Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Macolini (Madesimo)-Rifugio Bertacchi |
1 h e 30 min |
540 |
E |
Rifugio Bertacchi-Passo di Emet |
20 min. |
100 |
E |
Macolini-Passo Emet-Passo Suretta-Macolini |
5 h |
1000 |
EE |
Accendi le casse se vuoi ascoltare un mio brano ispirato a questi luoghi
Quanto
si pensa alle possibilità escursionistiche che hanno come base
Madésimo (m. 1560), viene subito in mente la facile e classica
salita al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet, con la breve prosecuzione
per il passo di Emet.
Pochi sanno, però, che questa escursione può essere prolungata
di circa un’ora e mezza, effettuando un’elegante traversata
al passo di Suretta, nel territorio svizzero della val Ursaregls (tributaria
della val Niemet), in uno scenario caratterizzato dalla presenza di
diversi incantevoli laghetti e, soprattutto, da un’atmosfera di
selvaggia ma non aspra solitudine, temperata da una cornice alpina di
grande fascino visivo. Si tratta di una traversata non difficile, che
richiede, però, attenzione, perché è servita da
una traccia di sentiero discontinua e poco marcata, per cui, mancando
anche i segnavia, ci si deve affidare ad un sistema di ometti che, con
pazienza ci accompagnano lungo l’intero tragitto. Ma andiamo con
ordine, e cominciamo con il raggiungere l’amena e conosciuta località
turistica di Madesimo, il cui nome, probabilmente derivato da “Amatissimo”,
con successiva perdita della “A” e modificazione fonetica,
testimonia la bellezza e gentilezza dei luoghi. Prima di raggiungere
la località di villeggiatura, però, dobbiamo passare attraverso
le forche caudine del tratto più faticoso ed impressionante della
ss. 36 dello Spluga, tratto nel quale la strada supera il pauroso salto
roccioso che separa la piana superiore della zona di Madesimo dal fondovalle.
Usciti dalle strettoie e dagli impressionanti scorci sulle rocce strapiombanti,
attraversiamo la località di Pianazzo e, prendendo a destra ad
un bivio, percorriamo l’ultima galleria che precede il lato meridionale
del paese. Dobbiamo ora attraversarlo, raggiungendone il limite opposto,
ignorando le deviazioni a destra per la Motta e cominciando a salire
verso le frazioni di Casone e Macolini (m. 1656). Qui la strada asfaltata
termina, ad un parcheggio nel quale possiamo lasciare l’automobile,
iniziando a percorrere una pista che corre a destra del torrente Scalcoggia,
nella valle omonima.
Ci
addentriamo, così, nel bel pianoro che è chiuso, alla
nostra sinistra, dalla lunga dorsale degli Andossi (termine che significa “ai dossi”), alla nostra destra
dall’aspro versante della val Sterla e, davanti a noi, dalle armoniche
forme del pizzo Spadolazzo (m. 2720). Dopo un breve tratto, dobbiamo
lasciare la pista, per seguire il largo sentiero che, staccandosene
sulla destra, comincia a risalire, con andamento regolare e buon fondo,
il versante montuoso, superando, un tornante dopo l’altro, una
fascia di bassa vegetazione.
Poi il sentiero, con un traverso a sinistra, conduce ad un ponticello,
che valica un torrentello tributario dello Scalcoggia, approdando alle
balze che precedono il pianoro terminale, che ospita l’ampio lago
di Emet (m. 2136) e, in posizione un po’ più elevata, il
rifugio Bertacchi (m. 2196).
Per superare i 540 metri circa che separano il parcheggio dal rifugio
è necessaria un’ora e mezza circa di cammino. Alle spalle
del rifugio osserviamo, di nuovo, il pizzo Spadolazzo, a sinistra, e
l’ampia sella del passo di Emet, a destra.
Per illustrare le caratteristiche del lago di Emet, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
"ll Lago d'Emet è un lago alpino di discrete dimensioni, certamente il più grande della zona, se si escludono quelli artificializzati. È situato in prossimità del Passo d'Emet, al limite estremo di un tratto sospeso della valle Scalcoggia, sotto il quale il torrente compie un salto, concascate e rapide. Si tratta di un lago di sbarramento morenico, come attestano le collinette verso valle: ovviamente le morene hanno occluso il bacino, che era stato precedentemente escavato dal ghiacciaio. La roccia, in gran parte nelle pendici sottostanti micascisto friabile, dal lago verso il passo e le erte montagne circostanti (Piz Timun, Pizzo della Palù, oltre 3000 m) si cambia in gneiss occhiadino, aspro quanto il granito anche se si sbreccia a lastroni e cenge anziché spaccarsi in blocchi multiformi e poi sbriciolarsi, o arrotondarsi.
Si tratta di una meta frequente, per la non grande distanza da Madesimo e il bel sentiero che si sviluppa un po' in fondovalle (per un tratto è una strada carreggiabile), poi affronta un'erta salita su uno sperone con vegetazione arbustiva. È però raggiungibile anche da Montespluga, con minor dislivello, per un interessante percorso che attraversa la testata di una sorta di vallone abbandonato e arriva parimenti alla nota Capanna dell’Emet (cantata anche dal
Bertacchi cui ora è intestato il rifugio), che sta proprio su cordoni morenici (ora verdi d'erba).Il lago è di colore nerazzurro, più cupo quando riflette la rossastra parete di un avancorpo del Piz Timun. Già ricordato nelle guide antiche per la pescosità (c'è sempre qualche pescatore), oggi forse è raggiunto per la vastità dei panorami, che spaziano sul lontano crinale divisorio con la Val Mesolcina (il Pizzo Quadro, la Cima di Verchenca, la costiera lineare Monte Bardan-Cima di Barna, e poi il Pizzo Ferrè col suo ghiacciaietto sospeso, via via fino al Tambò, grande massa vagamente piramidale)."
Ed ecco la lirica del Bertacchi dedicata alla Capanna di Emet, tratta dalla raccolta "Il perenne domani" (1929):
"CERCANDO L'ALTO - LA CAPANNA DELL'EMET
Entra e riposa. C'è la mensa, il fuoco, il lettuccio, la lampada... Potrai
produr la sera, com'è tuo costume, sotto la luce placida, che veglia
come un'anima al lembo de' ghiacciai. Di sugli Andossi chiederà il pastore:
- Per chi stasera splenderà quel lume?
Mentre tu dorma, non inoperosa starà la notte. Il cirro che di prima sera vedesti, col suo fiocco lieve,
screziare il sereno all'orizzonte,
crescerà, crescerà da cima a cima coprendo il cielo. E tu domani, all'alba, sospinto l'uscio, incontrerai la neve.
Tutto candido intorno a te! Dai lenti ridossi ai balzi agli ultimi ciglioni, tutto un incanto sul creato alpino! Dimenticati i pascoli, i sentieri; una terra tornata al proprio inverno per rinnovare a te le sue stagioni, e rioffrirti intatto il tuo cammino."
Dal rifugio partono
due sentieri, l’uno, a sinistra, per la località di Montespluga,
raggiungibile in un’ora e mezza circa, l’altro, a destra,
per il passo di Emet, sul confine italo-svizzero.
La salita al passo è breve ed agevole: qui, a 2299 metri (un
centinaio di metri più in alto, rispetto al rifugio, quindi ad
una ventina di minuti di cammino dallo stesso), si apre al nostro sguardo
l’alta val Niemet, percorrendo la quale si può scendere
all’alpe Sura, all’alpe di Niemet, ad Innerferrera e ad
Ausferrera, raggiungendo, infine, la strada che scende in territorio
svizzero dal passo dello Spluga, fra Sufers ed Andeer. Alla
nostra destra possiamo osservare, in particolare, il pizzo di Emet,
o piz Timun (m. 3210), dal profilo arrotondato e dolce. La carta kompass
segnala anche la partenza, dal passo, del sentiero che effettua la traversata
al passo di Suretta, ma i cartelli che troviamo non ne fanno menzione,
indicando solo il sentiero che scende all’alpe Sura, il sentiero
interregionale italo-svizzero Walser.
Per effettuare la traversata, in effetti, dobbiamo tornare indietro
per un breve tratto, ripercorrendo a ritroso il sentiero fino a trovare,
sulla nostra destra, la deviazione, segnalata da un cartello e dalla
scritta su un masso, per il pizzo Spadolazzo. Si tratta di un itinerario,
servito da segnavia rosso-bianco-rossi, che permette di salire alla
croce che sovrasta il pizzo. Lo seguiamo per un buon tratto, risalendo
un fianco erboso ed addentrandoci in una sorta di corridoio fra pascoli
e rocce arrotondate.
Dopo una decina di minuti di cammino, ecco, inaspettato, un grazioso
laghetto, ben nascosto fra le rocce levigate. Siamo ancora in territorio
italiano, ma, proseguendo ancora lungo il sentiero che percorre il corridoio,
incontriamo il cippo di confine n. 9, che ci segnala che stiamo entrando
di nuovo in territorio svizzero. Lasciamo i segnavia, che, staccandosi
sulla sinistra dal sentiero, dettano un percorso che risale il versante
orientale del crinale che scende verso sud-est dal pizzo Spadolazzo,
e guidano nell’ascensione alla cima. Dobbiamo, ora, affidarci
agli ometti, numerosi e ben visibili, che ci guidano nella traversata.
Guadagniamo quota con molta gradualità e con qualche saliscendi,
mentre si fa più ampia e bella la visuale, alle nostre spalle,
sul pizzo di Emet.
Il percorso taglia l’arrotondato versante montuoso che separa
l’alta val Niemet dalla val Ursareigls (o Orsareigls, o anche,
italianizzato, Orsareiglo), sua tributaria occidentale, incontrando
anche due piccoli laghetti, nei quali si specchia il corrugato profilo
del pizzo Veneroccal (o Venerocolo, m. 2763), che ci
sta proprio di
fronte. Man
mano proseguiamo nel cammino, si fa più chiara la conformazione
di questa valle solitaria, anche se la meta, il passo di Suretta, rimane
nascosto: lo indoviniamo là, in fondo, in cima al canalone terminale
nascosto da una piccola dorsale rocciosa. Così come indoviniamo,
nella conca protetta dalle rocce arrotondate, la presenza del lago Ghiacciato che è segnalato dalla carta Kompass (non invece, stranamente,
dalla carta IGM), ma che rimane ancora ben nascosto al nostro sguardo,
che invece raggiunge, in basso, sulla nostra destra, la piccola piana
della valle.
Se non fosse per il belato di qualche pecora, che si sente protetta
dalla profonda solitudine di questi luoghi, avremmo l’impressione
di addentrarci in una landa alla quale non è ammesso essere vivente
che non sia l’erba dei magri pascoli. Non dobbiamo, però,
lasciarci troppo prendere dai pensieri: rischieremmo di perdere la deviazione
a destra, ben segnalata dagli ometti, proseguendo su un sentiero che
conduce ad un pianoro sul quale è posto il rudere di un calecc.
Se così fosse, ridiscendiamo per un tratto, fino ad un ometto
molto più grande dei rimanenti: è qui che dobbiamo prendere
a destra (se stiamo salendo), effettuando un traverso in discesa che
ci porta nel cuore di un valloncello, in corrispondenza di un nevaietto,
al di là del quale troviamo il sentiero che risale il fianco
sinistro di un dosso che immette all’ampia conca del lago. Si
può effettuare la salita anche seguendo il crinale del dosso:
in entrambi i casi raggiungiamo, sempre guidati fagli ometti, il limite
della conca, e, finalmente, ci appare il lago Ghiacciato (m. 2508),
di dimensioni considerevoli e dalla forma che disegna una sorta di ampia
“C”.
Lo scenario è stupendo: la severa solitudine della parte terminale
della val Ursareigls sorveglia questo piccolo tesoro, nascondendolo
agli occhi degli uomini. Ben
pochi, ci avverrà di pensare, passano di qui e possono imprimersi
nell’anima un quadro naturale nel quale, possiamo in questo caso
dire con piena sicurezza, tutto rimane intatto e sospeso in un’arcana
originaria bellezza.
Sopra il lago, di fronte a noi, le rughe rocciose del pizzo di Ursareigls
(m. 2825), mentre il pizzo Veneroccal rimane leggermente defilato, e
sempre accigliato, alla sua destra. Scendendo al limite orientale del
lago, verso destra, possiamo osservare bene, alla nostra sinistra, la
regolare ed arrotondata piramide della punta Levis (m. 2690), che si
specchia nelle acque del lago e che lascia, alla sua destra, una marcata
depressione sul crinale. Non è però questa la depressione
del passo: dobbiamo percorrere, infatti, tutto suo limite orientale
prima di raggiungere l’ampio e sassoso canalone terminale che
porta ad esso.
Ora lo possiamo vedere: manca poco, ormai, e possiamo salire comodamente
a vista. Ma, se ci capita di fermarci per prendere fiato, volgiamo lo
sguardo alle nostre spalle: il lago non si vede più, resta solo
una distesa di pietre bianche, ed il senso di solitudine si fa tanto
accentuato da sconfinare in una strana ed indicibile sensazione agro-dolce,
dove il sentimento di una pace profondissima si mescola ad un pauroso
senso di abbandono, come se ci fossimo persi nella più remota
delle lande. Qualche sforzo ancora, e siamo al passo, no, non ancora,
quel che sembrava il passo si rivela l’ingresso al tratto terminale,
ma, percorsi gli ultimi cento metri, eccolo, finalmente, il passo.
Il passo di Suretta è posto a 2580 metri, e dà sulla valle
omonima, che scende fino al lago di Montespluga. In alto, alla nostra
destra, scorgiamo il bivacco Suretta (m. 2748), sulla cima di un cono
di sfasciumi (in realtà il bivacco è visibile anche nella
seconda parte della traversata, guardando verso nord-ovest). Nell’ultimo
tratto della salita al passo ritroviamo anche i segnavia rosso-bianco-rossi,
che si alternano a bolli gialli. Varcando il passo rientriamo anche
in territorio italiano, ma sul versante della Valle di Spluga il terreno
è molto più accidentato e ripido, per cui la discesa all’alpe
Suretta (m. 1908) richiede molta cautela ed esperienza, soprattutto
nel tratto in cui dobbiamo passare in mezzo a due fasce di roccette.
Se
non vogliamo rischiare, possiamo tornare al rifugio Bertacchi per la
medesima via percorsa. Se invece scendiamo all’alpe (percorso
C14), possiamo proseguire, seguendo per un buon tratto la sponda nord-orientale
del lago, fino a trovare, alla nostra sinistra, le indicazioni del percorso
(C6) che, risalendo la parte alta degli Andossi, riporta al rifugio
Bertacchi. Nel primo caso il dislivello complessivo dell’escursione,
partendo da Macolini, è di circa 1000 metri, ed il tempo necessario,
fra andata e ritorno, è di circa 5 ore; nel secondo il dislivello
sale a circa 1200 metri, ed il tempo a 7 ore.