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Novate Mezzola


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Sul limite sud-orientale della Val Chiavenna e sulle rive del lago di Mezzola (o di Novate) si colloca il comune di Novate Mezzola (nuàa, nell’idioma locale, Lezzeno superiore fino al secolo XVI), che, è bene dirlo subito, fino al 1770 fu unito al contiguo comune di Verceia. Novate Mezzola, paese che divide la sua vocazione fra le placide acque del lago e l’aspra roccia delle valli, è posta sull’ampio conoide alluvionale del torrente Codera, che scende dall’omonima famosa valle, una delle ultime, nell’intero arco alpino, ad aver conservata la caratteristica di non avere una carrozzabile che ne consenta l’accesso e quindi ad essere raggiungibile solo salendo a piedi lungo una splendida mulattiera. Il suo nome deriva da “Metìola”, termine con il quale si designavano le isole fluviali poste in prossimità dello sbocco del fiume Mera nel lago di Como.


Lago di Mezzola

Difficile dire quando per la prima volta questi luoghi conobbero la presenza umana. All’età del bronzo risalgono i graffiti rupestri con scanalature e coppelle rinvenuti su tre superfici rocciose presso il nucleo di San Giorgio, nascosto dietro un imponente sperone che sta allo sbocco della valle. Si è ipotizzato che alcuni toponimi in Val Codera, come Salina, abbiano una radice pre-indoeuropea (in questo caso da “sal”-”sel”, cioè “pietra”). Il suffisso -asca, presente in altri toponimi nella medesima valle, come “Arnasca”, “Salubiasca” e “Trubinasca”, rimanderebbe invece alla presenza del popolo dei Liguri, che anticiparono di molti secoli la presenza romana. Alla tribù celtica degli Aneuniati vengono invece attribuiti due avelli scavati nel serizzo poco presso il cimitero poco a monte di San Giorgio, in un luogo significativamente chiamato, nell’uso locale, “sagràa di pagàn”. Altrettanto accreditata è però l’ipotesi che essi risalgano già all’età romana o longobarda.


San Giorgio di Cola

L’importanza di questo luogo è testimoniata dal fatto che il parroco di Cola Martino della Pietra vi scoprì, nel 1798, varie ampolle, lucernetti ed olle con ceneri e bicchierini. Per questo chiamò il luogo "Cimitero dei pagani" (ma entrò nell'uso anche l'espressione "Sagràa di Pagàn"), supponendo che si trattasse di oggetti dedicati al culto pagano in epoca precedente all'arrivo dei cristianesimo fra questi monti. Purtroppo questi reperti sono andati smarriti. Non così per uno "scyphus" (vasetto in pietra ollare lavorato al tornio) scoperto nel 1900 dallo storico chiavennasco don Pietro Buzzetti, che lo lasciò in dono alla Biblioteca capitolare laurenziana di Chiavenna. Nella seconda edizione della "Guida alla Valtellina" curata per il CAI di Sondrio da Fabio Besta (1886), si legge in proposito: "A pochi passi dal camposanto, sulla cima di due enormi massi sono scavati dei sepolcri, che il Barella e altri giudicano etruschi. Non molto lungi, là dove si dice la Motta, vicino alla chiesa, vi ha un antico sepolcreto che i contadini del luogo chiamano tuttora Sagrà di pagan (Sagrato dei pagani). Ivi nel 1798 dal curato di Cola, Martino della Pietra, furono rinvenuti diversi avanzi di sepolcri, ampolle, anelli e altri oggetti; probabilmente anche ora, scavando, si farebbero nuove scoperte."


Masso-avello sopra San Giorgio di Cola

Nell’immaginario popolare qui si consumò un confronto epocale fra la nuova religione cristiana ed i residui culti pagani, rappresentato dallo scontro leggendario fra San Giorgio ed il dragone incarnazione del male. Il cavallo di san Giorgio si sarebbe abbeverato ad uno dei due avelli, e la sua impronta vi sarebbe rimasta impressa. Tornando sui sicuri sentieri della storia registriamo che le testimonianze romane parlano dei “Clavennates”, popolazione la cui denominazione è connessa con la vicina Chiavenna, come di un ceppo della grande famiglia dei Reti, la cui origine viene ricondotta al popolo Etrusco ed alla sua disseminazione conseguente alle invasioni galliche (il suffisso –enna pare essere di origine etrusca). La romanizzazione della piana di Chiavenna e quindi anche di Novate Mezzola risale ai decenni a cavallo della nascita di Cristo, con le spedizioni di Publio Silio (16 a.C.) e Tiberio e Druso (15 d.C.).


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La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Novate Mezzola fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Il paese fu inglobato nella pieve S. Fedele presso Samolaco, santo del ciclo romano, quello più antico. “La divisione delle pievi”, scrive lo storico Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. La pieve, dopo il mille, era, insieme a quelle di S. Lorenzo a Chiavenna, di S. Stefano di Olonio, di S. Lorenzo in Ardenno e Villa, di S. Stefano a Mazzo, di S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e di S. Pietro in Berbenno e Tresivio, uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.


San Giorgio di Cola

L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino, quindi anche Chiavenna, che divenne, allora, “una delle più importanti stazioni doganali del Regno d’Italia” (Besta), in quando posta in zona non lontana da territori di lingua tedesca: qui i mercanti d'oltralpe dovevano sostare e pagare un dazio corrispondente al 10% del valore delle merci. Tracce della presenza longobarda sono rinvenibili anche nei dialetti valtellinesi e valchiavennaschi ed il repertorio di termini che ad essa rimandano non è insignificante. Per citarne solo alcuni, di uso piuttosto comune, si possono segnalare "sberlüsc'" (lampo) e "matüsc'" (caciottella di formaggio molle), “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo, furfante), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco), “slendenàa” (ozioso), “menegold” (coste, bietole), “trincà” (bere), “slòz” (bagnato), “sgrafignà” (rubare), “snizà” (iniziare a mangiare), “grignà” (ridere), “scòss” (grembo), “gram” (cattivo, scarso), “maròs” (cespuglio, ontano), “schèrp” (contenitore), “stachèta” (chiodo per scarpe), “burnìs” (brace), “biótt” (nudo), “rüt” (sporco, rifiuto), “bródeg” (sporco), “ghèi” (soldi).


Cimitero a San Giorgio di Cola

Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, la valle della Mera rimase parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca. Il paese, già infeudato al vescovo di Como, venne inglobato nel feudo di Lezzeno Superiore nel 803 da Carlo Magno. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia a quello di Germania, il che conferì alla Valchiavenna un rilievo strategico primario, posta com’era quasi a cavallo fra i due regni. Con diploma del 5 ottobre 978 l’imperatore Ottone II donò al vescovo di Como le peschiere del Lago di Mezzola, e con esse la facoltà di giudicare e riscuotere tasse. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali sul contado di Chiavenna, oltre che sul contado di Mesolcina. Il nucleo di Lezzeno superiore (questo il nome di Novate fino al secolo XVI) viene citato per la prima volta in atti altomedievali nella’espressione “loco et fundo Leucilio” (o Leuzolo o Lezini), nel 998, 1035, 1092. Questo locus et fundus comprendeva già le località abitate di Cillio, Vico, Villa, Vercelli (Verceia), alle quali il vescovo Alberico unì, nel 1013, la “villa nova”, cioè Novate.


Codera

Fino a questo periodo è difficile immaginare l’esistenza di un vero nucleo di una qualche consistenza laddove oggi vediamo il paese di Novate. La presenza umana era legata all’attività delle peschiere e di un traghetto che consentiva di passare sul lato occidentale della bassa Valchiavenna, cioè alle terre di Samolaco (da “Summo Laco”, perché a quei tempi lì giungeva il lago di Como nella sua propaggine settentrionale). Agli inizi del secondo millennio le cose per Mazzola cominciano a cambiare, quando il vescovo di Como Alberico (1010-1027) fondò, come abbiamo visto, nel 1013, sulla riva settentrionale del lago di Mezzola, una nuova fattoria, per recuperare terreni coltivabili dissodando il vasto conoide alluvionale del torrente Codera. Nacque così la Villa Nuova, primo nucleo del paese; di qui il successivo nome di “Novate”. Nel frattempo la Val Codera, già da secoli caratterizzata da una presenza umana più significativa, vedeva progressivamente crescere la propria popolazione, come testimonia la costruzione, nel già citato nucleo di San Giorgio, della chiesetta di Sant’Eufemia, risalente al 1092. In generale bisogna temer presente che per diversi secoli Codera fu il nucleo più abitato ed economicamente significativo.


Novate Mezzola

A quel periodo risale un edificio fortificato collocato in località Riva, nel luogo di passaggio obbligato per accedere alla Valchiavenna. La fortificazione, già esistente agli inizi del secolo X, ai tempi di Berengario I, venne ristrutturata nel 980, in occasione del passaggio dell’imperatore Ottone II con la moglie, principessa bizantina Teofane ed il figlio, il futuro Ottone III. All’alto medioevo risale anche una seconda fortificazione, nota come Castello di Novate, di cui oggi restano i ruderi in località Castello, dove parte la splendida mulattiera delle Scale che sale in Val Codera con i sui 2600 gradini di granito. Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie fra il 1587 ed il 1588, nell'opera "Raethia" (Zurigo, 1616): "Fra Campo e Novate, il lago riceve un impetuoso torrente, che da una vallata montana, passando per una chiusa in mezzo ai dirupi, viene a sboccare nella pianura, arrecando gravissimi danni alle campagne. Presso la chiusa, là sul monte, sorge un'antica fortezza, in parte distrutta ed in parte oggi abitata da un povero contadino. Questo castello, insieme con un altro di cui si scorgono i ruderi poco lontano sopra l'estremità del lago, venne eretto dai duchi di Milano e più tradi smantellato dai Grigioni".


Località Castello a Novate Mezzola

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Nel secolo XI Novate e Verceia erano soggette alla signoria feudale del monastero di Sant’Abbondio di Como e furono affidate per l’amministrazione ai Vicedomini, come confermato dall’imperatore Enrico VI nel 1193. Successivamente, per decreto dell’imperatore Federico II, furono ceduti ai de Lucino, ai quali furono confermati nel 1260 dal vescovo Raimondo della Torre. Novate apparteneva al Contado di Chiavenna, che era articolato nella giurisdizione di Chiavenna, comprendente il comune di Chiavenna e i comuni esteriori di Mese, Prata, Gordona con Menarola, Samolaco, Novate con Verceia, nella giurisdizione di Piuro, comprendente il comune di Piuro e la terra di Villa, e nella Val San Giacomo, divisa in dodici quartieri raggruppati nei tre terzieri di fuori, di mezzo, di dentro. È questo il periodo nel quale prendono forma le istituzioni comunali e dalla fine del XII al XVI secolo Novate e Verceia costituirono un unico comune con il nome di Lezzeno superiore.


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Il comune, articolato in cinque cantoni (Novate, Campo, Verceia, Codera e Cola con San Giorgio), eleggeva, a suffragio diretto e con voto palese, i sindaci e campari nel giorno di San Silvestro di ogni anno; il primo giorno dell’anno i sindaci dei cantoni nominavano il console, che rappresentava l’intera comunità nel consiglio di giurisdizione di Chiavenna e che nella maggior parte dei casi apparteneva al cantone di Codera, il più popoloso. Il console ed i sindaci dei cantoni in riunione collegiale davano vita al consiglio dei cinque cantoni o consiglio della comunità. Il sindaco esercitava i propri poteri nei cantoni ascoltando il parere dei capifamiglia. Il console, eletto in genere a maggioranza o, più raramente, estratto a sorte, era subordinato ai sindaci dei cantoni, liquidava i conti in sospeso, applicava le gride del contado ed alla fine del mandato doveva rendere conto di ogni transazione economica e decisione presa di persona. Sempre il giorno di San Silvestro venivano scelte altre cariche, lo “scoditore del dazio stradale”, il “provisionario” e lo “stimatore” ed i “campari”. Questi ultimi, in media due per cantone, vigilavano sul rispetto dei prati, vigne, campi coltivati, selve, e sul bestiame.


Codera

Queste istituzioni, confermate dalle Tre Leghe Grigie nel periodo del loro dominio su Valtellina e Valchiavenna (1512-1797), furono soggette ad evoluzione. In particolare, nell’ultimo scorcio del XVIII secolo l’elezione dei campari passò di fatto ai sindaci del cantone, mentre il consiglio si limitava a dare il proprio placet. Il provvisionario, eletto annualmente, controllava il prezzo delle derrate per evitare le frodi. Gli stimatori, anch’essi eletti annualmente nel numero di uno per cantone, determinavano il valore dei terreni interessati da compravendita. I sindaci dei morti, due per parrocchia, verificavano che il prete con cura d’anime non officiasse meno messe rispetto a quelle pattuite con il consiglio di cantone; i sindaci della chiesa agivano di concerto con i parroci per l’acquisto di candele, costruzione di stabili per il culto o per la residenza degli ecclesiastici, compravendita di terreni: essi agivano a nome e su delega del consiglio. Nel 1335 Como, e con essa il contado di Chiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti, che ne confermò gli Statuti. Caduti i Visconti e terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1477), “i Milanesi…accolsero per loro duce e signore Francesco Sforza, sotto il cui dominio i Balbiano conservarono il feudo di Chiavenna” (Guler von Weineck, “Raethia”, Zugiro, 1616).


Cola

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Di lì a poco, nel 1500, Ludovico, con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo. Le attività economiche di Novate ebbero impulso con l’attivazione di tre calchere per la produzione di calce, quella di Campo Mezzola, aperta per conto di Giovan Pietro de Zane da Giovan Andrea de Portaruffis di Mandello, quella del Castèl e quella della Riva. Già nel 1496 erano inoltre attive anche due società “borrarum” (cioè di boscaioli) , una delle quali attiva a San Giorgio.


La chiesa di Campo di Novate

L’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie coincise anche con un evento che cambiò la geografia della bassa Valchiavenna. Un’alluvione di eccezionale portata nel 1520 mutò il corso dell’Adda, che in precedenza correva più a nord, rasentando il versante retico, e che in conseguenza dell’immane piena venne deviato a sud, sommergendo quel che restava dell’antico borgo di Olonio, già sede plebana. Il collegamento fra Valtellina e Valchiavenna ne fu compromesso, e si dovette provvedere, su progetto presentato a Baden nel 1518, a tracciare, fra il 1520 ed il 1545, una nuova strada, sull’angusto versante roccioso della montagna.
Paolo Giovio, studioso comasco (1483-1552), nella Descriptio Larii lacus attesta, con queste sintetiche notazioni, il taglio di questa strada nella prima metà del Cinquecento: "Da Novato li Grisoni giù per li lati deli aspri sassi de la entrata d' Adda, han fatto una via per forza di intaglio, per poter venire a piedi nella valle Turena". Questo breve ma fondamentale raccordo fra le due valli passò alla storia con la denominazione di “Strada dei Cavalli”, perché questi cavalli vi transitavano carichi delle merci da e per l’Europa continentale.


Il vallone di Revelaso

Giovanni Guler von Weineck, uomo d’armi e governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina dal 1587 al 1588, nella sua celebre opera “Rhaetia” (Zurigo, 1616), ci offre ulteriori notizie sulla via dei Cavalli, raccontando anche un episodio che testimonia l’asperità e pericolosità del tracciato: “Da Bocca d'Adda si può andare a Riva, in cima al lago, sia per nave che per terra. Veramente, in passato non esisteva alcuna via di terra; per altro, quando questo territorio passò sotto il dominio dei Grigioni, questi costruirono una strada sull'angusto ciglione della montagna, che s'innalza quasi a picco sul lago; ma questa strada è sassosa, stretta, pericolosa e in molti punti si dovette intagliarla nella viva roccia. Subito a fianco della strada. la montagna strapiomba nel lago. il quale è qui in parecchi punti profondissimo: perciò accaddero sino ad oggi irreparabili disgrazie, con perdita di vite umane e di ricchezze. Nè io posso ricordare senza raccapriccio come l'anno 1613, nel mese di luglio, il mio amato genero Alberto Vespasiano Salis, podestà di Morbegno, gentiluomo giovane, dabbene e di belle speranze, precipitò dalla via col suo cavallo: e la disgrazia accadde così repentinamente che il suo servo non potè prestargli soccorso, ma solo perdere con lui la vita nel lago. Vero è che il servo lanciò grida ed invocazioni di soccorso; ma prima che fossero intese, così lui che il padrone, il quale, nuotando con stivali e speroni, aveva perduto per primo le forze, erano calati a fondo. Più tardi. per grazia di Dio, Vespasiano venne ripescato, quasi miracolosamente, con opportuni ordigni e trasportato a Chiavenna; ivi, con nobile corteo di tutti i cittadini di Chiavenna e di altre persone del contado, egli venne tumulato con grande rimpianto nella tomba gentilizia dei Salis, dove ora la sua salma riposa, in attesa di risorgere l'estremo dì del mondo per l'eterna beatitudine e di ricongiungersi con la sua anima trionfante nel paradiso.” Alla strada dei Cavalli G. Scaramellini ha dedicato lo studio “La strada dei cavalli: storico tracciato stradale della bassa Valchiavenna.” (Verceia, 2002).


Novate Mezzola

Nel 1526 le Tre Leghe Grigie, dopo lo sventato tentativo del 1525 di Gian Giacomo de Medici (detto “il Medeghino”) di riconquistare Valtellina e Valchiavenna per il Ducato di Milano, disposero la distruzione di tutte le fortificazioni delle due valli, non avendo la possibilità di presidiarle. Vennero così distrutte anche le due foritificazioni nel territorio di Novate, vale a dire il “Castrum Novati”, all’imbocco della Val Codera, ed il “Castrum Mezolae”, alla Riva.
Nella seconda metà del Cinquecento matura lo scenario di progressiva tensione fra i signori reti e le genti di Valtellina e Valchiavenna in conseguenza del disegno strategico dei primi, volto a favorire la diffusione della fede riformata nelle valli dell’Adda e della Mera.
La tensione esplose nel successivo secolo XVII, secolo dalle tinte decisamente più cupe e drammatiche rispetto ai precedenti. Un anno, sopra tutti, merita di essere ricordato come funestamente significativo, il 1618: in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.


Novate Mezzola

Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Il “macello” non toccò la Valchiavenna, dove le tensioni fra le due confessioni erano decisamente minori ed il rapporto con il governo grigione meno conflittuale (il che non significa del tutto tranquillo). Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. La Valchiavenna, che non aveva contribuito al massacro dei protestanti, ne rimase comunque coinvolta, anche se meno significativamente. Gli Spagnoli, infatti, partendo dal forte di Fuentes, edificato nel 1603, vennero in soccorso ai ribelli cattolici ed occuparono Chiavenna nel 1621. Provvedettero subito (1620) alla ricostruzione degli strategici castelli di Riva e di Codera, smantellati poco meno di un secolo prima dalle Tre Leghe Grigie, e costruirono un fortino presso Montagnola.


Novate Mezzola

Seguì una breve parentesi che vide la comparsa delle truppe pontificie, che dovevano interporsi fra le due parti in conflitto. Il presidio del forte della Riva e del Castello di Codera fu assegnato al sergente maggiore Tommaso Adami di Fermo ed in seguito a Gerolamo Scalamonti, alle dipendenze di Niccolò Guidi marchese di Bagno. Il 16 febbraio 1625 si combattè, a Campo di Novate, la battaglia di Campo, in conseguenza della quale gli Spagnoli, che vi erano presidiati, decisero di ritirarsi sul lato opposto del torrente Codera, lasciando Campo in mano alle milizie del Coeuvres. Le truppe franco-veneto-sabaude della Lega d'Avignone salirono da Campo a San Giorgio e tentarono un attacco con un drappello di 450 soldati agli ordini del capitano Ruinelli, partendo da San Giorgio, il 25 febbraio 1625. Traversarono da San Giorgio, attraverso Cola, Cii, a Codera, e di qui salirono alla bocchetta della Valfùbia, dove però furono fermati da 400 Imperiali. Nel marzo del 1625 gli Spagnoli dovettero cedere Chiavenna per l'offensiva convergente dei Grigioni e del marchese di Coeuvres, che risalì la Valchiavenna dopo aver ripreso la Valtellina. Una successiva battaglia presso il torrente Codera (30 maggio 1625) vide però vanificato il tentativo dei fanco-grigioni di sfondare in direzione delle fortificazioni spagnole. Gli Spagnoli rimasero così saldi nel Forte della Riva (collegato per via lacustre al poderoso forte di Fuentes) e nelle fortificazioni della Montagnola, i loro capisaldi strategici.


San Giorgio di Cola

Nel successivo settembre posero in atto una controffensiva. Furono le aspre montagne alle spalle di Novate e Verceia, in Val dei Ratti e Val Codera, il teatro di una brillante iniziativa del colonnello tedesco Pappenheim che, al servizio degli Spagnoli, combatteva contro Francesi e Grigioni. Partendo dalla riconquistata San Giorgio, 700 soldati, guidati dal Perucci, compirono un’ardita traversata dalla Val Codera, per il selvaggio vallone di Revelaso (furono necessarie scalette per superare i passaggi più critici) e la forcella di Frasnedo, scendendo poi a dalla Valle dei Ratti e qui qui a Verceia, per sorprendere alle spalle le truppe franco-grigione, che lì erano stanziate. La manovra riuscì in pieno. Francesi e Grigioni, presi alle spalle, lasciarono Verceia, che tenevano da qualche mese, e sgomberarono la bassa Valtellina fino a Traona. Si tratta dell’episodio passato alla storia come battaglia di Verceia (21 settembre 1625). La manovra voluta dal Pappenheim, che poi regalò un quadro celebrativo della sua vittoria alla chiesa di S. Fedele di Verceia, è così descritta nella “Storia della Valtellina” del Romegialli (1836): “All’impresa adunque di Campo e Verceja pose egli [Pappenheim] ordine, e dati settecento al cavaliere Perucci, questi, con alcuni di Valle Codera, prese le aclività di quel monte, e superandone l’altezza, non che la costa di quelli che dividono dall’altra Valle detta dei Ratti, d’onde uscivasi sopra Verceja, dopo due giorni e tre notti di periglioso arrampicarsi e marciare, prendevano alle spalle e ai fianchi gli alleati, senza che le scolte od alcun avamposto se ne accorgesse…


La piana ed il lago di Mezzola

Nel successivo 1626 la tregua di Monzòn liberò Valtellina e Valchiavenna dagli eserciti delle due parti, ma di lì a poco, nel 1629, un nuovo flagello sarebbe sceso d'oltralpe, portando la più feroce epidemia di peste dell’età moderna, resa celebre dalla descrizione manzoniana. Non era certo la prima: altre, terribili e memorabili avevano infierito nei secoli precedenti. Scrive, per esempio, il von Weineck (op. citata): “L’aria, per tutta la Val Chiavenna, è buona e pura; soltanto è da osservare che, durante la calda stagione, il vento di sud apporta nel paese qualche impurità dalle paludi del lago… La peste qui infierisce di raro: ma quando principia, infuria tremendamente. Infatti quando essa, nel novembre del 1564, penetrò nella valle, distrusse in quattordici mesi i tre decimi della popolazione”. Ma quella del 1629 fu più tragica. I lanzichenecchi, al soldo dell'imperatore Federico III, scesero dalla Valchiavenna per la guerra di successione del Ducato di Mantova; alloggiati per tre mesi nel Chiavennasco ed in Valtellina, vi portarono la peste, che, nel biennio 1629-30, uccise almeno un terzo della popolazione (altri calcoli, probabilmente eccessivi, parlano di una riduzione complessiva della popolazione a poco meno di un quarto).


Codera

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali; nel biennio 1635-37 Chiavenna fu di nuovo occupata dai Francesi. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio. Il trattato imponeva anche lo smantellamento dei forti eretti dopo il 1620, segnando così il destino dei forti di Riva e di Montagnola.


Novate Mezzola

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Nel “De rebus Vallistellinae” di don Giovanni Tuana (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Abramo Levi), opera degli anni trenta del Seicento, troviamo questa descrizione del comune dopo le vicissitudini dei fatti d'armi di cui fu teatro: “La seconda cura di quel fianco si chiama Novato: ma avanti che s'arrivi a questa terra, si trova un luoco chiamato Riva del Lago, cioè una grande hostaria, dove si ripongono le mercantie che si imbarcano et sbarcano: luoco nominato et noto quasi a tutta l'Europa per le guerre passate, non havendo potuto le forze di Francia, de Reti con suoi confederati et Venetiani prevalere contra quella, con morte di gran gente et perdita di molti pezzi d'artiglierie. essendo il luoco quasi diffesso di sua natura. Novato è discosto da questa hostaria mezo miglio: è luoco del tutto infelice, perché ha pessima aria, le case destrutte, il territorio quasi del tutto inutile per l'aque. quali scendono dal vicino monte. ingeriscono ed impieniscono di sassi tutto il piano. Questa aqua è grossa e si chiama Codera. Ha alcune contrate simili, cioè Campo, Ceio, Verceio, luoghi del tutto destrutti da Francesi et Venetiani nella guerra già detta.


Il tempietto di San Fedelino

ll territorio è tutto sottoposto a ruine et quasi inutile. Vivono di pescagioni, conlegnami, quali dalli monti guidano per un torrente montano, qual viene dalla valle delli Ratti. La chiesa di Novato è parochiale et assai bella. V'è un'altra chiesa vecchissima puoco lontano da Verceio, alla ripa del lago. Sopra Novato, verso mattina v'era un castello, del quale adesso si veggono li soli vestigij. Quivi incomincia la strada, per la quale si va nella Valle Codera per sentieri ardui et difficili et precipitosi, nascosta dopo altissima et dirupata rupe, nella quale vi sono due contrate, l'una chiamata Codera, l'altra Cola, alla quale si passa sopra ponte di legno angusti, sotto de quali in profondissimo et strettissimo letto strepita il fiume Codera, da quale il luogo ha il nome. Questi paesani, se bene hanno alcuni campi et prati, vivono più tosto con tagliar legni, quali guidati al lago et fatti in diversi usi, dalle terre del lago di Como. Da Leccio li rendono abbondante guadagno. Vi sono due chiese, una di S. Giorgio, l'altra è di S. Eufemia. Il luoco è viceparochiale ed è parte della communità di Novato. In questa valle habitòil beato Antonio lirinense et altri grandi santi, come scrive il beato Enodio, quali, per fuggire la vana gloria et lodi humane. per quei sassi passavano vita celeste. Il territoro di Novato [comunica con la Valtellina] con strada precipitosa et appogiata con legni alli scogli montani, sopra il Lario, qual conduce alle paludi di Bocca d'Adda. Et quivi termina il contado.”
La seconda metà del Seicento vede una lenta ma costante ripresa economica e demografica, di cui fu segno, verso la fine del secolo, la ristrutturazione e l’abbellimento della chiesa parrocchiale della SS. Trinità, grazie alla generosità del novatese Francesco Giani, vescovo di Sirmio in Ungheria. I lavori, diretti dai capimastri Gian Maria Quaglio di Laino, Luigi Casella e Pietro Monico di Valmaggia, fecero dell’edificio uno dei maggiori esempi del barocco in Valchiavenna. Della ripresa si giovò anche la Val Codera, dove si era costituito un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia. La visita pastorale del vescovo di Como del 1668 vi trova 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi. Quasi un secolo dopo, nel 1763, la parrocchia di Codera cintava 477 anime, di cui 154 nel capoluogo, 73 a Cola, 56 a Montagnola, 40 a Mezzalpiano, 39 a Cii, 21 alla Motta dei Corvi, 15 ad Avedèe e 15 alla Foppa.


Codera

La valle sembra dunque un’oasi relativamente felice, ma non è del tutto risparmiata dalle vicissitudini sanitarie del piano. Sul lato di sinistra una cappelletta dedicata a S. Rocco alla Corte, poco oltre Codera (m. 845), si legge: “Infierendo nell’anno 1779 un morbo mortifero il sacerdote Gottardo… col popolo fece voto di fare quivi la processione di… per intercessione del quale fu libero e cessò. Fatta fabbricare nel 1780.” Di quale morbo si tratta? Non era più tempo delle epidemie di peste, che avevano infierito crudelmente fino al Seicento; si stava affacciando il colera, che poi infierirà nella prima metà dell'Ottocento e ancora nel 1855 soprattutto a San Giorgio. Anche il piano registra i segni di una situazione economica più vivace, complice anche il miglioramento della viabilità locale, soprattutto alla Riva, dove al servizio di osteria e riscossione dei pedaggi si aggiunse quello di un buon albergo, ove, il 29 maggio 1788, pernottò anche Johann Wolfgang Goethe, tornando verso Weimar dopo il celebre viaggio in Italia durato due anni.


La chiesa della SS. Trinità a Codera

Nella seconda metà del Settecento lo storico Francesco Saverio Quadrio, nelle sue “Dissertazioni storico-critiche...”, offre questo sintetico quadro del comune: “Novato (Novatum) ebbe già sopra un Monticello contiguo un Castello: e ad esso Luogo aggiunti sono i Villaggi Mezzuola, o Mesola, detta pur Riva a motivo, che quivi è l'Imbarco, e lo Sbarco del Lario, Campo, Vercejo, Cejo, Vico, e Val Codera, dal Monte Codera sì nominata, dove nell'Ingresso della Valle sono Codera, e Cola.”


Cii

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie in Valtellina e Valchiavenna crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi.


Cappelletta sulla mulattiera per Codera

Non bisogna, peraltro, pensare che a Chiavenna i commissari grigioni avessero lasciato sempre un cattivo ricordo. Anzi, spesso operarono con tanta saggezza e senso di giustizia da meritarsi la riconoscenza dei Chiavennaschi, che eressero in loro onore sei portoni, ancora visibili al principio dell'Ottocento, a Bette, all'imbocco della strada per S. Fedele, sul ponte della Mera presso S. Rosalia, presso il ponte "di sopra", presso la chiesa di S. Maria (il "pórtón de sànta marìa" eretto in onore di Ercole Salis di Soglio, commissario fra il 1739 ed il 1741: ancora oggi lo si vede) e fuori Chiavenna, a Reguscio. Nondimeno, il barometro della popolarità dei governanti grigioni era, per così dire, in caduta libera ed annunciava tempesta. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. In quel periodo, e precisamente nel 1793, si colloca un clamoroso incidente diplomatico che ebbe come scenario l’Osteria dell’Angelo, a Novate. Due ambasciatori della Francia rivoluzionaria, Maret e Sémonville, vi fecero tappa nel loro viaggio dalla Svizzera a Venezia. Qui furono sorpresi ed arrestati dalla polizia imperiale asburgica, che aveva sconfinato dall’alto Lario (territorio dell’Impero d’Austria) a Novate, ancora possesso delle Tre Leghe Grigie.


Apri qui una panoramica su Novate Mezzola ed il suo lago dalla mulattiera per Codera

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Pochi anni dopo la bufera napoleonica determinò la fine del dominio grigione su Valtellina e Valchiavenna, con il congedo dei funzionari Grigioni nel 1797. Caduto Napoleone, dopo il Congresso di Vienna Novate fu ricompresa nel Regno lombardo-veneto sotto il dominio degli Asburgo d’Austria, e nel 1816 venne ipotizzata l’attivazione dei due distinti comuni di Novate con Campo e di Codera. Ma il deputato di Valtellina, conte Guicciardi, osservò che Codera era “una piccolissima contrada” che non poteva “formare sotto alcun rapporto una Comune” e che perciò doveva lasciarsi unita a Novate cui era sempre appartenuta, per cui prevalse la scelta del comune unico inserito nel distretto VII di Chiavenna. Novate con Campo e Codera era un comune con consiglio, e tale rimase nei decenni successivi. Nel 1853, con una popolazione di 957 abitanti, era inserito nel distretto IV di Chiavenna.


Novate Mezzola

Giovan Battista Crollalanza, nella sua “Storia del Contado di Chiavenna” (Milano, 1867), scrive: “Il paese di Novate è il più ameno e regolare del contado, e il viaggiatore trova diletto d’intrattenervisi per visitarne la bella chiesa prepositurale ricca di marmi, stucchi e dorature, e il palazzo dei Baroni Giani, dove all’accoglimento decoroso si trovano congiunti modi non comuni di squisita cortesia. Da Novate, lasciando per poco la strada regia e rasentando le rovine di un castello che sorgeva sopra un colle vicino, per lungo e disastroso cammino, si può visitare la Val Codera, al cui ingresso sorgono i paeselli di Codera e di Cola abitato da una popolazione robusta, la quale si nutre del prodotto di poche castagne e del frutto di abbondanti greggi e di capre che in quelle cime trovano una copiosa e saporita pastura.”


Codera

Nella “Guida alla Valtellina” edita dal CAI di Sondrio a cura di Fabio Besta (II ed., 1886), così si descrive il comune: “Dopo non molto la strada giunge al lago di Mezzola, dove è Riva (200 m.), villaggio conosciuto per suoi graniti, dei quali vi ha considerevole esportazione nelle città della Lombardia, dell’Emilia e del Veneto. In passato vi era una cava attiva di granito anche nella sponda opposta del lago, a S. Fedelino, onde il doppio nome di granito di Riva o di S. Fedelino che ad esso si dà in commercio. Riva è nota nella storia per le fazioni che dal febbraio 1625 all’aprile del 1626 si combatterono intorno ad essa tra il Pappenheim che alla testa di poche truppe tedesche, spagnole e italiane vi si era fortificato, e il Coeuvres, maresciallo di Francia. Il 28 settembre 1625 i Francesi furono rotti a Verceia principalmente per opera di 700 fanti, che, guidati da’ contadini del luogo, salendo la Val Codera, erano discesi, per difficile sentiero, in quella dei Ratti alle spalle dei nemici. Le montagne ond’è rinserrato il piccolo lago di Mezzola s’alzano, specialmente all’est, in alcuni punti scoscese così, che prima della costruzione della via dello Spluga i villaggi della sponda orientale non potevano comunicare fra loro se non per mezzo di barche. Poco lungi da Riva è la fermata di Novate Mezzola (1168 ab.), allegro villaggio allo sbocco della Val Codera a 13 chilometri da Chiavenna. Poco sopra Novate stanno i ruderi del Castello di Val Codera. La Val Codera, brulla e selvaggia, è abitata da pochi ma robusti montanari; si dura fatica a persuadersi come sianvi state da remotissimi tempi e sianvi ora famiglie che abbiano potuto fissare la loro stabile dimora fra i piccolissimi ripiani di quelle dirupate balze.”


Municipio di Novate Mezzola

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E ancora: "Le cave del granito di San Fedelino trovansi al piede della montagna lungo la strada nazionale dello Spluga, primo tronco, dal trivio di Fuentes a Chiavenna in riva al lago e vicino ai paeselli di Novate e Riva. Un'altra ve n'ha al piede della montagna sulla sponda opposta, rimpetto a Riva, nel punto ove esiste la cappelletta di S. Fedelino; un'altra è attivata da pochi anni sopra il villaggio di Campo. La cava di S. Fedelino è da molti anni abbandonata per la ragione che i massi cadevano troppo facilmente nel lago. ... Le cave in attività sono circa una mezza dozzina. Il granito di queste cave si usa per stipiti, davanzali, gradini, balconi; ma il consumo maggiore che se ne fa è per lastricare le strade lombarde. L'estrazione si fa tracciando colla punta una incisione nella forma e misura che si vuole nella roccia viva; quindi coi cunei battuti contemporaneamente lungo ogni linea di incisione così tracciata si determinano le fessure, che a poco a poco ampliate con leve permettono il distacco del masso. La grossezza dei pezzi varia fra i due e i tre metri cubi e i dieci o dodici e talvolta anche più. ... I marciapiedi lavorati all'ingrosso e le lastre di circa m. 0,20 di spessore, i davanzali, i gradini, i balconi, ecc. , sbozzati, si pagano dalle lire 120 alle 150 al metro cubo, deposto lungo i navigli della Lombardia."
I caduti novatesi nelle guerre risorgimentali ottocentesche ed in quelle postunitaria (guerra d'Etiopia e di Libia) sono Branca Antonio (1848), Folco Lucio (1860), Curti Albino (1896), Veronesi Guerino (1896) e Nonini Emilio (1913).
L’unità d’Italia portò in dote anche il cambio del nome del comune, che nel 1863 (R.D. 28 giugno 1863, n. 1426), per evitare confusioni con altri due comuni italiano, mutò da “Novate” a “Novate Mezzola”. Il primo prefetto del Regno d’Italia, Scelsi, curò una serie di statistiche nei comuni della Provincia di Sondrio. Il quadro demografico di Novate Mezzola viene qui di seguito riportato:



A quella data a Novate Mezzola erano attive 6 classi dell'ordinamento primario, frequentate da 188 alunni, 128 maschi e 60 femmine. Vi insegnavano 4 maestri e 2 maestre ed il comune spendeva ogni anno 1223 Lire per il loro funzionamento.
Sul finire dell’Ottocento le cave di granito costituivano un elemento fondamentale dell’economia del paese. Se ne contavano sette, con un centinaio di operai ed un prodotto in pietre da taglio e lastroni di 3500 metri cubi. Nelle valli Codera e dei Ratti gli alpeggi costituivano l’ossatura economica. In Val Codera erano registrati gli alpeggi di Bresadica (Bresciadega) che caricava 80 vacche, Cavader (Coeder) con 32 vacche, Verta (Averta) con 32 vacche, Codera con 35 vacche, e Ladrogno con 35 vacche. In Valle dei Ratti (per buona parte anch’essa ricompresa nel territorio comunale di Novate Mezzola) si registravano gli alpeggi di Codogno, con 35 vacche, Lavazzo, con 22 vacche, Nava, con 45 vacche, Primalpe (Primalpia) con 50 vacche, Muzzensago, con 37 vacche e Talamucca, con 70 vacche.
La popolazione era di 1132 abitanti nel 1861, 1171 nel 1871, 1168 nel 1881, 1120 nel 1901, 1393 nel 1911.


Codera

Il monumento che commemora i caduti nei due conflitti mondiali riporta i seguenti nomi di soldati morti nella Prima Guerra Mondiale: Branca Filippo, Colzada Antonio, Domenighini Andrea, Giani Giuseppe de Valpo, Nonini Andrea, Nonini Lorenzo, Nonini Siro, Penone Pietro, Rizzi Emilio, Sampietro Plinio, Zari Giovanbattista, Branca Severino, Colzada Giuseppe, Domenighini Carlo, Leni Antonio, Nonini Gilio, Nonini Paolo, Nonini Vittorino, Redaelli Antonio, Rota Francesco e Verdini Vittorino.


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La situazione del comune fra le due guerre mondiali è ben delineata dalla Guida della Valtellina curata da Ercole Bassi (1928): “Novate e la Val Codera. La provinciale, lasciata Verceja, dopo circa un chilometro e un’altra galleria, giunge a Campo (albergo Ligoncio). La chiesa possiede (dono di Pietro Della Bitta) una splendida pianeta rossa intarsiata a oro; un paramento bianco di valore; un calice e un reliquiario d’argento. Altro calice d’argento è dono del rettore Ces. Foico. Vi sono diversi reliquiari in legno intarsiati e decorati. Il pittore Gius. Maggi nel 1902 vi compì diversi lavori. Dopo poco, passato il torrente Codéra, si giunge a Novate Mezzola (m. 208 – stazione ferroviaria – abitanti 367-1406 – P. T. - alberghi Mezzola e Angelo – asilo infantile – società Pro Novate Mezzola – società elettrotecnica – cooperativa scalpellini – piccole industrie per la produzione di gerli, rastrelli, manichi di legno – cooperativa di consumo di S. Croce), importante per le sue cave di granito detto di S. Fedelino. Vi venne eretto un pregevole monumento ai gloriosi Caduti dell’ultima guerra. La parrocchiale è ben architettata ed ornata per merito del vescovo Fr. Giani, nativo di Novate, che le donò ricche argenterie e paramenti dal 1643 in poi. Nell’interno vi sono due buoni medaglioni rappresentanti il Presepio e la Deposizione, frescati da Giulio Quaglio da Laino (Valle Intelvi), buon pittore del 1600, una tela col Crocefisso, S. Sebastiano, S. Stefano che sembra di P. Ligari; una notevole pala dell’altar maggiore di G. B. Paolo Recchi del 1643; una ricca decorazione del 700 sulla volta e una buona tela con l’incredulità di S. Tommaso.


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Interessantissimo è il tempietto di S. Fedelino, al di là del lago, restaurato di recente ad iniziativa di don P. Buzzetti. Il Monti ritiene sia stato eretto in un sol corpo sulla frana del secolo XI o sul principio del XII. È di forma quadrata, coll’abside rotonda, con tre aperture di cui due sono otturate. Esse hanno l’arco tondo a tutto sesto, di accurata fattura e di buon effetto. Solo l’abside è in parte intonacata di calce cogli archetti integri. È divisa da quattro lesene in tre scompartimenti. In quello di mezzo vi è una finestrella a feritoia: nelle fondamenta trovasi qualche pezzo di granito e di marmo lavorato. Secondo lo storico Quadrio nella cappella di S. Fedelelino venne sepolto S. Fedele, che era di Samolaco, e fu decollato nel 298. Il suo corpo sarebbe stato nel 964 trasportato a Como, sotto l’altar maggiore della basilica di S. Fedele. Sopra Novate si scorgono i ruderi dell’antico castello di Val Codera. A San Giorgio di Cola (vi si può salire in circa due ore), esistono due interessanti tombe scavate nella viva roccia, dette massi-avelli. La chiesetta ha una pala non priva di pregio. Nella località della Motta vi è, presso la chiesa, un antico sepolcreto chiamato dai contadini: Sagrato dei pagani, ove si dice che nel 1978 il curato del borgo rinvenisse sepolcri, ampolle e altri oggetti. L’aspra Val Codera ha un villaggio di questo nome (metri 824) abitato tutto l’anno. La chiesetta, con due eleganti portali in pietra, ha nella cappella maggiore una discreta ancona e un altare in legno molto bene intagliato. Nella seconda cappella a destra, che formava il coro della vecchia chiesa, si trovano antiche pitture. Risalendo la valle si può scendere per diversi difficili passi a Chiavenna o a Promontogno in Val Bregaglia, e anche in Val del Masino. Si possono pure da questa valle ascendere il Porcellizzo (m 3076), il Sasso Manduino (m. 2888), il pizzo Bresciadega (m. 2613), il Lis d’Arnasca (m. 3034), il Pizzo dei Vanni (m. 2794), il Monte Droso (m. 2936), il pizzo Prata (m. 2927), ed altre cime minori.”


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La popolazione era di 1390 abitanti nel 1921, 1471 nel 1931, 1777 nel 1936.
Caddero nella Seconda Guerra Mondiale Barri Dorino, Bologini Luigi, Branca Fernando, Caccia Rainieri, Canton Matteo, Colzada Antonio, Colzada Basilio, Colzada Giosia, Copes Battista, Costabile Bruno, Del Pra Bruno, Domenighini Carlo, Facchinato Angelo, Facchinetti Giacinto, Fersini Carmelo, Libera Ottavio, Mambrini Emilio, Mambrini Francesco, Massera Franco, Marzi Luigi, Mattarucchi Domenico, Mossini Fausto, Motta Bruno, Nonini Enrico, Nonini Giocondo, Nonini Giuseppe, Penone Ido, Penone Filippo, Pisnoli Renzo, Pisnoli Gino, Scarponi Eligio, Porchera Giordano, Zerbi Pietro e Mannetti Augusto.
Nel secondo dopoguerra gli abitanti passarono da 1636 nel 1951 a 1724 nel 1961, 1864 nel 1971, 1617 nel 1981, 1677 nel 1991, 1645 nel 2001 e 1814 nel 2011.


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Il 1957 è un anno simbolico per la vita del paesino di Codera: la scuola elementare, dopo un ultimo anno scolastico con una pluriclasse di 5 alunni di altrettante classi, chiuse definitivamente. A Codera abitavano ancora permanentemente 50 persone, tutte donne ed anziani, perché gli uomini lavoravano tutti come scalpellini in Svizzera e tornavano solo nel finesettimana. Il telefono non era ancora giunto, mentre la corrente elettrica era stata portata per interessamento del parroco don Milani. L’ultima maestra, la giovanissima delebiese Nelda Corbellini, doveva ogni lunedì mattina salire lungo la mulattiera delle scale e nel primo periodo, non essendo disponibili le chiavi dell’abitazione che le spettava, dovette dormire sul pagliericcio di una stalla. Storie d’altri tempi, si direbbe, neanche troppo lontani, però.


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Bibliografia

Crollalanza, G. B., “Storia del contado di Chiavenna”, Serafino Muggiani e comp., Milano, 1867

Buzzetti, Pietro, "Codera di Chiavenna", in L'Ordine, Como, nn, 191 e 192 del 1919

Buzzetti, Pietro, "Cola di Chiavenna", in L'Ordine, Como, n. 171 del 1919

Buzzetti, Pietro, "Novate di Chiavenna", in L'Ordine, Como, nn. 238-241, 246-248 del 1919

"La nostra chiesa - Campo Mezzola", Sondrio, Tip. Bonazzi, 1960

Anonimo, "Notizie chiavennasche del primo decennio del 1800" , con presentazione ed annotazioni di don Peppino Cerfoglia, in "Raccolta di studi storici sulla Valchiavenna", Sondrio, Tipografia Mevio Washington, 1960

Foppolo, Edgardo, "Fortificazioni del Pian di Spagna" (in "Bollettino della Società Storica Valtellinese", Sondrio, 1967)

Fattarelli, Martino, "La Riva di Mezzola", in Clavenna, 1968

Boscacci, Antonio, "Pian di Spagna - bonifica e diritti di pascolo" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1984)

Massera, Sandro, “Vocabolario del dialetto di Novate Mezzola ”, Centro di Studi Storici Valchiavennaschi, Chiavenna, 1985

Associazione Amici Val Codera, "Val Codera - Montagna per tutte le stagioni", Edizioni Lyasis (collana Guide Natura - 5), Sondrio, 1997

Bonacossa Aldo, Rossi Giovanni, “Masino, Bregaglia, Disgrazia”, vol. I, Milano, 1977, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

Giorgetta Giovanni, Jacomella Enrico, "Valchiavenna - Itinerari storici", Lyasis edizioni, Sondrio, 2000

Vannuccini, Mario, “Val Masino, Val Bregaglia, Val Codera - Le più belle escursioni ”, Lyasis edizioni, 2005

Ghizzoni Sante, Mazzoleni Guido, “Itinerari mineralogici in Val Codera”, Geologia Insubrica, 2005

Caccia, Carlo, "Il mistero di San Giorgio", in "Orobie", novembre 2007


San Giorgio di Cola

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