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La passeggiata dai Torchi Bianchi (tòorc’) a Categno (catègn) era una sorta di rito nelle domeniche settembrine dei morbegnesi. È d’obbligo il tempo verbale al passato non solo perché il gusto delle camminate di impegno non elementare pare si stia perdendo, ma anche perché il rovinoso incendio che ha devastato nel 1991 il nucleo dei Torchi Bianchi ha portato all’ordinanza di chiusura al transito della splendida mulattiera che serviva per salire a Categno (strada de dèsch).
Oggi il nucleo ha un volto spettrale, sembra un paese fantasma, immerso in un’atmosfera di sinistra sospensione, nella surreale attesa che crolli sotto le ingiurie del tempo. Merita, nondimeno, una visita, anche per la sua importanza storica. Lo cita, ad esempio, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Griglie dal 1587 al 1588, nella sua opera “Raetia” pubblicata a Zurigo nel 1616: “Dopo duecento passi da Desco si arriva alla frazione chiamata Torchi, perché è una distesa di pregiate vigne sino a Cattegno: altro paesello che si eleva a circa cinquecento passi sopra l’Adda e che produce molti buoni vini, come le altre plaghe circostanti”.
Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere sui borghi posti sul versante meridionale del Culmine di Dazio “Nel piano alle radici del monte Pelasco, il quale stendendosi verso il letto d'Adda molto rende la valle più stretta che in qualsivoglia luoco, lontano un miglio dal ponte del Masino si trova alla strada, qual costeggia Adda di qua, alcune picciole contrate cioè Desco dov'è una picciola chiesa di S. Maria Maddalena, Torchio, Categno dove si fanno vini preziosissimi..."
La piacevole camminata, sui sentieri dello spazio e del tempo, parte da Campovico, sempre nel comune di Morbegno, che raggiungiamo lasciando la ss. 38 dello Stelvio allo svincolo per Paniga (all’altezza di Talamona, sulla sinistra, per chi giunga da Sondrio). Invece di prendere a sinistra, per Talamona, prendiamo a destra, passando sotto un viadotto e raggiungendo il ponte arcuato di Paniga, dove si trova un semaforo per il senso unico alternato. Oltre il ponte, prendiamo a sinistra, in direzione di Campovico (m. 235). Appena prima del ponte sul torrente Toate (tuàa), che precede il semaforo all’ingresso del paese, lasciamo la provinciale Valeriana per imboccare una stradina sterrata, sulla destra, che porta al piede del monte. Qui (oppure, se più comodo, sull’alto lato della provinciale Valeriana rispetto a quello di partenza della stradina, dove troviamo uno slargo) possiamo lasciare l’automobile e cominciare a salire, seguendo la pista fino ad un bivio, al quale prendiamo a destra, raggiungendo, in breve, una carrozzabile asfaltata che sale al paese (cartello che segnala il pericolo di frane per 1,8 km). In alternativa, possiamo seguire la vecchia mulattiera che se ne stacca sulla sinistra, segnalata da un vecchio cartello giallo della Comunità Montana di Morbegno, che dà Categno a 40 minuti e Dazio ad un’ora e 20 minuti.
La mulattiera sale con piglio deciso, propone una sequenza di tornantini sx-dx-sx-dx e passa accanto ad una cappelletta discretamente conservata. Ottimo è, già da qui, il colpo d’occhio su Talamona e Morbegno. Poco oltre la mulattiera intercetta la strada asfaltata, per riprendere sul lato opposto (un cartello segnala il divieto di transito a 100 metri), con un tratto, però, molto sporco, per cui ci conviene seguire la strada fino al punto nel quale termina, proprio sotto il muraglione che sostiene la bella chiesa di S. Abbondio, la “sgésa di tòorc’”, che appartiene alla parrocchia di Campovico e che si erge su un imponente terrapieno. La mulattiera passa per il sagrato e fra le case, prima di prendere a sinistra (ovest); a noi non resta che alzare lo sguardo e guardare al triste scenario delle case in rovina. Tuttavia, come spesso accade nella vita, se non si riesce a risolvere un problema prendendolo di petto, si può cercare di bypassarlo. È il nostro caso. Vediamo come.
Entriamo in Campovico e portiamoci, allora, nel centro del paese, sotto la chiesa parrocchiale dedicata alla Visitazione della B. V. Maria (la "sgésa de camvìic", la cui costruzione iniziò nel 1613 e la cui consacrazione è del 1706), arroccata, a 281 metri, su un bel poggio che domina il paese. Possiamo lasciare l’automobile nel comodo parcheggio che si trova presso il cimitero, sotto la chiesa. Dirigiamoci, poi, ad est (destra per chi sale), verso il limite del paese, nei pressi del torrente Toate, e percorriamo la pista che ne fiancheggia l’argine, fino a trovare un ponticello in metallo, che ci porta sul lato opposto, dove parte un sentiero segnalato da bolli rossi.
Si tratta di un sentiero davvero suggestivo, a tratti scavato nella roccia (di qui la sua denominazione, “sentée del sas de làa”, cioè sentiero sulla roccia del versante opposto della valle, rispetto al paese), che sale ripido, raggiungendo una casupola isolata (pétàsc), con un ottimo colpo d’occhio sull’aspra ed impressionante forra terminale della val Toate (l’unica valle di una certa importanza sulla Costiera dei Cech). Il sentiero prosegue fino ad intercettare la mulattiera per Categno, a monte dei Torchi Bianchi, con un ultimo tratto costituito da una roccia che fa da gradino (per questo non è facilmente visibile da sopra). Se percorriamo la mulattiera in discesa, cioè verso destra, in un tratto in leggera discesa, ci immergiamo in una selva e superiamo un tratto protetto da muro a secco a sinistra ed un baitello con segnavia rosso-bianco-rosso a destra, prima di raggiungere il limite alto, occidentale, del paese, il gruppo di case detto “cràcui”: tenendoci a debita distanza, per evitare rischi, avremo, così, modo di osservare più da vicino gli scheletri delle abitazioni raggiunte dalle fiamme.
Torniamo, poi, al punto che abbiamo raggiunto salendo da Campovico, e proseguiamo in direzione opposta, sulla mulattiera, con meta Categno. Raggiungiamo così un tornante dx, al quale si propone un ottimo colpo d’occhio sull’impressionante salto roccioso sul lato opposto della Val Toate. Segue una sequenza di tornanti sx-dx-sx, all’ultimo dei quali troviamo una bella cappelletta, ben conservata, nella quale è raffigurata una Madonna con Bambino, con ai lati san Carlo Borromeo (alla nostra sinistra) e Sant’Antonio abate (alla nostra destra). Proseguiamo volgendo gradualmente a destra ed assumento l’andamento nord, fino ad una nuova cappelletta, anch’essa assai ben conservata, nella quale è raffigurata la Donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi, di cui parla l’Apocalisse, nell’atto di schiacciare il serpente-dragone simbolo del male; alla nostra sinistra, poi, San Giuseppe, ed alla destra Sant’Antonio Abate, riconoscibile per il bastone con il campanellino ed il maialino che lo accompagna. Il dipinto è firmato “Marcello Confortola – 1995 – Livigno”.
Poco sopra, dopo circa un km dal limite occidentale dei Torchi Bianchi, la mulattiera intercetta la carrozzabile che scende da sinistra per Categno (stràda de catègn, lunga poco più di mezzo chilometro, da Dazio a Categno). Siamo ancora nel territorio del comune di Morbegno (il comune di Dazio inizia poco oltre, procedendo a sinistra) e, se scendiamo verso destra, alla volta di Categno, ci restiamo. Procediamo, dunque, all’ombra di una selva di castagni e faggi, fino ad un valloncello, dove troviamo una splendida fontana, ricavata da un unico blocco di granito e datata 1884. Poco oltre la carrozzabile (con fondo in terra battuta) esce dalla selva: siamo alle case di Categno (m. 488).
Non proseguiamo diritti, ma prendiamo subito a sinistra, su strada lastricata, passando a destra di un agriturismo (che ha sostituito l’antica osteria di Categno) ed arrivando alla minuscola chiesetta di Categno (sgésa de catègn), dedicata alla Beata Vergine delle Grazie. Davanti alla chiesetta, una spianata di prati che ne fa un bel balcone panoramico sul versante meridionale della bassa Valtellina, da Morbegno a Piantedo. La posizione è felice non solo panoramicamente, ma anche climaticamente: d'inverno il clima qui è particolarmente mite, tanto che due ulivi, piantati una quarantina d'anni fa, hanno attecchito senza problemi. Non manca, ad impreziosire il luogo, lo spessore della storia: una valle "de catenis", con la quale l'Orsini identifica Categno, è menzionata in un documento già nel 1242. La passeggiata da Campovico a Categno richiede circa tre quarti d’ora di cammino, per un dislivello in salita di circa 250 metri.
Per gli amanti degli scenari meno consueti segnaliamo che dal limite orientale di Categno (opposto rispetto a quello dal quale siamo giunti) parte un sentierino che conduce alle baite già ben visibili della località Porcellino (purscélìn, m. 484), nel cui nome sembra di nuovo aleggiare la presenza di Sant’Antonio Abate, che abbiamo visto raffigurato in due cappellette. Il sentiero prosegue verso est, fino a raggiungere un poggio sospeso su un impressionante salto roccioso (che però dal punto in cui siamo non vediamo, e che non è proprio il caso di andare a vedere), con un incantevole ma anche un po’ inquietante boschetto di betulle. Sul versante a monte, un ripido groviglio di rocce e vegetazione disordinata, che dissuade dal tentare di salire. Un luogo da eremiti, e di nuovo è lo spirito di Sant’Antonio a far sentire la sua presenza. Qui il sentiero termina, e termina anche la nostra digressione: torniamo a Categno.
Guardando da Categno verso nord-nord-est possiamo osservare un largo poggio sorretto da rocce levigate. Qui si trova, secondo l'attestazione di antiche carte, la località di Caslìdo (caslìi), che lo storico Giustino Renato Orsini ritiene sede di un antichissimo castelliere, ad una quota di circa 610 metri, risalente all'ultimo neolitico o alla prima metà dell'età del ferro. Un castelliere è, in un certo senso, l'antenato del castello: si tratta di un piccolo villaggio fortificato, costituito da una torre centrale e da una cerchia di mura, di cui sono rimaste tracce, che rimandano ad epoche preistoriche, nell'Istria e nella Venezia Giulia. In epoca romana queste strutture furono utilizzate come fortilizi, spesso trasformati, infine, in epoca medievale, nei più conosciuti castelli. Se l'Orsini ha ragione, dunque, questo versante era abitato già sin dalla fine dell'età della pietra. Si tratta di un'ipotesi che non ha solo un fondamento toponomastico: l'Orsini osserva, infatti, che l'esistenza dell'antichissima struttura si può congetturare "dal tonfo, come di vuoto sottostante, con cui rimbombano i passi, andando per un piccolo prato interposto tra quei greppi", ed anche dai resti di imponenti muraglie a secco e di rampe di accesso che non appartengono ad alcun castrum romano o castello medievale, né rispondono a bisogni agricoli, "trattandosi di un colle arido ed incolto, dove, per il suo isolamento dalle montagne circostanti, manca pure l'acqua che deve essere attinta al sottostante Acquate". Può darsi che questo medesimo luogo abbia ospitato, in epoca assai più recente (Medio-Evo), quella fortezza attestata da più fonti storiche, fra le quali il Quadrio, che, a metà del settecento, scrive: "Ivi nel vicino monte che il Colmo di Dazio si appella, apparivano tuttavia le vestigie d'una rovinata fortezza che serviva per dominare tutta quella valle e guardarla dalle scorrerie" ("Dissertazioni storico-critiche sulla Valtellina, 1755); peraltro già nel cinquecento la fortezza era già ridotta a rovina, eletta, nel 1525, a covo da un manipolo di soldatacci del condottiero-avventuriero Gian Giacomo de Medici, detto Medeghino: da qui terrorizzarono per qulche tempo i paesi vicini, finché vennero neutralizzati dai soldati delle Tre Leghe Grigie, cui era soggetta, a quel tempo, la Valtellina.
Dopo questo tuffo in un passato più o meno remoto, riaffioriamo alle necessità del presente, ovvero del ritorno a Campovico, che può avvenire con percorso diverso: tornando sui nostri passi, invece di scendere sulla mulattiera proseguiamo sulla pista, fino ad intercettare la strada provinciale n. 10 dei Cech orientale, che da Morbegno sale a Dazio. Ci troviamo sul limite occidentale della bella piana di Dazio, fra il Culmine di Dazio, a sud, ed il versante dei Cech, a nord. Percorriamo, ora, per un tratto la strada in discesa, fino a trovare, sulla destra, quella che sembra la partenza di una pista sterrata, che quasi subito, però, si riduce a sentiero, sulla cui partenza (a destra) è posta anche una cappelletta, in condizioni pessime di conservazione. Il sentiero alterna tratti nel bosco a tratti all’aperto e procede con andamento sostanzialmente pianeggiante, fino a raggiungere la località di Cerido (scerìi), appena sotto un parcheggio (m. 508). Dopo essere passati per un tratto nel territorio del comune di Dazio, siamo tornati in quello di Morbegno.
Cerido è, come Categno, un simpatico nucleo rurale, con valore panoramico però decisamente inferiore, dal momento che le selve impediscono di gettare lo sguardo sulla bassa Valtellina Scendiamo, ora, sulla strada asfaltata che, dopo un tornante sx, confluisce nella provincia n. 10. Appena prima di immetterci nella provinciale, però vediamo, alla nostra sinistra, una pista in cemento che, dopo breve quanto ripida salita, ci porta al sagrato della chiesa di S. Nazzaro, la "sgésa de scèrmelée", dedicata ai santi Nazzaro e Celso, il cui primo nucleo fu edificato, dalla famiglia Castelli Sannazzaro, di origine comasca, nel 1369, per poi essere ampliato nel 1624. La cui importanza è testimoniata dal fatto che nei secoli XVII e XVIII fu chiesa parrocchiale di Campovico, quando buona parte della popolazione del comune era concentrata qui. Siamo in località Dosso del Visconte ("dossum sancti Nazarij, nel secolo XV, "dòs del viscùunt" o semplicemente "el dòs", con voce dialettale). La denominazione è legata al fatto che in epoca medievale probabilmente qui sorgeva un castello (di cui si sono perse le tracce), dimora del Visconte di Valtellina, investito della signoria sull'intera valle. Se così è, negli oscuri secoli IX e X il baricentro della Valtellina era qui. Oggi sul sagrato della chiesa regna quasi sempre una profondissima quiete, rotta veramente, forse, solo l'ultima domenica di luglio, quando si celebra la festa dei santi Nazzaro e Celso.

Scendiamo, ora, alla provinciale n. 10 e percorriamone, per la seconda volta, un brevissimo tratto, in salita, fino a trovare, dopo una semicurva a sinistra, lo svincolo, sulla destra, della stradina che scende a Cermeledo. Portiamoci a questo nucleo, anch’esso di straordinario interesse storico, scendendo subito alle sue case e baite. Cermeledo ("scèrmelée", anch'esso, come Cerido, frazione di Morbegno, e, prima del 1938, di Campovico), è uno splendido piccolo borgo rurale che si trova, nascosto fra i castagni, a monte di Campovico, a 461 metri. Il suo nome deriva da "cerro" o dal nome personale latino "Celemna" (come Cermenate). Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata a Zurigo nel 1616: “Mille passi al disopra di Campovico, sopra un ameno ripiano del monte sta Cermeledo: fertile paese, i cui campi, in parecchi punti vengono rinfrescati dai ruscelletti che scendono da Roncaglia. La popolazione è numerosa; ma buona parte di essa, essendo angusto il territorio, deve cercar lavoro in paesi forestieri”. Data la natura dei luoghi, gli abitanti di Campovico furono addirittura indotti, in passato, a trasferirsi qui in massa, per sfuggire alle conseguenze rovinose di alluvioni e vicende belliche.
A destra (per chi scende) della bella fontana che ci ha accolto scendendo al paese vediamo la partenza di una mulattiera che scende a Campovico: si tratta della "strada de scèrmelée", un tempo la più praticata della zona, che alterna cemento, risc ed asfalto, con pendenza regolare. Al primo tornante sx troviamo una splendida fontana, con sedile in pietra che invita alla sosta, conciliata anche dalla fresca ombra dei castagni. La stradina propone, poi, una sequenza di diversi tornanti dx ed sx, e termina proprio al sagrato della chiesa parrocchiale di Campovico, dalla quale scendiamo alla parte bassa del paese, verso sinistra, fino alla strada provinciale Valeriana. Procedendo verso sinistra (est), in breve siamo al ponte sul Toate, poco oltre il quale abbiamo parcheggiato l'automobile.
Si chiude così un godibilissimo anello che, percorso a piedi, richiede circa due ore di cammino e comporta un dislivello di 270 metri. Proviamo a percorrerlo a settembre: contribuiremo a tener viva un’antichissima tradizione che sarebbe davvero un peccato si perdesse.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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