[Home page]

Escursioni e camminate (consigli ed indicazioni)
Storia, tradizioni e leggende
Immagini, suoni e parole

 

La montagna del granito e dell'oro


Clicca qui per aprire una panoramica sul gruppo del Masino dalla cima del Culmine

Apri qui una galleria di immagini

Il Culmine di Dazio (con termine dialettale, Cólmen o Cùlmen, m. 913), è, sul versante retico, il punto più alto del territorio comunale di Morbegno. Con il suo inconfondibile profilo arrotondato, si pone come spartiacque fra la media e la bassa Valtellina, fra la piana di Ardenno, ad est, ed il conoide di Talamona, ad ovest. Qui l'andamento rettilineo della Valtellina, da Tirano ad Ardenno, subisce una brusca interruzione e descrive una doppia curva, proprio perché il fondovalle, nel suo corso sull’asse est-ovest, si trova la strada sbarrata da questa formazione montuosa.
Di essa scrive il Guler von Weineck, già governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel 1587-88, nell'opera "Raetia", pubblicata nel 1616: “All’estremo di questa pianura (di Dazio), verso mezzodì, sorge un piccolo monte, detto Colma di Dazio: è dirupato, sterile e roccioso, ma sulla cima ha una piccola pianura; ivi si notano le rovine di un antico castello e parimenti cisterne, cunicoli sotterranei e miniere di ferro abbandonate.”
Purtroppo non rimangono tracce né del castello, né dei misteriosi cunicoli. Resta invece il segno ben visibile, da sud, della miniera d'oro sfruttata fino alla fine del Settecento (miniéra d'òor); di oro si parla ancora in un documento ottocentesco, nel quale si menzionano tracce del prezioso metallo rinvenute nei pressi di Porcido, sempre sul versante sud della Culmen. Una montagna decisamente intrigante e misteriosa. Curiosa è la natura geologica del monte: le rocce della sua sommità sono costituite da un plutone granitico, il cosiddetto “granito di Dazio”, generato dall’intrusione di magma in una preesistente struttura di rocce metamorfiche. Ciò avvenne in tempi antichissimi, prima ancora che la catena alpina si fosse formata.Il monte, dunque, è un vero e proprio vegliardo, al cui cospetto le più alte ed eleganti cime del gruppo del Masino sono ancora giovani pivellini.
L’azione erosiva dei ghiacciai che nel quaternario scesero dalla Val Masino e dall’alta Valtellina fino alla bassa valle non riuscì, quindi, ad aver ragione di questo monte dal cuore di granito, che rimase, al centro della valle, come segno di tempi remotissimi. Tale azione, però, lo modellò, conferendogli la caratteristica forma arrotondata per la quale è facilmente riconoscibile dai più diversi angoli di visuale della media e bassa Valtellina. Aggiunge pregio alla zona la costituzione di un'area naturalistica protetta. La sua singolarità è legata anche alla profonda differenza dei versanti: quello rivolto a sud è arido, aspro e ripido, mentre quello che guarda a nord ed alla piana di Dazio ha caratteristiche molto simili ai versanti obobici, essendo decisamente più umido ed umbratile. La Culmen ospita fiori d'alta montagna, e vi scorazzano molte specie di animali, anche d'alta quota, come camosci, cervi, lepri, coturnici. Non mancano presenze meno rassicuranti, serpi e vipere.
La salita alla cima partendo dalla piana di Dazio, per il versante nord, non è più che una facile passeggiata, che sfrutta una comoda e tranquilla mulattiera. Per effettuarla, dobbiamo partire dal cimitero del paese, staccandoci dalla strada principale che corre a sud del paese e percorrendo una pista sterrata (seguiamo le indicazioni per il Crotto). Ignorata una deviazione verso destra, raggiungiamo, in breve, il Crotto, per poi oltrepassarlo ed addentrarci in un bosco di castagni. La mulattiera, sempre evidente e ben segnalata, con segnavia rosso-bianco-rossi, sale, con ampi tornanti, verso la cima della Colmen (913 m), dove termina.
Se il tempo è bello, il panorama è molto ampio, sul versante della media Valtellina, su quello orobico esu quello della Val Màsino. Guardando a sud, possiamo vedere l’intera la val Vicima (la prima laterale che si trova, sulla sinistra, entrando in val di Tartano, dopo Campo) ed il passo di Vicima, che permette la traversata in Valmadre. L’occhio esperto può riconoscere, in primo piano e leggermente a sinistra rispetto alla val Vicima, un’altra Colmen, quella di Campo Tartano (il Culmine di Campo). Guardiamo ora verso nord: riconosceremo alcune importanti cime del gruppo del Masino-Disgrazia: da sinistra, i tre pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), Occidentale, Centrale ed Orientale, la cima di Zocca e la cima di Castello; poi le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo rubano la scena ai più importanti pizzi Torrone, ma non al monte Disgrazia, alla cui destra emerge la tozza sagoma del Sasso Arso.
Il pianoro della cima, dove troviamo anche un tavolino, sembra immerso, soprattutto in autunno ed in inverno, in un’atmosfera magica. Abbiamo superato circa 350 metri di dislivello, in un’ora di cammino. Possiamo anche percorrere un lungo tratto del crinale di cima, seguendo una traccia di sentiero ed incontrando una micro-pozza d’acqua. Antichi sentieri, di cui però ora si è persa la traccia, consentivano di scendere per via diversa, seguendo, cioè, una direttrice occidentale ed una meridionale che conduceva a Porcido. Un progetto del CAI di Morbegno prevede il ripristino di questi sentieri: la cosa non potrebbe che suscitare il più vivo plauso di tutti gli appassionati dell’escursione.
Una preziosa segnalazione: la salita alla Colmen è possibile anche in mountain-bike; si tenga presente, però, che ilfondo non sempre agevole la rende un po' faticosa.
Non possiamo, infine, non riferire, in questa pagina dedicata al Culmine di Dazio, di una bella opportunità escursionistica resa possibile dalla recente iniziativa del CAI di Morbegno, che ha ripulito e segnalato l’antico sentiero che da Paniga sale a Porcido e di qui prosegue per la cima della Colmen. Un sentiero godibilissimo in autunno, inverno (in assenza di neve e su terreno asciutto) e primavera, che può costituire, oltretutto, un interessante quanto poco conosciuto itinerario che consente di raggiungere Dazio partendo dal fondovalle. Punto di partenza è il paesino di Paniga, ai piedi della Colmen, fra Campovico, ad ovest, e Desco, ad est.
Lo si raggiunge staccandosi dalla ss. 38, per chi proviene da Milano, allo svincolo segnalato per Paniga, sulla destra, dopo Morbegno e poco prima del viadotto sul torrente Tartano (allo svincolo corrisponde, sul lato opposto – settentrionale – della ss. 38 il ben visibile ponte arcuato di Paniga, che scavalca il fiume Adda). Una volta lasciata la strada statale, dopo pochi metri dobbiamo prendere a destra, passando sotto un cavalcavia. Dopo una successiva curva a destra, raggiungiamo il ponte di Paniga, sul quale il senso unico alternato è regolamentato da un semaforo.
Valicato il ponte, siamo a Paniga. Invece di piegare a sinistra (direzione per Campovico) o a destra (direzione per Desco), proseguiamo diritti, entrando in paese, e prendiamo, poi, a destra, fino al parcheggio nei pressi della chiesa dall'architettura decisamente moderna (la "sgésa növa de panìga", edificata nel 1979, che ha sostituito la "sgésa vèsgia de panìga", dedicata alla Madonna delle Grazie), riconoscibile per la pianta circolare: qui, a 241 metri, lasciamo l’automobile.
Sul lato opposto della strada, rispetto a parcheggio, cioè sul lato nord vediamo, su una roccia presso un muretto, un segnavia bianco-rosso, che indica la partenza del sentiero. Prendendo a sinistra ci portiamo ad una cappelletta e, seguendo un sentierino che corre alle spalle delle case a ridosso del versante meridionale della Colmen, raggiungiamo il punto nel quale inizia la salita.
Su un muraglione di cemento, alla nostra destra, vediamo una grande scritta con una freccia verde, “Porcido”, che segnala, appunto, il sentiero per il paesino di mezza costa che costituisce la tappa intermedia della salita alla Colmen.
Il sentiero, zigzagando, supera alcuni rustici e terrazzamenti coltivati (i "càamp") e guadagna rapidamente quota, regalando alcuni begli scorci su Paniga, Talamona e Morbegno. Si tratta di un bel sentiero, in parte scalinato e scavato nella roccia, che si inerpica sul ripido versante che sovrasta Paniga. Alcuni punto esposti sono protetti da corrimano. Dopo il primo strappo, raggiungiamo il muraglione di un rudere, oltrepassato il quale il sentiero riprende a salire, uscendo gradualmente dalla selva e dipanandosi fra rocce e vegetazione disordinata.
Di tanto in tanto, volgendo lo sguardo a destra, possiamo ammirare il conoide del torrente Tartano, Talamona e Paniga. Non allentiamo, però, l’attenzione, perché in alcuni punti un passo falso può procurare una caduta dalle conseguenze anche serie (e questo sia detto anche per alcuni punti del tratto Porcido-Culmine). I tornantini si succedono, anche serrati, ed il sentiero conserva l’andamento complessivo verso nord-est, passando non lontanto da una miniera d'oro sfruttata fino alla fine del Settecento (la "bögia de l'òòr", in località "el regulùn a la bögia de l'òòr", chiamata così per la presenza di una grossa quercia). Per alcuni erano giganteschi, di color verde cupo, con una spessa cresta sul dorso ed un’enorme bocca dalla quale saettava una lunga lingua biforcuta; per altri erano di più modeste dimensioni (non più di mezzo metro di lunghezza) e di un color grigio che si mimetizzava assai bene con quello delle pietre, per cui ci si accorgeva della loro presenza a fatica, solo per gli occhi fiammeggianti. Altri ancora narravano di averli visti sul tronco di talune piante: avevano lo stesso colore della corteccia, biancastro sulle betulle, marroncino sui castagni, verde fra le foglie.
Per molto tempo la paura impedì più sistematiche osservazioni: la gente era, infatti, convinta che questi esseri potessero stordire, ammaliare, aggredire, avvelenare addirittura chi si avvicinasse; era anche convinta che il loro potere malefico si esercitasse anche sulle colture, danneggiandole. Per questo era stato coniato anche un nome per il mostro di Paniga: “el dragu de la miniera de l’oor”, forse in accordo con le tante leggende che descrivono i draghi a guardia di tesori nascosti. Passò così un bel po’ di tempo, senza, però, che nessuno fosse vittima di aggressioni o peggio.
Alla fine la gente cominciò ad arrendersi all’evidenza ed a guardare con maggiore attenzione queste bestie, osservando che in effetti non erano molto grandi, avevano sì una cresta sul dorso, la lingua biforcuta, una bocca deforme e le dita delle zampe prensili, ma si cibavano solo di insetti e temevano l’uomo. Avevano, poi, la curiosa proprietà di assumere il colore dell’ambiente nel quale si trovavano, mimetizzandosi, così, piuttosto bene. Alla fine a qualcuno venne in mente che si potesse trattare si semplici...camaleonti (animali che effettivamente trovavavo in queste zone un habitat ideale).
Accompagnati dagli interrogaziovi sui draghi custodi del mitico oro, dopo qualche ultima giravolta fra muretti a secco, eccoci, dopo tre quarti d’ora circa dalla partenza, alla parte bassa occidentale dei prati di Porcido (purscìil). Questo nucleo incantevole riposa su un bel pianoro di mezza costa sul versante meridionale della Colmen, a 586 metri di quota. In passato fu frazione del comune di Campovico, mentre ora appartiene, con Campovico, al territorio di Morbegno, ed è abitato da famiglia di Dazio, Cadelsasso e Cadelpicco. Un nucleo di case, fra orti e vigneti, che conserva un incantevole sapore antico, impreziosito da una stupenda chiesetta (sgésa de purscìil), dedicata a S. Sebastiano, che appartiene alla parrocchia di Desco. Qui giunge anche, dalla nostra destra, un sentiero che sale da Desco, il "sentée dé la piöda". Lo intercettiamo, proprio alla chiesetta, e proseguiamo verso sinistra (ovest), attraversando, a monte, le baite ed i rustici, su una larga mulattiera, delimitata a monte da muretti a secco. In compagnia dei segnavia bianco-rossi, superiamo alcuni rustici alla nostra destra ed una semicurva a destra, in un punto nel quale il colpo d’occhio sulla bassa Valtellina è ampio e suggestivo.
Poi, dopo un ultimo pezzo in salita, su fondo assai buono, in “risc” (ciottoli lisci), troviamo due cartelli che segnalano un bivio, al quale, lasciando, la mulattiera, prendiamo a destra. I cartelli danno, nella direzione dalla quale proveniamo, Porcido a 10 minuti e Paniga a 40 minuti, e, nella direzione nella quale proseguiamo, il Culmine di Dazio a 45 minuti. Abbandoniamo, dunque, la direzione verso ovest, seguendo un sentierino che procede in direzione opposta (est), con andamento dapprima quasi pianeggiante, poi in progressiva salita. Il sentierino si allarga a mulattiera, nel cuore di un fresco bosco di castagni, supera alcuni ruderi e conduce ad una radura, dove troviamo una grande baita abbandonata, che incombe sul sentiero con il suo muraglione meridionale.
Segue un tratto nel bosco, una radura ed un nuovo tratto nel bosco, finché gli alberi si diradano ed usciamo in vista dell’ultimo tratto, che si snoda su un vallone colonizzato da vegetazione disordinata, che scende verso sud appena ad ovest della cima del Culmine. Ora procediamo, su traccia più debole, fra ginestre, sterpaglie, roccette levigate e qualche scheletro d'albero. Davanti a noi, ad est, l’impressionante salto roccioso che scende verso il fondovalle a sud della cima del Culmine. Alla sua destra, il solco terminale della Val Tartano ed il conoide del Tartano.
Il sentiero, ora, piega, con alcuni tornantini, verso sinistra, ed assume un andamento verso nord. Seguendo il canalone e superando alcune formazioni di rocce affioranti, approdiamo, alla fine, al largo crinale immediatamente ad ovest del Culmine, in corrispondenza di un grande ometto.
Qui ci attende lo scenario più gentile di una rada selva, che il sole non fatica ad impregnare con la sua luce. Finora ci siamo mossi sul territorio del comune di Morbegno: ora raggiungiamo il confine che lo separa da quello di Dazio, e che passa proprio per il crinale del Culmine.
Seguendo i segnavia, su alcuni massi e tronchi d’albero, proseguiamo verso destra, fino a due cartelli, che indicano la direzione per il Culmine e quella per Porcido e Paniga (dalla quale siamo saliti).
Il cartello serve assai poco a noi, che potremmo facilmente procedere a vista, ma è preziosissimo, per trovare il punto in cui il sentierino si tuffa nel canalone, per chi lo percorre scendendo (che deve prestare attenzione a non seguire il sentierino che percorre per un buon tratto, verso ovest, il crinale sommitale del Culmine).
Poche decine di metri ancora, e, lasciato alla nostra destra un baitone in fase di ristrutturazione, siamo nei pressi del culmine. Lo scenario si apre, a nord, magnificamente, sui pizzi del Ferro (sciöma dò fèr) e le vette della Valle di Zocca. Sul pianoro sommatale del Culmine (m. 913) troviamo un nuovo cartello, che dà, nella direzione dalla quale siamo saliti, Porcido a 40 minuti e Paniga ad un’ora e 10 minuti.
Lo abbiamo raggiunto in un’ora e mezza e tre quarti circa di cammino (il dislivello in salita è di 664 metri). Da qui possiamo comodamente scendere a Dazio seguendo la larga mulattiera che parte a nord-est della cima.

GALLERIA DI IMMAGINI

Copyright 2008 - 2011: Massimo Dei Cas
Via Morano, 51 23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285 E-mail: m.deicas@tin.it

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Escursioni e camminate (consigli ed indicazioni)
Storia, tradizioni e leggende
Immagini, suoni e parole