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FRACISCIO

Se, percorrendo la statale 36 dello Spluga, giunti all’altezza della chiesa parrocchiale di Campodolcino la si lascia per svoltare a destra, si passa vicino all’antichissimo ponte romano che scavalca il torrente Rabbiosa (la sua effige è riportata nello stemma del comune di Campodolcino) e si imbocca la strada che, risalito per buon tratto il fianco meridionale dello sbocco della Val Rabbiosa e lasciata a destra la deviazione per Gualdera, si riporta sul versante settentrionale e termina, dopo circa 2 km e mezzo, a Fraciscio. Si tratta di uno dei più caratteristici e suggestivi paesini della Val San Giacomo, che oggi accosta i segni ancora evidenti di un’antichissima e tenace civiltà contadina a quelli ben più moderni di un centro vocato all’ospitalità turistica invernale ed estiva. Fraciscio deve buona parte della sua notorietà all’aver dato i natali a San Luigi Guanella (che qui nacque il 19 dicembre 1842).
Poche centinaia di metri a valle della chiesa si trova, invece, la partenza, segnalata,  dell’antica mulattiera che serviva per salire al paese prima della costruzione della carozzabile, e che ancor oggi ci porta, in poco più di un'ora alle sue case. Mulattiera che fu discesa dal padre di Luigi Guanella, Lorenzo, sul far del giorno del 20 dicembre 1842, mentre fitta scendeva la neve, per portare il figlio ad essere battezzato nella parrocchiale di Campodolcino. Di questa mulattiera e di Fraciscio si legge, nell’opera di don Pietro Buzzetti “Le chiese nel territorio dell’antico comune in Valle di San Giacomo” (1922):
“Da S .Giovanni di Campodolcino una mulattiera attaccava un dosso, ne raggiungeva dopo un quarto d’ora la cima coronata d’una cappelletta, (mt 1250), e allora si presentava allo sguardo una convalle solcata dalla Rabbiosa: poi la strada continuava pianeggiante nella valle laterale, cavalcava lo spumoso fiume, saliva una dolce china finche raggiungeva la chiesa (mt 1342) del villaggio dalle case sparpagliate, protetto a nord dall’alto monte di Motta, volto a mezzodì, ridente e pittoresco, d’aria balsamica per vicini boschi resinosi, abitato da gente aperta e robusta. Nelle vicinanze si rinvenne tufo per grotte a volte, e anche pirite. Un acqua ferruginosa vi attira molti visitanti. Fin verso il 1880 qui sui conduceva una vita patriarcale: un angolo di pace. I poveri terazzani si dedicavano ad improbi lavori, ai campicelli ove ondeggiava il frumento, o l’orzo, e dove si raccoglievano pregiatissimi pomi di terra, ai prati ed alla pastorizia, l’allevamento di bestiame: il lungo inverno si trascorreva nelle umili case o si andava alla bassa per la distillazione dell’acquavite, industria abbastanza remunerativa. Ma quando in Campodolcino si ebbe un’ invasione di forastieri, i chiavennaschi che vi passavano l’estate si rifugiarono a Fraciscio e allora sorsero casine e villette, apparvero molte fontane piacevolmente gorgoglianti, la colonia dei villeggianti si accrebbe notevolmente, e si determinò costruire la via carrozzabile da S.Giovanni alla chiesa di Fraciscio (lunga mt 3.500 e progettata dall’ingegner Antonio Giussani di Como), ciò che avvenne nel secondo decennio di questo secolo, principalmente per impulso del ragionier Agostino Pirola di Milano.
Parlai della toponomastica di Fraciscio e del suo antico Castello: di esso può vedersi una pianta nella mappa più antica conservata nel catasto di Chiavenna.
Sfortunato maniero! Silenzio grande ed eterno fascia la località ove torreggiava: caddero nelle acque della Rabbiosa sottostante le sue bandiere che non spiegarono più al vento, le sue trombe che non squilleranno più mai: vi si precipitarono anche le mura: neppure la leggenda a ricamare qualche fatto gentile o pauroso nel canevaccio della tradizione…
Ricordo Fraciscio come patria della santa incomparabile mia Genitrice, sorella ai prelodati sacerdoti Lorenzo e Luigi Guanella: vissuta d’amorosa dedizione alla famiglia, d’indefesso lavoro, di nobile sacrificio, la mente si specchia nel passato e la rivede tutto soffuso di letizia il volto nelle ore serene. Lo ricordo e amo perché i miei doveri chiesastici mi chiamavano spesso da Campodolcino nei primi due anni di vita pubblica.
L’ottima impareggiabile Domenica Trussoni, zia al prelato anzidetto, con sollecita cordialissima cura mi preparava un comodissimo letto, mi offriva una tazza di dolcissimo latte, mi attizzava il fuoco. Ah, non dimenticherò mai i dolci momenti passati al focolare di quella casa coadiutorale! Ricordavo le parole del venerato mio Padre, da lui apprese nella pingue pianura lambarda.
Due legni non fan foco:
Tre legni ne fan poco:
Quattro legni è un focherello:
Cinque legni è un foco bello:
Sei legni è un foco da signori
Sette è un foco da fattore.
E il mio fuoco era più che da fattore, grazie alla cortesia dei fabbriceri di quella Chiesa. Felice il casolare che ha fuoco sull’alare e fonte al limitare.”

Assai antiche sono le radici di questo insediamento, la cui denominazione dialettale è Fracìsc'. Esso è già menzionato, come Fradicio, in una pergamena del 1217: si tratta di un documento conservato nell'Archivio Laurenziano di Chiavenna col quale si investe certo Giovanni de Rovorino della Valle di Chiavenna, per dieci anni, circa il godimento di un prato à Fraciscio col fitto di 50 denari annui più "unum formadium de libria duodecim". Nel volume di Bascapè e Perogalli "Torri e Castelli di Valtellina e Valchiavenna" (Credito Valtellinese, Sondrio, 1966) viene riportata la notizia di una fortificazione qui eretta in età medievale: “FRACISCIO - castello. Già elevantesi sulla sinistra del torrente Rabbiosa, tra la Cappelletta e la parrocchiale di S. Giovanni, venne diroccato nel 1525. Ignoti ne sono i fondatori. Precipitò del tutto alla fine del secolo XIX”.
Come apprendiamo visitando il sito ad esso dedicato, www.fraciscio.it (dal quale traspare il profondo amore per le proprie radici ancor vivo oggi nella gente di Fraciscio), controverso è il suo etimo. Il Chiaverini, nell'opera "Breve narratione delle Prerogative spirituali di valle a Campodolcino" (Milano, 1663), scrive che "dal freddo (in dialetto fréc) ordisce il nome", Renzo Sertoli Salis invece sostiene che "è dal lombardo fracia, che significa sostegno che innalza le acque di un fiume" per deviarne canali di irrigazione o dal "ticinese fracia, cioè riparo di rami intrecciati, terrapieno o sassi contro il torrente". Sempre nel sito citato troviamo l’annotazione di altre località lombarde foneticamente vicine a Fraciscio, quali Fracce, frazione di Cittiglio (Varese), Fracchia di Spino d'Adda (Cremona) che in dialetto è Fraccia, Fracchia Rossa o Fraccia Rossa presso Tronconero di Voghera, Fracc sulle alpi di pasturo (Brescia). Nella Rezia, poi, si trova un Fratitsch ed in Val di Poschiavo un Fritisch, toponimi tutti riconducibili a "fracta", cioè siepe o riparo.
Il paesino si stende in una piccola conca che si apre ai piedi del maggengo Monte dell'Avo, caratterizzato da minuti terrazzamenti a prato che si arrampicano fino a lambire i lariceti della parte bassa del versante sud-occidentale del pizzo Groppera. Macchie isolate di larici, interrotte da prati, raggiungono il versante a nord dell’abitato. Entrati in paese, dopo pochi tornanti siamo al sagrato della chiesetta di San Rocco, iniziata nel 1474, ampliata nel 1628 e nel 1700 e restaurata nel 1874 e nel 1888. Una targa di granito sulla facciata della chiesetta riporta una frase del beato Luigi Guanella: “A noi san Rocco ricorda la nostra chiesa e il nostro sacerdote. San Rocco ci rappresenta il nostro paesello, il gruppo dei nostri monti, il nostro piccolo mondo e l’affetto più caro della pietà, della fede, della pace domestica.” Una seconda targa aggiunge: “S. Rocco pellegrino è vita nel mio paese di Fraciscio, come S. Pietro apostolo in Roma è vigore per tutto il mondo cristiano. S. Rocco nel mio villaggio riceve gli affetti del cuore, le tenerezze della famiglia, la famigliarità del luogo natio.” Una targa sul campanile della chiesetta ricorda, invece, che il suo orologio “fu posto a ricordo di S. E. Mons. Tomaso Trussoni, nativo di Fraciscio, arcivescovo  di Cosenza, a. d. 1961”.
Fra i motivi di interesse, oltre all’atmosfera particolarissima e suggestiva che caratterizza le antiche dimore, addossate l’una all’altra in una remota solidarietà di pietre, oltre che di uomini, sono da annotare anche la presenza (segnalata) della casa natia del Beato don Guanella (che è possibile visitare) e della casa Bardassa, notevole esempio di architettura locale. Di essa leggiamo nel bell’articolo di Dario Benetti, “Abitare la montagna – Tipologie abitative ed esempi di industria rurale” (in “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio”, Milano, Silvana editoriale, 1955):
Tra i moltissimi esempi di dimore rurali ancora ben conservate in Valchiavenna, in val S. Giacomo e in val Bregaglia può essere qui riportato, come uno degli esempi più significativi di dimora unitaria, la ca' Bardassa di Fraciscio. Questo per diversi motivi, non ultimo il fatto che si tratta del primo esempio di edificio rurale acquisito, in provincia di Sondrio, da un ente pubblico e restaurato con criteri conservativi.
La costruzione si trova nell'abitato dí Fraciscio a 1341 m s.l.m. e si sviluppa su tre piani. La muratura portante è in pietra e malta e l'esterno era completamente intonacato (già questo fattore, unitamente alle dimensioni e alla ricchezza di particolari decorativi rimandano ad una relativa agiatezza rispetto ad altre aree). Il tetto è a due falde con manto di copertura in piode grosse; il muro di spina divide in due l'edificio separando in modo netto la parte rurale da quella residenziale. La parte rurale ha una superficie inferiore a quella residenziale, si sviluppa su due piani, uno seminterrato con le stalle e l'altro che corrisponde simmetricamente ai due piani residenziali, utilizzato come fienile. Al fienile si accede tramite un originale ballatoio, in corrispondenza del secondo piano, dall'interno della casa. La parte residenziale è a sua volta divisa in due parti equivalenti da un corridoio lastricato in piode al piano rialzato e in tavole di legno ai piani superiori. Al piano seminterrato sono realizzate le cantine, al piano rialzato la cucina con il focolare, la stila con la pigna (stufa) in muratura, piuttosto bassa, a forma di parallelepipedo, alimentata dal corridoio e una camera, al primo piano un'altra stila e altre camere. Particolarmente curato è l'ambiente della stila al piano rialzato. Il locale è completamente rivestito di tavole di legno, con varie decorazioni e un rosone nel soffitto, al centro del locale.
Da una lettura attenta della tipologia e della sua evoluzione, attraverso i rilievi planimetrici e materici, è possibile documentare un sensibile mutamento di questo edificio nel corso del tempo. Il nocciolo centrale dell'edificio è infatti costituito da una antica dimora in legno a travi incastrate, sulla quale successivamente si è sviluppato l'edificio in muratura.”

DA FRACISCIO AL PASSO DELL'ANGELOGA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Soste (Fraciscio)-Rifugio Chiavenna-Lago Nero-Passo Angeloga-Lago Ballone
3 h e 30 min.
950
E
SINTESI. Alla chiesa di S. Giovanni Battista di Campodolcino lasciamo la ss 36 dello Spluga prendendo a destra e salendo a Fraciscio. Proseguiamo portandoci oltre la parte alta del paese, fino al parcheggio di Soste (m. 1442). Incamminiamoci su una pista che lascia il posto ad un sentiero e ad un bivio andiamo a sinistra, risalendo verso nord-est il versante settentrionale della Val Rabbiosa. Dopo monti tornanti pieghiamo a destra (in direzione sud-est), per superare le ultime gole che ci separano dall’alpe. Oltrepassato un torrentello (attenzione ai massi bagnati), ci infiliamo nella gola dalla quale scende uno dei torrentelli che confluiscono nel torrente Rabbiosa. Nell’ultimo tratto passiamo proprio a lato del torrente, prima che questo precipiti in una cascata, e, dopo l’ultimo tratto, ci affacciamo ai pascoli dell’alpe Angeloga. Passando a sinistra del lago omonimo ci portiamo al rifugio Chiavenna (m. 2044), presso le baite dell'alpe. Seguendo le indicazioni del sentiero C3 procediamo in direzione nord-est, sfruttando diversi tornanti su ripido versante, che ci portano proprio a ridosso delle formazioni rocciose terminali. Poco prima di raggiungerle il sentiero ci propone anche un passaggio un po’ esposto, che va affrontato con concentrazione. Poi, ecco il corridoio che si apre fra le rocce, e nel quale si infila un piccolo corso d’acqua: alcuni gradini ed alcune corde fisse ci permettono di superare quest’ultimo ostacolo, prima di uscire ad un nuovo ampio scenario, dominato dal lago Nero (m. 2352). Percorriamo il lato settentrionale (di sinistra, per noi) del lago, seguendo il sentiero per il passo di Angeloga. Procedendo verso est-sud-est passiamo accanto al laghetto delle Streghe e ci portiamo al corridoio del passo dell'Angeloga (m. 2391, piccola xroice in legno). Ci affacciamo all'ampia Val di Lei e notiamo, qualche decina di metri sotto di noi, un altro bel lago, il lago Ballone (m. 2321).

Il rifugio Chiavenna, che si raggiunge da Fraciscio, è un ottimo punto di appoggio non solo per l’ascensione al pizzo Stella (m. 3163), l’elegante cima che domina il paesaggio alpino di questi luoghi, ma anche per una facile traversata dalla valle Rabbiosa alla Val di Lei, dove si può trovare un secondo punto di appoggio al bivacco Pian del Nido.
Per salire a Fraciscio bisogna staccarsi dalla ss. 36 dello Spluga all’altezza di Campodolcino (m. 1062): la deviazione si trova, sulla destra, immediatamente dopo la chiesa parrocchiale. Percorsi tre chilometri, con numerosi tornanti, su una strada larga ed agevole, ed ignorata la deviazione, a destra, per Gualdera, raggiungiamo così il paese (m. 1341), la cui fama è legata al fatto di aver dato i natali al beato Luigi Guanella. Le case di Fraciscio sono disposte sul lato settentrionale della valle Rabbiosa, il cui nome rimanda al corso tormentato e selvaggio dell’omonimo torrente.
Salendo lungo la strada che attraversa il paese, raggiungiamo la contrada più alta di Soste (m. 1442) e, poco sopra, una piazzola dove è possibile parcheggiare l’automobile, presso un bar-ristoro. Qui parte una pista, carrozzabile, nel primo tratto, fino ad una seconda piazzola, che rimane sul lato settentrionale della valle (cioè sul lato sinistro, per chi sale). Poi la pista diventa sentiero, che comincia ad inerpicarsi sul fianco montuoso. Incontriamo, così, sul nostro cammino un curioso ed imponente monolito, alla cui ombra è collocato un crocifisso, in una cornice resa meno severa dalla presenza di qualche rado larice.
Poco oltre, a quota 1624, ecco un bivio: mentre una traccia più debole prosegue inoltrandosi nella valle, il sentiero principale piega a sinistra (dalla direzione est alla direzione nord-est) ed inizia una faticosa risalita, con numerosi tornanti, sul versante montuoso che, fra due valloni, ci separa dalla bella conca dell’alpe Angeloga (termine che deriva da “angolo”, con riferimento alla forma o alla piega che la valle assume). Nulla, per ora, fa presagire che oltre gli aspri contrafforti della valle si celi un alpeggio ameno: per ora dobbiamo faticosamente guadagnare metro dopo metro, inizialmente all’ombra di un rado bosco, poi in un terreno scoperto, gettando qualche occhiata al pizzo Stella, che si intravede alla nostra destra (sud-est). Si tratta della cima più famosa della Valchiavenna, conquistata nel 1865 da John Ball, scalatore inglese che fu fra i primi ad esplorare queste montagne.
Per attenuare la fatica, pensiamo ad una curiosa leggenda ispirata a questa cima e riportata dall'alunno Buzzetti Lino in un ciclostilato prodotto dalla scuola media Bertacchi di Chiavenna, nel 1959. Sfondo storico della leggenda, la disastrosa alluvione del torrente Rabbiosa nel 1927. Pare che il parroco avesse relegato sulla cima del pizzo Stella, nella festività dell'Assunta, tre anime di persone che erano morte nella condizione di scomunicati. Queste anime, però, si trasformarono in un masso, in un grosso tronco ed in un fascio di fieno: questa fu l'origine della rovinosa alluvione che portò le acque del torrente Rabbiosa a devastare la Val S. Giacomo. Solo quando masso, tronco e fieno furono rimossi, le acque del torrente tornarono, miracolosamente, dentro l'antico alveo.
La salita si sviluppa per circa trecento metri, finché, dopo una serie più serrata di tornantini, pieghiamo a destra (in direzione sud-est), per superare le ultime gole che ci separano dall’alpe. Oltrepassato un torrentello, ci infiliamo, infatti, nella gola dalla quale scende uno dei torrentelli che confluiscono nel torrente principale, e che corre alla nostra destra. Su uno spuntone di roccia, che cade a precipizio sulla forra del torrente, un crocifisso, come accade spesso nei luoghi montani più aspri, sorveglia i nostri passi.
Nell’ultimo tratto passiamo proprio a lato del torrente, prima che questo precipiti in una cascata, e, dopo l’ultimo tratto, eccoci consegnati ad uno scenario più ampio e gentile, quello dei verdeggianti pascoli dell’alpe Angeloga, riposta dolcemente in un’ampia conca. Nel cuore dell’alpe, poi, è riposto l’omonimo laghetto (m. 2036), che guarda alle baite disposte a ridosso del limite settentrionale dei pascoli. Accanto alle baite, a 2044 metri, il rifugio Chiavenna, presso il cui muricciolo di cinta sostano spesso, in estate, alcuni cavalli. Da Soste al rifugio sono necessarie sono necessarie un’ora e mezza o due di cammino, per superare i circa 600 metri di dislivello. Durante la necessaria sosta, possiamo osservare, a destra del pizzo Stella, la lunga e sassosa cresta del Calcagnolo: non è difficile indovinare che la via che sale alla vetta del pizzo (ascensione non difficile) attraversa la vasta ganda ai piedi del suo versante occidentale, per guadagnare una boccettina sul crinale di di ovest-sud-ovest, e seguirlo fino alla cima. Lontano, infine, oltre l’apertura della valle Rabbiosa, possiamo intravedere alcune importanti cime del versante occidentale della Valle di Spluga, i pizzi Forato, Sevino e Quadro.
In prossimità del rifugio partono tre sentieri, quello sfruttato per l’ascensione al pizzo Stella, quello che, in direzione opposta, effettua una bella e facile traversata di mezza costa alla Motta di Madesimo (C10) e quello che sale diritto al ripiano del lago Nero (C3). Quest’ultimo si inerpica sull’erboso e ripido versante che scende all’alpe dall’ultimo gradino roccioso, che la separa dalla piana del passo di Angeloga.
Riprendiamo, quindi, il cammino in direzione nord-est, sfruttando diversi tornanti sul ripido versante che ci portano proprio a ridosso delle formazioni rocciose terminali. Poco prima di raggiungerle il sentiero ci propone anche un passaggio un po’ esposto, che va affrontato con concentrazione. Poi, ecco il corridoio che si apre fra le rocce, e nel quale si infila un piccolo corso d’acqua: alcuni gradini ed alcune corde fisse ci permettono di superare quest’ultimo ostacolo, prima di uscire ad un nuovo ampio e bellissimo scenario, dominato dal lago Nero (m. 2352).
A dispetto del nome, questo lago non ha nulla di tetro, anzi, in una bella giornata, regala riflessi di un blu intenso. Alla sua destra, è sempre il pizzo Stella a farla da padrone, anche se ora il suo primato è insidiato dal pizzo Peloso (m. 2780), dal profilo, oltre che dal nome, assai meno elegante. Percorriamo, dunque, il lato settentrionale (di sinistra, per noi) del lago, seguendo il sentiero per il passo di Angeloga.
Raggiunto il suo limite orientale, lasciamo per un po' il sentiero, piegando a destra e passando a valle di un piccolo specchio d'acqua: dopo una breve salita su un dosso erboso, giungiamo a scovare un secondo e più piccolo lago, il lago Caldera (m. 2369), che dal sentiero non si vede. Questa breve digressione ci costa pochi minuti di cammino supplementare, ma ci regala uno scorcio panoramico di grande suggestione, che coniuga le scure acque del lago allo svelto profilo del pizzo Stella, che occhieggia alle sue spalle.
Tornati al sentiero, lo percorriamo verso il passo, incontrando ancora un piccolo specchio d’acqua, sinistramente denominato “Lago delle Streghe”. Se ne fa menzione nell’incantevole volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004): “…il … Lago delle Streghe, …  a dispetto del nome, si presenta come un laghetto ameno, inoffensivo, di un ovale quasi perfetto. Ma non si sa mai. Non si sa mai donde possa venire lo stregamento, e in quale veste esso si presenti: folletto, turbine, incantesimo, allucinazione, sbigottimento, incubo, oppure scontro anomalo fra il fuori e il dentro, tra il mare immenso del mondo e la piccolissima vela che lo solca ancorata unicamente al principio di individuazione.”
Ma nessuno stregamento ci potrà impedire di varcare la soglia del passo di Angeloga, a 2391 metri di quota, una piccola porta fra le rocce arrotondate: probabilmente non ce ne accorgeremmo, se non vi fosse una piccola croce di legno che lo segnala. Eppure proprio qui passa lo spartiacque che separa il bacino del Po da quello del Reno. La Val di Lei, alla quale accediamo valicando il passo, appartiene infatti, idrograficamente, al territorio svizzero, anche se politicamente è ancora territorio italiano. La particolarità della valle è accresciuta dalla presenza di un enorme bacino artificiale, dalla capacità di oltre 200 milioni di metri cubi, il cui sbarramento rientra nel territorio della Svizzera, cui è riservato, quindi, lo sfruttamento idroelettrico.
La valle non appare improvvisamente, oltre il passo, ma si mostra gradualmente. Appare, innanzitutto, la sua costiera orientale, che impressiona per il senso di solitudine suscitato dalla mancanza di segni di insediamento umano, e cominciano a mostrarsi, alla nostra destra, anche le eleganti cime che costituiscono la testata est della val di Cà, prolungamento meridionale della Val di Lei: si tratta della cima di Lagh, o cima di Lago (m. 3083), la punta Rosso (m. 3053) ed il pizzo Bles (m. 3045), ai cui piedi si stendono alcune piccole vedrette. Comincia ad intravedersi, ancora più a destra, anche il ghiacciaio ai piedi del versante settentrionale del pizzo Stella, chiamato ghiacciaio Ponciagna.
Il nome della valle significa "Valle del Lago"; ma richiama anche una misteriosa presenza femminile, suggerita anche da antiche leggende.
Appena valicato il passo, ecco, qualche decina di metri sotto di noi, un altro bel lago, il lago Ballone (termine che deriva da “pallone”; m. 2321). Forse troveremo anche qualche capo di bestiame, perché i pascoli della Val di Lei sono particolarmente pregiati. Ben presto incontriamo un bivio: pendendo a destra (C5) si scende facilmente all’alpe Mottala, sul fondo della valle, non lontano dal bivacco Pian del Nido; prendendo a sinistra, invece, si effettua una lunga traversata che rimane sulla parte alta del versante occidentale della valle, superando le laterali valle Caurga e valle Rebella, varcando poi il crinale per scendere in val Sterla (dalla quale la discesa prosegue fino alla val Scalcoggia, appena sopra Madesimo).
Pochi passi su l’uno o l’altro dei sentieri, ed ecco apparire anche il fondovalle, con il grande lago originato dallo sbarramento artificiale. La valle si mostra ampia, aperta, luminosa, ma il senso di solitudine rimane: si intuisce la presenza umana, ma questa non cancella l’impressione di un luogo remoto, sconosciuto agli uomini. Tutto ciò, unito alla dolcezza del paesaggio, genera un fortissimo senso di pace e di armonia, che vale interamente le tre ore e mezza approssimativamente necessarie per giungere fin qui, superando i 950 metri circa di dislivello in salita.

Per illustrare meglio le caratteristiche di questi luoghi, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Nell'alto bacino del Torrente Rabbiosa, che si riversa nel Liro a Campodolcino, molto sopra l'abitato di Fraciscio, c'è un'area alpestre ricca di laghi, siti a quote diverse, ma sostanzialmente su due piani: quello dell'Alpe Angeloga (attorno ai 2000 m) e quello del Passo dell'Angeloga (attorno ai 2350 m). Il Lago di Angeloga è una
pozza rotonda di acqua verde che riflette i pascoli circostanti, un tempo assai importanti e floridi, un elemento ideale di una segantiniana «abbeverata».
Gli altri laghi stanno in tutt'altro ambiente, cioè su un alto scalino roccioso in un piccolo altipiano sopra il quale un ghiacciaietto sospeso, in epoche arcaiche, ha scavato le fosse in cui stanno i laghetti, ha accumulato le morene e i massi, ha modellato i dossoni di friabile roccia scistosa. Il Lago «Nero», certo dal colore prevalente delle acque, soggette però a quella quota e in un ambiente siffatto a mutevoli giochi di luce; il Lago Caldera forse così denominato dalla forma vagamente rotondeggiante e dall'essere affossato entro pendii più incombenti. Ma ve ne sono altri minori e, poco in là dal passo, già in Val di Lei, ancora altri molto piccoli e uno maggiore (Lago Ballone), in una continuazione del pianoro glaciale che costituisce oggi anche un punto di osservazione eccezionale sul sottostante lunghissimo lago artificiale che occupa il fondo della Val di Lei.
Si tratta, nel complesso, di un ambiente straordinario, anche per la presenza incombente del Groppera e la vista sul Pizzo Stella, per il colpo d'occhio su tutto l'anfiteatro sottostante, per la varietà dei microambienti fisici e biologici.
Certo il luogo non è di comodissimo accesso, sia che si salga da Fraciscio lungo la bella mulattiera che percorre la vallata, sia che si parta da Motta di Campodolcino, a una quota sensibilmente superiore, per poi affrontare lo scenografico sentiero che sale (e scende) lungo le pendici meridionali della Colmenetta e del Groppera, sotto gli spuntoni della suggestiva costa di Fortezza sempre con una vista meravigliosa sulle vallate sottostanti. Poi, una volta raggiunta l'Alpe Angeloga per l'una o per l'altra delle due vie, ancora non è finito il cammino, perché per raggiungere i laghi superiori si deve risalire una ripida costa-canale erbosa e percorrere una breve gola scavata nelle rocce dello spalto roccioso, subito a valle del Lago Nero. L'impressione, alla fine del viaggio, è di essere penetrati in uno spazio magico, inaccessibile, regno della luce e del vento.”

Appendice I: la Val di Lei

Dall’incantevole volumetto di don Abramo Levi, “Spartiacque”, (L’Officina del Libro, Sondrio, 2004), raccogliamo queste preziose annotazioni sulla Val di Lei:
Per la verità il manoscritto parlava molto di Valpiana, ma quella Valpiana ormai non esisteva più. Era diventata. proprio quel che recitava il suo toponimo Valle di Lej ( e in romancio Lej significa lago). L'acqua sommergeva il fondo della valle e risaliva lungo le due pendici a ricoprire il territorio che aveva costituito il pascolo più sostanzioso per le vaccine.
Tutto quello che il manoscritto raccontava si riferiva alla valle prima dell'invaso, prima che il fiume Reno fosse stato fermato, imbrigliato dalla diga e costretto a tornare su se stesso. Quelli che avevano assistito al primo invaso avevano potuto osservare questa parodia di trasgressione geologica, per cui l'acqua rioccupava flaccida e sordida i rivi e i valloncelli dai quali era scesa limpida e garrula. Li rioccupava con movimento lentissimo, recessivo e trasgressivo a un tempo. Così dovevano essere le acque del diluvio quando salivano e salivano a sommergere ogni forma di vita, trasgressive verso chi era stato trasgressivo, uomini e animali. Chi si trovava là in valle quando l'acqua era penetrata nelle stalle, nei cascinali, negli stazzi, aveva visto ermellini, puzzole, e topi, soprattutto topi, uscire a frotte dalle loro sedi e cercar riparo sulle travi: avanti e indietro in cerca di un passaggio inesistente, e infine giù con un tonfo nell'acqua putrida, ad imputridirla ancora di più...
Uno degli alpeggi – e per la verità neanche il più grosso e attrezzato – si chiamava 'Palazzo', toponimo che non ha la pur minima corrispondenza con le abitazioni, ma ne ha invece con la storia, se si è bravi ad interrogarla. La Val di Lej infatti era in gran parte proprietà dei nobili Vertemate, i quali avevano a Piuro in val Bregaglia il loro palazzo favoloso e realissimo, come favolosa e realissima era stata la frana che nel 1618 aveva sepolto il lussuoso borgo. C'è dunque un aggancio fra questo toponimo della Val di Lej e la storia di Piuro.
Ma come era iniziata questa storia? Piuro fu ab antiquo un borgo illustre, voglioso di competere con Chiavenna. Si sa di una fiera lite tra i due borghi, quando Piuro avanzò la pretesa al titolo di arcipretura, cioè di chiesa plebana, con proprio Capitolo. Cosa significasse un 'Capitolo' lo si può dedurre dal fatto che il Capitolo, cioè il gruppo dei canonici di Chiavenna, aveva il diritto di 'decima' sui prodotti dell'alpe Angeloga. E questo sin dal '300. Il nuovissimo Capitolo di Piuro ebbe fra le sue fonti di sostentamento alcuni alpeggi della Val di Lej, di fresco riscattati dalla dominazione dei conti di Sargans. Non si deve pensare,  per questo, che i preti e gli arcipreti fossero delle sanguisughe. Alle loro spalle ribollivano le irrequietezze, l'orgoglio, i campanilismi di popolazioni che lottavano, quali per la parità, quali per l'egemonia.
Fu dunque un segno di intraprendenza da parte della gente di Piuro l'aver esplorato la Valle che dal valico scende verso la Svizzera, l'averla disboscata e resa pascoliva. Infine gli svizzeri si accorsero di quanto la valle era mutata, e avanzarono pretese di possesso sotto forma di enfiteusi, appartenendo il territorio al bacino orografico svizzero.
Fu dall'enfiteusi che il Capitolo di Piuro si liberò, con atto notarile che porta la data del 16 luglio 1461. Se si guarda una cartina geografica un po' dettagliata, si può constatare come la proprietà del Capitolo di Piuro in valle di Lej confina, su al valico, con la proprietà del Capitolo di Chiavenna in Angeloga.

Appendice II: la leggenda della Val di Lei

Esiste, in Valchiavenna, una valle dal nome singolare, la valle di Lei, la cui denominazione allude ad una figura femminile (o parrebbe alludere: in realtà il toponimo significa "lago"). Sull’identità di questa figura, però, le spiegazioni divergono.
Una prima storia rimanda ad uno sfondo storico assai lontano nel tempo, cioè all’epoca della dominazione romana della Rezia. Ne è infelice protagonista la moglie di un soldato romano, un centurione di stanza in val Ferrera, attualmente in territorio svizzero. Costei tradì il marito, che non la prese affatto bene e le inflisse una punizione terribile: la rinchiuse in una caverna e la lasciò morire lì.
Passarono circa mille anni, prima che alcuni pastori di Piuro (i pascoli della valle di Lei, assai pregiati, sono, infatti, nel territorio di tale comune) rinvenissero quel che restava della sventurata, sopra l’alpe del Scengio. Come abbiano fatto a ricostruire la vicenda che aveva portato alla tragica fine, non ci è dato sapere: la scoperta, però, suscitò tale impressione e mosse gli animi a tali sentimenti di pietà, che la valle, da allora, assunse il nome che doveva ricordare lei, la donna che trovò nel cuore dei suoi monti la propria tomba.
Da allora quando il vento sibila e pare produrre gemiti lamentosi, i pastori dicono che è l'anima di "lei", un'anima in pena, che piange per il suo tradimento e la sua terribile sorte (cfr. Martino Fattarelli, "Intese e discordie lungo i millenari confini del chiavennasco", in "Clavenna", n. 14, del 1975, e E. Simonetti-Giovanoni, "Almanacco dei Grigioni Italiani", Poschiavo, 1975, pp. 97-98).
Esistono, però, almeno un paio di altre leggende, che ci portano a scenari decisamente più fantastici, anche se non meno tragici (cfr. “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994).
La prima ci presenta un tempo in cui la valle godeva di un clima particolarmente favorevole e caldo, ed era quindi particolarmente prospera. Vi dimorava allora una principessa, che possedeva consistenti ricchezze. Purtroppo le situazioni felici, anche nel mondo fantastico delle leggende, non sono mai durature, ed ecco, quindi, entrare in scena un perfido mago, che le intimò di consegnarle tutto l'oro. Inizialmente la principessa resistette alla sua prepotenza, ma quando questi minacciò di congelare la sua bella valle, fu presa dalla paura e cedette.
Aver donato tutto il suo oro, però, non le valse a nulla, perché il mago si fece avanti ancora, con pretese maggiori: questa volta voleva l'intera valle. Questa volta la principessa rispose che non avrebbe mai acconsentito a cedere la sua bella valle. Questo rifiuto segnò il suo destino, perché il mago la uccise. Era tanto malvagio, che neppure volle godersi la valle conquistata con il sopruso, preferendo godersi il gusto di un atto di malvagità gratuita: usò, infatti, le sue arti magiche per stendervi sopra una coltre di ghiaccio. Da allora, in memoria della sua ultima sventurata principessa, la valle assunse l'attuale denominazione.
Una seconda leggenda spiega il nome con una vicenda per certi versi analoga. Questa volta la protagonista è una ragazza di grande bellezza, che abitava sul versante montuoso che scende ad oriente del pizzo Groppera, la vetta che segna il confine sud-occidentale della valle. La sua bellezza non sfuggì ad un malvagio stregone, che passò un giorno nella valle, e che le chiese di sposarlo. La ragazza oppose un netto rifiuto, anche perché, come tutti gli esseri malvagi nell'universo delle leggende, costui era davvero brutto. Brutto e vendicativo: non ci pensò su due volte, e trasformò la ragazza in una grande massa di ghiaccio, in un vero e proprio ghiacciaio. Anche in questo caso alla sventurata venne tributato l'omaggio del ricordo nel nome della valle.
Una terza ed ultima leggenda è riportata nella bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994, con contributi di diverse scuole della Provincia di Sondrio (quello riportato è della Scuola Media Bertacchi di Chiavenna):
"Un tempo si diceva che i "malspirit", cioè gli spiriti maligni, erano stati confinati nel posto più tetro della Val di Lej. Qui essi si divertivano a tendere scherzi e tranelli alle persone di passaggio. Il mio bisnonno quasi quasi cascò in uno di questi tranelli. Un giorno infatti giunse alla bocchetta che porta alla Val di Lej quando, improvvisamente, su un burrone, vide una scure conficcata nella roccia. Lui però non la prese, anche se all'inizio gli era venuta la tentazione di farlo per portarla a suo figlio. Si ricordò per fortuna che gli avevano detto che i "malspirit" lasciavano delle scuri in posti pericolosi come quello, per far sì che chiunque tentasse di prenderle, cadesse nel burrone."
Le prime due leggende prendono spunto dalla presenza, nella valle, di ghiacciai, in particolare di quello della Ponciagna, che occupa il vallone dello Stella, il quale, a sua volta, scende dal versante settentrionale del pizzo Stella (m. 3163), ed il ghiacciaio della cima di Lago (m. 3083), che presidia l'angolo di sud-est della valle. Le diverse leggende fiorite sull'origine del suo nome testimoniano della singolarità della valle, che, idrograficamente appartiene al territorio elvetico, essendo tributaria del bacino del Reno, mentre politicamente appartiene all'Italia. Un accordo italo-svizzero, però, ha riservato alla Svizzera il diritto di sfruttamento idroelettrico delle acque della valle. Lo sbarramento dell'enorme invaso (dalla capacità di 197 milioni di metri cubi d'acqua) che occupa il fondovalle, infatti, è in territorio svizzero, ed è stato realizzato fra il 1958 ed il 1961. La valle, orientata a nord, è chiusa, ad oriente, dalla costiera che dallo Schahorn (m. 2836) scende alla cima di Lago (m. 3083) e ad occidente da quella che dal pizzo Motta (m. 2835) scende ai pizzi Groppera (m. 2948) e Stella (m. 3136).

Appendice III: la battaglia dell'Angeloga

La profonda quiete bucolica della piana di Angeloga suggerisce stati d’animo improntati alla serena meditazione, ispira un senso di pace che sembra tanto spesso legato alla natura ed ai suoi spettacoli. Senso di pace che, però, in una lontana mattinata di oltre sessant’anni fa, e precisamente nell’aprile del 1945, venne turbata da un fatto d’armi, passato alla storia come battaglia di Angeloga, che si inscrive fra gli ultimi atti della tragica lotta fra partigiani e repubblichini durante la seconda guerra mondiale.
Per capirne gli antefatti bisogna considerare il contesto di quell’aprile che si sarebbe concluso con la liberazione dell’Italia settentrionale dal regime nazifascista espresso dalla Repubblica di Salò. Alessandro Pavolini, segretario del Partito Fascista Repubblicano, aveva elaborato un piano di resistenza estrema contro l’avanzata degli Alleati. Tale piano prevedeva la costituzione di un Ridotto Alpino Repubblicano proprio in Valtellina e Valchiavenna, dove avrebbero dovuto asserragliarsi le residue forze fasciste e naziste in attesa di una ormai improbabile svolta clamorosa della guerra legata alle misteriose armi in allestimento in Germania. Di fatto tale progetto, che prevedeva opere di fortificazione, non venne attuato, nonostante i preparativi dello stesso Pavolini, che venne a Sondrio il 5 aprile, ma determinò un movimento di truppe che fu all’origine di diversi scontri con i partigiani, fra i quali, appunto, la battaglia citata.
Affluirono, infatti, in Valtellina e Valchiavenna numerose truppe delle Brigate Nere, cui si affiancavano truppe tedesche, e vennero pianificate azioni di rastrellamento finalizzate a ripulire della presenza partigiana la Valchiavenna e la Bassa Valtellina. Il fine non era solo quello resistenza ad oltranza: il controllo di queste zone avrebbe, infatti, anche consentito, attraverso il passo dello Spluga o la Val Bregaglia, una fuga in Svizzera dei maggiori esponenti del regime repubblichino, per sfuggire alla cattura in caso di disfatta. I partigiani controllavano l’intera Valle di S. Giacomo: loro obiettivo era, in particolare, quello di tener liberi dalla presenza nazifascista la Val di Lei ed il Pian dei Cavalli, luoghi idonei per un lancio paracadutato di armi, promesso dagli Alleati, nell’ottica dell’offensiva finale contro la Repubblica di Salò. La Val di Lei assunse, dunque, in quelle settimane una rilevanza strategica, e siccome il più agevole accesso alla valle era (ed è) il passo dell’Angeloga, per impedirne l’occupazione venne stanziato, nel rifugio C.A.I. Chiavenna all’alpe Angeloga, un presidio composto da una ventina di partigiani.
Il temuto rastrellamento partì, con ingenti forze (500 fascisti e 200 tedeschi circa), all’alba del 19 aprile, lungo tre direttrici, Savogno, la Val d’Avero ed il fondovalle. Dal 21 al 23 aprile Campodolcino, Medesimo e Montespluga vennero occupati dalle forze nazifasciste, che si erano così aperte il passaggio per la Svizzera (anche se il passo dello Spluga, ancora innevato, non era transitabile con mezzi meccanici). Era invece fallito il tentativo di passare in Val di Lei dal passo di Lei, a monte del lago dell’Acquafraggia.
Ecco, allora, il tentativo di passare per l’Angeloga, operato da una compagnia speciale della Milizia di Dongo, composta da oltre 100 uomini, che da Medesimo risalì le pendici del pizzo Groppera, sorprendendo, nella nebbiosa mattina del 26 aprile, il presidio partigiano dell’Angeloga. Un intenso fuoco di mitragliatrici, sostenuto anche da una mitragliera e da un mortaio da 81, costrinse i 20 partigiani a ripiegare 
Il racconto di questo tragico ripiegamento può essere affidato alle parole di un partigiano superstite, Guido Carnazza (Mosquito): Nicolin alla mia destra sparava e rideva, S’ciopp alla mia sinistra sparava e imprecava perché non si dava pace per aver lasciato in capanna uno zaino contenente una mezza forma di formaggio, che rappresentava la scorta di viveri segreta e di estrema emergenza. “Vado a prenderlo”, disse rabbiosamente. Gli urlai che era una follia, ma Sciopp schizzò ugualmente in basso verso la capanna. Sparavo, sparavo, ed il tempo non passava mai. Ad una decina di metri, sulla mia sinistra, in basso, ricomparve S’ciopp, che arrancava per il grosso peso sulle spalle. “Non ne posso più” gridò stremato dalla fatica. “Getta quello zaino” gli urlai. Pochi secondi dopo cadeva colpito da una raffica nemica. (Da un articolo di Guido Carnazza citato in “Antifascismo e resistenza in Valchiavenna, 1922-1945”, di Renato Cipriani, pubblicato dall’Officina del Libro di Sondrio nel 1999). Il ripiegamento partigiano, complice la nebbia, riuscì, a prezzo, però, di due morti (i sopra citati S’ciopp e Nicolin) e di numerosi feriti; i partigiani superstiti varcarono il passo dell’Angeloga e si attestarono in Val di Lei. I miliziani, invece, incendiarono il rifugio e le baite dell’alpe Angeloga, tornando alla sera a Medesimo. Milano era già stata liberata il giorno prima. Chiavenna venne liberata il giorno dopo.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

Levi, Abramo, "Spartiacque", Sondrio, L'Officina del Libro, 1994; www.fraciscio.it

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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