CARTE DEL PERCORSO 1, 2


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Malghera-Pian del Lago-Passo di Vermolera-Laghetti di Tres-Avedo-Eita
6 h
820
EE
SINTESI. Da Grosio, superata la chiesa di San Giuseppe e la successiva caratteristica “strecia de Ilda”, imbocchiamo, sulla sinistra (indicazioni per Ravoledo e Fusino) la carrozzabile della Val Grosina, che, superata la frazione di Ravoledo, dopo pochi tornanti, si addentra sul suo fianco orientale, passando per San Giacomo. Raggiunto il nucleo di Fusino, in corrispondenza dello spiazzo davanti alla chiesetta (m. 1203, il punto più comodo dove lasciare l’automobile: per proseguire in tutte le direzioni si deve inoltre acquistare un pass giornaliero), prendiamo a sinistra, imboccando la stretta stradina che porta al ponte sul torrente Roasco, poco a valle rispetto alla muraglia della diga di Fusino dell’AEM. Sul lato opporto la stradina piega leggermente a sinistra e comincia a salire su un ripido versante di prati e comincia un lungo traverso sul fianco della Val Grosina Occidentale, superando diversi nuclei e portando a Campo Pedruna. Nel tratto successivo la pendanza si fa molto severa e la stradina termina a Malghera (m. 1937), dove si trova il rifugio-ricovero omonimo, presso il santuario della Madonna del Muschio o della Neve. Ci incamminiamo sulla pista che si addentra in Val di Sacco (dir. nord), superando la sbarra e passando a lato della casera di Sacco (m. 2008). Qui, seguendo un cartello, lasciamo la pista e scendiamo a destra a guadare il torrente su un ponte, proseguendo a salire, su pista, sul lato opposto della valle (orientale), verso nord-est. La pista termina alla baita della località Mandrie Vecchie (caséra de màndri vègi). Poco prima della baita, sulla destra, parte un tratturo che recentemente si è sovrapposto all'antico sentiero per il Pian del Lago, e risale il versante erboso con diversi tornanti e strappi anche ripidi. Ignoriamo una deviazione segnalata a destra. Dopo un tornante a destra giungiamo ad un pianoro e dobbiamo stare attenti perché dobbiamo lasciare il tratturo per prendere un sentiero che se ne stacca sulla sinistra e nel primo tratto quasi non si vede. Ci sono però tre ometti che lo segnalano. Dopo pochi metri la traccia del sentiero si fa marcata, sale ad aggirare un dosso erboso e piegando a destra si porta alle soglie dello splendido ripiano di Pian del Lago (sigla S.I. su un masso a terra). Superiamo un torrentello e siamo subito in vista del solitario bivacco di Pian del Lago (Baitèl del Pian del Laach, m. 2320). Ora dobbiamo stare attenti perché la marcia di avvicinamento al passo avviene non più su sentiero, ma per tracce, segnalate da ometti, paletti senza segnavia e qualche segnavia. Procediamo lasciando il lago alla nostra destra, puntando ad un risalto ed alla valletta in cui scorre il torrente che si immette nel lago stesso. Stiamo alla sinistra del torrente e saliamo ad un secondo pianoro. Qui dobbiamo stare attenti e tagliare decisamente a sinistra (direzione est-nord-est), passando a valle di una grande e regolare cupola erbosa ed avvicinandoci al versante montuoso che chiude a nord il Pian del Lago. Paletti, ometti a punta di lancia e segnavia ci indirizzano (vanno scrupolosamente seguiti in caso di scarsa visibilità) e ci portano al ramo più settentrionale del torrente di Pian del Lago. Su un grande masso nel cuore dell'alpe si trova anche una sbiadita bandierina rosso-bianco-rossa con la consueta sigla S.I. Guadiamo il torrente e poco più in alto su un masso un segnavia sbiadito ci segnala che dobbiamo volgere a destra, e cominciare a salire più o meno in parallelo con il versante montuoso alla nostra sinistra. Dopo un breve tratto di salita più marcata, torniamo a destra del torrentello e procediamo seguendone il corso, con pendenza modesta. Dopo diversi paletti ed ometti, procediamo fra il versante montuoso alla nostra sinistra ed una grande ganda alla nostra destra, in direzione di una ripida rampa morenica, di cui raggiungiamo il piede, sulla destra. Non fatichiamo a scorgere il sentiero che vi si inerpica, prima verso destra, poi con lunga diagonale verso sinistra. Essendo il versante molto ripido ed il sentiero molto esiguo e con fondo in antipaticissimo terriccio, stiamo attenti a non scivolare. Al termine della salita il sentiero si perde, ma gli ometti ci indicano che dobbiamo procedere diritti ancora per breve tratto. Lo ritroviamo e saliamo fra alcune facili roccette, fino all'anfiteatro terminale che si apre appena sotto il passo. Guidati dagli ometti, su traccia di sentiero ci portiamo al Passo di Vermolera (2732 m.). Attraversato il ripiano del passo, ci portiamo sul ciglio del versante della Valle D'Avedo. Guidati da segnavia e paletti perdiamo leggermente quota verso destra, trovando solo poche tracce di sentiero. Raggiunti l'ultimo paletto e l'ultimo segnavia, ci ritroviamo, a quota 2700, sul ciglio di un ripidissimo canalone, occupato da minuti sfasciumi, terriccio e qualche striscia d'erba (da affrontare solo in condizioni ideali di terreno). Scendiamo verso est seguendo i segnavia passiamo a sinistra di un roccione con segnavia già visibile all'inizio della discesa. Ci portiamo così ad un più ampio canalone e scendiamo ad una più tranquilla ed ampia conca morenica (2500 metri). Proseguendo verso nord-est ci infiliamo nella valletta dove scorre il torrentello che si immette nel lago di Venere (m. 2408), e scendiamo fino alla sua riva occidentale. Passiamo alla sua sinistra e, seguendo una traccia di sentiero, fra macereti, in una valletta del torrente, in direzione nord-est, approdiamo, infine, al fondo della Valle d'Avedo, e precisamente all'ampia ed acquitrinosa piana che ospita di laghetti di Tres (m. 2186). Attraversato il piano acquitrinoso ci portiamo sul lato opposto della valle, congiungendoci con il marcato sentiero che la risale, in direzione del lago Negro, del passo e del rifugio di Dosdè. Scendiamo lungo il sentiero, verso destra, passando fra le baite dell'alpe. Nei pressi della baita più grande troviamo il cartello del Sentiero Italia. Il sentiero scavalca su un ponte il torrente, il Rio (o Roasco) d'Avedo, lasciandolo alla propria sinistra e prosegue affrontando in discesa un gradino di valle, fino alle baite dell'alpe Vermolera (m. 1927). Ci riportiamo a sinistra del torrente e proseguiamo la discesa toccando la località Stabini (o Stabine, m. 1821). Il sentiero si immette poi in una pista che passa a monte ed a sinistra dei prati di Avedo (o Avè, dalla voce dialettale “avéd”, abete, m. 1670). La pista in cemento prosegue nella discesa intercettando la strada asfaltata che sale ad Eita, poco prima della medesima località, dove si trova l'omonimo rifugio.


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Ill passo di Vermolera, per quanto impegnativo, rappresenta il più agevole collegamento fra la Val di Sacco (Val Grosina Occidentale, localmente "Val Dòsa") e la Val d'Avedo (Val d'Avé), quindi la Val Grosina, ovvero fra i nuclei di Malghera e di Eita, dove si possono trovare punti di appoggio (i ricoveri Malghera ed Eita, appunto). Di qui passano due importanti itinerari alpini, il Sentiero Italia (che coincide con l'Alta Via della Magnifica Terra) e la Via Alpina.
Il passo è noto localmente come Pas di Mat. Niente a che fare con lo squilibrio mentale: “Mat” significa ometto, ed infatti sono proprio gli ometti a rappresentare un punto di riferimento fondamentale, integrati dai segnavia, che però non sempre sono distribuiti capillarmente. Passo impegnativo, si è detto: in effetti si articola in uno scenario severo (prima parte della discesa dal passo in Valle d'Avedo) e pone problemi di orientamento in caso di scarsa visibilità (soprattutto nel tratto da Pian del Lago al passo).
Lo si percorre, canonicamente, dalla Val di Sacco alla Valle di Avedo (con ciò fruendo anche di uno sconto altimetrico non indifferente, perché si parte dai 1937 metri di Malghera, contro i 1630 della strada per Eita), ma c'è da dire che il tratto più ostico in quanto estremamente ripido, il primo della discesa verso la Val d'Avedo, è più agevole se percorso in salita, per cui molti preferiscono questa opzione. In ogni caso se non si vuol fruire dei punti di appoggio bisogna munirsi di due automobili che, pagato il pedaggio (3 Euro, estate 2015) a Fusino, vanno lasciate nei punti di partenza ed arrivo (Malghera, Strada per Eita).


Santuario della Madonna della Neve o del Muschio a Malghera

Saliamo, dunque, da Grosio a Fusino (9 km da Grosio, m. 1203), posto nel punto in cui la valle ospita due invasi artificiali dell’AEM, appena a monte del punto in cui la val Grosina occidentale si congiunge con il solco principale della valle. Acquistato il ticket giornaliero, imbocchiamo la deviazione a sinistra per la val Malghera: si tratta di una strada dalla carreggiata piuttosto stretta, che ci porta nel cuore della valle, per poi risalire sul fianco settentrionale della val Grosina occidentale. Attraversati i diversi nuclei del versante settentrionale della valle, con un ultimo tratto dalle pendenza molto severe siamo al parcheggio di Malghera, ad 11,2 km da Fusino. Ci accolgono il ricovero Malghera ed il sorprendente santuario della Madonna della Misericordia (Madòna de la néf), o Madonna del Muschio, edificata nel 1888, dal nucleo di una cappella preesistente, eretta per ricordare il miracolo dell’apparizione della Vergine, sul muschio di una roccia, ad un pastore nel 1750. Qui possiamo lasciare l'automobile.
Imbocchiamo ora la pista sterrata alle spalle del santuario e, copo pochi metri, apriamo e scrupolosamente chiudiamo il cancello dell'alpe di Sacco. Proseguendo sulla pista, raggiungiamo in breve la Casera di Sacco (m. 2008), dove la pista termina. Qui il cartello con numerazione 260, che dà il bivacco Pian del Lago ad un'ora e 10 minuti, Lavazé a 2 ore e 20 minuti e Biancadino a 3 ore e 15 minuti, ci fa scendere sulla destra su una pista che passa accanto ad un enorme masso erratico e raggiunge il ponte che scavalca il ramo della Val di Sacco (Val de Sach) del torrente Roasco (siamo qui all'imbocco della valle). Qui troviamo una pista che sale con andamento moderato verso nord-nord-est, proponendo anche un breve quanto suggestivo tratto elegantemente lastricato. Sul fondo della valle spiccano due punte rocciose rivolte al cielo, la cima Saoseo a sinistra ed il corno di Lago Negro a destra.


Val di Sacco

La pista termina alla baita della località Mandrie Vecchie (caséra de màndri vègi). Poco prima della baita, sulla destra, parte un tratturo che recentemente si è sovrapposto all'antico sentiero per il Pian del Lago, e risale il versante erboso con diversi tornanti e strappi anche ripidi. Ad una baita, siamo ad un bivio segnalato da cartelli: il sentiero 260 prosegue verso destra (Lavazé e Biancadino), mentre sul tratturo si va verso Pian del Lago, dato a 40 minuti, il passo di Vermulèra, dato a 2 ore, ed Eita, data a 4 ore e 45 minuti (sul cartello la sigla S.I. indica che si tratta di una tappa del Sentiero Italia). Proseguiamo, dunque, sul tratturo, in direzione nord-est.
Dopo un tornante a destra giungiamo ad un pianoro e dobbiamo stare attenti perché dobbiamo lasciare il tratturo (che effettua una traversata alta agli alpeggi della Val Grosina occidentale) per prendere un sentiero che se ne stacca sulla sinistra e nel primo tratto quasi non si vede. Ci sono però tre ometti che lo segnalano. Dopo pochi metri la traccia del sentiero si fa marcata, sale ad aggirare un dosso erboso e piegando a destra si porta alle soglie dello splendido ripiano di Pian del Lago (sigla S.I. su un masso a terra). Superiamo un torrentello e siamo subito in vista del solitario bivacco di Pian del Lago (Baitèl del Pian del Laach, m. 2320), sempre aperto ed utilissimo in caso di maltempo. Poco prima del bivacco un cartello del Sentiero Italia dà il Passo di Vermolera ad un'ora e mezza, i laghi di Tres a 2 ore e 50 minuti ed Eita a 4 ore e 10 minuti. Alle spalle del bivacco il placido lago di Pian del Lago, sorvegliato sul lato destro dal Sasso Farinaccio. Alle spalle del lago, sul fondo, si vede un lungo e tranquillo crinale erboso. La speranza è che il passo sia lì, da qualche parte, ma in realtà scollinando dal crinale si scende agli alpeggi della Val Grosina Occidentale (Lavazé e Biancadino). Il passo è nascosto, sulla sinistra, ritagliato in uno scenario ben più aspro.


Pian del Lago

Ora dobbiamo stare attenti perché la marcia di avvicinamento al passo avviene non più su sentiero, ma per tracce, segnalate da ometti, paletti senza segnavia e qualche segnavia. Se la visibilità è buona non ci sono problemi, ma con visibilità scarsa l'orientamento può essere compromesso. Procediamo lasciando il lago alla nostra destra, puntando ad un risalto ed alla valletta in cui scorre il torrente che si immette nel lago stesso. Stiamo alla sinistra del torrente e saliamo ad un secondo pianoro. Qui dobbiamo stare attenti e tagliare decisamente a sinistra (direzione est-nord-est), passando a valle di una grande e regolare cupola erbosa ed avvicinandoci al versante montuoso che chiude a nord il Pian del Lago (attenzione, però, in caso di scarsa visibilità, a non raggiungere, stando troppo a sinistra, il ciglio dei salti rocciosi di quota 2417, presidiati da grandi ometti che qui fungono da segnale di pericolo).


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Paletti, ometti a punta di lancia e segnavia ci indirizzano e ci portano al ramo più settentrionale del torrente di Pian del Lago. Su un grande masso nel cuore dell'alpe si trova anche una sbiadita bandierina rosso-bianco-rossa con la consueta sigla S.I. Sotto lo sguardo vigile delle punte gemelle sul versante che scende verso ovest dal Pizzo Matto (nume tutelare di questi luoghi, è bene dirlo subito), siamo al torrente e lo oltrepassiamo. Poco più in alto su un masso un segnavia sbiadito ci segnala che dobbiamo volgere a destra, e cominciare a salire più o meno in parallelo con il versante montuoso alla nostra sinistra. Dopo un breve tratto di salita più marcata, torniamo a destra del torrentello e procediamo seguendone il corso, con pendenza modesta (ad un certo punto possiamo vedere, per breve tratto, qualche centinaio di metri alla ostra destra, un secondo e più piccolo laghetto). Dopo diversi paletti ed ometti, procediamo fra il versante montuoso alla nostra sinistra ed una grande ganda alla nostra destra, in direzione di una ripida rampa morenica, di cui raggiungiamo il piede, sulla destra.


Laghetti sopra Pian del Lago

Non fatichiamo a scorgere il sentiero che vi si inerpica, prima verso destra, poi con lunga diagonale verso sinistra. Ora lo sguardo che ci segue è quello del Sasso Campana, dritto sopra il nostro naso. Essendo il versante molto ripido ed il sentiero molto esiguo e con fondo in antipaticissimo terriccio, stiamo attenti a non scivolare, perché è uno di quei versanti dove, come ebbe a dire qualcuno, quando metti il c… a terra non ti fermi più per un bel pezzo. Al termine della salita il sentiero si perde, ma gli ometti ci indicano che dobbiamo procedere diritti ancora per breve tratto. Lo ritroviamo e saliamo fra alcune facili roccette, fino all'anfiteatro terminale che si apre appena sotto il passo.


Pizzo Matto

È il Pizzo Matto (Piz Mat) ad accoglierci, con il suggestivo profilo delle sue due punte che sembrano dita rivolte al cielo. Ora individuiamo facilmente il passo: si tratta della più marcata depressione a destra dal Pizzo Matto. Guidati dagli ometti, su traccia di sentiero lo raggiungiamo senza difficoltà, passando a sinistra di alcuni roccioni. Il passo è costituito da un singolarissimo pianoro, non molto ampio, ma molto regolare, con alcuni grandi massi sul lato destro. Il pianoro è intagliato fra il Pizzo Matto ed il crinale che scende verso nord-pvest dal Sasso Campana (Sas Campana). Su un cartello leggiamo “Passo di Vermolera 2732 m.” C'è anche una targa della Via Alpina ed un cartello che dà i laghi di Tres ad un'ora e 10, Vermuléra ad un'ora e 45 minuti ed Eita a 2 ore e 40 minuti (numerazione 201, S.I.).


Passo di Vermolera

Avvicinandoci al versante della Valle d'Avedo scorgiamo subito, in basso, il gentile lago di Venere, adagiato, a lato di satelliti minori, nella piana scandita da roccioni levigati. Pochi passi più in là, però, ci attende l'antipasto di un menù che sicuramente non è facile da digerire: si tratta di attraversare una faticosa ganda costituita da grandi blocchi. Guidati da segnavia e paletti perdiamo leggermente quota verso destra, trovando solo poche tracce di sentiero. Raggiunti l'ultimo paletto e l'ultimo segnavia, ci ritroviamo, a quota 2700, sul ciglio di un ripidissimo canalone, occupato da minuti sfasciumi, terriccio e qualche striscia d'erba (da affrontare solo in condizioni ideali di terreno). Ecco il piatto forte del menù. Ma, come si dice, o mangia questa minestra, o salta dalla finestra. Anzi, visto il contesto, di salti è proprio meglio non parlare. Se guardiamo in fondo al canalone, vedremo una parete rocciosa verticale, alla cui base si scorge un segnavia. Ecco, lì dobbiamo arrivare.


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Lavorando molto di racchette e ed appoggiandoci sul fianco destro del canalone (come ci suggeriscono i segnavia su alcuni massi) scendiamo verso est. Intorno a quota 2600 il canalone sembra terminare con un imbuto; in realtà si restringe per aprirsi di nuovo più in basso. Seguendo i segnavia, pieghiamo a sinistra (direzione nord-nord-est) e passiamo a sinistra del roccione con segnavia che abbiamo visto dall'alto, confluendo in un più ampio canalone e portandoci finalmente ad un'ampia conca morenica (2500 metri), dove terminiamo le nostre sofferenze.
Una nota per chi affronta il passo salendo da qui: dalla conca morenica si attacca il più ampio canalone e si ha l'impressione di dover salire diritti, in direzione di un'invitante sella, ma, più o meno all'altezza della parete con il segnavia e di una china erbosa (poco sotto quota 2600), bisogna lasciare la direzione sud-sud-ovest, piegare a destra (direzione ovest) ed infilarsi nell'imbuto del ripido canalone, che più in alto si apre.


Lago di Venere

Torniamo al racconto della discesa. Proseguendo nella medesima direzione, ci infiliamo nella valletta dove scorre il torrentello che si immette nel lago di Venere (m. 2408), e scendiamo fino alla sua riva occidentale. Curioso il nome del laghetto. Che sia un omaggio alla ben nota bellezza delle donne grosine? O l'implicito rimando al monito: Bacco, tabacco e Venere riducono l'uomo in cenere? Forse è solo la cattiva italianizzazione del locale "Lach Véner", il cui significato non è chiaro.
Passiamo alla sua sinistra e, seguendo una traccia di sentiero, fra macereti, in una valletta del torrente, in direzione nord-est, approdiamo, infine, al fondo della Valle d'Avedo, e precisamente all'ampia ed acquitrinosa piana che ospita di laghetti di Tres (m. 2186). Attraversato il piano acquitrinoso ci portiamo sul lato opposto della valle, congiungendoci con il marcato sentiero che la risale, in direzione del lago Negro, del passo e del rifugio di Dosdè.


Laghetti di Tres

Procediamo in direzione opposta (destra, est), passando fra le baite dell'alpe. Nei pressi della baita più grande troviamo il cartello del Sentiero Italia. Il sentiero scavalca su un ponte il torrente, il Rio (o Roasco) d'Avedo, lasciandolo alla propria sinistra e prosegue affrontando in discesa un gradino di valle, fino alle baite dell'alpe Vermolera (m. 1927). Ci riportiamo a sinistra del torrente e proseguiamo la discesa toccando la località Stabini (o Stabine, m. 1821). Il sentiero si immette poi in una pista che passa a monte ed a sinistra dei prati di Avedo (o Avè, dalla voce dialettale “avéd”, abete, m. 1670). La pista in cemento prosegue nella discesa intercettando la strada asfaltata che sale ad Eita, poco prima della medesima località, dove si trova l'omonimo rifugio, al quale può terminare la lunga traversata, che richiede 6 ore di cammino (il dislivello in salita è di circa 800 metri).

 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

   

APPENDICE: Viene qui di seguito riportata la relazione di Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo
“G. Piazzi” di Sondrio, sul lago del Palù (nella raccolta “I laghi alpini valtellinesi”, Padova , 1894).








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