Passo Marinelli orientale

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campomoro-Rif. Carate Brianza-Rif. Marinelli-Passo Marinelli or.-Ghiacciaio di Fellaria or.-Sentiero Marson-Rif- Bignami-Campomoro
7 h
1260
EE
SINTESI. Saliamo in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia e prosegue terminando a Campomoro (m. 1990), presso l'omonima diga artificiale. Parcheggiamo all'ampio spiazzo ed attraversiamo il coronamento della diga, scendendo, sul lato opposto, su una pista sterrata che dopo pochi tornanti porta ad una piazzola. Di qui parte un largo sentiero che risale ripido l'aspro versante meridionale del Sasso Moro, verso ovest. Al termine della salita volge a destra (nord) ed inizia una lunga traversata, salendo molto moderatamente, verso nord-nord-ovest, sull'alto versante del bacino di Musella, prima fra radi larici, poi all'aperto, fino ad intercettare il sentiero della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Il sentiero poi risale, ripido, una serie di dossi e conduce al rifugio Carate-Brianza (m. 2636). Dal rifugio saliamo alla vicinissima Bocchetta delle Forbici e, sempre seguendo i triangoli gialli della V tappa dell'Alta Via della Valmalenco procediamo nel vallone di Scerscen, passando alti, a destra, del lago delle Forbici, verso nord-nord-ovest, ed aggirando uno sperone roccioso e piegando gradualmente a destra (est), passando a sinistra del lago delle Forbici ed a destra di un microlaghetto. Pieghiamo poi leggemrnete a sinistra, scendendo a guadare alcuni torrentelli, poi risaliamo la china che ci porta ai piedi dello sperone sulla cui cima è posto il rifugio Marinelli. la traccia volge bruscamente a sinistra e, ignorata la deviazione a destra per la bocchetta di Caspoggio ed il passo Marinelli Orientale, saliamo con ripidi tornantini verso ovest, fino al rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina (m. 2813). Seguiamo le indicazioni del cartello che segnala il rifugio Marco e Rosa (m. 3606), posto all’inizio del sentiero (a destra del rifugio, per chi guarda a monte) che lascia il piazzale e comincia a salire, fra sfasciumi, in direzione nord-est. I numerosi segnavia (bandierine rosso-bianco-rosse e triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco, di cui stiamo percorrendo la variante alta della sesta tappa) ci aiutano ad individuare il percorso meno faticoso fra gli sfasciumi ed i roccioni. Dopo un primo tratto comune, i due percorsi si dividono: le bandierine segnalano, sulla sinistra, il percorso per il rifugio Marco e Rosa, mentre i triangoli gialli segnalano quello per il passo Marinelli orientale, per il quale dobbiamo passare. Nella salita, attraversiamo verso destra alcuni torrentelli, che scendono dalla vedretta di Fellaria, superiamo, con attenzione, una fascia di roccioni, risaliamo per breve tratto un piccolo nevaietto, sotto il quale scorre un torrentello, lo lasciamo alla nostra sinistra ed approdiamo ad un microlaghetto, posto a valle della punta V Alpini (m. 3333). Lo oltrepassiamo e saliamo verso ovest fino al culmine del cordone che si affaccia sulla vedretta di Fellaria orientale. Siamo così al passo Marinelli orientale (m. 3120). Per la discesa regoliamoci così (adottando tutte le cautele di una traversata su ghiaccicio). Se guardiamo in direzione del pizzo Scalino (cioè verso sud-est) vediamo che la vedretta è delimitata, nella sua parte bassa (lato meridionale), da una crestina rocciosa, che scende verso sinistra. Dobbiamo scendere, con pendenza modesta, senza allontanarci troppo dal limite di destra del ghiacciaio ed aggirando alcune linee di crepa, in direzione di tale crestina. Passiamo, così, a sinistra di una piccola fascia di rocce, oltre la quale scorgiamo, sulla nostra destra, una prima ampia sella raggiunta dalla neve (m. 2967) ed una seconda bocchetta sormontata da un grande ometto (m. 3000). Piegando, quindi, leggermente a sinistra (cioè verso est) seguiamo il versante della crestina, fino a raggiungerne il limite orientale, oltre il quale, appena sotto, sulla destra, vediamo una sella sul bordo della vedretta, dalla quale scende un torrentello. Dobbiamo, quindi, piegare gradualmente a destra (est-sud-est) e scendere a questa depressione. A sinistra della sella si trova una modesta formazione rocciosa: su una grande roccia possiamo leggere, anche da una certa distanza, la scritta, in giallo, “Alta Via”, con una freccia che indica in alto a destra. Lasciamo, così, il ghiacciaio e scendiamo seguendo i triangoli gialli e gli ometti su un versante ripido, sfruttando alcune cengette, raggiungiamo un ampio ripiano, a sinistra di un nevaietto. Dobbiamo, ora, piegare decisamente a sinistra (nord) ed attraversare la conca ed affacciarci ad un ampio canalone di sfasciumi, sul cui fondo si trova un laghetto. Una traccia di sentiero corre sulla sinistra, rimanendo alta, a ridosso del versante roccioso, ed una seconda traccia, indicata dai triangoli gialli dell’Alta Via, scende, invece, più diretta, verso destra, raggiungendo la riva occidentale del laghetto Fasso, posto ad una quota di 2642 metri. Il lato settentrionale del laghetto è delimitato da una morena, sul cui filo corre la parte terminale del ramo “A” del sentiero glaciologico Luigi Marson. Lo raggiungiamo e lo seguiamo verso sud est. Proseguiamo sul filo della morena, poi attraversiamo, verso sud, un breve pianoro e ci affacciamo a monte della dolce piana dell’alpe di Fellaria. La discesa alla piana avviene facilmente, su traccia di sentiero, su un versante occupato da pascoli e massi. Raggiunta la piana, attraversiamo un primo torrentello, per poi scendere ad attraversare, su un ponticello, un secondo torrente. Pochi passi ancora e, oltrepassate le baite dell’alpe di Fellaria (m. 2401), raggiungiamo il rifugio Bignami (m. 2385). Dal rifugio, seguendo il marcato sentiero che scende verso sud-sud-ovest tagliando il versante orientale del Sasso Nero, scendiamo al camminamento della diga di Gera. Lo attraversiamo e scendiamo dal lago opposto, al grande parcheggio ed alla pista che riporta a Campomoro.


Apri qui una fotomappa del Vallone di Scerscen e della testata della Valmalenco


Apri qui una fotomappa della discesa dal passo Marinelli or. al rif. Bignami

La Valmalenco, nella sua parte superiore (cioè sopra Chiesa Valmalenco -sgésa-), si divide in due grandi rami, cioè nell’alta Valmalenco (val del màler), percorsa dal torrente Màllero, ad occidente, e nella val Lanterna, percorsa dal torrente omonimo, ad oriente. La val Lanterna, a sua volta, si divide nei due rami della valle di Scerscen, ad occidente, e nella valle di Campomoro (cammòor), ad oriente. Le due valli, percorse dai torrenti Scerscen e Cormor (o Lanterna), convergono nella conca di Campo Franscia.
Le traversate dall’una all’altra sono fra le più classiche escursioni non solo in Valmalenco, ma anche nelle Alpi Retiche centrali, per la bellezza e la maestosità degli scenari. Tre sono le porte attraverso le quali possono passare, vale a dire, dalla più bassa e meridionale, la forca di Fellarìa (m. 2819), per la quale si può traversare direttamente dal rifugio Carate Brianza al rifugio Bignami, la bocchetta di Caspoggio (m. 2983) ed il passo Marinelli orientale (m. 3120), valichi per i quali, con percorso su ghiacciaio, si effettua la traversata dal rifugio Marinelli al rifugio Bignami. La traversata Marinelli-Bignami per la bocchetta di Caspoggio costituisce la classica sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, mentre le rimanenti due traversate rappresentano altrettante varianti, bassa ed alta, della medesima sesta tappa.
Raccontiamo, qui, la variante alta, per il passo Marinelli orientale, la più spettacolare e difficile, presentandola, però, come traversata a sé stante, di una sola giornata, con punto di partenza e di arrivo alla diga di Campomoro. Nonostante il suo inserimento nella sezione delle escursioni, questa traversata richiede esperienza alpinistica, non perché proponga passi di arrampicata, ma perché comporta la traversata del ghiacciaio di Fellarìa occidentale, che, nonostante non si tratti di un ghiacciaio particolarmente pericoloso, va effettuata sulla scorta di un’adeguata esperienza di traversate su ghiacciaio, con adeguata attrezzatura e, possibilmente, accompagnati da una guida o da persona che lo conosce. Ciò premesso, vediamo come si articola.
Punto di partenza, come già detto, è la diga di Campomoro (m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa Valmalenco (a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco; localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”) e da Campo Franscia, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (6 km da Campo Franscia). Qui si trova ampia possibilità di parcheggio. Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante. Qui parte il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli.
Nel primo tratto sale, ripido, sull’aspro versante meridionale del Sasso Moro (m. 3108), con qualche tratto esposto protetto da corrimano. Il sentiero volge poi gradualmente a destra (nord-ovest), raggiungendo un più tranquillo bosco di larici, che attraversiamo percorrendo un lungo tratto con andamento quasi pianeggiante. Usciti dal bosco, riconosciamo subito la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes) e, poco sotto, il rifugio Carate Brianza (m. 2636), per il quale passa il sentiero. Per raggiungerlo, dopo aver intercettato il sentiero che sale, da sinistra, dall’alpe Musella, dobbiamo risalire una serrata sequenza di dossi (si tratta dei famosi “sette sospiri” - "set suspìir"), ai piedi del versante meridionale delle eleganti cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”). Dopo due ore circa di cammino siamo, dunque, al rifugio Carate Brianza ed alla bocchetta delle Forbici, che ci introduce al grandioso, selvaggio e bellissimo vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco).
"la caràte") era, in origine, un deposito costruito, nel 1916, dagli Alpini che erano di stanza alla capanna Marinelli. Nel 1926 il comune di Torre S. Maria lo cedette all'Unione Escursionisti Caratesi, che lo ristrutturarono ed ampliarono e lo inaugurarono il 15 agosto 1927.
Il sentiero, con alcuni saliscendi, piega ora a destra (nord), correndo a mezza costa fra il versante occidentale delle cime di Musella ed il vallone di Scerscen, fino ad aggirare lo sperone di nord-ovest delle cime di Musella e piegare ancora a destra (direzione nord-est), iniziando un tratto in leggera discesa. Appaiono ora tutte le cime della parte occidentale della testata della Valmalenco, cioè, da sinistra (ovest), il pizzo Glüschaint (m. 3594), la Sella (m. 3584), i caratteristici pizzi Gemelli (m. 3500 e 3501), l’elegante e simmetrico pizzo Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3936), il massiccio pizzo Scerscen (m. 3971), il quattromila più orientale della catena alpina, cioè il pizzo Bernina (m. 4049) e la Cresta Güzza (m. 3869). Scendiamo, così, nel cuore del vallone che scende, alla nostra destra, dalla vedretta di Caspoggio, il piccolo ghiacciaio per il quale passa la sesta tappa dell’Alta Via, e passiamo a destra di un laghetto, prima di attraversare, su un ponticello, il torrente che scende dal ghiacciaio.
Possiamo vedere di fronte a noi la meta, cioè il rifugio Marinelli, in cima ad un imponente sperone roccioso, di color rosso cupo. Ne raggiungiamo, quindi, il fianco orientale, dopo una breve salita fra sassi e sparute erbe, per volgere a sinistra e risalirlo, con ripidi tornanti, ignorando la deviazione, a destra, per la bocchetta di Caspoggio. Dopo circa tre ore ed un quarto di cammino raggiungiamo, così, il piazzale del rifugio Marinelli (m. 2813). Il rifugio, di proprietà del CAI di Sondrio, fu costruito nel 1880. Il suo nome originario era rifugio Scerscen ma, dopo la morte del suo ideatore, Damiano Marinelli, nel 1882 venne intitolato a lui. Nel tempo fu soggetto a numerosi ampliamenti (1906, 1915, 1917, 1925 e 1938), finché, dopo la seconda guerra mondiale, per impulso di Luigi Bombardieri venne raddoppiato. Alla morte del Marinelli, in seguito alla tragica caduta dell’elicottero che lo trasportava nel 1957, il suo nome venne aggiunto nell’intitolazione del rifugio, che ebbe come custode Cesare Folatti.
Siamo, più o meno, a metà della traversata, ed una sosta si impone. Durante il riposo, possiamo percorrere per un brevissimo tratto il sentiero che, dal rifugio, si dirige verso nord-ovest: aggirato uno speronino roccioso, ci offre ai nostri occhi lo spettacolo completo della parte occidentale della testata della Valmalenco.
Per riprendere il cammino, seguiamo le indicazioni del cartello che segnala il rifugio Marco e Rosa (m. 3606), posto all’inizio del sentiero (a destra del rifugio, per chi guarda a monte) che lascia il piazzale e comincia a salire, fra sfasciumi, in direzione nord-est. I numerosi segnavia (bandierine rosso-bianco-rosse e triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco, di cui stiamo percorrendo la variante alta della sesta tappa) ci aiutano ad individuare il percorso meno faticoso fra gli sfasciumi ed i roccioni. Dopo un primo tratto comune, i due percorsi si dividono: le bandierine segnalano, sulla sinistra, il percorso per il rifugio Marco e Rosa, che passa per il passo Marinelli occidentale, mentre i triangoli gialli segnalano quello per il passo Marinelli orientale, per il quale dobbiamo passare.

Nella salita, attraversiamo verso destra alcuni torrentelli, che scendono dalla vedretta di Fellaria, superiamo, con attenzione, una fascia di roccioni, risaliamo per breve tratto un piccolo nevaietto, sotto il quale scorre un torrentello, lo lasciamo alla nostra sinistra ed approdiamo ad un microlaghetto, posto a valle della punta V Alpini (m. 3333), che, vista da qui, ha un aspetto davvero elegante. Alle sue spalle si profila l’imponente complesso costituito dai pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3995), mentre, da una suggestiva finestra sulla sinistra, occhieggiano i pizzi Roseg e Scerscen. Alla nostra destra è facilmente individuabile lo sperone roccioso della punta Marinelli (m. 3182); alle sue spalle, più a destra ancora, si apre una bella finestra che mostra la parte superiore della vedretta di Caspoggio ed il versante settentrionale della cime di Musella.
Il passo Marinelli orientale, per il quale dobbiamo passare, è posto appena dietro il crinale del lembo occidentale della vedretta di Fellarìa (o Fellerìa) occidentale. Qualche nota per chi percorresse la traversata in senso opposto, cioè dalla Bignami alla Marinelli: il laghetto costituisce il punto di riferimento fondamentale nel passaggio dal ghiacciaio ad canalone che scende verso la Marinelli. Bisogna seguire il torrentello emissario, rimanendo alla sua sinistra, fino al nevaietto, che va attraversato verso destra nella parte mediana, appena prima della strozzatura, approdando, risalito un breve gradino di roccia, alla fascia di roccioni che si scende seguendo i triangoli gialli.
Torniamo al racconto della traversata: la salita ai 3120 metri del passo Marinelli orientale avviene facilmente, rimanendo nei pressi del margine destro del ghiacciaio. Ci affacciamo, così, ad un panorama grandioso: alla nostra sinistra i pizzi Argient e Zupò si mostrano in tutta la loro imponenza, ed alla loro destra vediamo la grande colata del ghiacciaio che scende dalla vedretta di Fellaria orientale. Dietro il limite superiore di quest’impressionante corridoio di ghiaccio, si scorge appena la punta del piz Palü (m. 3905). Proseguendo verso destra, ecco la massiccia costiera che scende dal passo dei Sassi Rossi (m. 3510), presso il quale si scorge il bivacco Pansera (m. 3546), fino alla cima del Sasso Rosso (m. 3481). Dietro questa costiera, a destra, appare il piz Veruna (m. 3453), sull’angolo nord-orientale della testata della Valmalenco. Alla sua destra, la più modesta cima Fontana (m. 3070) e, alle sue spalle, sul fondo, uno scorcio del versante orientale della Valle di Poschiavo e le lontane cime del gruppo dell’Adamello e dell’Ortles-Cevedale. Verso sud-est, infine, si impone allo sguardo il pizzo Scalino (m. 3323), che mostra, a sinistra, la sua vedretta, chiusa dal pizzo Canciano (m. 3103).
Dal passo possiamo anche dominare la configurazione del ghiacciaio, la vedretta di Fellarìa occidentale, che ci appare come una vasta conca con un bordo dalla pendenza moderata. Dobbiamo scendere verso sud-sud-est, descrivendo un arco che ci mantiene non lontani dal bordo di destra del ghiacciaio e scegliendo una linea di traversata che eviti le più pronunciate linee di crepa che, nella stagione avanzata, sono ben visibili.
Nella traversata dobbiamo adottare tutte le misure necessarie quando si procede su ghiacciaio, cioè dobbiamo procedere in cordata, muniti di piccozza, ramponi ed occhiali da sole. Non è, questo, un ghiacciaio che faccia paura, ma merita il dovuto rispetto. Quanto ai crepacci, vale la pena di meditare su quanto scrive Fulvio Campiotti, nel volume “Come si va in montagna” (Italia Bella, Milano, 1951): “ I crepacci…sono di due qualità: quelli che si vedono e quelli che non si vedono. I primi si trovano generalmente nella parte inferiore, non innevata, dei ghiacciai e non sono pericolosi.
Le loro, talvolta enormi e paurose, cavità possono impressionare o intimorire… ma… il ghiaccio, anche se verde o nero, quando è scoperto non tradisce mai. I crepacci invece che non si vedono o che occhieggiano fra la coltre nevosa che ricopre la parte media e superiore dei ghiacciai sono pericolosissimi perché non sono facilmente individuabili o non palesano la loro vera identità. Buchette da nulla possono invece celare caverne addirittura. Sui ghiacciai innevati bisogna quindi marciare sempre legati e con la massima attenzione
”. Il terreno va quindi sempre sondato con attenzione usando la piccozza e bisogna tenere presente che la neve che ricopre i crepacci è sempre più candida. Torniamo alla nostra traversata.
Se guardiamo in direzione del pizzo Scalino (cioè verso sud-est) vediamo che la vedretta è delimitata, nella sua parte bassa (lato meridionale), da una crestina rocciosa, che scende verso sinistra. Dobbiamo scendere, con pendenza modesta, senza allontanarci troppo dal limite di destra del ghiacciaio ed aggirando alcune linee di crepa, in direzione di tale crestina. Passiamo, così, a sinistra di una piccola fascia di rocce, oltre la quale scorgiamo, sulla nostra destra, una prima ampia sella raggiunta dalla neve (m. 2967) ed una seconda bocchetta sormontata da un grande ometto (m. 3000).
Piegando, quindi, leggermente a sinistra (cioè verso est) seguiamo il versante della crestina, fino a raggiungerne il limite orientale, oltre il quale, appena sotto, sulla destra, vediamo una sella sul bordo della vedretta, dalla quale scende un torrentello. Dobbiamo, quindi, piegare gradualmente a destra (est-sud-est) e scendere a questa depressione.
Chi effettuasse la traversata in senso contrario deve, invece, lasciare la depressione e, tendendo leggermente a sinistra e seguendo l’andamento del bordo sinistro della vedretta, salire passando a destra della lingua di roccette che precede di poco il passo e prestando attenzione ad una fascia di linee di crepa.
Torniamo alla discesa. A sinistra della sella si trova una modesta formazione rocciosa: su una grande roccia possiamo leggere, anche da una certa distanza, la scritta, in giallo, “Alta Via”, con una freccia che indica in alto a destra. Lasciamo, così, il ghiacciaio e, seguendo il torrentello emissario, scendiamo alla roccia con la scritta “Alta Via”. La traversata affronta, ora, in la discesa di un versante piuttosto ripido, che si trova immediatamente a valle delle formazioni rocciose con la scritta “Alta Via” e che è occupato da roccioni e sfasciumi, sulla sinistra (per chi scende) del torrentello. La discesa termina in un’ampia conca occupata da una ganda, di cui vediamo già il lato sud-orientale, con la punta quotata 2840 metri, dietro la quale rimane visibile il pizzo Scalino.
La freccia vicino alla scritta “Alta Via” indica una possibile direttrice di discesa, che, dopo un primo brevissimo tratto a destra, piega a sinistra. È possibile anche, dal punto nel quale lasciamo il ghiacciaio, procedere subito verso sinistra, seguendo numerosi ometti. Questa seconda direttrice ci permette di passare a destra, e ad una certa distanza, da un piccolo specchio d’acqua, che regala un quadretto stupendo: sopra il laghetto si mostra la grande seraccata che caratterizza la parte orientale del ghiacciaio di Fellaria occidentale, ai piedi delle punte, che da qui paiono gemelle, dei pizzi Argient e Zupò. Pieghiamo, ora, a destra, fino a raggiungere un canalino, e seguiamo con attenzione gli ometti: l’ultima parte della discesa, infatti, è abbastanza ripida, e dobbiamo procedere con prudenza per evitare di scivolare o di far rotolare sassi verso valle.
Alla fine raggiungiamo il pianoro della conca, a sinistra di un nevaietto. Dobbiamo, ora, attraversare la conca ed affacciarci ad un ampio canalone di sfasciumi, sul cui fondo si trova un laghetto. Una traccia di sentiero corre sulla sinistra, rimanendo alta, a ridosso del versante roccioso, ed una seconda traccia, indicata dai triangoli gialli dell’Alta Via, scende, invece, più diretta, verso destra, raggiungendo la riva occidentale del laghetto, posto ad una quota di 2642 metri. Alle spalle del laghetto sono bel visibili, verso est, il piz Varuna e la cima Fontana. Il lato settentrionale del laghetto è delimitato da una morena, sul cui filo corre la parte terminale del ramo “A” del sentiero glaciologico Luigi Marson, nel quale la variante alta della sesta tappa dell’Alta Via, che stiamo percorrendo, si innesta nella sua parte conclusiva.
Salendo sul filo della morena, troviamo, in corrispondenza di un punto panoramico, una targa che ci illustra la natura del ghiacciaio di cui possiamo godere, da qui, di un’ottima visuale. Le morene, come spiega la targa, sono state formare dall’avanzata dei ghiacciai, che, con un’azione paragonabile a quella di una ruspa, hanno eretto queste grandi colline di detriti sui loro lati. L’ultima avanzata del ghiacciaio di Fellaria risale alla piccola età glaciale compresa fra la metà del secolo XVI alla metà del secolo XIX. Tale avanzata portò, nell’Ottocento, il ghiacciaio, fino alla piana ora occupata dal grande invaso artificiale di Gera, poco al di sopra dei 2100 metri. Iniziò poi una progressiva ritirata: agli inizi del Novecento le due grandi seraccate della parte orientale ed occidentale del ghiacciaio erano ancora unite, ma si divisero negli anni Trenta, ed ore presentano fronti nettamente separati. Con uno sforzo di immaginazione possiamo ricostruire lo scenario del ghiacciaio nella sua massima imponenza, quando, dal punto in cui siamo, si poteva accedere direttamente al ghiacciaio ed attraversare l’intera valle verso est.

Guardando in basso, dominiamo buona parte dell’ampia piana dove confluiscono i torrenti che scendono dal ghiacciaio. Guardando verso sud-est, infine, vediamo la verde val Confinale, che si apre a monte dell’alpe Gembrè, e che culmina nel passo Confinale, presso il quale si trova il bivacco Anghileri-Rusconi.
Riprendiamo la discesa: troviamo ora, accanto ai triangoli gialli, i bolli blu del sentiero glaciologico. Disceso il filo della morena, attraversiamo, verso sud, un breve pianoro e ci affacciamo a monte della dolce piana dell’alpe di Fellaria. La discesa alla piana avviene facilmente, su traccia di sentiero, su un versante occupato da pascoli e massi. Vediamo già il bacino della diga di Gera e, guardando a destra (sud ovest) i due passi attraverso i quali si effettuano la versione classica e la variante bassa della sesta tappa dell’Alta Via, vale a dire la bocchetta di Caspoggio (a destra) e la forca di Fellaria (buchèl de felérìe, a sinistra), separati dalla formazione rocciosa che culmina con la quota 3069.
Raggiunta la piana, attraversiamo un primo torrentello, per poi scendere ad attraversare, su un ponticello, un secondo torrente. Pochi passi ancora e, oltrepassate le baite dell’alpe di Fellaria (m. 2401), raggiungiamo il rifugio Bignami (m. 2385), collocato su un ampio terrazzo che domina il lago di Gera. Nei pressi del rifugio troviamo il sentiero che scende verso la muraglia che sbarra la diga, e che corre sul versante denominato "còsto granda" e sulla parte bassa del possente versante sud-orientale del Sasso Moro. L’ultima parte del sentiero, intagliata nella viva roccia, propone qualche saliscendi, prima di condurci sul lato occidentale del camminamento della poderosa muraglia della diga di Gera (dighe de la Gère) che, con i suo 65 milioni di metri cubi, è una delle più grandi d’Italia.
Attraversando il camminamento, possiamo gustare, sia a valle che a monte, di un ottimo panorama. Verso nord vediamo, a destra della cima del Sasso Rosso, la seraccata che scende dal ramo orientale del ghiacciaio di Fellaria e, alla sua destra, il piz Veruna. Verso sud, invece, dominiamo la piana di Campomoro, occupata dall’omonima diga, e possiamo scorgere, sulla destra, il monte Disgrazia. Dal camminamento scendiamo ai piedi della muraglia e procediamo su una pista sterrata che fiancheggia il lato orientale della diga di Campomoro (dighe de cammòor, anch’essa imponente, con i suoi 10 milioni di metri cubi d’acqua), raggiungendo infine, dopo circa 7 ore di cammino, l’automobile.

 



Passo Marinelli orientale

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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Alta via della valmalenco

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