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Quanto si pensa alle possibilità escursionistiche che hanno come base Madésimo (m. 1560), viene subito in mente la facile e classica salita al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet, con la breve prosecuzione per il passo di Emet.
Pochi sanno, però, che questa escursione può essere prolungata di circa un’ora e mezza, effettuando un’elegante traversata al passo di Suretta, nel territorio svizzero della val Ursaregls (tributaria della val Niemet), in uno scenario caratterizzato dalla presenza di diversi incantevoli laghetti e, soprattutto, da un’atmosfera di selvaggia ma non aspra solitudine, temperata da una cornice alpina di grande fascino visivo. Si tratta di una traversata non difficile, che richiede, però, attenzione, perché è servita da una traccia di sentiero discontinua e poco marcata, per cui, mancando anche i segnavia, ci si deve affidare ad un sistema di ometti che, con pazienza ci accompagnano lungo l’intero tragitto.
Innanzitutto dobbiamo raggiungere Madesimo, e lo facciamo proseguendo sulla ss. 36 dello Spluga, oltre Chiavenna, in direzione del passo dello Spluga. Oltrepassata Campodolcino, lasciamo alla nostra sinistra la strada per Isola e proseguiamo diritti, risalendo i faticosi e celebri tornanti della strada che sembra letteralmente incollata ad un versante scosceso e selvaggio e non manca di suscitare una forte impressione a chi la percorra per la prima volta (qualche punto di stretta pone, fra l’altro, anche problemi di manovra in caso di incrocio; in caso di forte traffico può essere consigliabile portarsi ad Isola e qui imboccare la strada che risale a quella per il passo dello Spluga).


Macolini

Terminata la sequenza serrata di tornanti, attraversiamo il paesino di Pianazzo, famoso per la sua cascata con salto di 200 metri (ma dalla strada non la vediamo). Usciti dal paese, al primo tornante dx ignoriamo la deviazione a sinistra per Isola, poi al primo sx lasciamo la statale per il passo dello Spluga, per entrare nella galleria che se ne stacca, sulla destra, e porta a Madesimo. Entriamo, dunque, in galleria e ne usciamo in prossimità della celebre località turistica e climatica, che fu particolarmente cara al poeta Giosuè Carducci. Entrati in paese, restiamo a sinistra del centro e, sempre impegnando la strada principale (ignoriamo deviazioni a sinistra per gli Andossi ed a destra per la Motta), dopo qualche svolta ci portiamo al suo limite settentrionale.
La strada si porta alla frazione di Macolini (maculìn, m. 1656) e termina poco oltre le ultime case. Qui troviamo ampia possibilità di parcheggio.


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo di Suretta al passo di Emet

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Macolini (Madesimo)-Rifugio Bertacchi
1 h e 45 min
530
E

Ci mettiamo, dunque, in cammino. Superato un torrentello su un ponte in legno, attraversiamo un’area-relax ed entriamo in un recinto d’alpeggio (apriamo e richiudiamo una porta costituita da corda elastica). Si tratta dell’alpe Macolini (alp maculìn), che prende il nome, come la frazione, dalla famiglia che ne è la storica proprietaria. Davanti a noi, in fondo all’ampia conca delimitata a sinistra dal dolce profilo degli Andossi ed a destra dal versante occidentale del pizzo di Sterla e del monte Mater, si staglia, netta e perentoria, la scura parete meridionale del pizzo Spadolazzo.  Un cartello della Comunità Montana Valchiavenna segnala che siamo su un sentiero interregionale italo-svizzero, siglato C6, che porta in un’ora e mezza al rifugio Bertacchi ed al lago di Emet ed in un’ora e 50 minuti al passo di Niemet (o, come riportato dalle carte, Emet).
Il sentiero, ben marcato e segnalato dai consueti segnavia rosso-bianco-rossi o bianco-rossi, procede quasi in piano e ci riporta ad una pista sterrata. Poco oltre, da questa si stacca, sulla destra, il marcato sentiero per il rifugio. Una coppia di cartelli lo segnala, però, una ventina di metri più avanti: prendendo a destra saliamo, comunque, senza problema alcuno, ad intercettare questo sentiero principale per il rifugio, mentre procedendo diritti si imbocca il cosiddetto sentiero Corone, che porta anch’esso al rifugio, ma con percorso un po’ più lungo. Stiamo sul sentiero principale e cominciamo ad inanellare una lunga serie di tornanti, su un versante colonizzato da rododendri ed ontani. La monotonia della salita è temperata dal suggestivo panorama che si apre ad ovest e a sud, sulla conca di Madesimo e sulle cime del versante occidentale della Valle Spluga, alle spalle degli Andossi. Superati tre modesti corsi d’acqua, affondiamo la prima sequenza dx-sx-dx-sx. Al terzo tornante dx vediamo la bella cascata con la quale il torrente che esce dal lago di Emet precipita dalla soglia glaciale che dobbiamo superare per approdare alla piana del rifugio. Si tratta del ramo principale del torrente Scalcoggia, che percorre la conca dalla quale siamo partiti, anch’essa chiamata val Scalcoggia. Al toponimo locale di scalchiögia si affianca, però, la denominazione più antica di aqua granda.
Intanto si impongono alla nostra vista, sul versante opposto della val Scalcoggia, gli Andossi; ed allora vediamo quel che riporta Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966): “Vasta, tondeggiante dorsale che separa la valle dell'aqua granda dalla vallata principale del Liro, un tempo boscosa (come in genere molti degli attuali alpeggi) ed ora tenuta a prati nella parte più prossima a Madesimo, dove sorgono numerosi gruppi di cascine, e a pascolo più al nord. Altri ha pensato di vedere nel nome un composto di Alpe e Dossi, ma non ho esempi in questa zona di una siffatta contrazione del termine alpe, frequente per contro nella zona aostano-savoiarda. Neppure condivido «ai dossi». Ma poi che le regolari onde (per esempio dell'erba ottenute dalla falciatura) sono dette in forma accresc. ispregiativa «andann», riterrei piuttosto andòss=grosse ande, nome suggerito dalla regolare successione delle ondulazioni del terreno, quasi enormi «andàne».”
Ben presto, però, alle spalle degli Andossi comincia a spuntare l’affilata cima del pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), caratterizzata dal ghiacciaio che ne copre quasi interamente il versante settentrionale (vedrecc’ del farée). Alla sua sinistra, il pizzo dei Piani (o pizzi Piani, m. 3148 e 3158). Procedendo verso sinistra, godiamo di un ottimo colpo d’occhio su Madesimo; alle sue spalle riconosciamo la lunga striscia verde dell’altipiano del Pian dei Cavalli (pian di cavài), incorniciato dal pizzo della Sancia (m. 2861). Alla loro sinistra, infine, il pizzo Quadro (m. 3013). Dopo il quinto tornante dx spunta dagli Andossi, a destra del pizzo Ferrè, anche la massiccia mole del pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). Infine, ecco apparire l’intera testata della Val Loga (vallöga) e della Val Schisarolo (sciüsaröö), che congiunge le due cime, e propone la poco pronunciata cima di Val Loga (m. 3004). Dopo il decimo tornante dx ed il successivo sx troviamo un brevissimo tratto nel quale il sentiero è scavato nella roccia, e quindi richiede un po’ di attenzione con pioggia o neve.
Dopo la successiva undicesima sequenza dx-sx, in traverso ci porta al torrente emissario del lago Emet, proprio in cima al salto della cascata: lo attraversiamo su un caratteristico ponticello costituito da piode lisce. Approdiamo così alla parte bassa dei pascoli dell’Emet. Il rifugio non è lontano, ma dobbiamo ancora risalire alcune balze che precedono l’ampia conca del lago.
Dopo il dodicesimo tornante dx, il sentiero descrive un ampio arco verso sinistra, in senso antiorario, giungendo in vista del rifugio Bertacchi (m. 2196), passato nel 2011 in proprietà al CAI Valle Spluga (info: Rossella Gusmeroli Tel. 349 3621058, Fabrizio De Pedrini Tel. 349 3621056, Enrico Pedrazzini Tel. 349 6644599; E-mail: rifugiobertacchi@libero.it), dedicato al grande poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi. Lo raggiungiamo dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 530 metri).
La dedica al poeta è legata anche ad una lirica nella quale egli celebrava il rifugio, prima chiamato Capanna d’Emet. La si trova nella raccolta "Il perenne domani" (1929). Eccola:
"CERCANDO L'ALTO - LA CAPANNA DELL'EMET
Entra e riposa. C'è la mensa, il fuoco, il lettuccio, la lampada... Potrai
produr la sera, com'è tuo costume, sotto la luce placida, che veglia
come un'anima al lembo de' ghiacciai. Di sugli Andossi chiederà il pastore:
- Per chi stasera splenderà quel lume?
Mentre tu dorma, non inoperosa starà la notte. Il cirro che di prima sera vedesti, col suo fiocco lieve,

screziare il sereno all'orizzonte,
crescerà, crescerà da cima a cima coprendo il cielo. E tu domani, all'alba, sospinto l'uscio, incontrerai la neve.
Tutto candido intorno a te! Dai lenti ridossi ai balzi agli ultimi ciglioni, tutto un incanto sul creato alpino! Dimenticati i pascoli, i sentieri; una terra tornata al proprio inverno per rinnovare a te le sue stagioni, e rioffrirti intatto il tuo cammino."
Il panorama dal rifugio propone, a sud-ovest e ad ovest, la sequenza di cime che abbiamo già citato nel racconto della salita. A nord è sempre il massiccio versante meridionale del pizzo Spadolazzo a dominare l’orizzonte. Alla sua destra si vede l’ampia depressione che ospita il passo di Emet (o Niemet). Più a destra ancora, il pizzo di Emet (o Timun, m. 3208).

Lo sguardo è, però, attratto più che da quel che si vede alzando gli occhi, da ciò che si osserva abbassandoli. Il rifugio, infatti, è stato edificato sul bordo della grande conca glaciale che ospita il lago di Emet, che vediamo alla sua destra. Per illustrarne le caratteristiche, riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello Rosario ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
"ll Lago d'Emet è un lago alpino di discrete dimensioni, certamente il più grande della zona, se si escludono quelli artificializzati. È situato in prossimità del Passo d'Emet, al limite estremo di un tratto sospeso della valle Scalcoggia, sotto il quale il torrente compie un salto, concascate e rapide. Si tratta di un lago di sbarramento morenico, come attestano le collinette verso valle: ovviamente le morene hanno occluso il bacino, che era stato precedentemente escavato dal ghiacciaio. La roccia, in gran parte nelle pendici sottostanti micascisto friabile, dal lago verso il passo e le erte montagne circostanti (Piz Timun, Pizzo della Palù, oltre 3000 m) si cambia in gneiss occhiadino, aspro quanto il granito anche se si sbreccia a lastroni e cenge anziché spaccarsi in blocchi multiformi e poi sbriciolarsi, o arrotondarsi.
Si tratta di una meta frequente, per la non grande distanza da Madesimo e il bel sentiero che si sviluppa un po' in fondovalle (per un tratto è una strada carreggiabile), poi affronta un'erta salita su uno sperone con vegetazione arbustiva. È però raggiungibile anche da Montespluga, con minor dislivello, per un interessante percorso che attraversa la testata di una sorta di vallone abbandonato e arriva parimenti alla nota Capanna dell’Emet (cantata anche dal Bertacchi cui ora è intestato il rifugio), che sta proprio
su cordoni morenici (ora verdi d'erba). Il lago è di colore nerazzurro, più cupo quando riflette la rossastra parete di un avancorpo del Piz Timun. Già ricordato nelle guide antiche per la pescosità (c'è sempre qualche pescatore), oggi forse è raggiunto per la vastità dei panorami, che spaziano sul lontano crinale divisorio con la Val Mesolcina (il Pizzo Quadro, la Cima di Verchenca, la costiera lineare Monte Bardan-Cima di Barna, e poi il Pizzo Ferrè col suo ghiacciaietto sospeso, via via fino al Tambò, grande massa vagamente piramidale)."

 

 

 

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Montespluga-Rifugio Bertacchi
1 h e 30 min
240
E

Prima di raccontare la prosecuzione dell’escursione, menzioniamo, per completezza, un secondo e meno faticoso (ma, in alcuni tratti, anche più esposto) itinerario che consente di potarsi al rifugio (è il sentiero C6). Punto di partenza è il parcheggio sul lato orientale del Lago di Montespluga, poco prima del nucleo di Montespluga (m. 1900), parcheggio che raggiungiamo percorrendo la ss. 36 dello Spluga; in questo caso, dopo Pianazzo, non impegniamo la galleria per Madesimo, ma procediamo diritti. Seguendo le indicazioni del cartello che indica il rifugio Bertacchi ed il lago di Emet, ci mettiamo in cammino su una pista sterrata che sale molto gradualmente, verso una cava, con alcuni tornanti.
Superato un muretto a secco, intercettiamo un sentiero che sale, alla nostra destra, da Madesimo. Poco dopo troviamo due sentieri che si staccano sulla destra dalla pista, con segnalazione: ignorato quello che scende a Macolini, imbocchiamo quello per il rifugio Bertacchi ed il lago d’Emet. Ci affacciamo, così, sulla Val Scalcoggia e cominciamo a descrivere un ampio arco che taglia il basso versante meridionale del pizzo Spadolazzo, alternando tratti in piano a brevi salite. Ignorato un sentierino che si stacca sulla destra e che porta al Lago Nero dello Spadolazzo in un’ora e mezza, proseguiamo superando alcuni corsi d’acqua e qualche lastrone. Un tratto un po’ esposto è servito da corda fissa. Il sentiero, infatti, è largo, ma può risultare insidioso in presenza di neve o ghiaccio, ed una targa che ricorda un escursionista vittima di una scivolata sta lì a rammentarci che in montagna la prudenza non è mai troppa (frase fatta, peraltro, ma sempre validissima). Superata una fascia di materiale franoso, approdiamo ai più tranquilli pascoli dell’Emet ed in breve siamo al rifugio Bertacchi, dopo circa un’ora e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in salita è 240 metri).

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Bertacchi-Passo di Emet
20 min.
100
E
Macolini-Passo Emet-Passo Suretta-Macolini (per la medesima via di salita)
6 h
1150
EE

Vediamo, ora, come traversare al passo di Suretta. Dal rifugio, come segnalano chiaramente i cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna, partono due sentieri, l’uno, a sinistra, per la località di Montespluga (lo abbiamo descritto sopra come itinerario alternativo di accesso al rifugio), l’altro, a destra, per il passo di Niemet (o Emet), sul confine italo-svizzero. Imbocchiamo questo secondo sentiero (C12, sentiero interregionale Italia-Svizzera), che nel primo tratto procede in piano sul versante erboso che scende alla riva occidentale del lago di Emet. Lasciato il lago alle spalle, passiamo a destra di tre baite dell’alpe di Emet, cominciando a salire, con pendenza moderata, verso destra, in direzione dell’evidente depressione del passo. Superata la prima china, ci affacciamo ad un falsopiano, che precede l’ultima salita prima del rifugio. Prima che questa inizi, però troviamo un bivio, segnalato da due cartelli, presso un grande masso: procedendo diritti ci portiamo al passo di Niemet, prendendo a sinistra proseguiamo per il pizzo Spadolazzo (come indica anche una grande scritta su un masso).
Ora, dopo una veloce puntata al passo, torniamo proprio qui ed incamminiamoci sulla direttrice "Spadolazzo", seguendo un sentiero meno marcato che, a tratti, diventa debole traccia (segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi). Stiamo attraversando un pianoro disseminato da pozze e da eriofori che lavorano di buona lena per interrarle. Passiamo a destra di una prima pozza, nella quale il pizzo Spadolazzo (presenza incombente fin dall’inizio dell’escursione), occhieggiando dietro dolci e pallide rocce montonate, si specchia. Superate altre due micro-pozze, passiamo a sinistra, un po’ più alti, di quel che resta di una più grande pozza prosciugata. Il sentiero, piegando leggermente a destra, dopo una breve salita raggiunge una specie di porta, che ci fa accedere ad una sorta di ripiano suggestivo ed un po’ surreale, disseminato di candide collinette di pallida roccia, dai contorni morbidi e riposanti. Il sentierino si districa fra queste singolari presenze, ed esce alla pianetta che ospita un laghetto. Passiamo a destra del mite specchio d’acqua, imboccando, poi, un corridoio che termina nel passo gemello rispetto a quello di Niemet, posto più ad est. Al termine del corridoio, infatti, si apre al nostro sguardo l’alta val Niemet, percorrendo la quale si può scendere all’alpe Sura, all’alpe di Niemet, ad Innerferrera e ad Ausferrera, raggiungendo, infine, la strada che scende in territorio svizzero dal passo dello Spluga, fra Sufers ed Andeer. Il passo di Niemet è posto leggermente più in basso, a 2299 metri, alla nostra destra.
Potremmo iniziare la nostra traversata da qui (m. 2325, cippo di confine n. 7), ma, per maggiore semplicità, ci conviene tornare indietro per un tratto, fino ad un paletto con tre liste colorate, ovviamente rossa, bianca e rossa. Non ci avevamo fatto caso: forse serve in caso di neve… Invece, guardando con più attenzione, vediamo, vicino al paletto, su un masso, una freccia che ci invita a piegare a sinistra (per chi sale). Si tratta delle indicazioni relative all’itinerario di salita al pizzo Spadolazzo, itinerario che seguiamo nel suo primo tratto. Dunque, lasciamo il sentiero più marcato e cominciamo ad inerpicarci su un’erta china erbosa, verso nord. Non c’è propriamente traccia di sentiero (o meglio, questa parte più in basso, dalla riva del laghetto). Salendo a vista, con un po’ di fatica e tendendo leggermente a sinistra, finiamo, però, per intercettarla, più in alto, in corrispondenza di due grandi lastroni di roccia. Passiamo a sinistra dei lastroni e puntiamo ad una grande roccia, sulla quale vediamo un segnavia che, per la sua posizione elevata, è visibile anche dal fondo del vallone. Puntando al segnavia, ci troviamo sul limite di un ripido corridoio erboso, che sale fra due pareti di roccia liscia. È l’inizio di una sequenza di ripidi corridoi fra modeste roccette affioranti. Non ci rendiamo conto di dove siamo, di cosa ci attende alla fine della salita.
Alla fine di questa salita (attenzione, comunque, sempre a segnavia – bianco-rossi ma anche bolli gialli - ed ometti, che abbondano), eccoci di nuovo al cospetto del pizzo Spadolazzo, che emerge da un mare caotico di roccette bianche, contornato da spruzzi di pascolo. Alle nostre spalle emerge in tutta la sua eleganza il pizzo di Emet (o Timùn), altero, quasi sprezzante nei suoi eleganti e puliti versanti di rocce e sfasciumi, e sempre dire che è montagna fatta di ben altra pasta. Dobbiamo, ora, attraversare una sorta di pianoro alto, zigzagando fra le roccette e seguendo i segnavia che ci portano ad un caratteristico saltino, un modesto zoccolo roccioso che possiamo scendere direttamente o aggirare sulla sinistra, come ci suggeriscono gli stessi segnavia. Superato un nevaietto, imbocchiamo un breve corridoio fra le rocce, terminato il quale i segnavia ci invitano a piegare leggermente a sinistra, per salire una china erbosa disseminata di massi.
Noi, invece, imbocchiamo il largo corridoio che si apre alla sua destra, percorso il quale ci affacciamo ad un primo laghetto che si apre, un po’ più in basso, davanti a noi. Si tratta del primo di una serie di laghetti che questa splendida traversata ci regala. Si trova, come tutti quelli che troveremo lungo il cammino, in territorio elvetico. Non ha immissari né emissari visibili. Se, per qualunque motivo, queste indicazioni ci sembrassero troppo vaghe, possiamo seguire l’itinerario per il pizzo Spadolazzo ancora per un tratto: risalita la china di cui abbiamo detto, i segnavia ci portano a superare, aggirandolo sulla sinistra, un caratteristico piccolo zoccolo roccioso, raggiungendo, infine, un valloncello occupato da massi: possiamo portarci fin qui e poi lasciare i segnavia piegando decisamente a destra, tagliando una fascia di sfasciumi. Anche in questo caso ci affacciamo a questo laghetto, che raggiungiamo scendendo un largo corridoio di pascoli in dolce pendenza.
Giunti, in un modo o nell’altro, al primo laghetto, passiamo alla sua sinistra e proseguiamo diritti, puntando un caratteristico masso a forma di corno. Oltre questo masso, ci affacciamo ad una nuova discesa che ci porta ad un secondo bel laghetto, che vediamo un po’ più in basso. Questo laghetto ha un torrentello che lo alimenta, e scende da sinistra: seguiamolo, in leggera e breve salita, scovando un terzo laghetto, ancora parzialmente gelato anche a stagione avanzata. Torniamo al laghetto posto poco più in basso, lasciandolo alla nostra destra: il torrentello emissario confluisce in un quarto vicino laghetto, al quale scendiamo facilmente. È, questo, il punto più basso della traversata: nella seconda parte dovremo riguadagnare quota.
Contornato il lato destro di questo laghetto, pieghiamo a sinistra e cominciamo a risalire un lungo e poco pronunciato dosso, descrivendo, molto gradualmente, un arco verso sinistra (troviamo anche ometti, bolli gialli e liste blu che ci guidano). Aggirato il versante del dosso, guadagniamo, così, una pianetta nella quale si impone alla vista un grande ometto, sormontato da un’asta. Sull’asta leggiamo che procedendo nella direzione dalla quale veniamo si raggiunge il rifugio Bertacchi, mentre piegando a sinistra si sale al pizzo Spadolazzo. Noi non facciamo né l’una né l’altra cosa, ma procediamo diritti, in direzione di un secondo più modesto ometto, sul limite della piana. Ci affacciamo, così, ad un largo vallone, occupato, anche a stagione avanzata, da un nevaio. Una traccia di sentiero, debole ma ben visibile, scende verso sinistra, tagliandolo in diagonale, fino al suo fondo, per poi risalire sul versante opposto. In questo modo, senza troppi problemi, siamo sul filo di un dosso, mentre alla nostra destra vediamo il solco della valle Ursareigls (o Orsareigls), che confluisce nella Val Niemet. Risalito il dosso, siamo ad un largo corridoio. A questo punto procediamo, per la via più semplice, piegando leggermente a destra, fino ad approdare all’ampia conca che ospita quell’autentico gioiello rappresentato dal lago Ghiacciato (m. 2508). Questo lago ha una forma curiosa, quella di una C che quasi si chiude a circonferenza compiuta abbracciando una sorta di isolotto roccioso.
Seguiamo, ora, la sua riva orientale per intero, raggiungendo il piede dell’ampio e ben visibile vallone che adduce al passo di Suretta. Piegando a sinistra, saliamo il vallone fino alla sella del passo, dove troviamo un grande ometto ed un cippo di confine n. 10, datato 1930 (m. 2585). Rimettiamo, così, piede in territorio italiano e ci affacciamo alla parte alta della Val Suretta, che si apre ai piedi del complesso del Suretta (al surèt). Finisce qui la traversata dell’alto fianco occidentale della Val Niemet, traversata che richiede circa un’ora o poco più e comporta un dislivello in salita approssimativamente calcolabile in 300 metri.

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Il problema è, ora, decidere la via del ritorno all’alpe Macolini. Possiamo scegliere la medesima via dell’andata, tenendo presente la seguente sequenza: tornati al lago Ghiacciato, seguiamo il suo lato orientale e proseguiamo fino al canalone che confluisce nella Val Ursareigls, lasciandolo quasi subito per piegare a destra e scendere nell’ampio vallone con nevaio. Sul lato opposto troviamo la traccia di sentiero che ci porta subito alla pianetta con il grande ometto. Da questa proseguiamo seguendo ometti e segnavia, in una discesa che descrive un arco graduale verso destra e porta al più basso dei laghetti. Di qui risaliamo al secondo e, puntando al masso a forma di corno, al terzo. Salendo ancora, verso destra o proseguendo diritti, intercettiamo i segnavia dell’itinerario per il pizzo Spadolazzo, che seguiamo per tornare al rifugio Bertacchi.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Macolini-Passo Emet-Passo Suretta-Pizzo Spadolazzo-Macolini (per il Trekking della Valle Spluga)
7 h
1300
EE

Potremmo anche, dal passo, seguire i segnavia alla nostra sinistra, che salgono sul versante che sovrasta il lago Ghiacciato: si tratta del percorso del Trekking della Valle Spluga (segnavia bianco-rossi e bolli gialli), che però richiede esperienza escursionistica. Infatti, dopo un primo tratto tranquillo e panoramicamente splendido (sotto di noi il lago Ghiacciato cui fa da cornice, sullo sfondo, il pizzo di Emet, o Timùn), dobbiamo superare una discesa su un versante di roccette ripidissimo (il sentiero, molto esposto, è interamente servito da corde fisse, ma richiede comunque esperienza escursionistica, ed è sconsigliabilissimo con neve o peggio ancora ghiaccio; consigliabilissimo assicurarsi alle corde fisse). A questa breve ma impressionante discesa segue una lunga e tediosa traversata fra poche liste d’erba e molti massi, contornando il lato settentrionale del lago Ghiacciato.
Lasciate a sinistra le rive del lago, il trekking si dirige decisamente al largo cono della cima settentrionale del pizzo Spadolazzo (m. 2720), raggiungendo la sua base, costituita dalla larga sella del passo di Lago Nero (m. 2574). Il passo ha questo nome perché, in teoria, da esso si può scendere, sul versante italiano (alla nostra destra) al lago Nero dello Spadolazzo, nascosto in un bel terrazzo sul versante meridionale della Val Suretta. In teoria: in pratica si tratta di affrontare un versante erboso molto ripido ed infido (chi volesse farlo tenga comunque conto che si deve tagliare per lungo tratto a destra, tornando verso sinistra, in direzione del lago, solo molto più in basso). Il trekking segue, invece, un sentiero che si inerpica sul ripido versante settentrionale della cima settentrionale dello Spadolazzo, passando appena sotto l’ometto che la sormonta, alla sua destra. Dopo una breve traversata, si porta ad una crestina esposta (attenzione!) che, con breve saliscendi, conduce alla grande croce posta sulla cima meridionale del pizzo Spadolazzo.
Bellissimo il panorama. L’intera corona delle cime della Valle Spluga si squaderna di fronte al nostro sguardo. Partiamo da sud-ovest, descrivendo un arco in senso orario. Aprono la carrellata i pizzi Sevino (m. 3025) e Quadro (m. 3013), sulla testata della Valle del Drogo. Seguono il pizzo della Sancia (m. 2861) e la cima di Barna (m. 2862). Ed ancora, ad ovest, i pizzi Piani (m. 3148 e 3158) ed il pizzo Ferrè (el farée, m. 3103), la cima di Val Loga (m. 3004) ed pizzo Tambò (el tambò, m. 3274). A nord, in primo piano, il gruppo del Suretta (el surèta, m. 3027), ed alla sua destra i già citati pizzi Ursaregls (m. 2835) e Veneroccal (m. 2763). Sul fondo della Val Niemet si apre una bella finestra sulle alpi svizzere. Poi, sul fianco orientale della medesima valle, l’arrotondato piz Palü (m. 3172) ed il già menzionato pizzo di Emet, o Timùn (m. 3208). A sud, sul fondo, uno scorcio delle cime della Val Bodengo. Molto bello è anche in colpo d’occhio, in basso, sulla conca di Madesimo e, ad ovest, sul bacino artificiale di Montespluga.
La discesa dal pizzo segue ancora per un tratto la cresta, poi scende il ripido versante di sfasciumi che occupa il suo versante orientale (attenzione a seguire segnavia ed ometti). Dopo una lunga discesa, che richiede attenzione, il sentiero approda ad un versante più tranquillo e si porta al punto di bivio che abbiamo sopra segnalato nel racconto della traversata dal passo di Emet al passo di Suretta. Da qui il ritorno al rifugio Bertacchi non presenta più difficoltà (attenzione, però, a non perdere d'occhio i segnavia). È doveroso sottolineare che questa opzione richiede esperienza escursionistica, oltre che terreno favorevole (niente neve e ghiaccio, ma anche le rocce bagnate sono insidiose).

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Macolini-Passo Emet-Passo Suretta-Val Suretta-Andossi-Macolini
8 h
1180
EE

Ecco, infine una terza possibilità, decisamente più lunga (potrebbe essere, però, interessante per chi fa base al rifugio Bertacchi): la discesa lungo la Val Suretta ed il ritorno in Val Scalcoggia scavalcando gli Andossi. Anche qui ci vuole attenzione. Al passo di Suretta ci affacciamo, alti, su un’ampia conca. Per scendere, sul lato di destra, dobbiamo seguire i segnavia, tenendo però presente che la presenza di un ripido nevaio costituisce un ostacolo da non sottovalutare (nelle prime ore del mattino si presenta con neve dura, gelata). Conviene seguire la striscia di sfasciumi prossima al torrente, di solito non innevata.
Raggiunta la conca, seguiamo il torrente Suretta, che si infila in una breve gola prima della terrazza (m. 2520) che precede le cascate ben visibile da Montespluga. Invece di infilarci nella gola, però, pieghiamo a destra, risalendo un dosso, e scendendo sul lato opposto. Giunti alla terrazza nella quale si raccolgono le acque del Suretta prima di precipitare nella cascata di cui abbiamo detto, guardiamo alla nostra destra: i segnavia ci guidano nella traversata di un corpo di sfasciumi, oltre il quale afferriamo il largo sentiero che discende la Val Suretta.
Il primo tratto richiede attenzione, perché è molto esposto (il passaggio più delicato, che si affaccia su un pauroso canalone, è servito da corde fisse). Poi si guadagna in ripido versante erboso, che il sentiero scende con molte serpentine, fino ad un ampio pianoro. Attraversati da destra a sinistra due rami del torrente Suretta, affrontiamo l’ultimo semplice tratto della discesa, che ci porta ad una sterrata che corre parallela alla strada statale 36 dello Spluga, in località Alpi di Suretta.


Lago Ghiacciato

Ora si tratta di tornare a Macolini (o al rifugio Bertacchi). Percorrendo la sterrata verso sinistra, ci immettiamo sulla strada statale e ne percorriamo un buon tratto, in direzione opposta a quella del passo dello Spluga, fino a raggiungere alcune abitazioni, dalle quali parte, sul lato sinistro della strada, una pista sterrata, chiusa da una sbarra (m. 1910). Un cartello ci informa che salendo per questa pista si può raggiungere il lago di Emet, il rifugio Bertacchi o Medesimo. Mettiamoci, dunque, in cammino (magari imboccando il sentierino che taglia in più punti la sterrata, per evitarne le noiose evoluzioni). La pista ci porta in cima all’ampio dosso erboso (m. 2057, si tratta del punto terminale degli Andossi), dove piega a sinistra per salire ad una grande cava. Non la seguiamo più, ma prestiamo attenzione ad un paio di cartelli, che segnalano la partenza di altrettanti sentieri: quello più largo effettua una lunga traversata che porta al rifugio Bertacchi, mentre un sentierino che se ne stacca sulla destra scende all’alpe Macolini. Se abbiamo qui l’automobile, seguiamo quest’ultimo. Se invece pernotteremo al rifugio Bertacchi, prendiamo il largo sentiero che taglia il ripido versante meridionale del pizzo Spadolazzo. È un sentiero largo e sicuro, ma in qualche punto esposto (e servito da corde fisse). Dopo diversi saliscendi, approdiamo ai riposanti prati che sovrastano la conca del lago di Emet, passando vicino ad una caratteristica casetta rosa. Dopo pochi minuti, siamo al rifugio Bertacchi.

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Lago Ghiacciato

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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