti sx-dx, fino a trovare, dopo un tornante, sx, un bivio: la pista di destra continua a salire decisa, mentre quella di sinistra procede in leggera salita. I segnavia rosso-bianco-rossi ci mandano a sinistra (la pista di destra porta alla casera dell’alpe Campaccio, di cui abbiamo appena detto, e di qui, poi, si deve ridiscendere sul fondovalle per intercettare la pista che ora andiamo ad imboccare, il che, appunto, allunga il percorso). Stiamo, dunque, sulla sinistra, circondati da alcuni grandi pini mughi e cembri, che conferiscono al paesaggio un aspetto non consueto per le valli di Valtellina. Descrivendo un ampio arco verso destra, ci portiamo al guado di un ramo secondario del torrente della valle. Più avanti la pista si avvicina al corso del torrente principale e, oltrepassato un casello dell’acqua, lo scavalca su un ponte in legno, a 2160 metri. È qui che da destra una mulattiera che scende dalla casera dell’alpe si congiunge con il nostro percorso.
Dal bivio fin qui la pista ci ha proposto un andamento decisamente rilassante: sul lato opposto della valle lascia il posto ad una larga mulattiera, che sale con andamento ben più deciso, inanellando una lunga serie di tornanti, su un ampio costolone di magri pascoli. Alle nostre spalle possiamo, ora, vedere il baitone della casera dell’alpe Campaccio (o Cascina del Monte, secondo quella duplice denominazione di cui abbiamo detto, m. 2213). Diritto davanti a noi, invece, il solco principale della valle, dal quale ci allontaniamo gradualmente, chiuso, sul fondo, dalla cupola rosseggiante del monte Garone (curioso esempio di errore di trascrizione sulla carta IGM, dall’originale “gerone”, giustificato dalla grande distesa di sfasciumi di cui è costituita la cima). La mulattiera si porta nei pressi di una piccola gola di rocce candide, nella quale scorre il torrente emissario del Lago del Monte, quindi scarta a sinistra e comincia la sequenza di tornanti. Dopo il primo tornante dx vediamo, alla nostra sinistra, a protezione della mulattiera una bella palizzata in legno che sostiene il versante a rischio di smottamento. Dopo alcuni tornanti, la mulattiera si porta al torrente emissario e lo supera da sinistra a destra; poco sopra, lo riattraversa in direzione opposta, iniziando una nuova serie di serrati tornanti, che guadagnano quota sul filo di un costolone erboso. L’andamento è sempre abbastanza deciso, ma la pendenza non è eccessiva e, soprattutto, è costante. Quando la fatica comincia a farsi sentire, ecco, alta, davanti a noi, la piccola edicola che ospita un crocifisso, sul ciglio di un roccione all’ingresso della piana che ospita il lago ed il ricovero.
C’è ancora da versante un po’ di sudore, prima di imboccare l’ultimo traverso che, con largo giro, porta proprio nei pressi del punto in cui dal Lago del Monte esce il piccolo emissario. Ecco, finalmente, il Lago del Monte; sul lato opposto, alla base del costone di roccette e sfasciumi, il Baitèl dal Mont. Un cartello escursionistico (numerazione 104 e 105) segnala che alla nostra sinistra parte il sentiero per il Baitel Grasso Agnelli (2 ore e 30 minuti, facile) o per il passo della Forcola (2 ore e 30, facile), mentre prendendo a destra possiamo compiere un largo giro che, passando per il Baitel dal Lach, riporta, in un’ora e mezza, all’alpe Campaccio.
Prendiamo a destra e, seguendo la riva orientale del lago, ci portiamo al Baitèl dal Mont (m. 2615), bivacco molto caro agli amanti delle due ruote in montagna, che ogni anno, d'estate, si danno convegno qui per la loro festa. Inizia da qui la parte più impegnativa della traversata, perché dobbiamo salire alla testata che separa la Valle del Monte dalla Val Federia.


Alta Val Federia vista dal passo di Cassana

Saliamo su tracce di sentiero e sfasciumi il versante a monte del bivacco, che scende verso nord-est dal monte Breva (Dòs de la Breva), fino ad una selletta che, da una quota di circa 2730 metri, si affaccia alla parte alta della Valle del Monte. Scendiamo ora lungo un valloncello solcato da uno dei rami del torrente della valle, chiamato Rin da li plata bianca per le candide formazioni calcaree che caratterizzano questo versante. Attraversato il torrentello, restiamo in quota e traversiamo descrivendo un arco verso destra (in senso orario, procedendo verso est), in direzione del ben visibile pianoro ai piedi del versante meridionale del monte Campaccio (m. 3007), che ci sta proprio di fronte. Il pianoro si stende ai piedi di un caratteristico versante di rocce calcaree. Lo raggiungiamo senza difficiltà, trovando due deboli sentieri che procedono verso est. Prendiamo quello di sinistra, che inizia a salire, verso nord, i magri pascoli sul versante meridionale del pizzo Campaccio. La pendenza non è eccessiva e la meta è facilmente distinguibile: si tratta di una sella sulla testata della valle che, da una quota di circa 2900 metri, si affaccia sull'alta Val Federia.


Tee in bassa Val Federia

Raggiunta la sella, disegnata fra il pizzo Campaccio, alla nostra destra (m. 3007) e l'erbosa cima quotata 2982 metri, alla nostra sinistra, si apre lo scenario della lunga Val Federia (Val da Fadaria), che dischiude orizzonti di solitudine di cui non riusciamo a scorgere il fondo. Solo le poche baite sul fondovalle restituiscono il sentore di una presenza umana. In effetti l'etimo del nome potrebbe essere da “feta”, termine che dal significato originario di “prima pecora che ha partorito” è passato a significare semplicemente “pecora”: si tratterebbe, dunque, della valle delle pecore.
La discesa, su un versante di sfasciumi non difficile, avviene, verso nord-ovest, sfruttando una valletta, chiamata Val di Gès (anche qui con riferimento alle rocce di color bianco), che confluisce nel solco principale della valle, nel quale scorre il torrente Federia emissario del laghetto di Federia, che resta alto alla nostra sinistra (est), appena sotto la distinguibile forcella o passo di Federia, che dà accesso al territorio elvetico.
Raggiunto il torrente di fondovalle, troviamo il sentiero che lo segue, restando alla sua destra, per un buon tratto, in direzione nord, verso le cascine di Mortarec' (m. 2207). Qui, su un ponticello, ci portiamo a sinistra del torrente Federia. Proseguiamo verso nord su una stradella che dopo un buon tratto raggiunge l'imbocco della Val Leverone (Lavarùn). Superato il torrentello della valle e la baita della Cesira (m. 2136), proseguiamo verso nord-est, perdendo quota sempre molto gradualmente. E' uno di quei casi nei quali si sognerebbe di poer procedere su due ruote, avendo a disposizione una mountain-bike. A quota 2061 vediamo alla nostra sinistra la partenza, segnalata, della pista sterrata che sale al rifugio ed al passo di Cassana, denso di significati storici, come l'intera Val Federia (cfr. approfondimento).


Chiesetta in Val Federia

Ci attande ora la traversata del lungo pianoro denominato Pian dei Morti. Il nome non è certo rassicurante, ma ha un preciso riferimento storico alle vicende della Guerra dei Trent'Anni. Passiamo a sinistra di una splendida conca, eletta da molti villeggianti come luogo per un riposante pic-nic in un’area attrezzata: si tratta del “Pian de l’Isoléta”. Dopo una breve salita, superiamo su un ponticello un torrente che confluisce nel torrente Federia, ignoriamo sulla sinistra la stradella utilizzata nella famosa competizione della Pedaleda e superiamo su un secondo ponticello il Rin Toscè.
Sulla nostra sinistra si stende un’ampia fascia di prati, con qualche baita disseminata qua e là; i prati sono ben curati, e testimoniano di un’attività agricola che è ancora presenza importante nella valle. Su un baitone alla nostra destra vediamo dipinto un crocifisso con le anime purganti, e leggiamo: “Oh passeggier se brami di sicurar la via dimmi un requiem con una Ave Maria”.
Al fondo sterrato si sostituisce quello in asfalto e dopo una breve salita raggiungiamo una delle icone della valle, l’ottocentesca chiesetta di Val Federia (m. 1954), con il caratteristico campanile a bulbo, un gioiellino perfettamente incastonato nello scenario bucolico della valle. È dedicata alla Beata Vergine Addolorata ed è stata interamente ricostruita, rispettando però fedelmente il modello originale, nel 1984.


Pista della bassa Val Federia

Nella successiva discesa, dominata dallo scenario che si apre davanti a noi, oltre lo sbocco della valle (scenario nel quale spicca, al centro, il corrugato massiccio del pizzo del Ferro e della Cassa del Ferro), superiamo due cappellette, ed ignoriamo il cartello che segnala, sulla sinistra, la partenza del sentiero Federico Cusini. Alla fine della lunga traversata che ha messo a dura prova i nostri piedi, siamo al sospirato ponte di Calcheira (m. 1850) ed al parcheggio dove ritroviamo una delle due automobili che ci hanno permesso di vivere l'emozione di questa splendida traversata.

APPROFONDIMENTO: VAL FEDERIA E PASSO DI CASSANA


Pizzo Cassana

Il passo di Cassana (m. 2694, "pass da Casciàna", secondo l'espressione dialettale, “pass Chaschauna” - pronuncia: ciascèna - secondo la denominazione romancia del versante elvetico) è il più agevole valico che mette in comunicazione il Livignasco con S’chanf, quindi l’antica Contea di Bormio con l’Engadina (diciamo Bormio con Coira, attraverso Livigno, Arosa, Davos e il passo della Scaletta). Assunse, quindi, in passato una notevole importanza storica, soprattutto nel contesto delle guerre di Valtellina (1620-36), che videro contrapposte da una parte le Tre Leghe Grigie, cui si allearono i Francesi, dall’altra gli Spagnoli che appoggiarono la rivolta dei nobili cattolici valtellinesi e gli Imperiali della casa d’Asburgo (genericamente chiamati tedeschi).
Di qui passarono gli eserciti di Bernesi e Zurigani, chiamati in aiuto dalle Tre Leghe (poi sconfitti nella attaglia di Tirano), decise a riprendersi la Valtellina ed i Contadi di Chiavenna e Bormio dopo l’insurrezione dei nobili cattolici del 1620.
Così scrive lo storico Enrico Besta ("Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. II: Il dominio grigione", Milano, Giuffrè, 1964): "S'adunavano intanto i Grigioni e gli Svizzeri dietro le Alpi. Sette erano le compagnie dei Berrnesi, comandate dal colonnello Nicolò un massiccio gradasso che portava sul petto una grossa catena d'oro e che con volgare spacconeria prometteva di volerla ornare di tanti macabri ed osceni trofei tolti ai preti quanti ne erano gli anelli. Tre erano le compagnie dei Zurigani, comandati dal colon nello Gian Giacomo Steiner. Ai reparti prigioni, il cui supremo comando era rimasto sempre a Giovanni Giiler, erano preposti oltre che Florio Sprecher e Rodolfo Salis, a noi ben noti, Giovanni Yeuch, Cristiano Florin, Florio Buoi, Antonio Violant, Nicolò Nuttin. Parrebbe che dapprima volessero sboccar nella valle della Mera, correndo tutta l'Engadina, ma poi preferirono i passi bormiesi. Il 1 settembre del 1620 erano già nella valle di Livigno e, da quei pochi abitanti che non erano ancora fuggiti sulle vette, si facevano giurare fedeltà, dietro promessa di aver libero il culto cattolico. Per Foscagno e Trepalle scesero nella Valle di Dentro. Il piccolo presidio posto dietro la chiesa di S. Martino di Pedenosso fu sopraffatto; non resistettero le trincee frettolosamente apprestate..."
Il passo fu, poi, al centro di un decisivo fatto d’armi nel giugno del 1635: gli Imperiali tenevano Livigno ed il duca di Rohan, protagonista di una brillante campagna militare, scese proprio dal valico per sconfiggerli nella piana di Livigno, costringendoli alla ritirata. La battaglia è anche legata ad una curiosa leggenda, che ci racconta Glicerio Longa, nel suo bello studio su “Usi e costumi del Bormiese” (1912; nuova edizione a cura di Alpinia Editrice nel 1998):
L'esercito imperiale condotto in Valtellina dal Fernamonte (1635), forte di quasi ottomila uomini, con cavalleria, era accampato a Livigno sotto gli ordini di Breziguel. Il duca di Rohan, che era a Scanfs in Engadina, mandò Frezeliere con alcune truppe attraverso il passo di Cassanna e la Val Fedaria a occupare le alture di Blesécia, e poi scese egli stesso con tutte le truppe, circa quattromila fanti e quattrocento cavalli, per il passo e le valli sopraddetti. Il combattimento fu accanito specialmente attorno al Camposanto. Era notte. I francesi — in numero molto minore — ricorsero a uno strattagemma. Travestitisi coi bianchi camici dei confratelli occuparono il sacrato attorno alla chiesa. Sopraggiunti i tedeschi, a quella vista, gridarono: «Noi combattiam coi fanti e non coi santi!». E, in preda al più superstizioso terrore, fuggirono, rincorsi, fin sotto li Ostarìa (bàjta de l'òlta), dai furbi francesi, che rimasero padroni del campo. Questo episodio lo raccontano spesso i vecchi di Livigno, convinti come gli imperiali che i soldati combattenti in veste bianca, attorno al cimitero, fossero proprio... i mort.”
Ecco come Tullio Urangia Tazzoli, nel III volume de “La Contea di Bormio”, racconta la battaglia:
A Zuotz… il duca di Rohan… giunse in rapida marcia dal Maloja il 25 giugno 1635, congiungendosi ai distaccamenti del De Lande e Montauzier: un totale di 3000 francesi, 1500 grigioni e 400 cavalli. In valle di Livigno eranvi 8000 imperiali sotto il comando di Brisighel: quasi il doppio del piccolo esercito franco-svizzero. Nella notte dal 25 al 26 giugno Rohan tiene consiglio di guerra. Malgrado l’opposizione del De Lande decide l’azione a oltranza e dà l’ordine di avanzata immediata verso il passo di Cassana. Impresa ardita il valico di passi ancora coperti di neve, in una stagione, data l’altitudine, non la migliore, con centinaia di cavalli ed impedimenti, contro un nemico assai più numeroso, agguerrito, riposato!
Le avanguardie ai primi chiarori dell’alba pel vallone di Diveria sboccano nella valle dello Spöl. Un ripato misto, grigione e francese, occupa a sorpresa la chiesa parrocchiale di S. Maria ed il cimitero attiguo che diventa il perno della resistenza e dell’offensiva. Gli imperiali, sparpagliati largamente nelle bajte a bivaccare, senza alcuna ordinanza né protezione ai passi, vengono colti all’improvviso e quasi assonnati dai franco-svizzeri. Per maggiore sfortuna ed imprevidenza i ponti sullo Spöl erano stati tagliati e più difficile riusciva la ritirata. Al meglio le ordinanze imperiali si composero e contrattaccarono. Affermano Glicerio Longa e Giuseppina Lombardini, che si occuparono di storie bormiesi, che in un primo momento i francesi ebbero la peggio. Ma travestiti coi camici di una confraternita, spaventarono gli imperiali che fuggirono in preda al più superstizioso terrore… Ma la tradizione popolare non è questa: ha una concezione assai più larga, religiosa e patriottica insieme. Dice essa (e il ricordo in Livigno è ancora vivo) che contro gli invasori franco-svizzeri ed imperiali, comunque e sempre stranieri e predatori della valle, insorsero i morti livignaschi tanto più sdegnati dalla profanazione e dall’oltraggio recato ai luoghi sacri. Insorsero e gridarono altamente, nei primi bagliori dell’alba: “Via di qua!” E l’effetto fu immediato e disastroso! Poche ore dopo, infatti, gli imperiali si ritiravano su Bormio pei passi d’Eyra e di Foscagno ed, a sua volta, il Rohan per il passo della Forcola e Poschiavo si dirigeva su Tirano
.”


Baita in Val Federia

Vediamo, infine, cosa scrive il protagonista di quella giornata, cioè il Rohan, nelle sue memorie:
“Il 26 le truppe francesi si incamminarono verso l’alpe di Cassana e là venne riunito tutto l’esercito, che poteva contare su non più di tremila Francesi, millecinquecento Grigioni e quattrocento cavalli. Livigno è una valle che dipende dal contado di Bormio e che si estende per circa due ore in lunghezza e mille e duecento o mille cinquecento passi in larghezza; essa ha tre uscite, la prima attraverso la valle di Fraele a Bormio, la seconda attraverso il monte di Pisciadello a Poschiavo e la terza per il monte di Cassana in Engadina alta. È un prato ininterrotto, disseminato di case distanziate fra di loro; è divisa nel mezzo da un piccolo torrente difficile da guadare in estate quando si sciolgono le nevi. Per attaccare le truppe imperiali occorreva che i Francesi varcassero la montagna di Cassana e da lì scendessero nella Val Federia, che gli Imperiali potevano difendere con gran facilità, sia perché sbarrata da una grande trincea sia per essere stretta in alcuni punti e dominata da una montagna sovrastante il passaggio difeso dagli Imperiali. La principale preoccupazione di Rohan era di occupare questa montagna per dominare dall’alto coloro che custodivano l’ingresso di Livigno…
Egli scelse per questa impresa Isaac de la Frezelière, gentiluomo pieno di coraggio e di ambizione che, con settecento uomini, partì a mezzanotte per andare a impossessarsi della montagna e… quando arrivò in Val Federia tagliò a destra e occupò la montagna… Il duca di Rohan fece avanzare le sue truppe quando ritenne che il Frezelière fosse di fronte a lui. Ma il duca, avanzando per la vai Federia, era molto intralciato da un torrente, che scorre lungo detta valle, di cui i nemici avevano rotto i ponti. Gli Imperiali accennarono a disporsi in battaglia, ma poi, vedendosi attaccati dall'alto e dal basso, cedettero il passo e dopo avere ripassato il torrente che taglia la valle di Livigno, fecero resistenza sull'altra sponda, tenendo vivala scaramuccia per oltre un'ora e mezzo. Ci si battè tutto quel tempo, divisidal torrente, í cui ponti erano stati bruciati dai Tedeschi e che era ritenuto inizialmente non guadabile. I Francesi all'inizio non avevano tentato di superarlo, ma dopo averlo fatto scandagliare si avvicinarono per passarlo e allora gli Imperiali si ritirarono attraverso una montagna prendendo la strada per Bormío; così i Francesi rimasero quel giorno padroni del campo di battaglia e della valle.”
(Henri de Rohan, “Memorie sulla guerra di Valtellina”, edito dalla Editoriale Mondatori per la Fondazione Credito Valtellinese nel 1999).


Tee in bassa Val Federia

Peraltro la calata dei franco-grigioni dal passo di Cassana non è il primo episodio storico che riguarda questo valico. Nel 1499 truppe imperiali provenienti dal Tirolo passarono di lì per calare in Engadina ed incendiare i villaggi di Zuoz e di S’chanf, nel contesto della guerra fra gli Asburgo ed i cantoni della futura Confederazione Elvetica che rivendicavano orgogliosamente la propria indipendenza dalla casa d’Austria.
Retrocedendo più ancora nel tempo, al tardo Medio-Evo, vediamo il passo al centro di un episodio a metà fra la storia e la leggenda. Siamo nel secolo XIV ed i rapporti fra livignaschi e tavatini (abitanti di Davos, l'antica Tavate) erano molto tesi, anche perché le due comunità stavano a guardia rispettivamente della Valle dell'Adda e del bacino del Reno, e questo determinava attriti e scontri che avevano portato la tensione al culmine. Venne, dunque, decisa da entrambe le parti un'azione che aveva lo scopo di portare alla rovina la comunità nemica, il rapimento della sua stessa radice vitale. Si trattava di due animali, nei quali si riassumeva la potenza generatrice della natura, il toro Nino, a Livigno, e l'orso Moro, a Davos. Ebbene, durante una notte oscura avvenne una duplice spedizione di manipoli che rubarono, dall'una e dall'altra parte, questi animali. Le conseguenze non si fecero attendere. A nord ed a sud del passo di Cassana la natura cominciò a perdere, gradualmente ma inesorabilmente, la propria potenza vitale: i pascoli inaridirono, gli armenti non diedero più latte, nessuna bestia rimase più gravida. Tutto sembrava condurre alla morte, perché gli uomini non sarebbero potuti sopravvivere a lungo alla morte della natura che li ospitava. Ed allora, su entrambi i fronti, fu deciso di chiedere consiglio agli spiriti dei defunti. Così nel livignasco le anime purganti della Valle delle Mine pronunciarono un verdetto inequivocabile: restituite ai tavatini l'orso rapito. Analogo il verdetto del Genio del Bosco nella Valle dello Zug: restituite il toro ai livignaschi. Così il passo di Cassana fu teatro, questa volta alla piena luce del giorno, della restituzione delle bestie rapite e della riconciliazione. La natura subito rifiorì, tutto tornò alla vita ed il 18 maggio 1365 fra le due comunità venne firmata una pace solenne.

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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