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L'oro, il tesoro Main menu:

L'occhio guardingo del custode di tesori in Valtellina e Valchiavenna


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C’è oro in Valtellina? A giudicare da alcuni toponimi (la valle ed i pizzi dell’Oro, nella Valle dei Bagni, in Val Masino, l’alpe ed il monte dell’Oro, presso Chiareggio, in Valmalenco) parrebbe di sì. Poi scopri che “Oro” deriva da “ör” (latino “ora”), che significa orlo, bordo rialzato, terrazzo che guarda ad un precipizio, e allora pensi che del nobile metallo non vi sia traccia fra le viscere di queste montagne. Ma scopri altresì che il Romegialli scrive ne "Storia della Valtellina e delle già contee di Bormio e Chiavenna" (Sondrio, 1834): "Vi è la pirite marziale con molto oro in Valle Malenco"; scopri poi che effettivamente in valle del Muretto, al monte dell'Oro ed ai laghetti di Chiesa (Valmalenco), secondo quanto riferisce Ercole Bassi, l'oro, almeno nell'ottocento, veniva estratto. E sempre il Bassi riporta il racconto popolare che parla di un tale svizzero, il quale, nella seconda metà dell'ottocento, venne per tre o quattro estati a fare scavi in un luogo molto elevato e quasi sempre coperto da neve del monte dell'Oro, valicando, al ritorno, il passo del Muretto carico d'oro. Quando la cosa si riseppe, vi fu una piccola caccia all'oro, ma nessuno altro riuscì mai a trovare tracce del prezioso metallo. Venne bensì trovato un buco, ad una quota superiore ai 2400 metri, ma, appunto, senza traccia dell'oro favoleggiato. Ed allora, riflettendo su queste notizie in apparenza contraddittorie, capisci che quando c'è di mezzo l'oro occorre procedere... con i piedi di piombo.
Non è bene, quindi, affrettare le conclusioni. La storia e, molto di più, le leggende mostrano che la Valtellina, pur non essendo né il Klondike né la California, di oro ne possiede. La storia, innanzitutto, quella della miniera d'oro sopra Paniga, aperta forse già ai tempi del dominio dei Vicedomini sulla Costiera dei Cech e sfruttata fino alla fine del Settecento (la "bögia de l'òòr", in località "el regulùn a la bögia de l'òòr", chiamata così per la presenza di una grossa quercia). Ne vediamo ancora gli ingressi su un roccione posto quasi a mezza costa sul dirupato versante meridionale del Culmine di Dazio (Cùlmen), sulla verticale del campanile della chiesa di Paniga.
Una miniera che ha dato origine ad una curiosa leggenda, quella del drago della miniera dell’oro, “el dragu de la miniera de l’oor”, forse in accordo con le tante storie di draghi a guardia di tesori nascosti. In realtà i draghi erano più d’uno. Per alcuni erano giganteschi, di color verde cupo, con una spessa cresta sul dorso ed un’enorme bocca dalla quale saettava una lunga lingua biforcuta; per altri erano di più modeste dimensioni (non più di mezzo metro di lunghezza) e di un color grigio che si mimetizzava assai bene con quello delle pietre, per cui ci si accorgeva della loro presenza a fatica, solo per gli occhi fiammeggianti. Altri ancora narravano di averli visti sul tronco di talune piante: avevano lo stesso colore della corteccia, biancastro sulle betulle, marroncino sui castagni, verde fra le foglie.
Per molto tempo la paura impedì più sistematiche osservazioni: la gente era, infatti, convinta che questi esseri potessero stordire, ammaliare, aggredire, avvelenare addirittura chi si avvicinasse; era anche convinta che il loro potere malefico si esercitasse anche sulle colture, danneggiandole. Passò, così, un bel po’ di tempo: nessuno fu vittima di aggressioni o peggio.
Alla fine la gente cominciò ad arrendersi all’evidenza ed a guardare con maggiore attenzione queste bestie, osservando che, in effetti, non erano molto grandi, avevano sì una cresta sul dorso, la lingua biforcuta, una bocca deforme e le dita delle zampe prensili, ma si cibavano solo di insetti e temevano l’uomo. Avevano, poi, la curiosa proprietà di assumere il colore dell’ambiente nel quale si trovavano, mimetizzandosi, così, piuttosto bene. Alla fine a qualcuno venne in mente che si potesse trattare di semplici...camaleonti (animali che effettivamente trovavano in queste zone un habitat ideale).
Niente più draghi, niente più oro della miniera, che si esaurì; curiosamente, però, ancora nel 1804 si sparse la voce che nei pressi di Porcido, piccolo nucleo rurale a monte dell’ex-miniera, fosse stata scoperta una vena d’oro. Voce che, però, non ebbe seguito. Restò la fama del Culmine di Dazio, il gigante di granito che, in tempi remotissimi, piegò l’orgoglio dell’Adda, costringendo le sue acque a piegare dal corso sostanzialmente lineare prima di accedere alla bassa Valtellina, fama di monte del granito, appunto, ma anche dell’oro.
Un profumo d’oro che aleggia anche sul paesino di Cerìdo, non lontano dal Culmine. C’è, qui, un gruppo di case e terreni chiamato "cagazéchìn": vi abitava un tal Venina, cui non faceva difetto certamente il buonumore, e che era solito raccontare, con aria serissima e compresa, delle straordinarie qualità del suo asino, parente, alla lontana, della famosa gallina dalle uova d'oro, dato che quello (l'asino, s'intende), quando andava di corpo, non deponeva a terra vile sterco, ma preziosissimi zecchini d'oro. Del resto, direbbero i latini, “pecunia non olet”, il denaro non puzza…

Se la miniera d'oro di Paniga appartiene alla storia, dell'esistenza in valle di Sassersa (Valmalenco), presso i bellissimi laghetti omonimi, di miniere d'oro, di cui parlano molte leggende popolari, non si è mai, invece, trovata alcuna prova storica. E' certo, però, che qui furono attive, in passato, miniere di magnetite e calcopirite, e che una mappa del 1816 registra, nella zona, la dicitura "Miniera d'oro".
Torniamo in bassa Valtellina e portiamoci sul versante montano opposto, dai Cech ai loro storici rivali, i Maròch, abitatori della parte meridionale del fondovalle e delle balze orobiche. Niente oro, per loro? La storia non parla di miniere d’oro, ma solo di miniere del meno nobile, ma comunque preziosissimo ferro, soprattutto in Val Gerola. Eppure quei monti appartengono ad una catena denominata Orobie. Orobie da Oro, si diceva nel Medio-Evo. Un oro nascosto, un prezioso tesoro che quei monti nascondevano chissà dove. A queste voci diede credito la celebre regina dei Longobardi Teodolinda che, nell’alto Medio-Evo, raccontano, mandò esploratori a cercare l’oro delle Orobie. Senza esito. Ma il fallimento dell’impresa non soffocò la credenza nell’esistenza del tesoro delle Orobie, contribuì, anzi, ad ammantarla di un profondo alone di mistero (ed infatti questa notizia è riportata nell'opera “Guida alla Lombardia misteriosa” (Sugar Editore, Milano, 1981, p. 440 - Borgese Giovanna ha curato le voci relativa alla Valtellina). Ancora oggi l’oro delle Orobie attende il suo fortunato scopritore. Anche se qualche traccia d'oro è stata effettivamente trovata: nella "Statistica del Dipartimento dell'Adda" di Melchiorre Gioia, dei primi dell'ottocento, è, infatti, citata una miniera di pirite aurifera aperta in Val d'Ambria.
A Talamona, poi, (cfr. l'Eco delle Valli del 4 dicembre 1952, pg. 3) un'antica leggenda parrebbe darci qualche indizio in proposito. Parla di un "böcc", una spelonca sui monti del versante orobico che sovrasta il paese, dalla quale usciva, nelle notti illuminate dal plenilunio, un'"anima danàda" che portava con sè un grande lenzuolo ripiegato a mo' di fagotto. Lo deponeva, poi, al centro di un prato acquitrinoso e lo dispiegava, scoprendone il contenuto, una grande quantità di monete d'oro, che luccicavano al chiarore della luna. Si metteva, quindi, a contarle una per una, mentre un rospo, sul limite del prato, prendeva a gracidare. Molte persone avevano assistito alla scena ma, non appena si erano avvicinate di qualche passo per vedere meglio di chi si trattasse, l'anima era svanita, e con lei il suo favoloso tesoro. Restava solo il rospo che, gracidando, era la prova certa che non si trattava di un sogno.
Un’altra montagna che si credeva nascondesse quantità enormi di Oro è la Reit, che domina Bormio. I maghèt della Valfurva, bizzarre creature simili a folletti piuttosto dispettosi e cattivi, vi lavoravano incessantemente, sotto il comando di un orco malvagio, che li costringeva a cavare l’oro di cui era avido ed a trasportarlo nella sua caverna in Valcamonica. Poi una frana seppellì l’ingresso della caverna, e dell’orco e del suo oro nulla si è più saputo. Nessun maghèt, però, ha mai trovato il leggendario oro nascosto in uno scrigno sulla cresta della Reit, che brilla di luce vivissima all’alba ed al tramonto. Molti l’hanno cercato, basandosi su questo bagliore, ma nessuno l’ha trovato, perché lo scrigno muta sempre di posto.
Sempre nel Bormiese si credeva che il vallone del Braulio fosse un altro luogo ricco d’oro. Vi erano confinate quelle anime che né Dio né il diavolo volevano (i “konfinà”); erano condannati a cavare l’oro che quasi stillava dalle rocce, tanto era abbondante. Lo raccoglievano in grandi secchi che, riempiti, venivano portati con grande fatica sulla sommità di un ciglione roccioso, per essere poi svuotati del contenuto. L’oro precipitava a valle, e la fatica ricominciava, notte dopo notte, sempre eguale e senza senso: versione popolare del celebre mito della fatica di Sìsifo. La stessa cosa accadeva sulla Reit, il monte che domina Bormio, ed in Valfurva, nel vallone di Uzza. Sulla Reit, in particolare, venivano confinati coloro che si erano macchiati del peccato capitale dell’avidità: dovevano cavare l’oro che poi i maghèt sottraevano loro e gettavano nel torrente Frodolfo, per guarirli dalla febbre maledetta che li aveva divorati in vita.

Se dall’oro da cavare dalle viscere delle montagne passiamo a quello già bell’e coniato in sonanti monete, o forgiato in monili ed oggetti preziosi, allora è tutto un florilegio di leggende e racconti, qua e là, nelle diverse zone della valle. Forse il tesoro delle Orobie, quello vero, è nascosto in una valle della sezione centrale della catena, la Val Venina (niente a che vedere con quel tale Venina di cui sopra si diceva), nel comune di Piateda. Si tratta del tesoro del Fumagàl, un tizio che si divertiva a giocare con dodici splendide bocce d’oro massiccio. Passato il tempo del divertimento, venne quello della malattia. All’approssimarsi della morte, il Fumagàl cominciò ad essere tormentato da pensieri ed angosce, ma non quelli dell’aldilà con tutto quel che ci può riservare, bensì quelli che si condensavano in poche domande: “Che fine faranno le mie bellissime bocce? Chi se le prenderà? Con tutta la fatica che ho fatto per metterle insieme!” Non poteva sopportare l’idea che qualcuno si prendesse le sue bocce, ed allora, con le poche forze rimaste, salì fino in Val Venina e le nascose. Da allora molti le hanno cercate, nessuno le ha più trovate (cfr. la raccolta ciclostilata "Leggende delle nostre valli", Scuola Elementare di Piateda, 1976).

Alcuni tesori sono legati a vicende avvolte nel mistero, veri e propri gialli (del resto, avendo a che fare con l'oro...). Ne racconta uno Renzo Passerini, nella raccolta di storie e leggende "Ghèra na volta", dattiloscritta, presso la Biblioteca di Morbegno. Protagonista un giovane morbegnasco che, trovandosi a Roma per il servizio militare, venne invitato da un amico ad accompagnarlo in carcere a trovare un suo parente condannato a morte come ladro ed assassino. Questi, che aveva bisogno di sgravarsi la coscienza, non appena seppe che il giovane era di Morbegno, gli raccontò di aver rubato in una chiesa di quel paese, con una banda di soldati di ventura, tutti gli oggetti d'oro, e di averli poi nascosti ai piedi di una pianta di sambuco presso il gesöö di Sciampìn, cappelletta, poi abbattuta, nella zona di Morbegno corrispondente all'attuale via Merizzi. Lo pregò, quindi, di recuperare il tesoro e di restituirlo alla chiesa, e lo congedò con un avvertimento: nei pressi del tesoro si sarebbe sentito spinto a terra da una forza invisibile, per tre volte; non doveva preoccuparsi di questo, ma badasse bene, piuttosto, a restituire tutto l'oro, perché in caso contrario sarebbe impazzito. Il giovane promise, ma in cuor suo decise di approfittare della situazione: alla prima licenza andò alla cappelletta, vide il sambuco e per tre volte si sentì spinto a terra da una forza sovrannaturale. Era il segno: disseppellì l'oro e, incurante della profezia del carcerato, decise di nasconderlo in un luogo sicuro, per recuperarlo una volta terminato il servizio militare. Il luogo migliore gli parve una profonda cantina nella casa dei Madaléna (un ramo della famiglia Passerini), presso la quale aveva fatto per tanti anni il "famèi" (servitore). Lo seppellì in quel luogo, sicuro che nessuno l'avrebbe trovato. Ma quando, qualche mese dopo, tornò a riprenderselo, non trovò nulla. Fu tale il colpo e tanta la delusione, che uscì di senno. Si avverò così la profezia del condannato a morte. La storia si riseppe, ma il tesoro non fu mai più trovato. Però qualche tempo dopo i Madalèna fecero erigere una nuova cappelletta, e le malelingue vi ricamarono sopra il perfido interrogativo: "Di cosa mai dovranno ringraziare il cielo, quelli là...?"

Non tutti i tesori restano, però, irrimediabilmente nascosti o avvolti nel mistero. A Premadio (cfr. Glicerio Longa, "Usi e costumi del Bormiese", II, Magnifica Terra, Bormio, 1967, pp. 66-67) una donna se n’era andata (da questo mondo) nascondendo dietro la cupola della stufa una gran quantità di monete d’oro, anche lei indispettita dall’idea che quel suo sudatissimo tesoro finisse nelle mani di chissà chi. Non finì in Paradiso, questo ce l’aspettavamo, ma neppure all’Inferno. Si ritrovò in Purgatorio, ed ebbe dal Signore questa indicazione: non ne sarebbe mai uscita se prima non avesse rivelato il nascondiglio del tesoro. Non le rimase, a malincuore, che dare addio alle sudate monete: apparve come spettro alla servetta che era rimasta nella sua casa, battè, senza profferire verbo, per tre volte con la mano sulla cupola della stufa e scomparve. Ripresasi dallo spavento, la servetta raccontò quanto accaduto ai nuovi padroni di casa, che intuirono tutto e, fatta abbattere la cupola, trovarono il tesoro. Si avverò così quel che la storia racconta amasse ripetere un tale Tetzel, predicatore di indulgenze, con grande scandalo di Lutero: appena la moneta cade giù tintinnando nella bussola delle offerte, l’anima schizza su dal Purgatorio in Paradiso.
Variante di questa leggenda (in "La leggenda della Giunonica signora, metà strega e metà fata", di Salvatore Rubino, in "Eco delle Valli", 12/11/1953): sempre a Premadio ad una servetta apparve una strega-fata, essere che alternava azioni malefiche ad altre benefiche, in sembiante di bella signora, simile alla dea pagana Giunone. Battè per tre volte sopra una "pigna", cioè una stufa, poi disse che il tesoro sotto la stufa era stato da lei ingiustamente sottratto e che doveva essere restituito al legittimo proprietario: solo così avrebbe potuto avere pace. Poi sparì. La stufa venne abbattuta e sotto si trovò il tesoro, che fu restituito al proprietario, secondo le istruzioni della strega-fata.
Qualche volta i tesori ce la mettono tutta per farsi scoprire, ma la dabbenaggine degli uomini è troppo grande. Accadde, così, una volta che un contadino di Premadio, arando un campo, con la lama andò a sbattere contro la maniglia di un cofano che conteneva un gran tesoro. Ma, invece di fermarsi a riflettere, si mise ad imprecare per la lama che si era ammaccata. Così la fortuna volse la faccia dall’altra parte (sarà pur cieca, ma ha un fiuto sottilissimo per i tonti), la terra tremò, si aprì una voragine ed il cofano con il tesoro sprofondò nelle sue viscere.
Anche i morti cercano i tesori: la leggendaria dama bianca di Bormio viene scorta, talvolta, di notte mentre scruta inquieta le carte che dovrebbero rivelarle dov’è nascosto il suo tesoro. Scende, quindi, con una torcia in mano, in un sotterraneo, ed infine svanisce, per tornare a rinnovare la sua disperata ricerca di notte in notte.
Anche la torre di Pedenale, in quel di Mazzo, conserva il segreto di un misterioso tesoro. Riportiamo integralmente il testo che lo racconta dalla bella raccolta “Racconti e leggende di Grosio, Grosotto, Mazzo” (1974, a cura del Centro di Lettura di Grosotto e della Biblioteca popolare,), che riprende un racconto di Alberto Redaelli pubblicato sull’Eco delle Valli del 6 aprile 1971:
All'inizio dell'estate dell'anno 1877, si diffondeva a Sondrio la notizia che una quantità di monete d'oro erano state ritrovate tra iruderi del vecchio castello di Mazzo. Informazioni precise circa il numero esatto delle monete e la loro provenienza mancavano totalmente, come pure s'ignorava il nome del fortunato che le aveva trovate e dove fosse poi finito il tesoro. L'”Alpe Retica", un settimanale edito a Chiavenna che il giugno 1877 pubblicava la notizia, la faceva seguire da un invito rivolto alla Società Archeologica Provinciale perché si informasse meglio su ciò che realmente era accaduto. Alla cosa s'interessò personalmente, più da appassionato studioso di storia della Valtellina che come membro della Società Archeologica, il Padre Antonio Maffei, una figura allora molto nota, che, dopo alcuni giorni trascorsi a Mazzo, in una lunga lettera al giornale, riassumeva e commentava, un poco scontato, i risultati delle sue pazienti ricerche. Con quello che gli era stato riferito in paese, era riuscito a ricostruire in qualche modo la storia della scoperta, ed a salire persino al suo autore; pur tuttavia, come scriveva, restavano ancora insoluti alcuni importanti particolari, per far luce sui quali, tutti i suoi sforzi erano risultati vani. "...io non mancai di chiedere tosto minute informazioni, che non potei avere come avrei bramato, stante che quanto era avvenuto era ed è tuttora avvolto nel mistero." Il fatto, secondo quanto fu riferito al sacerdote, era avvenuto poco prima delle feste di Pasqua. Una giovane che pascolava alcune pecore nei pressi del castello, aveva notato che in un angolo delle mura, a causa della recente caduta di alcune pietre, spuntavano dei legni, che davano l'impressione di appartenere ad una piccola cassetta. Forzati e spostati leggermente alcuni di questi legni, caddero in terra delle monete. La ragazza, stupita, corse immediatamente a casa per riferire l'accaduto al padre, che, recatosi sul posto ed estratta la cassetta, accolse gran valsente in oro". La questione, risolta dall'autorità locale, stabilì che il contadino dovesse versargli una parte del tesoro. "del quale però nessuno poté sapere e conoscere qual fosse la misura del valore". Il racconto terminava a questo punto e restava ancora al mistero dalla quantità e delle caratteristiche delle famose monete. Il Padre Maffei aggiungeva nel suo scritto di essere riuscito dopo molti tentativi a vederne di persona quattro, e la descrisse "tutte di oro finissimo e lucide e conservate come fossero di fresco conio". Specificò inoltre che risalivano al secolo XVI, ed erano una di Luigi XII, un'altra di Enrico III e tedesche. Visti ormai inutili i tentativi per saperne di più, subentrò nel sacerdote il desiderio di scoprire quando e per quale ragione esse fossero state nascoste. Riferendosi alla datazione e alla nazionalità delle poche monete viste, e ricercando pazientemente tra i ricordi storici del castello, ne dedusse che molto probabilmente erano state nascoste nell'anno 1635, quando il 3 luglio, in un tragico fatto d'armi, il generale austriaco barone Fernamondo reduce da una recente vittoria sui Francesi alle Torri di Fraele, veniva costretto ad una sanguinosa rotta dalle truppe del duca Rohan. Quanto alle famose monete non se n'è saputo più nulla. Sparite in tasca di qualcuno che se ne guardava bene dall'ostentarne il possesso.”
Ma il tesoro più ingente, legato ad un tragico destino di morte, è senza ombra di dubbio quello che restò sepolto dall’immane frana del monte Conto, che seppellì, nel settembre del 1620, il borgo di Piuro, fiorente e ricco per i commerci: nessuno si salvò. Fu un evento che scosse e commosse tutta Europa. Oltre un secolo e mezzo dopo ne parlò anche il grandissimo filosofo Kant, nella sua Geografia fisica. Si stima in circa due milioni in oro la ricchezza sepolta, di cui la fantasia popolare, nei secoli successivi, non mancò di favoleggiare. Riportiamo la cronaca dello storico Cesare Cantù, tratta dall’opera Il sacro macello di Valtellina (1832): “Nella montagna settentrionale, alla pietra ollare (clorite schistosa) grossolana, untuosa al tatto e liscia sovrastava un monticello, che chiamavano Conte, di argilla e terriccio. In questo già da un pezzo i terrieri avevano avvisato qualche crepaccio; ma quell'estate continuarono più giorni a ciel rotto rovesci di piogge, che insinuandosi fra la roccia e il monticello, lo scalzarono. E già franava sopra le vigne del prossimo villaggio di Schillano, ed i pastori vennero annunziare come e pecore ed api fuggissero da quella balza. Né perciò si atterrirono quei di Piuro. Mal per loro, giacché sull'oscurare del 25 agosto (4 settembre secondo il calendario gregoriano) ecco in un subito scuotersi la montagna di Conte, ondeggiare. E fra un sordo fragore quasi d'artiglierie murali, lo scrollato colle scivola sul lubrico pendio della montagna, precipita sopra Schillano e Piuro, seppellisce uomini e case. I Chiavennaschi che udirono il fracasso videro caligarsi il cielo, volare fin là il sommosso polverìo, ed interrompersi il corso della Mera, durarono la notte intera in dubbio della sorte dei loro amici, di sé stessi: la mattina rivelò deplorabile scena. Era Schillano grande in quantità di 48 fuochi, di 125 Piuro con 930 abitanti, nobili famiglie e buone borse, molti tornati appena dalla fiera di Bergamo. Ed anima viva non ne campò. Dopo alcun tempo la Mera si aperse un nuovo corso fra il dilamato terreno: si tentò, si scavò, nulla poté ritrovarsi che masserizie e cadaveri. Non mancarono prodigi al terribile caso: la cometa che in quel tempo aveva atterrito i popoli e i re. Predizioni portentose: angeli che avvisarono del pericolo, demoni che infierivano la procella, chi l'attribuì a vendetta di Dio per il licenzioso vivere d'alcuni, o per i protestanti che vi avevano culto. I più giudicarono non senza destino fosse accaduto appunto il giorno della barbara uccisione dell'arciprete Rusca. Fermo tra i miserabili resti e nel letto del fiume devastatore, che scorre sopra il diroccato borgo, ben sei disumano se non ti senti stringere il cuore pensando a quelli, che repente dalla quiete dei domestici lari, dalla preghiera, dall'amichevole discorso, dalla soavità degli affetti famigliari, vennero balzati in quell'incognita regione, dove solo si fa giusta la retribuzione delle opere umane”.
Ai primi del settecento si diffuse, al riguardo, una leggenda che voleva probabilmente dissuadere gli sciacalli dal perseverare negli scavi alla ricerca dei mitici tesori: un capitano che conduceva una squadra di scavatori fu affrontato da alcuni fantasmi, che gli intimarono, a muso duro, di lasciar stare i morti. La minaccia fu tanto efficace che da allora nessuno si azzardò più a cercare di portare alla luce l'oro delle povere vittime.
In Valchiavenna siamo, ed in Valchiavenna restiamo, per cercarvi altre tracce del nobile metallo. Innanzitutto c'è da dire che anche qui (meglio, in Valle di Spluga, o Val San Giacomo, o, ancora, val di giüst, valòle dei giusti, come dicono orgogliosamente qui, dal momento che mai alcun malfattore vi fu confinato) c'è una val d'Oro. Ma anche qui Oro non è l'oro, bensì qualcos'altro. Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), ci illumina, in proposito: "Val d'oo. Valle che solca il versante orientale del Pizzo Ferré, delimitata a settentrione dai curunin e a mezzodì dal custùn, il cui avàl si getta nel Liro presso i sust. La val d'óo è anche detta da taluno val d'or (origine o conseguenza della versione IGM?). Personalmente non vi ho trovato pepite..., nè la morfologia giustifica la comune voce «orli», che tra l'altro suonerebbe ór. Il significato mi rimane perciò oscuro anche se qualche montanaro del luogo mi ha suggerito una derivazione dall'òra (= aura) che... vi spirerebbe costantemente."
Niente oro, dunque, ma aria buona, che, per certi aspetti, può avere ugual valore, dal momento che la salute è il più prezioso dei beni. Lo stesso De Simoni, a proposito della vicina e più conosciuta Val Loga (la più a settentrionale delle tributarie occidentali della Valle Spluga), racconta un'interessante storia, che ci ripropone il tema del tesoro. Eccola: "Una leggenda locale narra che un viandante, percorrendo la valle, vi trovasse il cadavere di un precedente viaggiatore fornito di molto denaro. Appropriatosi tosto del peculio si dice rinunciasse al suo viaggio e andasse ripetendo, al ritorno, aver scoperto una val löga ossia che l'aveva ben lógà (=allogato). Nel dialetto è ancora viva l'espressione «lógà una fiöla» che significa accasare, in matrimonio, una figlia. Non voglio però trascurare di segnalare che in antico i «regolamenti d'alpe» eran detti «logamenti d'alpe » e che loga potrebbe anche avere il significato di «regola»."
Chi non vorrebbe "allogarsi" in modo simile, cioè sistemarsi trovando casualmente un tesoro che risolva tutti i problemi di ordine economico (senza, necessariamente, imbattersi in un cadavere)?

Ma i tesori trovati non sempre sono forieri di buone cose. Ci sono, infatti, tesori maledetti, che sarebbe meglio non trovare, quelli che non portano nulla di buono. E dietro c’è quasi sempre lo zampino del diavolo. Questi le studia tutte per indurre l’uomo in tentazione e, siccome sa che la febbre dell’oro è morbo rispetto al quale pochi uomini sono immuni, qualche volta mette sul loro cammino incredibili tesori. Del resto, nel Medio-Evo il denaro veniva chiamato sterco del diavolo. In fondo ad un burrone della Valdidentro, per esempio, cfr. Lina Rini-Lombardini, "Bellezza e leggende della terra di Bormio", Bonazzi, Tirano, 1926, pg. 6) si racconta che vi fosse, da tempo immemorabile, uno scrigno colmo d’oro. Quanti si avventuravano fra le rocce per recuperarlo, però, se la dovevano vedere con un enorme e feroce caprone, che si avventava contro di loro: era Belzebù, che attendeva le sue vittime accecate dalla brama di ricchezza. A Livigno un tale scoprì, nascosta fra le travi di una vecchia casa, una calza piena di marenghi d’oro. Non stava più nella pelle per la contentezza, se li mise tutti nell’incavo delle due mani per mangiarseli con gli occhi. Poi cacciò un urlo: le monete si erano trasformare in brace viva, che gli stava bruciando il palmo delle mani. Sempre in alta Valtellina una volta il demonio tramutò delle foglie in monete d’oro, e le depose sopra un lenzuolo. Un tale, passando, le vide e se ne mise in tasca una buona manciata, incredulo per l’inatteso colpo di fortuna. Ma poi stette molto male, capì che si trattava di monete maledette e le buttò via.
A proposito di monete maledette: sapevate delle conseguenze nelle quali incorre chi, senza saperlo, tocca una scopa usata da strega per recarsi ai sabba notturni? Ne "Il conte Diavolo", di Giovanni Robustelli (Sondrio, 1891, pp. 133-134) Comare Angela ci insegna che in tal caso la polvere, che si credeva di aver pulito, torna per maleficio là dove si trovava. Di più: nell'immondezzaio si possono trovare monete d'oro forgiate dal Diavolo. Guai a toccarle! Mettono un diavolo per capello, e solo un esorcista può riportare l'indemoniato alla sua condizione normale.
In alta Valtellina il Diavolo si diverte anche, come racconta Lina Rini-Lombardini ("Bellezza e leggende della terra di Bormio", Bonazzi, Tirano, 1926, pg. 8) a tramutare le foglie in monete d'oro, per adescare le persone facendo leva sulla loro avidità: chi se le mette in tasca, però, comincia a star male, e finisce nella tomba, se non se ne libera per tempo.
Pare, poi, che a Bormio (cfr. l'articolo "Amenità bormiesi", in "La Valtellina", Sondrio, 1 marzo 1862) vi era un tempo un convento di frati, con una bella chiesa. I frati erano tormentati dal Diavolo. Non ne potevano più, ed alla fine riuscirono a sprofondarlo in un terreno lì vicino. Il diavolo, furioso, pe rvendicarsi portò con sè molti denari del tesoro del convento, che rimasero sepolti insieme a lui. Da allora molti cercarono il tesoro, ma nessuno riuscì a riportalo alla luce.
Anche in Valchiavenna si racconta di tesori maledetti. Due uomini (lo racconta Alfredo Martinelli, in "Terra e anima della mia gente", pp. 192-198) , che si recavano da Mese a Campedello udirono, nel cuore della notte, uno scalpitio di cavalli, che si fermarono a poca distanza da loro. Un misterioso cavaliere emerse dall’ombra, senza però mostrare il volto e, con voce profonda e ferma, disse di essere uno spirito e di avere una missione da assegnare ai due: si sarebbero dovuti recare sul greto del fiume Mera, sotto la “muraia”, e qui avrebbero trovato un macigno quasi incandescente, contrassegnato da un bollo giallo; con pazienza e destrezza avrebbero dovuto sollevarlo per liberare il tesoro che vi era nascosto, una preziosissima catenella d’oro. “Badate, però, è una catenella maledetta, non donatela alle vostre donne”, concluse, “perché è appartenuta ad un cavaliere spagnolo che nei secoli passati ha portato la guerra in questa valle: per questo porta male. Donatela, invece, alla chiesa di S. Croce di Piuro, e tutti i defunti di questo paese vi saranno riconoscenti”. Ai rintocchi dell’Ave Maria lo spirito scomparve. I due, riavutisi dallo spavento, fecero come era stato loro detto, e, non senza grande fatica, spostarono il masso, trovando effettivamente la splendida catenella. Non resistettero, però, alla tentazione di ricavarne un bel gruzzolo e, invece di donarla alla chiesa, la vendettero. Trascorsero dodici mesi ed una notte tornarono a percorrere quel medesimo sentiero sul quale un anno prima era loro apparso il cavaliere fantasma. Questa volta nessuno scalpitio di cavalli, nessun cavaliere emerse dalle tenebre. Queste, però, si fecero più fitte intorno ai loro occhi e, prima ancora che si potessero rendere conto di quel che accadeva, la vita li abbandonò.

Ci sono, infine, i tesori per burla, quelli che alcuni buontemponi si inventano per ridersela alle spalle dei creduloni. Si racconta (cfr. Ubaldo Torlai, "Bormio vecchia", Società Valtellinese, Sondrio, 1907, pg. 98-101) che a Bormio, nel 1862, una ragazza quindicenne cominciò a rivelare a più persone di aver ripetutamente visto, a notte fatta, ombre misteriose ed udito voci arcane, che l’avevano esortata a portare al parroco questo messaggio: “Si scavi nella chiesa di San Bartolomeo: si troverà una chiesa assai più antica, sepolta sotto le sue fondamenta, che custodisce un grande tesoro”. La storia della ragazza giunse all’orecchio del parroco, don Silvestri, che si consultò con le persone più assennate della sua parrocchia ed alla fine, non senza molti tentennamenti, decise, appoggiato da altri tre preti del paese, di dare credito alle rivelazioni giunte per il tramite della ragazza. Mise, dunque, in piedi una società per provvedere agli scavi, ed organizzò perfino dei pellegrinaggi per implorare dal Signore la grazia di poter riportare alla luce il grande tesoro. Quando gli scavi erano a buon punto, però, venne alla luce non il tesoro, ma la ragione delle ombre e delle voci di cui la ragazza parlava: niente spiriti benevoli, ma due burloni che avevano approfittato della sua ingenuità, apparendole nella penombra e camuffando fattezze e voci in modo da sembrare ombre dell’aldilà. Ne derivò un grande scandalo, e don Silvestri venne sospeso a divinis.

Non mancano, infine, le storie che vorrebbero invitarci a riflettere sull'insensatezza di quella cieca brama di ricchezze che pare impossessarsi di buona parte del genere umano. Un dipinto a Pianazzo (frazione di Campodolcino) sembra proprio un monito contro costoro. Leggiamo, infatti, nella bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994:
"C'era una volta in questa valle un uomo tanto tanto ricco, cattivo prepotente che non dava niente a nessuno. Si vantava di essere il padrone di tutto. Ma un giorno sentì una voce dall'alto che lo chiamava. Spaventato si mise in ginocchio e implorò: - Ti regalo tutto l'oro che ho, ma lasciami vivere - La voce rispose: - Non voglio né oro né argento, ma ti voglio in questo momento -. Così il ricco capì che non era padrone neppure della sua vita. Chi non crede a questa storia può andare a Pianazzo dove c'è affresco che la rappresenta."
Qual morale trarre da tutte queste storie? Ciascuno ricavi la sua. Ne suggerisco due, possibili. La morale moralistica, ovvero l’esecrazione della virgiliana “auri sacra fames” (esecrabile fame d’oro), che a tanti mali ha indotto ed a tante sciagure condotto l’uomo. La morale utilitaristica: se tanto se ne parla, ci saranno pure oro e tesori da qualche parte fra i nostri monti; perché non armarsi di pazienza e sperare nella buona sorte? Confidando, magari, su un’antichissima credenza (usciamo, per una volta, dai confini della Valtellina) che vuole i tesori nascosti là dove l’arcobaleno ha inizio. In cammino, dunque, al prossimo arcobaleno, per scovarne il prezioso segreto prima che si dissolva.        

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